Norcia: la Basilica di S. Benedetto
Narra il celebre Ludovico Iacobilli: «Nella
casa, dove nacque san Bendetto in Norcia, poco dopo la morte di esso
santo, che seguì l'anno 543, fu eretto un Monastero a suo honore,
e introdotti ad habitarvi i monaci del suo Ordine Benedettino; i quali
del 1369, da P. Urbano V furono uniti al Monastero del Sacro Speco di
s. Benedetto di Subiaco; e del 1378 da P. Gregorio 11 furono uniti con
tutti i suoi beni al Monastero di s. Eutizio di Norcia. Circa l'anno
1455 vi furono introdotti i Monaci Celestini, ove al presente (1661
c.) habitano un Abbate con circa dodici monaci, e la cappella sotterranea
era la stanza dove nacque s. Benedetto. Qui riposano i corpi di molti
osservanti monaci; e della B. Parasia da Norcia, compagna di santa Scolastica».
Se nel 1880 i Nursini innalzarono il monumento
in piazza, al grande concittadino, un monumento più vetusto sorgeva
da secoli sulla casa natìa del Santo.
La chiesa fu costruita in stile gotico tra
il 1290 e il 1388.
Fu sopraelevata di due metri, per dare spazio alla cripta sottostante,
che a sua volta fu sfondata di un metro dal livello cittadino, fino
a scoprire le fondazioni a sacco romane.
Nel 1388 fu terminato lo snello campanile, che si elevava con
guglia decorata di gattoni bronzei prima del crollo per il terremoto
del 1730.
«Anni millenis currentibus atque trecentis bis quatuor iunctis
istis ac etiam octuaginta, hoc opus actum die iunii quindecima».
Per la sua bellezza, come è osservabile in vari dipinti del
Santo, il campanile era l'ammirazione dell'Umbria.
Era detta "torre dei bronzi".
La facciata monocuspidata della chiesa (restaurata da P. Jekel
nel 1880) è divisa in due campi da una cornice marcapiano scolpita
a intrecci geometrici.
Al centro della parte superiore si apre il rosone raggiato
di sedici colonne sostenenti archetti intrecciati (opera di restauro).
Ai lati aggettano i simboli apocalittici degli evangelisti.
Nella parte inferiore è il portale fra due tabernacoli
gotici. Essi costano di due colonnine sostenute da leoni stilofori.
Su di esse poggia l'arco trilobato e il timpano triangolare adorno di
ricci e pinnacoli cuspidati. Le nicchie (motivo assai raro) racchiudono
le statue dei gemelli patroni: Benedetto e Scolastica.
Al centro si apre l'elegante e slanciato portale polistile
a strombo. I fasci di colonnine, di cui la mediana tortile, alternati
da spigoli continuano sull'ogiva. Altre due colonne delimitano esternamente
lo strombo a sostegno dell'estradosso scolpito da un serto di foglie
d'alloro.
I capitelli più interni sono animati da bestiari e sostengono
un architrave policromo scandito da formelle trilobate. I capitelli
esterni corinzi sostengono una fascia con intreccio di pampini e tralci
concludenti grappoli e bacche di sapore ancora romanico. La lunetta,
incorniciata classicamente, mostra la scultura della B. Vergine
seduta in trono col Bambino tra due Angeli adoranti.
Il gruppo appartiene ad epoca posteriore (sec. XVI), poiché l'originale
fu frantumato nei disordini politici del 1358.
I battenti lignei sono del 1578.
La parte storicamente più interessante, è la cripta,
che ha rivelato la fondazione della "magna domus romana
" di un magistrato.
A causa delle distruzioni avvenute per i frequenti terremoti, non si
possono ammirare internamente, come ci si aspetterebbe, le alte crociere
innervate di costoloni. Non resta del gotico che l'arco trionfale rivelato
sotto l'intonaco.
Due tondi in tela, presentano subito due episodi di S. Benedetto
narrati da S. Gregorio Magno. II primo, a destra, riguarda i giovani
novizi di famiglie patrizie romane affidati alle cure di Benedetto a
Subiaco: Mauro e Placido. Placido nell'attingere acqua
nel lago neroniano, viene travolto con la secchia dalla corrente. Benedetto,
stando in preghiera vede il pericolo in cui si trova il ragazzo ed invia
Mauro a soccorrerlo. Questi, sulle ali dell'obbedienza, vola
senza accorgersi di camminare sulle acque e trae in salvo Placido.
Benedetto attribuisce il prodigio alla sua pronta obbedienza.
Nel tondo di sinistra figura l'episodio del monaco Goto. Benedetto
la accolse nel monastero per la sua buona volontà di lavoro.
Era andato a disboscare un terreno presso il lago, e nella foga ed entusiasmo,
perdette la roncola nel lago, rimanendogli in mano soltanto il manico.
Smarrito e pentito viene confortato da Benedetto. La
roncola ritorna prodigiosamente dal fondo delle acque. Le belle parole
dell'abate sono un programma di vita: « Labora et noli contristari»:
tieni e lavora contento.
Sono due tele del Settecento, un paesaggio giorgionesco.
L'altare di sinistra, dedicato a S. Celestino papa,
figurato tra S. Francesco, S. Ignazio, S. Francesca
romana, S. Scolastica, S. Rocco e S. Montano
(sec. XVII) è un ricordo della "Congregazione
dei PP. Celestini" ufficianti la chiesa fino alla
"soppressione napoleonica".
Il S. Montano venerato nel castello di Todiano, è un
ricordo dei committenti, conti Battaglia, nativi di quel luogo.
L'altare di destra era di iuspatronato dei conti Desideri.
La tela, di scuola romana del Seicento, mostra la B. Vergine col
Bambino in una visione di Benedetto e Scolastica. A sinistra figura
il committente Mons. Giovanconte Desideri, vescovo di Rieri,
fratello di Candida, madre del poeta giocoso Giov. Battista Lalli. Si
mostra prono anche Teodoro Desideri, il quale, nel 1625, dette
alle stampe una vita di S. Benedetto. I Desideri
sono imparentati con S. Giuseppe da Leonessa.
Il secondo altare di destra, presenta nella tela l'Adorazione
dei Magi: replica dell'opera del duomo di Pergola di Aurelio Lomi
di Pisa (1556+1622).
Nel secondo altare di sinistra invece è la tavola della
Resurrezione di Lazzaro, del 1560, firmata dal nursino Michelangelo
Carducci, manierista raffaellesco. A sinistra sono raffigurati, in abito
oscuro, il pittore e il committente nobile Tebaldeschi.
La tavola era infatti nella cappella di famiglia ad Opaco, e fu qui
trasportata nel 1591.
L'altare del transetto di destra, dedicato a S. Scolastica,
presenta su tela, attribuita al reatino Vincenzo Manenti (sec. XVII)
la B. Vergine col Bambino in una corea di Serafini, venerata
dai SS. Eutizio, Spes, Scolastica.
Il coro monastico proviene dalla chiesa dell'Annunziata
dei Minori Osservanti. E' datato al 1515, opera dei lignarii locali.
Per analogia dello stile rinascimentale e degli intarsi con quello di
S. Eutizio, si può attribuire al medesimo Antonio
Seneca di Piedivalle. Il badalone, più ricco di sculture, inopinatamente
è smembrato, e visibile nella Castellina.
Nel transetto di sinistra si ammira l'Omaggio di Totila
a San Benedetto, dipinto su tavola dal pittore napoletano Filippo
di Liagnio, cittadino onorario di Norcia, nel 1621.
Il dipinto ricorda il noto episodio narrato da S. Gregorio. Tra il 541
e 545, il re Goto Totila Baduila, conquistata l'Umbria, si era appressato
in Campania compiendo ovunque stragi. Nel 542 volile far visita all'uomo
di Dio di Montecassino, di cui tutti parlavano. Per provare la
sua santità, inviò avanti lo scudiere Riggo con la sua
armatura. Benedetto, vistolo a distanza, lo redarguì:
«Deponi, o figlio, quegli abiti che non sono tuoi».
Il barbaro re animosamente raggiunse la cima del monte, ma visto l'abate
seduto maestosamente all'ingresso del monastero, non osò avanzarsi.
Dovette Benedetto scendere ad onorarlo e invitarlo.
Non risparmiò al re il suo rimprovero: «Multa mala
facis, multa mala fecisti. Jam aliquando ab iniquitate compescere. Equidem
Romam ingressurus es, mare transiturus, novem annos regnabis, decimo
morieris».
Era un ammonimento e una profezia riguardante la occupazione di Napoli
(546), l'occupazione di Roma, le vittorie su Belisario nel 548, il passaggio
dello stretto di Messina nel 549, e l'ultimo scontro con Narsete presso
Tadino nel 552.
Molti mali hai fatto già,
Molti ancora tu ne fai:
Di cessar l'iniquità,
E' giunto il tempo ormai.
Roma certo prenderai,
Ed il mare passerai:
Nove anni regnerai,
Ma tu il decimo morrai.
Ultimo dipinto, presso l'ingresso, è il nicchione
della scuola di Giovanni Lo Spagna, probabilmente del discepolo spoletino
Giovanni Brunetti di Girolamo (circa 1530). Nel tamburo è
rappresentata S. Barbara e S. Michele Arcangelo; nel
catino la Beata Vergine col Bambino incoronata dagli Angeli.
Altro monumento, gioiello di argenteria, fu costruito dai Benedettini
per custodire una reliquia del Santo: è il reliquiario
a tempietto gotico datato al 1450. Lo stile richiama il fasto orientalizzante
veneziano, stile tanto diffuso nelle Marche insieme all'arte pittorica.
In tutto è armonia di proporzioni, slancio ascensionale, eleganza
di sculture e cesellature, ricchezza policroma di metallo e di smalti.
Peso circa 10 Kg. altezza cm. 100.
Fu commesso dal riformatore del monastero fra Tommaso Ungari, e per
analogia con il reliquiario di S. Paterniano in Fano, il casciano D.
Maturo, lo attribuì a Giovanni Maria di Antonio orafo nursino
a servizio dei Malatesta: «Hoc opus factum tempore Tomme Prioris
A.D. M CCCC L ».
a cura di Paolo Rossi
redazione@sanfrancesco.com
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