Convento di S. Lazzaro del Valloncello
Il più celebre degli insediamenti francescani
"valneriniani-valcastoriani" è, senza
dubbio, quello dei SS. Lazzaro e Maurizio del Valloncello
(comunemente detto "Convento di S. Lazzaro"),
nella Valle Castoriana, territorio nursino.
Sorge lungo le rive del Nera, a ridosso
di una granitica roccia ricoperta in gran parte di boschi cedui, che
formano, da un lato una collina verdeggiante, e dall'altro praterie,
allo sbocco di quella Valle angusta e sassosa,
che adduce agli antichi castelli di Razzardo,
tra i paesi di Triponzo e di
Preci.
Il Convento-lebbrosario di S. Lazzaro del
Valloncello sarebbe stato fondato da S. Francesco
- o per S. Francesco - il 24
settembre 1218, con la concessione di una vasta area,
da parte del signore Razzardo, feudatario
di Roccapazza (rimasto impressionato - a
detta della tradizione - dalla vita e dalla predicazione del Poverello
di Assisi), al sacerdote Bono,
rettore della limitrofa chiesa di S. Cataldo, per edificarvi una chiesa
ed un ospedale ad uso dei lebbrosi, di altri infermi
ed anche di persone sane.
In loco, è ancora visibile, al di sopra di una porta, la pietra
che, in caratteri gotici, documenta tale erezione proprio nel 1218.
L'Ospedale visse vita
autonoma, forse sotto la protezione dei monaci eutiziani,
i quali, in quel periodo, vantavano una larga giurisdizione feudale
e disponevano di ottimi medici.
Non aveva l'ampiezza e la grandiosità di altri simili ospedali
sorti in varie parti d'Italia, ma offriva molti conforti atti a lenire,
oltre ai dolori del corpo, quelli dello spirito.
I lebbrosi di S. Lazzaro
venivano amorevolmente accolti e curati, non dormivano sugli assiti,
godevano di una libertà considerevole, e le amarezze del loro
isolamento venivano in gran parte mitigate.
L'Ospedale del Valloncello, quindi, rispondeva a perfezione alle necessità di riposo e di svago dei lebbrosi, ed offriva ad essi medicine e cibi, compresa la carne di vipera di montagna, alla quale si attribuivano virtù prodigiose.
Sito in una zona tanto rinomata per i suoi medici
e chirurghi, ricca di flora medicinale (la digitale,
il felce maschio, la centaurea, la genziana), pascolata da una quantità
di bestiame ovino e caprino, irrigata da acque vive e perenni, offriva
tutti i vantaggi e tutte le comodità di una stazione climatica.
Ottimo coefficiente era determinato dalle acque sulfuree
di Triponzo e dalle rinomatissime acque
della "Madonna della Peschiera" in Preci.
L'Ospedale, in poco tempo, caratterizzato
da un notevole sviluppo, divenne uno dei più ricercati
lebbrosari dell'Umbria e delle Marche.
E' certo che S. Francesco vi portò
il contributo della sua esperienza e della sua amorosa attività.
Più volte - sottolinea padre Luciano Canonici
- «(Francesco) si recò in questo angolo sperduto
dell'Umbria, così pieno d'incanti e di raccoglimento, per dare
pascolo all'anima sua assetata di rapimenti e di estasi, a lenire
i dolori dei suoi figli, a dare paterni suggerimenti, a lasciarvi
il profumo delle sue eroiche virtù».
Il Lazzaretto del Valloncello compare
nelle statistiche trecentesche, ma non nella predetta serie di indulgenze
di Nicolò IV; questi aveva precedentemente
provveduto alle esigenze dei frati del lebbrosario
con tre lettere inviate tra
il 3 e il 13 novembre 1290: con la prima
dispose che i «fratres hospitalis pauperum leprosorum Sancti
Lazeri de Valoncellis per beatum Franciscum constructi»
fossero esentati dal versamento di qualsiasi contributo; con la seconda
rilasciò agli stessi («magistro et fratribus domus
leprosorum de Valencellis») una serie di prerogative; con
la terza esentò gli stessi («custodem
et fratres hospitalis leprosorum Sancti Lazeri de Valencellis ordinis
Minorum») da ogni versamento in favore della Sede
apostolica.
Sempre dal "Bullarium franciscanum"
si viene a conoscenza di altre due bolle relative al lebbrosario
in oggetto: la prima datata 23 maggio 1262
(Urbano IV: "Cum a nobis");
l'altra 28 marzo 1266 (Clemente
IV: "Paupertatis vestrae"). Nei due
documenti, i pontefici esentano la «domus leprosorum»
dalle decime e da qualsiasi altro obbligo di tassazione, soprattutto
a motivo dell'estrema povertà in cui versava il luogo, prendendolo
sotto la propria diretta protezione di S. Pietro.
La tradizione concorda unanimemente nel raccontare
l'impegno di Francesco d'Assisi e del suo Ordine
rivolto ai lebbrosi del Convento-nosocomio.
In un documento del 1345, il vescovo di
Spoleto Bartolomeo Bardi, nel tentare d'imporre
un canone a questo luogo, a favore dei lebbrosari di Spoleto, sottolinea
la fondazione dello stesso ad opera dell'Apostolo umbro:
«l'ospedale dei lebbrosi di S. Lazzaro del Valloncello
si ritiene fondato da S. Francesco ad uso dei poveri
infermi e soprattutto dei frati minori colpiti da lebbra (...). E
in loco permangono ancora molti frati dell'Ordine dei Frati Minori,
infetti da tal male».
Da un processo intentato nel 1344, si apprende che il lebbrosario fu costruito da S. Francesco, il quale «più volte si recò in detto ospedale a lavare i piedi ai lebbrosi e a visitarli», ed anche che «quello era l'unico ospedale per ricoverar frati lebbrosi e poveri che esistesse in tutta la regione».
Il gesuita padre Pietro Pirri,
in un suo studio rileva: «E' certo che l'ospedale, benché
governato nel temporale in modo autonomo dal personale che vi abitava,
restò per lunghi anni sottoposto alla giurisdizione dell'Ordine
francescano».
Padre Agostino da Stroncone, nella sua
Umbria Serafica, afferma: «Li nostri
frati hanno cura dell'ospedale di San Lazzaro in Valloncello,
diocesi di Spoleto (...)».
Papa Eugenio IV ("Etsi et debito",
6 giugno 1432), inoltre, scrive: «Da principio S.
Francesco essendo ancor vivo, e dopo di lui parecchi rettori
ed economi istituirono e costruirono l'Ospedale del Valloncello,
per ricetto ed ospitalità dei lebbrosi».
Da una pergamena dell'Archivio storico-diocesano
di Norcia, datata 1342, si ricavano particolari
notizie in merito all'Ospedale: i degenti avevano
la possibilità di vivere con le famiglie; l'unica limitazione
imposta ai lebbrosi era quella di non poter più lasciare il
lazzaretto.
Un antico privilegio, confermato da Eugenio IV
nel 1432, concedeva ai superiori dell'Ospedale
la facoltà di far ricoverare i malati di lebbra delle diocesi
di Spoleto, Camerino ed Ascoli
(anche se i parenti si fossero opposti).
All'Ospedale, nel 1452,
trovandosi in gravi difficoltà finanziarie, fu concessa la
facoltà di questuare in un vastissimo territorio comprendente
anche Milano e Venezia!
E' da precisare che negli elenchi dei Conventi francescani, S. Lazzaro del Valloncello, indicato come "Ospedale", è attribuito alla "Custodia della Montagna" o a quella del "Regno".
Nel 1490, Innocenzo
VIII decretò la soppressione del
lazzaretto, poiché, "Deo gratias",
andavano scomparendo i casi di lebbra.
Il luogo continuò ad essere nosocomio.
Più tardi, nel 1542, S. Lazzaro
del Valloncello fu affidato all'Ordine dei Gerosolimitani.
***
Il complesso, considerato
da molti "unico" lebbrosario francescano,
è un luogo reso irriconoscibile dai continui terremoti, che
si sono abbattuti su questa terra.
Sono ancora riconoscibili le due navate originali, coperte da volte
ogivali a crociera con costoloni confluenti su un pilastro cilindrico
centrale.
Un piccolo ambiente adibito ad oratorio,
vede sul proprio altare una tela del sec. XVII raffigurante la Madonna
con Bambino e Santi.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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