Valnerina: Abbazia di S. Pietro in Valle
L’Abbazia di S. Pietro in Valle rappresenta una delle più evidenti testimonianze delle stratificazioni storiche sovrappostesi dall’età romana ai nostri giorni, in un luogo superlativamente singolare della Valnerina.
L'avito Monastero attende il visitatore
dietro la curva dello "stretto di Ferentillo".
Vi si accede per una piccola strada da "Sambucheto":
è necessario cercarla nel suo solenne silenzio come l'omonimo
monte che la sovrasta.
E' un complesso armonioso di edifici serrati intorno al campanile romanico,
in un pianoro disseminato di scialbi olivi.
Nella valle "Suppenga" già feudo degli antichi
Attoni (Giuseppenga), secondo un antico "Lezionario",
Giovanni e Lazzaro, due eremiti siriaci,
nel sec. VII dimorarono in un asceterio per 40 anni.
Lazzaro, dopo la morte del compagno, pregò il
Signore di voler consolare la sua solitudine.
Intervenne S. Pietro, il quale avrebbe ispirato in
sogno al settimo duca longobardo di Spoleto, Faroaldo II
di edificare in suo onore una chiesa, in un luogo solitario, dove viveva
un tale santo eremita.
La visione è ricordata da un piccolo affresco del sec. XVII,
visibile nel transetto di sinistra della chiesa abbaziale: quattro soldati
barbari, intenti a giocare a dadi, fanno guardia al loro duca addormentato
sotto una tenda. Egli recandosi a caccia oltre Monteluco,
incontrò in un antro l'eremita visto nel sogno.
Faroaldo, già ricostruttore dell'Abbazia
di Farfa dopo la distruzione operata dai Longobardi, nel
703 fece edificare la chiesa in onore di S. Pietro;
qui, nel 720, vestì l'abito monastico, accettando la Regola
di S. Benedetto, e qui morì nel 728.
La chiesa longobarda divenne, da allora, il "Mausoleo dei duchi
spoletini", poiché dopo di lui, nel 742, si fece monaco
il figlio Trasamondo, quando fu deposto dal re Liutprando,
a scontare le sue malefatte. Così
Lo stesso avvenne del successore Hilderico Dagileopa,
il quale, dopo un breve governo, nel 740, vesti l'abito monastico, lasciando
il suo nome nel paliotto dell'altare.
Era frequente il caso di principi sconfitti, che per salvare la vita
e liberarsi da ammutinamenti, si votavano alla religione.
Per ultimo, nell'822, il duca franco Vinigisio rinunziò
al Ducato, per ritirarsi monaco a S. Pietro.
Faroaldo sarebbe stato sepolto nel più elegante
sarcofago di tipo asiatico. Lo storico Ludovivo Iacobilli vi lesse la
dedica.
«Al beatissimo Faroaldo, che essendo duca di Spoleto, riedificato
e dotato questo mirabile monastero, vi si rinchiuse privato monaco e
qui visse morì santamente sotto il governo dell'abbate Lazzaro».
Dopo il saccheggio addotto dai Saraceni, iquali
da Farfa si spinsero in tutta la Sabina
e in Valnerina (anno 881), furono costruiti,
a difesa dell'Abbazia, vari castelli, che nel 1190
passarono nell'orbita inarrestabile del comune di Spoleto.
Nel 1016 l'abate Liutprando, per munificenza dell'imperatore
Enrico II, ampliò la chiesa ed accrebbe
il feudo.
Nel 1234 l'Abbazia passo ai Cistercensi
della Congregazione di Piastra (Marche), e nel
1300 al "Capitolo Lateranense" per bolla di Bonifacio
VIII.
Nel 1471 il Monastero passò a "regime
commendatario", prima, con Sisto IV, dei Della Rovere,
poi, con Innocenzo VIII, dei nobili Cybo: Franceschetto
Cybo, Lorenzo suo figlio, principe di Massa, Carrara e
Piombino all'inizio del sec. XVI.
Nel 1750 l'ultimo erede, Alderano Malaspina, vendette il feudo
a Nicolò Benedetti, del quale, in linea femminile, ereditarono
i conti Montevecchi di Fano.
Questi eredi, nel 1847, vendettero il territorio al francese Luigi
Desiderato di Montholon, principe di Umbriano e di Precetto.
Nel 1860 lo stesso vendette i terreni al comune di Ferentillo,
da cui fu acquistato dai Costanzi, attuali proprietari.
La chiesa abbaziale, dichiarata "Monumento nazionale",
appartiene però allo Stato.
Su di essa esercita giurisdizione spirituale l'Arcivescovo di Spoleto,
per concessione di Pio IX, nel 1848, dopo secoli di iuspatronato dei
nobili Ancaiano.
Molte iscrizioni del sec. XVI ricordano i restauri compiuti da questi
nobili.
I molti frammenti di sculture romane, unitamente ai cinque
sarcofagi del sec. IV, indicano una continuità dell'habitat
umano sul mistico pianoro.
E' possibile pensare all'impianto di una "villa romana"
come a Farfa, poi "villa longobarda",
concessa dai duchi di Spoleto ai vicini eremiti siriani.
Una chiesa paleocristiana, del tipo della tomba di Galla Placidia
in Ravenna, doveva formare a quattro timpani paralleli, l'attuale parte
centrale (transetto) della sacra aula.
La chiesa fu ampliata in epoca longobarda (sec. VIII), sull'esempio
del S. Salvatore di Spoleto, quindi ebbe forme
romaniche con il campanile di "tipo laziale"
nel sec. XII.
Il Monastero è preceduto da un cortile dal verde
tappeto con la foresteria, sede del "mercato monastico".
Seguono due chiostri.
Il primo, del sec. XV, vede un pittoresco pozzo-cisterna; il
secondo, del sec. XII, è caratterizzato un quadriportico
a due ordini di 16 e 11 colonne, con ara pagana al centro.
Ai lati del portale laterale, quasi a porgere il saluto, sono
i due SS. Pietro e Paolo, rudemente scolpiti sui piedritti
coi simboli del potere e del martirio (sec. IX).
Entrando, dopo uno sguardo d'insieme per esser soggiogati dal sacro
ambiente, colmo di solennità e di linee ascensionali, si osservano
i numerosi frammenti di pietra addossati alla parete sinistra:
sono frammenti romani, longobardi e romanici indicanti le varie fasi
della costruzione del tempio.
I cinque sarcofagi romani conferiscono solennità monumentale
a questo autentico "Mausoleo dei duchi longobardi".
II
Il primo ha scolpite sulla fronte tre barche del viaggio
dell'aldilà: il viaggio all'Ade sulla barca di Caronte.
Il secondo servì per i SS. Lazzaro e
Giovanni, con sulla fascia le scene della caccia e del banchetto,
passatempo augurato ai defunti.
Segue, a destra il terzo sarcofago di "tipo
asiatico", a forma di finto portico con le figure scolpite
di Dioniso, menade danzante, satiro con Dioniso, Sileno e Pan secondo
la mitologia del tempo.
Non meravigli la presenza di miti in una chiesa, poiché i cristiani
li interpretavano come augurio di felicità ultraterrena.
Il quarto presenta Amore e Psiche; e infine, il quinto,
è il sarcofago con scene di caccia al cinghiale e all'antilope.
Altri frammenti sculturei, a nodi intrecciati e a disegno geometrico,
sono d'epoca barbarica.
E' fra essi il paliotto dell'altare, del 742. Vi si legge:
«Hildericus Dagileopa in honorem sancti Petri et amore sanctii
Leonis. et Sancti Grigori pro remedio animae. Ursus magester facit»
E' il duca Ilderico a ordinarlo, e mastro Urso a scolpirlo. Il duca
deposto, trovò nel silenzio del chiostro conforto e pace dopo
tante delusioni e umiliazioni.
Prima di lasciare l'Abbazia, è doveroso ammirare
il ciclo degli affreschi sulle alte pareti: è la storia sacra
dalla Creazione del mondo e di Adamo ed Eva, fino alla vita di Cristo,
alla sua Passione, Morte e Risurrezione. Un libro aperto di cultura
popolare del sec. XII.
In una fascia sotto i quadri si legge: "Quando Dio creò
il cielo e la terra"; "Quando creò Adamo";
"Quando Adamo nominò gli animali"; "Quando
Caino e Abele offrirono il sacrificio"; "Quando Abele
fu ucciso dal fratello"; "Quando Noè diresse
la costruzione della barca e offrì un sacrificio di ringraziamento".
Segue poi l'episodio commovente di "Giuseppe venduto dai fratelli".
Nel lato destro, si mostrano gli episodi del Vangelo: "Il Natale",
"L'Adorazione dei Magi", "L'atteggiamento
ostile di Erode e la strage degli innocenti"; "Le
nozze di Cana e il miracolo dell'acqua mutata in vino"; "La
domenica delle Palme"; "L'ultima cena";
"La lavanda dei piedi"; "Il viaggio al monte
Calvario".
Altri affreschi sono dei secc. XV e XVI.
I più antichi sono visibili nell'arco interno dell'antecoro (sec.
XI), con le figure stilizzate delle Sante Vergini martiri: S. Lucina,
S. Sabina, S. Cristina, S. Caterina ai lati di Maria.
Importanti sono anche quelli che ingentiliscono l'abside semicircolare,
risalenti al sec. XIV, come il grande Cristo Maestro:
«Io sono la via, la verità e la vita, chi
segue me non cammina nelle tenebre».
Seguono, del 1425, le figure degli Apostoli, e più in
basso di S. Benedetto attorniato dai monaci SS. Mauro, Placido,
Giovanni e Lazzaro.
E', questa, l'Abbazia più antica dell'Umbria,
di epoca longobarda.
Ogni angolo, ogni frammento parla all'animo del visitatore.
Sono sculture e pitture suggerite dalla fede del passato; ma sarebbero
inutili frammenti, che nulla dicono all'animo che avesse perduta questa
fede.
a cura di Paolo Rossi
(per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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