Arrone-Casteldilago
L'antico centro di Arrone sorge
su un colle roccioso, lungo la riva sinistra del fiume
Nera.
Il borgo, nel Medioevo, rivestì una
notevole importanza, poiché situato sulla via che collegava
il Ducato di Spoleto con la Sabina
e, quindi, con l'Abruzzo; nel 1240
vi sostò Federico II di Svevia.
Il paese, d'impianto urbanistico medievale, risulta assai pittoresco,
soprattutto nella sua parte più antica, detta "La
Terra": entrando in essa attraverso una bella porta
ogivale, subito ci si imbatte con la chiesetta gotica
di S. Giovanni, del sec. XIII, caratterizzata da una
bella abside poligonale, sulla quale si erge il campanile, e da apprezzabili
affreschi del sec. XV.
Da visitare la parrocchiale di S. Maria Assunta,
con bel portale del '400; al suo interno, a tre navate, divise da
arcate su pilastri, e tre absidi, sono custodite importanti opere
d'arte: affreschi di Vincenzo Tamagni e Giovanni da Spoleto (notevole
imitazione di quelli di Filippo Lippi nel Duomo di Spoleto); altri
affreschi di Scuola umbra del '500, e interessanti terrecotte anche
queste del '500.
Nei dintorni di Arrone sono altri piccoli
e pittoreschi paesi, degni di una breve visita: Casteldilago,
Torre Orsina, Collestatte,
Polino, etc.
***
Nella Bassa Valnerina,
tra Arrone e Casteldilago, è il Convento
di S. Francesco, esistente già nella seconda
metà del '200.
La prima notizia certa che lo riguarda, oltre la bolla
di Nicolò IV ("Licet is"
del 1291, con la quale il luogo riceveva
l'indulgenza), è la sua menzione nell'elenco di
Conventi francescani redatto da Paolino da Venezia,
intorno ai primi decenni del sec. XIV.
Tuttavia, l'ubicazione del Convento, in
posizione isolata, sia da altri fabbricati che dai centri urbani di
Arrone e Casteldilago,
può indurre ad ipotizzare che esso sia di origine anteriore
al generalato di S. Bonaventura da Bagnoregio
(1257-1274).
Le origini del complesso conventuale
di S. Francesco si ricollocherebbero, quindi, ai primi
stadi degli insediamenti francescani posti
presso le città, sicuramente a partire dal terzo decennio del
sec. XIII.
Conseguentemente, il corpo di fabbrica principale, che presenta le
caratteristiche costruttive del sec. XIV, è da ritenere già
una ricostruzione di un precedente piccolo edificio, di cui si è
perduta ogni traccia.
La chiesa è menzionata, successivamente, nel 1542, quando compare a segnare i confini del territorio comunale di Arrone.
Una pergamena del comune di S. Anatolia, datata 23 febbraio 1594, accenna ad un ciborio ligneo a tempietto del sec. XVI (tra i ruderi del vecchio Convento) - forse opera degli Angelucci di Mevale - con sulle porticine le immagini, quasi miniate, della Pietà e di due Angeli turiferarii (con in mano il turibolo, ossia il "porta-incenso").
I notai Antonio Bartoletti e Angelo De Angelis,
in data 30 marzo 1594, sentenziarono, in
nome della Camera Apostolica, un'ammenda di 100 scudi a 34 giovinastri
di Casteldilago, i quali, tumultuosamente,
avevano violato il sacro domicilio del Convento
(«turbatim rumorem impetum insultum fecerunt offensionemque
verbis»).
Le offese erano rivolte all'allora padre guardiano: frate
Girolamo.
Nel 1652 (15 ottobre), Innocenzo X emanò la bolla "Instauranda", che sopprimeva i Conventi con meno di dieci religiosi: ebbe così fine la vicenda francescana del Convento di Casteldilago-Arrone ( Nel 1696 l'ormai ex Convento compare nell'elenco dei beni del catasto di Casteldilago. Nella seconda metà dell'800 l'edificio fu finalizzato alle necessità dell'adiacente cimitero).
Utile sottolineare che nel sec. XVII compaiono anche
i limitrofi Conventi di Collestatte e di Ferentillo.
Il primo, dei Conventuali,
risulta inserito nella lista dei "conventini"
soppressi il 15 ottobre 1652 da papa Innocenzo X;
successivamente fu sede di religiosi del Terzo Ordine.
Il secondo, dedicato a San Magno, venne
dimesso nel 1626; successivamente vi si
insediarono i Cappuccini.
***
La chiesa di S. Francesco in Casteldilago
è preceduta da un portico a tre fornici,
i cui archi poggiano su pilastri; superiormente si estende un loggiato,
che presenta la stessa scansione dell'anzidetto portico.
Le caratteristiche di questo avancorpo lo fanno ritenere un'aggiunta
posteriore al nucleo originale della chiesa.
Il fabbricato conventuale, che si estende sul fondo meridionale della chiesa, comunica con essa attraverso la sacrestia, la quale, posta sul retro del presbiterio e di dimensioni pressoché uguali a questo, risulta anch'essa aggiunta posteriormente.
Il Convento ha subìto
complesse vicende costruttive dal sec. XVII all'inizio del sec. XX:
nella chiave di volta del portaletto, sul
fianco meridionale del Convento, è
leggibile infatti la data 1911; questa parte
di fabbricato si sviluppa su tre piani.
Al piano seminterrato si trovano due locali
adibiti, nei "felici remoti", a magazzini
o a rimesse; al piano terra
si situano, oltre ad un grande locale con camino, già cucina
dei frati, dei locali adibiti ad "offizine",
a refettorio e "sala capitolare".
Una scala adduce al piano superiore, dove
sono situate una serie di stanze, rappresentanti il dormitorio
dell'edificio..
La tecnica muraria è in blocchetti di pietra calcarea, malamente squadrati, ad eccezione dei pilastrini del portico della chiesa, ed allettati con malta di scarsa coesione. Un ugual parametro murario si può intravedere all'interno, al di sotto dell'intonaco.
Quasi inesistenti le decorazioni esterne, salvo
le modeste cornici d'imposta degli archi del corpo anteriore della
chiesa e del portale d'ingresso
archiacuto, con archivolto piuttosto semplice.
La copertura del presbiterio consiste in
una volta a crociera costolonata, mentre la navata è coperta
con tetto a due falde, sorretto da capriate lignee a vista, sicuramente
non originali, perché un'iscrizione dipinta sulle pianelle
del tetto, si riferisce ad un restauro eseguito nel 1713.
La chiesa, a navata unica,
caratterizzata da un presbiterio quadrato
e retrostante sagrestia della stessa forma,
è del tipo a fienile, semplice, ad aula rettangolare con cappella
assiale quadrata e copertura a capriate.
L'organismo originario, molto semplice, con pavimento in cotto e capriate
in vista, fu arricchito alla fine del sec. XVI da due
altari, decorazioni a stucco
e pitture manieristiche, soprattutto sulla
parete di fondo e nel presbiterio.
Un'iscrizione collocata sull'imposta sinistra
dell'arco trionfale, indica che queste opere furono eseguite nel 1584.
Recentemente restaurati sono: resti di affreschi riferibili alle Storie di S. Francesco e una pittura raffigurante S. Valentino con in mano Casteldilago; quest'ultima opera sottolinea come il primitivo nucleo abitato si fosse sviluppato intorno alla Pieve di S. Valentino, sorta sul luogo ove si era ritirato in preghiera un gruppo di eremiti profughi della Siria, i quali avevano poi dato vita, come nel caso della vicina S. Pietro in Valle, ad un modesto centro associato.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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