Valtiberina: Abbazia di Petroia
Situata tra il territorio di Umbertide e quello di Città di Castello, lungo l'antica via che, passando per Morra, conduce a Castiglion Fiorentino, l'Abbazia dei SS. Maria ed Egidio di Petroia sorge su un colle che s’innalza al di sopra della Valle del torrente Nestore.
Il complesso monastico rappresenta
uno dei punti cardine della storia di questi luoghi, che, per secoli,
furono feudo dei Bourbon del Monte di S. Maria Tiberina,
feudatari di parte ghibellina, scesi in Italia al seguito dei Longobardi
in tempi molto lontani.
Visibile oggi nelle condizioni in cui il tempo, le calamità naturali
e l'incuria degli uomini la consegnano, l'Abbazia riesce
ancora a raccontare, con il linguaggio vivo della sua presenza fisica
e degli avvicendamenti stilistici che la caratterizzano, la storia della
rinascita della civiltà occidentale,
dovuta all'opera degli Ordini religiosi e,
nel caso specifico, al prodigioso carisma dei Benedettini.
La storia dell'Abbazia di Petroia ha inizio nel 960,
quando, per volere di Ugo marchese Bourbon del Monte
S. Maria, iniziò la costruzione del Cenobio
benedettino e della sua chiesa intitolata
S. Maria, e successivamente anche a S.
Egidio.
Dell'originario Monastero attualmente è andato
perduto il valore d'insieme e la caratteristica di organismo fortificato;
le "fabriche", in parte abitate da famiglie di agricoltori
e parte in rovina, hanno da tempo assunto destinazioni e funzioni private;
solo la chiesa conserva la sua funzione originaria.
Con il trascorrere del tempo, il Monastero divenne
ricco e potente, grazie soprattutto alle cospicue donazioni di cui era
fatto oggetto, tanto che i suoi possedimenti si estendevano da Mucignano
fino a Badia S. Casciano, dal fiume Nestore
all'Aggia, insistendo sul territorio di Perugia
e su quello di Cortona.
Grande era il potere politico e militare acquisito dagli abati
di Petroia, che si esprimeva nella potestà di stringere
alleanze strategiche con le Signorie confinanti.
Nel 1212, l'abate Magno, per ragioni prettamente
politiche, fece un trattato con Perugia, e
due anni dopo, per disinnescare le tentazioni egemoniche di Città
di Castello nei riguardi di alcuni possedimenti ricadenti
nel distretto di Petroia, impose ai suoi abitanti
un balzello in favore dei Tifernati, come
garanzia di un'eventuale protezione militare.
Durante il Medioevo furono abati del Monastero
e rettori di alcune parrocchie i discendenti dei marchesi
Bourbon; si ritiene che proprio da allora abbia avuto
inizio la decadenza dell'Abbazia, protrattasi per alcuni
secoli, tanto che nel 1571 il centro monastico venne chiuso per l'impossibilità
di mantenersi e dato in concessione a Pietro di Giovanni, abate della
chiesa di Santa Maria Maggiore di Città di Castello,
anticamente fondata dagli stessi monaci di Petroia.
Nel 1781, papa Pio VI concesse il Monastero in enfiteusi
ai fratelli Rossi.
Nel 1917 un terremoto distrusse la copertura della parte occidentale
della chiesa e la torre campanaria.
Sebbene un recente restauro abbia cercato di valorizzare al meglio le
architetture originarie del complesso, la prima parte della chiesa rimane
tuttora priva del soffitto.
La testimonianza più eloquente della grandiosità e dell'importanza
raggiunta in passato dall'Abbazia, è offerta
oggi dalla chiesa, realizzata in stile romanico-lombardo
a croce latina, con impianto a tre navate e tribuna absidata rivolta
a levante.
La facciata è ancora integra e, ai lati della porta,
sono ammirabili due colonnine in marmo con capitelli romanici, che,
probabilmente, sorreggevano qualche immagine sacra.
Entrando, si vedono, a destra, i resti del campanile
a pianta quadrata, danneggiato gravemente durante il terremoto
del 1917 ed abbattuto, perché pericolante, nel 1919.
La chiesa appare radicalmente trasformata
da quella originaria: la navata di sinistra è completamente
scomparsa, divenendo muro perimetrale di una casa colonica edificata
successivamente a ridosso dello spazio sacro, mentre parte della navata
centrale e di quella di destra sono senza copertura (rievocano
le suggestioni dell'Abbazia toscana di San Galgano),
fungendo così da atrio dell'odierna chiesa parrocchiale,
confinata nello spazio del coro, con una facciata costruita
nel sec. XV, tra il coro dei monaci e la parte destinata
ai fedeli, non più agibile per le devastazioni del terremoto.
Molto interessanti risultano le formelle di terracotta incastonate
in tale facciata: di sicura provenienza longobarda, in esse sono raffigurati
grifi al pascolo, nodi intrecciati e altre figure simboliche di difficile
identificazione.
Originariamente divisa in otto campate da colonne con archi a tutto
sesto, collocata internamente su diversi piani con cripta,
la chiesa doveva possedere in antico una cupola
collocata tra la nave centrale e il transetto (rimane
a testimoniarla il quadrato di spicco della stessa).
La cripta della chiesa è vasta e si estende sotto l'intero
transetto: vi si può accedere attraverso una rozza apertura
composta da due mensole massicce, che si reggono a spinta formando un
arcaico architrave.
Dotata di volte a pianta quadra e a sesto rialzato, sostenute da colonne
in granito o travertino poggiate su plinti di fattura bizzarra, la cripta
sembra essere stata realizzata usando in parte materiali di recupero,
e questo spiegherebbe la difformità degli elementi presenti,
in particolare delle colonne e dei capitelli.
a cura di Paolo Rossi
redazione@sanfrancesco.com
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