Giano dell'Umbria: Abbazia di S. Felice
La tarda leggenda del vescovo martire Felice (nel testo farfense del sec. X), informa che il corpo del Santo, raccolto dai suoi fedeli discepoli, fu trasportato «in locum qui dicitur Castricianum» («nel luogo detto Castricianum»; "Castrun Icciani", oggi "Giano"), dove, continua ancora il testo, fu sepolto onorevolmente.
Il primo stanziamento di una comunità monastica
presso la chiesa, viene fissato verso il 950 (già nel sec. XVII
dall'erudito folignate Ludovico Iacobilli), non si conosce su quali
basi.
Ma anche se tale data non può essere confermata, essa risulta
assai probabile, in quanto sostenuta indirettamente dai numerosi frammenti
scultorei riutilizzati nelle fabbriche successive, e ascrivibili a quel
periodo, che si dimostra dunque assai intenso e vitale nella storia
dell'edificio e del culto del Santo, in maniera tate
da poter giustificare la presenza di una valida comunità
monastica benedettina quale, appunto, è segnalata
dalla tradizione e confermata dalla storia successiva (un abate Giacomo
è ricordato nel 1255, un altro abate, Pietro, nel 1313).
L'importante Abbazia, con bolla di Gregorio IX (11
marzo 1373), fu sottoposta a quella di Sassovivo presso
Foligno, di cui seguì le sorti fino alla decadenza
verificatasi nel sec. XV.
Infatti, nel 1450, allontanati i Benedettini cassinesi,
fu concessa agli Agostiniani.
Un documento datato 29 agosto 1450, informa che Nicolò
V, accogliendo le suppliche inoltrategli dagli abitanti di
Giano e di Castagnola, ordinava i restauri della chiesa e del monastero,
che minacciavano rovina.
E il 1° febbraio 1452, il vescovo di Spoleto Berardo,
concedeva agli Eremitani di S. Agostino di
poter raccogliere offerte per i primi interventi relativi alle abitazioni.
In ogni modo, solo il 20 luglio 1481, Sisto IV
commise all'abate di S. Pietro di Bovara e
al pievano di S. Angelo di Giano di immettere
gli Agostiniani nel pieno possesso giuridico dell'Abbazia.
A questo periodo sembra ascrivibile la costruzione del chiostro
attuale, sul fianco destro della chiesa.
Successivamente, importanti lavori vennero eseguitli nell'anno 1516;
quali la sopraelevaziune delle due navate laterali della chiesa e la
leggiadra loggetta semicircolare, al disopra dell'abside centrale (sull'architrave
della porta che vi da accesso si legge: "MDXVI. NOV. I"; e
in un frammento erratico triangolare, ora murato nella parete destra
dell'ingresso al monastero: "M.D.XVI / AUG. X / XV").
Sono del 1536 le eleganti finestrine in arenaria, di gusto rinascimentale,
inserite nella ferrigna muratura originaria del monastero; quella che
si apre sopra la porta principale di accesso reca la scritta: "VINCE
IN BONO MALUM 1536".
Altri lavori datati sono: l'elegante refettorio, il cui lavabo reca
l'anno 1601; il portale già di accesso al "Sacrarium"
del 1642.
I due piani superiori del chiostro risultano costruiti nel 1720; ed
un elegante archetto ornato di rosoni, rinascimentale, già in
chiesa (ora rimesso in opera nell'ingresso monastico) reca la data inseritavi
successivamente: 1724.
Ma il lavoro più impegnativo, fu quello relativo alla costruzione
di un nuovo braccio del monastero, che reca la data 1790.
Gli Agostiniani, però, nel
1798 furono cacciati, a causa della loro condotta immorale e scandalosa,
e i beni dell'Abbazia devoluti da Pio VI alle scuole
di Spoleto.
Nel monastero subentrarono per breve tempo i Passionisti,
che vi rimasero fino al 1803.
Finché dal 1815 chiesa e convento divennero la culla della Congregazione
del Preziosissimo Sangue, fondata da S. Gaspare del
Bufalo, i cui sacerdoti ancora vi abitano.
La chiesa attuale risulta costruita a cavallo dei secc. XI-XII,
ma, analogalmente a moltissimi casi, essa venne a sostituirne un'altra
preesistente, i cui frammenti furono largamente riutilizzati: dal capitello
romano composito inserito sotto l'oculo di facciata (aperto a seguito
di un primo intervento duecentesco), del sec. IV-V; ai capitelli dei
secc. VIII-IX delle navate e della cripta; all'architrave del portale
e alle colonnine del sec. X della trifora sovrastante, così come
quelle poste a sostegno del sarcofago del Santo; etc.
Una iscrizione, pure riferibile ai secc. IX-X, fu murata, all'interno,
sopra la porta immetteva al campanile, in cui si legge: "+ AD PORTAM/
VENITE POPULI / IUBILANDO/ VENITE +".
La struttura architettonica è strettamente legata ad un periodo
di grande rinnovamento ed evoluzione, che si esplica in una eccezionale
attività edilizia chiesastica, ben configurata in Spoleto e nelle
sue immediate adiacenze, dove lo stesso impianto basilicale lo ritroviamo
nelle chiese coeve di S. Gregorio Maggiore,
di S. Ponziano, di S. Giuliano sul Monteluco,
di S. Sabino, di S. Brizio
e di S. Pietro di Bovara; anche se la nostra
si distingue da esse per una maggiore più accentuata monumentale
solennità, sottolineata, soprattutto, dalla presenza delle volte
in sostituzione delle capriate.
Monumentalità oggi avvertibile soprattutto all'interno, date
le gravi alterazioni della facciata e della parte absidale, attuate
dal 1516 in poi.
Non parrebbe che la cripta debba ascriversi a epoca anteriore
al resto della fabbrica. Il fatto di trovarvi più che altrove
reimpieghi di frammenti lapidei decorativi antichi è un fatto
quasi ricorrente, che dimostra una cura particolare e un impegno ben
preciso nel raccogliere in questa parte più recondita e sacra
della chiesa, oltre le reliquie dei Santi, anche le "reliquie"
delle costruzioni precedenti, quasi il loro contatto con le prime le
avesse in qualche modo impreziosite: e tutto ciò può trarre
in inganno.
Anche l'interno, come l'esterno, attraverso i secoli subì modifiche
e manomissioni, e nel '700 fu tutto ricoperto da una leggiadra decorazione
pittorica e da stucchi, che, da quanto si può ancora vedere da
vecchie immagini fotografiche, non erano affatto spregevoli; ma essi
sono stati sacrificati in occasione del ripristino integrale effettuato
nel 1958, che però ebbe il pregio di conservare il monumento
che stava andando in rovina e di restituirlo nella sua pristina solennità,
anche se oggi risulta eccessivamente nudo e freddo, quale certamente
non doveva essere in origine, perché certamente decorato di affreschi
e di immagini: basti pensare al sopravvissuto paliotto dipinto
(oggi nella Galleria Nazionale dell'Umbria in Perugia), destinato probabilmente
all'altare della cripta avanti al sarcofago del Santo, dove erano narrate
le varie Scene del suo martirio, al di sotto del Cristo
giudice circondato di Angeli e di Santi, opera di un maestro probabilmente
spoletino della fine del sec. XIII (1290-1300 c.).
Degli apporti artistici accumulati nel corso dei secoli, ben poco, per
la verità, è sopravvissuto.
Va ricordato il bel gonfalone ora custodito nel chiostro superiore,
rappresentante la Madonna del Soccorso, con la scritta: "QUI
ME INVENERIT INVENIET VITAM ANNO DOMINI. 1494"; opera attribuibile
al pittore Francesco Melanzio della vicina Montefalco.
Gli affreschi della volta della sacrestia superiore, con la Glorificazione
di S. Felice e Scene del suo martirio, del sec. XVIII,
sono stati eccessivamente ridipinti in occasione di restauri eseguiti
negli anni 1965 e 1967.
Le popolaresche Storie di S. Felice e i Ritratti di Santi
e Beati agostiniani, esistenti nelle lunette e nelle vele del chiostro
inferiore, sono variamente attribuiti: al P. Giuseppe Maria Franciosi
di Antrodoco, di cui sembra un tempo si leggesse il nome e la data 1691
(M. Armellini) o a Liborio Coccetti (B. Toscano).
a cura di Paolo Rossi
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