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Approfondimento Storico e Sacro

Valle Castoriana: Abbazia di Sant'Eutizio

Valle Castoriana: Abbazia di Sant'Eutizio

L'Abbazia di Sant’Eutizio sorge a breve distanza da Preci, su un alto dirupo che domina la splendida e "Santa" Valle Castoriana.

Per comprendere l'importanza storica e mistica di questo mirabile "ascetario" bisogna necessariamente rifarsi al racconto di San Gregorio Magno (Dialoghi, 593).

«Dalla relazione del venerabile presbiterio Santolo di Norcia, della cui rettitudine non puoi dubitare, ho saputo che nella regione di Norcia negli anni della dominazione dei Goti, vivevano due uomini consacrati a Dio: Eutizio e Fiorenzo.
Il primo era pieno di zelo e con fervore si affaticava nella predicazione per convenire anime a Dio.
Fiorenzo invece, uomo semplice, passava la vita in orazione.
Un giorno supplicò il Signore a consolarlo della solitudine con l'inviargli un compagno.
Ed ecco subito, uscendo dall'eremo, vide accovacciato fuori della porta un orso che fece riverenza di omaggio all'uomo di Dio.
Essendogli rimaste quattro o cinque pecore, ordinò all'orso di portarle al pascolo.
L'orso comincia subito ad obbedire, facendo le veci di un pastore (...) ma compagni invidiosi glielo uccisero, tanto che Eutizio dovette consolarlo.
Essendo giunta lontano la sua fama, un diacono venne a trovarlo, ma il luogo era infestato da serpenti.
Fiorenzo pregò il Signore di allontanare quel flagello.
Tanto era potente presso Dio la semplicità e la mondezza del suo cuore
».

«Eutizio, invece, solo dopo la morte fece prodigi.
Il più segnalato è quello che Dio si degna di compiere per mezzo del suo cilizio.
Tutte le volte che la regione soffre siccità, quei cittadini sogliono esporre la sua rozza tunica e presentarla con suppliche al cospetto di Dio, recandola in processione per le strade campestri.
Subito ottengono una ristoratrice pioggia.
Da ciò si prova quanto la sua anima era ricca di meriti, se la sua semplice tunica aveva il potere di placare l'ira divina
».

«Esisteva un padre di nome Spes, che aveva fondato un cenobio a Camplie, a sei miglia dalla vetusta Norcia.
Attraverso le pene, il Signore gli aveva concesse tante grazie.
Lo provò per 40 anni con la cecità, per mostrarsi poi con lui misericordioso.
Mentre lo afflisse, non lo privò della luce interiore, e l'anima sua era inondata di gioia ineffabile.
Dopo 40 anni, al Signore piacque ridonargli la vista, essendo prossima la sua fine, perché portasse il conforto della sua parola ai diversi cenobi costruiti nella valle.
Ed egli, obbedendo, visitò gli eremi insegnando i santi precetti che aveva predicati per 40 anni.
Dopo 15 giorni, compiuta la sua missione, tornò al suo cenobio, e adunati i fratelli, stando in mezzo a loro, ricevette il Corpo e il Sangue di Cristo e iniziò il mistico canto dei Salmi.
Mentre i fratelli salmeggiavano, egli rese la sua anima a Dio.
I fratelli videro una colomba volare al cielo, volendo mostrare Dio loro con quanta semplicità di cuore quell'uomo santo lo aveva servito
».

Giunti, dunque, nei sacri luoghi della Valle Campiana, è possibile localizzare i vetusti racconti di una storico equilibrato e documentato.
Sotto il campanile dell'Abbazia, si allineano le grotte del sec. V, e più in basso le tombe scavate sulla spugna calcarea, che continuano fin sotto la scala della chiesa; è, questo, l'asceterio di Sant'Eutizio.
Sotto la torre quadrata altomedievale di Villa Collescille è l'eremo di SanFiorenzo.
Nella Valle di monte Cardosa presso Campi è l'asceterio di Santo Spes: semplici ruderi.

Eutizio, Fiorenzo e Spes erano tre "santi eremiti", famosi durante l'infanzia di San Benedetto (nato nel 480) e la sua adolescenza.
Le loro gesta accesero la fantasia del nursino Benedetto, e ispirarono la sua vocazione e decisione di ritirarsi dal mondo.
Benedetto copiò la vita di Santo Spes nello scegliere la valle di Subiaco e si pose a capo di una Laura simile a quella campiana.
Per questo la Valle Castoriana è detta dagli storici la "Culla spirituale del movimento benedettino".

E l'Abbazia di Sant'Eutizio sarà il fulcro di detta "Culla".
Quando la crisi demografica della tarda antichità e i guasti causati dalle invasioni barbariche resero la Vallata di Cample (Campi) un autentico deserto, l'Abbazia di Sant'Eutizio rimase l'unico punto di riferimento per le popolazioni della zona.
L'abate divenne il maestro, il padre e l'unica autorità per le zone circostanti.

L'avvento dei Longobardi, i cui effetti sono narrati nei Dialoghi di Gregorio Magno, non sembrano aver sconvolto la vita della remota e fiorente Abbazia, la quale nel periodo altomedievale fu arricchirà di donazioni, e l'abate conseguì diritti feudali su un vasto territorio: parte nell'Umbria, parte nella Marca Spoletana. Una cospicua donazione fu lasciata da Donna Ageltrude, la vedova di Guido II, duca di Spoleto, re d'Italia e imperatore.

La prosperità di cui godeva l'Abbazia permise ai monaci, che ormai vivevano secondo la Regola di San Benedetto, di migliorare gli edifìci del complesso monastico e di dotarsi, in rapporto ai tempi e ai luoghi, di una buona biblioteca in parte prodotta dallo "scriptorium"' interno.
Da qui proviene uno dei più antichi documenti in volgare dopo il "'placito" di Montecassino: la "Confessio Eutiziana", della prima metà del sec. XI.
I codici, prodotti dallo "scriptorium" alla fine del sec. XVI, furono quasi tutti trasferiti alla Biblioteca Vallicelliana.
Nei testi della biblioteca erano inoltre tramandati gli antichi principi della medicina grecoromana; i monaci arricchirono queste conoscenze con l'esperienza che derivava loro dalla vita di ogni giorno, e dettero origine ad una importante scuola chirurgica: la famigerata "Scuola chirurgica di Preci".

In un felice connubio si univano, completandosi vicendevolmente, il senso latino della "pietas", il valore benedettino dell'ospitalità e dell'accoglienza, e quello evangelico della "charitas", a vantaggio dei sofferenti.
In uno dei codici eutiziani conservati alla Vallicelliana, una annotazione datata 1089, trasmette la memoria del decesso di un monaco di nome Adamo, il quale viene qualificato come diacono, monaco e medico.

Successivamente, mutando la sensibilità e le condizioni storiche, agli ecclesiastici fu proibito di esercitare l'arte medica, con precise disposizioni, che vennero ribadire in più Concili: nel Concilio di Reims, celebrato l'anno 1131, venne decretato che: «I monaci e i canonici regolari non frequentino corsi di diritto o di medicina»; 30 anni dopo, nel 1163, il Concilio di Tours ribadiva: «La Chiesa ha disgusto del sangue»; infine, nel 1215, il Concilio Lateranense IV stabiliva che: «Il suddiacono o il sacerdote non eserciti alcuna arte medica che preveda l'uso del fuoco o dell'incisione».

Di fronte a simili disposizioni, per evitare che un tale tesoro di conoscenze andasse disperso, i monaci eutiziani trasmisero ai loro collaboratori, cioè agli abitanti dei paesi circostanti, allora tutti soggetti all'Abbazia, le cognizioni di cui erano depositari: quelle derivate dalla tradizione letteraria, quelle acquisite con l'esperienza di generazioni, la conoscenza delle erbe medicamentose, e l'uso delle acque curative, dando origine a quella che fu chiamata la "Scuola Chirurgica Preciana".

La fama di questi medici, esperti anche nella cura degli occhi, probabilmente, giunse anche a San Francesco d'Assisi, che vi recò nel 1218, mentre era direno ad Ascoli, ed ottenne dall'abate Raynaldus la chiesa di San Cataldo al Valloncello, e da Razzardo, conte di Roccapazza, i terreni circostanti, per erigervi un ospizio per gli infermi, secondo lo spirito di San Benedetto.
Venne così fondato il Lebbrosario di San Lazzaro per i frati e i laici colpiti dalla lebbra, che venivano curati principalmente con l'acqua sulfurea.

Il sec. XIII vide consolidarsi l'autorità dei Comuni, che cercavano di espandersi nei territori circostanti, al fine crearsi un "comitatus", volgarmente detto "contado".
Il mondo feudale era entrato in una crisi irreversibile, anche l'abate-feudatario di Sant'Eutizio fu coinvolto in questi sommovimenti.
Come il "gatto che gioca col topo e lo lascia libero per poi provare il gusto di catturarlo di nuovo", i vari comuni, e Norcia in primo luogo, sottrassero, uno ad uno, i vari castelli edificati sul suolo dell'Abbazia e ad essa soggetti.

Nel 1257, dopo anni di forti tensioni, l'abate Teodino II fu costretto a rinunciare ai superstiti diritti feudali, a vantaggio del Comune di Norcia.
In questo periodo la chiesa abbaziale, già ampliata a partire della seconda metà del secolo precedente, fu ornata di affreschi, dei quali rimangono solamente pochi frammenti, ma sufficienti per farci conoscere il loro alto livello.

Il sec. XIV fu alquanto travagliato: l'Abbazia ed i suoi possedimenti avevano attirato anche l'attenzione del Rettore del Ducato di Spoleto, Giovanni D'Amelio, il quale si era impossessato di Campi e di altri castelli limitrofi, adducendo come giustificazione, che l'atto con il quale l'abate Teodino II, il 2 ottobre del 1247, aveva concesso a Norcia quella parte del feudo abbaziale, era invalido.

Il Rettore, conseguentemente, intraprese una serie di azioni contro l'abate Margarito, il quale fu accusato di eresia e di simonia, ma il progetto, come ipotizza il De Riguardati era più ampio: «L'Abazia di S. Eutizio, come in uso a quei tempi, era circondata, da solide mura tanto da formare un vero e proprio fortilizio. Giovanni d'Amelio aveva divisato di trasportarvi la sua residenza anche perché le sue ben munite difese offrivano possibilità di rifugio per le popolazioni della stessa Guaita e delle zone vicine fedeli alla Chiesa. Per di più la sua stessa posizione centrale nel Ducato rendeva più facile il controllo su tutto quel territorio. Giovanni XXII da prima approvò il progetto sottopostogli dal Rettore, e successivamente, con lettere apostoliche in data 29 novembre 1327, decretò l'incameramento del monastero e di tutte le sue dipendenze al Tesoro Papale del Ducato di Spoleto. Gli edifìci monastici erano dati in mano al Rettore per farne, come egli proponeva, la sua sede, nel cuore della Montagna».

L'abate Margarito non si arresi, e riuscì ad arrivare ad Avignone, per giustificarsi con il Papa, o, meglio, per esporre i fatti nella loro genuinità.
Le malversazioni operate dal Rettore, la cui notizia era giunta fino agli orecchi del pontefice favorirono Margarito, il quale, il 14 ottobre 1328, otteneva dal Papa un breve che lo riabilitava e dichiarava nulli i procedimenti intentati contro di lui.
L'Abbazia, tuttavia, rimase in potere del Rettore del Ducato fino al 1374, quando Papa Greeorio IX la rese di nuovo libera.

Altro motivo di tensione, fu l'alternarsi di unioni e di scorporamenti del Monastero di San Benedetto a Norcia, ove la tradizione collocava la nascita dei Santi Gemelli (Benedetto e Scolastica), con l'Abbazia di Sant'Eutizio.

Papa Urbano V, il 7 ottobre del 1368, tolse a Sant'Eutizio il "Priorato di San Benedetto in Norcia" e lo unì al "Sacro Speco di Subiaco".

Papa Gregorio IX, l'8 maggio 1377, restituiva di nuovo San Benedetto a Sant'Eutizio nella persona di un unico abate; questa soluzione non fu gradita a Sant'Eutizio, perché fu vista come la prima mossa per trasferire la dignità abbaziale a Norcia; i nursini, a loro volta, rimasero scontenti perché si aspettavano qualcosa di più.

Questi attriti spinsero papa Bonifacio IX a separare di nuovo San Benedetto da Sant'Eutizio, l'uno col titolo di "Priorato", l'altro di "Abbazia"; era il 22 agosto del 1394.

Durante il periodo avignonese, l'Abbazia fu ridotta in condizioni economiche disastrose, finché, alla fine del 1449, fu data "in commenda", da Niccolò V, al cardinal Domenico Capranica; il prelato, tuttavia, rimise a posto sia l'aspetto materiale che spirituale dell'Abbazia e delle sue ancor numerose dipendenze, quindi, mostrando una rara magnanimità e sensibilità, rinunciò alla "commenda".

Nel maggio 1454 Niccolò V nominò il monaco Epifanio quale abate di Sant'Eutizio, e il 2 luglio fu messo in possesso dell'Abbazia da fra' Tommaso Ungaro, priore di San Benedetto di Norcia.

La documentazione dei tempi di Epifanio informa che l'Abbazia aveva un ruolo rilevante nell'economia della zona, non solo con l'agricoltura e la pastorizia e le altre attività che sviluppava su i suoi fondi rustici, ma anche con degli opifici: nelle vicinanze di Preci possedeva due fabbriche di "panni", la cui forza motrice era fornita dal fiume Campiano, e una fornace per la produzione di laterizi.

Nel sec. XVI due abati, Polidoro Scaramellotti e Giovanni Mensurati, gareggiarono nell'ornare la chiesa di Sant'Eutizio di preziose opere d'arte, secondo la nuova sensibilità rinascimentale, e i corpi dei Santi abati (Eutizio e ***)furono riposti, come stava avvenendo in altre chiese, entro un'arca monumentale.

Successivamente si susseguirono gli abati commendatari, tra essi degno di menzione è Giacomo Crescenzi, il quale promosse vari lavori, tra cui il campanile.
Egli donò all'Abbazia molte reliquie, e, nello spirito delle "norme tridentine", conferì alla chiesa un aspetto "moderno".

Giacomo Crescenzi, figlio spirituale e amico carissimo di San Filippo Neri, aveva il Santo suo ospite all'Abbazia, quando la calura estiva rendeva irrespirabile l'aria di Roma: ancora si conserva il calice usato da San Filippo per la celebrazione.

Successivamente, la "commenda" fu conferita al cardinale Fausto Poli, del quale rimane una traccia monumentale nella ampia porta, ornata dal suo stemma, che venne a sostituire quella antica dei tempi di Santo Spes.

Nel sec. XVIII fu abate il Passerini, che fece accogliere con principesca munificenza il vescovo diocesano, Mons. Carlo Giacinto Lascaris in occasione della "Visita Pastorale".

Nel sec. XIX fu abate il cardinal Quarantotti di Norcia, il quale rinunciò al benefìcio, perché potessero ricostituire Norcia come diocesi e il cospicuo "beneficio" abbaziale costituì la "mensa vescovile".


Allorché la vita cenobitica, nel sec. VIII, si accentrò attorno all'Oratorio di Santa Maria, si trasformò in monastica, adottando la «Regula Monasteriorum» di San Benedetto.
Nel 1190 l'Oratorio fu ingrandito nella mirabile chiesa romanica e fu dedicato a Sant'Eutizio.

L'Abbazia protrasse la sua azione benefica civilizzatrice per oltre un millennio: con la bonifica delle campagne anche la bonifica spirituale.
Il suo dominio si estese fino all'Adriatico, in un centinaio di villaggi.
Aveva vita indipendente: con mulino, farmacia, scriptorium di miniaturisti, biblioteca e scuole, dall'invasione dei Barbari fino alla costituzione dei liberi Comuni.
Una sessantina di preziosissimi codici quivi miniati sono alla Biblioteca Vallicelliana in Roma.
Da qui ebbe origine la famosa "Scuola chirurgica del castello di Preci".

Nel Cinquecento iniziò la decadenza del Monastero, per la scomparsa dei monaci e per il regime commendatizio delle famiglie più nobili di Roma, quali i Maffei, i Barberini, i Poli, i Crescenzi.

Durante gli ultimi restauri, vennero in luce i resti delle antiche tombe, di scultura barbarica e bizantina.
Infatti, nel 1956 questo monumento insigne fu reintegrato nello stile romanico.
Molti arredi sacri sono alla Pinacoteca di Spoleto, altri, purtoppo, dispersi.

Di epoca longobarda sono il pluteo della fontana, altri frammenti scolpiti presso la cripta ed ivi le stesse colonne monolitiche arenarie.
Di epoca romanica sono il portale (1190) e il rosone di tipo umbro, con agli angoli i quattro simboli degli Evangelisti (1236).
Anche il primo chiostro, di aspetto rude, fu abbellito nel Trecento delle due mirabili eleganti bifore.
L'antica ara pagana, altare dell'oratorio, è presso la porta laterale.
E' ancora possibile decifrare l'epigrafe della lunetta del portale; «Umile abbate Teodino, fu primo in quest'opera. Quelli che qui passano preghino incessantemente Dio per lui. La sua anima sia benedetta da Dio. L'anno millesimo centesimo novantesimo. Mastro Pietro fece il portale mentre era Priore Giovanni».

Nel 1375 circa, la chiesa fu allungata con l'innalzamento del presbiterio e dell'abside in forme gotiche, che abbracciano la cripta: un'abside poligonale con costoloni.

Intorno al 1450, il coro aveva forme gotiche e al centro era appesa la Croce sagomata, opera di Nicolo da Siena; la "cappella delle reliquie" ebbe il polittico ota conservato a Spoleto.
Nel 1514 l'abate Polidoro Scaramellotti di Preci (P.A. Polidorus Abbas) innalzò nel coro il monumento in pietra dei Santi Eutizio e Spes secondo lo stile di Rocco da Vicenza.
Nel 1519 artigiani del legno del luogo eseguirono l'elegante coro ligneo intagliato e intarsiato a lesene e greche ombreggiate.
Nel 1544 fu eseguito il grande reliquiario del Santo ora a Spoleto.
Molti arredi e reliquiari lasciò l'abate Crescenzi nel Seicento; egli fece eseguire anche la grande tela del Crocifìsso della parete destra della navata, ad opera del Pomarancio (Cristoforo Roncalli) del prirno Seicento.
E' una storia millenaria che leggiamo su queste vetuste pietre.

 


a cura di Paolo Rossi
(per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)

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