Bastardo: Abbazia dei SS. Fidenzio e Terenzio
La leggenda dei due Santi, già conservata in
un "codice" perduto della cattedrale di Todi, del
1211, li diceva provenienti dalla Cappadocia
e martiri sotto Diocleziano nel 303.
L'iter storico del monumento sembra ancora una volta quello
consueto e tradizionale: una chiesa primitiva sarebbe stata
ricostruita, sembra, verso il sec. IX, e poi ampiamente modificata nel
sec. XIII.
Fu pievania importante con molte chiese dipendenti; un insediamento
di monaci benedettini si fa risatire al sec.
X.
Rimase per un certo periodo sotto la protezione dei conti
di Coldimezzo.
Con certezza, si è a conoscenza che l'Abbazia,
nel 1276, era retta da un abate Pietro, (il
cui nome, unitamente a quello di alcuni monaci risulta dai registri
delle decime), e che nel 1320 i tudertini protestavano all'abate
del tempo il loro diritto dì indipendenza nei confronti del rettore
del Patrimonio di San Pietro.
Sull'Abbazia esercitarono la loro influenza politica
anche i nobili di Massa, e successivamente
gli Atti di Todi.
Anche in questo caso, ai Benedettini, in epoca
imprecisata, subentrarono i preti secolari.
La chiesa potrebbe risalire al sec. IX-X, ma, come in altri
casi, subì notevoli rifacimenti e modifiche nella seconda metà
del sec. XIII.
In origine, quasi certamente, ebbe un presbiterio tricoro,
così come la cripta ancora conservata suggerisce.
Sul fianco sinistro, una possente torre campanaria a pianta
dodecagona (come quelle del Duomo di Amelia
del 1050, e dell'Abbazia dei SS. Severo e Martirio presso
Orvieto del sec. XII), forse non fu mai portata a compimento,
e sul suo impianto, nel corso dei lavori duecenteschi, fu cosiruita
una ben più modesta e rozza torre quadrata (del tipo che si osserva
a S. Maria in Pantano).
Dunque nei corso del sec. XIII, tutto l'edificio subì trasformazioni
notevolissime.
Il presbiterio fu ridotto a pianta quadrata (secondo un processo
che si trova identico nelle chiese di S. Nicolò di
Sangemini, di S. Maria Assunta di Otricoli
e dei SS. Severo e Martirio di Orvieto) e
contemporaneamente fu costruita la facciata attuale, e rinnovato
il tetto con il sostegno di arcate gotiche (altro sistema ampiamente
utilizzato in diverse chiese della zona).
Tali radicali modifiche, messe in relazione con quelle attuate contemporaneamente
in altre chiese umbre, sembrano scaturire quasi da un adeguamento di
moda e da necessità liturgiche, e corrispondono, grosso modo,
al momento in cui tali chiese videro l'allontanamento dei Benedettini
e il subentrare del clero secolare.
A questo stesso adeguamento si riferirono le demolizioni delle limitrofe
cripte di S. Illuminata e di S.
Faustino.
Altri restauri, ma di entità molto minore, furono curati nel
1636 dal cardinale Boncompagni, dopo che nel 1629 aveva ottenuto di
poter estrarre reliquie dei due Santi, che aveva donato
alla terra di Bassano presso Orte.
Un sostegno murario delle travature sopra la zona presbiteriale reca
la data 1650.
La facciata, in pietra locale, ha un portale con arco a tutto
sesto e con alta lunetta; al di sopra si apre la caratteristica bifora
di tipo umbro a due rincassi.
L'interno, oggi piuttosto spoglio, quale certamente non era in origine,
presenta poco oltre la metà del vano una grande ampia gradinata
centrale, che da accesso al presbiterio, con l'altare antico;
sulla sinistra un ambone, ricavato dai l'utilizzo di due lastre
altomedievali decorate con i tipici intrecci viminei, che sembrano
nella loro irregolarità di una rara eleganza, e che già
alla fine del '700 l'abate Di Costanzo riconosceva «del gusto
del IX o X secolo».
La parete di fondo del presbiterio presenta, riutilizzate confusamente
nel rimaneggiamento duecentesco, una quarantina di frammenti scultorei,
pure dei sec.IX-X: pilastrini, formelle, cornici,
decorate con matasse bisolcate, rose, motivi floreali, e soprattutto
con un motivo ad archetti leggermeme gotici, che richiamano quelli di
un capitello della chiesa già citata dei SS. Severo
e Martirio di Orvieto, con la data 1100.
Non è possibile neppure ipotizzare la originaria collocazione
di una così ricca e abbondante decorazione plastica, ma certamente
essa appartenne all'antica zona presbiteriale.
Nella suddetta parete si aprono tre feritoie strombate.
Sulla parete destra è murato un grande cippo romano commemorativo
della gens Popilia, peculiare del municipio tudertino.
Il soffitto ha pianelle tutte decorate con quattro tipi di stemmi dipinti,
di cui si è potuto identificare solo quello dei Colonna.
La cripta tricora è tra le più interessanti della
regione: anch'essa subì modifiche nella ristrutturazione generale
della chiesa di cui si è parlato, e cioè vide modificate
le volte, rinforzate diagonalmente da robusti sottarchi: esse sono sostenute
dalle originarie tre colonne, di cui una in marmo grigio, con capitello
ionico e senza base.
In una piccola pietra a lato dell'altare vi è la scritta: "+
BEATUS FIDE/NTIUS ET TEREN/TIUS HIC REQUIESCUNT".
Molto caratteristici i locali dell'annessa ex Abbazia,
che sembra più una dignitosa casa di campagna che un monastero,
malgrado la tarda ricercatezza rinascimentale di un camino e di una
bella finestra tripartita con la scritta: "VENTURINUS. APTUS. MDXXII".
Il vasto fabbricato si articola intorno ad un vasto cortile rettangolare
sulla destra della chiesa.
L'abate Di Costanzo, al tempo della sua visita, annotava: «Nelle
case prossime rurali, una volta celle dell'annesso monastero, vidi due
frammenti di piccolo sarcofago cristiano, scolpita in uno la storia
di Giona in atto di essere ingoiato dal mostro marino, nell'altro due
Magi che presentano i doni. Non molto distante da questa chiesa si veggono
alcune grotte. Una delle quali era un sepolcreto, o colombario con molte
piccole nicchie per le olle cinerarie divise in vari ordini sino a sette
l'un sopra l'altro».
a cura di Paolo Rossi
redazione@sanfrancesco.com
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