S. Veronica Giuliani
Veronica Giuliani, al secolo Orsola,
è una delle più grandi mistiche della storia.
Ebbe numerose rivelazioni e ricevette le Stimmate.
Nata a Mercatello sul Metauro, presso Urbino,
nel 1660, visse cinquant'anni nel Monastero
delle Clarisse di Città di Castello.
Entratavi diciassettenne, vi morì nel 1727,
dopo essere stata cuoca, infermiera, maestra delle novizie e badessa.
All'autopsia risultò che il cuore era trafitto da parte a parte.
Dopo aver ricevuto le piaghe della Passione di Cristo,
infatti - rivela nel diario spirituale - «piansi molto e con
tutto il mio cuore pregai il Signore di volerle nascondere agli occhi
di tutti».
Nulla sapremmo delle esperienze di Veronica, se il direttore
spirituale non le avesse ordinato di trascriverle. Lo fece per 30 anni
e il risultato è il "Tesoro nascosto",
pubblicato in 10 volumi dal 1825 al 1928.
Veronica morì nel Venerdì Santo, dopo 33
giorni di malattia.
E' Santa dal 1839.
Si potrebbe domandare come si possa immaginare di eleggere "Dottore della Chiesa" chi non ha studiato testi di alta teologia come Veronica. La risposta è semplice: ha avuto il miglior Maestro che si possa desiderare: Gesù, che le ha fatto vivere la Sua Passione, che è stato il suo Sposo e, dopo il difficile cammino terreno, l'ha portata con Lui, nell'alto dei Cieli.
Del resto la stessa considerazione vale per S. Teresa di Lisieux, anche lei proclamata "Dottore della Chiesa", nel 1997, da Giovanni Paolo II.
Veronica Giuliani insegna a cosa serve la sofferenza, se viene offerta a Dio; se la si "unisce" ai patimenti del Cristo.
Proprio quel dolore al quale noi esseri umani cerchiamo sempre di sfuggire, è stato il fulcro della vita di questa mistica, che si è immolata come vittima per salvare tante anime.
Dal canto nostro, come possiamo rapportarci ad una tale figura, che sconvolge ed allo stesso tempo spaventa?
Dovremmo, forse, rivedere il nostro modo di pensare, troppo attaccato ai beni di questo mondo, e, soprattutto, il nostro modo di agire che non sempre rispetta il volere di Dio!
Chi era Veronica?
Nel vasto splendido paesaggio di persone dalle caratteristiche fuori dal comune, di Santi dalle doti eccezionali, non solo per i miracoli da loro compiuti (per i quali tendono ad essere venerati da chi impetra grazie), ma per l’amore da essi portato a Dio, fino al punto di annullare completamente se stessi, Orsola Giuliani, chiamata dopo aver pronunziato i voti, Veronica, rappresenta uno degli esempi più eclatanti, non solo di elevazione spirituale, ma di lotta estenuante contro la propria corporeità, che, ella stessa, definisce «l’umana parte», in virtù dei progetti che Gesù, sia tramite visioni che ispirazioni, dimostra di avere per la sua esistenza.
Non si è tirata indietro dinanzi a nulla: anche alle peggiori pene corporali inflittele dai confessori che, credendola addirittura una creatura demoniaca, misero a dura prova la sua forza.
Ella, però, oltre a desiderare di patire sempre più, per vivere nel suo corpo la Passione del suo Sposo Celeste e per salvare le anime del Purgatorio, ebbe sempre un atteggiamento di totale umiltà e, soprattutto, di obbedienza verso i suoi padri spirituali, obbedienza alla quale si deve la stesura del suo voluminoso diario, che consta circa di 22 mila pagine raccolte in dieci volumi, oggi conservati nella biblioteca di Città di Castello, dove visse la maggior parte di vita da religiosa nel Monastero delle cappuccine.
Il primo ad imporle di scrivere un’autobiografia, con il comando di non rileggere né meditare su quanto la penna scrivesse sul foglio, fu il suo confessore padre Ubaldo Cappelletti, filippino, seguito anche dai confessori che gli succedettero e da lei eseguito alla lettera, nonostante le innumerevoli difficoltà affrontate durante la stesura, che la portarono, spesso, a doverne riscrivere varie sezioni da capo e, soprattutto, nelle ore notturne, dato l’instancabile lavoro diurno.
Il diario fu pubblicato con il titolo dato da mons. Annibale Maria di Francia (1851-1927): "Tesoro nascosto", negli anni 1895-1926, e vide la collaborazione, per i primi otto volumi, del gesuita padre Pietro Pizzicarla ( 1895-1905 ) e per gli ultimi due del prof. Umberto Bucchioni ( 1881-1946 ).
Il titolo della maestosa opera spinge anche a vederne il significato recondito: "Tesoro nascosto", sì, perché le perle più rare si trovano nelle ostriche più ermeticamente chiuse, o celate; tesoro nascosto come è vissuta Veronica, chiusa in un Monastero, ma non per questo distaccata da ciò che avveniva fuori, anzi prendendo su di sé le colpe del mondo e sottoponendosi alle più ardue pene, per ottenere la conversione dei peccatori; eppure voleva restare nascosta.
Per la sua grande umiltà avrebbe desiderato, pur sentendone il dolore e lo strazio nel suo fisico, che le sue stimmate non fossero evidenti segni nel suo corpo sentendosene indegna, ma i disegni di Dio su di lei erano altri: doveva rappresentare la figura vivente della Passione di Cristo, della vera anima bruciante di amore per Lui.
Veronica ha sempre "bruciato" d’amore per il suo Sposo, fin da quando fu ammessa, il 2 febbraio del 1670, all’età di dieci anni, alla Prima Comunione, durante la quale sentì un fuoco così immenso nel suo cuore - anche durante il ritorno a casa -, da indurla a domandare, sia alla madre che alle sorelle, quanto durasse quello "stato", non rendendosi conto, sia per l’età, sia per la sua innata semplicità, che il dono ricevuto non fosse comune a tutti: era Gesù, che, come le aveva già preannunziato quando lei era ancora in fasce, voleva chiamarla ad una esistenza fuori dal comune, accanto a Sé, ma per rispondere alla Sua chiamata, lei sarebbe dovuta essere pronta a dover soffrire molto in questa dimensione terrena.
Veronica, per i credenti, dovrebbe rappresentare un esempio da emulare, se non per le innumerevoli pene corporali che si è inflitta (tanto da farla giudicare non sana di mente da alcuni studiosi del secolo scorso, e rendere il suo processo di canonizzazione molto complesso), per il valore dato da lei al dolore: come affronteremmo le prove dolorose nella nostra vita se pensassimo non solo di offrirle a Dio, ma di partecipare con il nostro dolore alla Passione di Cristo? Forse affronteremmo con maggiore calma e spirito di sacrificio le avversità poste innanzi a noi sul nostro cammino, unendoci spiritualmente a Gesù, il quale, nel Vangelo, ci invita a portare il giogo con Lui!
Tutta l’esistenza di S. Veronica, sin dal grembo materno, è permeata di prodigi: già durante la gravidanza la madre, Teresa Mancini, donna di spiccata religiosità - che aveva avuto altre sette figlie, di cui due spirate neonate -, avvertiva un inspiegabile senso di "fuoco" nel suo ventre, come se presagisse che il nascituro, o la nascitura, fosse un essere speciale: mai istinto materno si dimostrò più attendibile!
La piccola Orsola nacque il 27 dicembre del 1660, a Mercatello (Pesaro), e non aveva ancora compiuto un anno quando, estasiata da un’immagine della SS. Trinità, camminò per raggiungerla a tutti costi, restandone in contemplazione per ore, rapita, come hanno dato testimonianza la madre e le sorelle.
Se si volessero descrivere tutte le doti straordinarie della bimba, non basterebbero interi volumi, per tal motivo ci limiterermo ad esporne i casi più eclatanti che ci aiutino a comprendere la natura della Santa e la sua capacità di cardioknosia, grazia datale dal Signore fin dalla tenera età di un anno, quando, in braccio alla balia, si rese conto che un venditore la stava truffando non dandole il giusto peso dell’olio che stava comprando, e la piccola, sgomentando sia il commerciante che i presenti, gli intimò di rendere la giusta merce, perché Dio lo stava guardando! A quell’età, sembrò allora, come in effetti sembrerebbe anche oggi, un fenomeno inspiegabile, utile per far risvegliare la coscienza del disonesto commerciante; del resto, come affermava S. Caterina da Siena, con termini di saggezza popolare: la nostra coscienza è paragonabile ad un cane che non smette mai di abbaiare, è la voce di Dio, quindi, prima o poi, la si ascolta.
Orsolina cresceva ascoltando le pie letture della madre sulle agiografie, restando maggiormente colpita da quella di S. Rosa da Lima, dal suo offrirsi come vittima di espiazione per i peccati del mondo, dal suo amore "folle" per Gesù, per quello stesso Gesù del quale Orsola già aveva visto l’immagine nell’Ostia Consacrata, e non solo: il suo rapporto con Cristo e con l’Eucaristia era così speciale da far sì che, prima di ricevere la Prima Comunione, la piccola capisse dall’odore che emanavano la madre e le sorelle, quando si erano appena comunicate, impazzendo e correndo per la gioia, nella speranza di poter al più presto ricevere Gesù dentro di lei.
Non aveva ancora compiuto quattro anni quando, vedendo il sacerdote portare la Santa Ostia alla madre malata e supplicandolo di darLa anche a lei, alla risposta che non fosse possibile perché ne aveva solo una, sbalordì tutti affermando che anche in un "pezzettino", in una particola, era presente Gesù!
Chi poteva averle fatto comprendere una verità tale se non lo Spirito Santo?
Anche se i virtuosi insegnamenti materni, di sicuro, contribuirono alla sua educazione nell’amore per Dio e per il prossimo (del resto anche altre due sorelle presero i voti), il suo modo di amare il Signore era singolare: andava sempre più verso l’annientamento del suo "ego", sempre più verso il desiderio di patire, anche spinta dalla voglia di prendere su di sé le sofferenze di Cristo, fino al punto di arrivare, in modo puerile data la tenera età, a togliere, da un alto Crocifisso, i chiodi dalle mani, rischiando di farsi molto male, ma, già così precocemente, voleva temprarsi al dolore fisico: quando una sorella, erroneamente, le chiuse le dita in una porta, la piccola ne fu felice, non pianse, non si disperò, pensando di offrire quel terribile dolore a Dio.
Durante la sua infanzia amava costruire altarini per Gesù e la SS.ma Trinità, venerandoli e spingendo anche chi le stava intorno, compresi i poveri ai quali sempre donava qualcosa, a fare altrettanto.
Lo spirito di carità era tanto presente in lei, da riuscire ad assoggettarne la parte "umana" di bambina anche attratta dai beni materiali, e ne dà testimonianza un episodio in cui, pur essendo legatissima ad un paio di scarpette nuove, non avendo altro da poter dare ad un bisognoso, gliene rese prima una ed al lamento dell’uomo che le rispose di non saper cosa farne senza l’altra, senza rifletterci troppo rimase scalza.
Anni dopo, quando lei lamentandosi dei suoi difetti e sentendosi indegna per i suoi peccati, li confessava apertamente, oltre che alle sue consorelle, a Gesù stesso, in una visione la Vergine Maria le confidò che fin da piccola era stata caritatevole, confessandole che il povero al quale aveva donato le scarpette altri non era che il suo Santo Figlio.
Nonostante ciò il cammino che la Madonna e Gesù le avevano illustrato era pieno di dolori e di sofferenze, che lei avrebbe dovuto accettare con pazienza, sempre per sentirsi sempre più vicina a Colui che, fin da bambina, aveva desiderato essere il suo Sposo.
A tal riguardo non mancarono difficoltà ed ostacoli per raggiungere tal scopo, sia per la sua natura umana che le poneva spesso dei dubbi, facendole apprezzare i beni materiali, sia per la determinata opposizione del padre, Francesco, a che lei entrasse in Monastero.
La madre morì quando Orsola aveva quattro anni, e prima di rendere l’anima a Dio affidò spiritualmente le cinque figlie alle cinque piaghe di Gesù, piaghe che Orsolina "sentiva" più di ogni altro, avendo già avuto un’apparizione di Gesù sofferente.
Rimasto vedovo, il padre si trasferì a Piacenza, dove Orsola ricevette la Prima Comunione e cominciò a dedicarsi sempre più all’orazione, anche se veniva costantemente spinta, dalle persone circostanti, a fare una vita mondana.
Intorno ai tredici anni ritornò alla natìa Mercatello, continuando instancabilmente a manifestare la sua volontà di monacarsi, sostenuta dalle apparizioni di Gesù, che le intimava di stare "posata", perché sarebbe diventata sua sposa.
Anche una delle due sorelle suore cercò di farla desistere da quel proposito, consigliandole di formare una famiglia, consiglio al quale lei rispose prontamente citando il comportamento di S. Chiara, la quale, non osteggiò, ma aiutò la sorella S. Agnese nel conseguimento della sua aspirazione di volersi dedicare totalmente a Dio.
All’età di 17 anni, superando, con un’accorata lettera di suppliche, le ultime resistenze paterne, il 17 luglio del 1677, entrò nel Monastero delle Cappuccine di Città di Castello, dove, il 28 ottobre, ricevette l’abito religioso ed il 1° novembre fu ammessa alla professione.
Alla cerimonia assistettero, nutrendo ancora la speranza che mutasse idea all’ultimo momento, molti che l’avevano chiesta in sposa e che lei aveva sempre rifiutato fermamente, restituendo, talvolta, anche in modo brusco, ogni sorta di dono.
La gioia provata durante la professione dei voti neanche lei stessa riuscì a descriverla con semplici parole: stava coronando il suo sogno di sempre, essere la sposa di Cristo, ed anche in quella circostanza fu vista cadere in estasi da una delle consorelle nel momento dell’orazione.
Come già detto, il suo nome di battesimo, Orsola, fu cambiato in Veronica non solo in onore alla Veronica che asciugò il volto sanguinante di Cristo, ma anche per l’etimologia del nome che significa: "Vera immagine" (nel suo caso, anche "portatrice di vero"); qual migliore soggetto fu più idoneo ad una tale missione?
Veronica non si tirava indietro dinanzi ad alcuna difficoltà per affermare la verità, anche quando si trattava di realtà ritenute da lei "scottanti", come i segni della passione di Gesù nel suo corpo, che, non solo, si sentiva indegna di avere, ma temeva fossero frutti del demonio, ed a questo proposito parlarne con i confessori le creava non poche difficoltà.
L’obbedienza, nella quale visse tutta la sua esistenza, aveva la meglio sulle sue umane preoccupazioni, fino al punto di dover dimostrare le sacre ferite anche superando il suo senso del pudore, dovendo mostrare quella del costato ai sacerdoti, i quali, increduli, cominciarono a convincersi della natura divina di quei fenomeni, e non di natura diabolica, come erroneamente si pensò in un primo momento, quando la povera religiosa fu reclusa nella sua cella senza neanche potersi comunicare.
Lo stesso atteggiamento della Santa avrebbe dovuto indurre a comprendere che non potesse essere posseduta da spiriti immondi: era sempre umile, sempre disposta a compiere senza indugio i servizi più umili e faticosi, non sentendo la fatica pur essendo di salute cagionevole. Anche quando, pur non volendo a causa del suo sentirsi sempre indegna (ella stessa si definiva un’anima "ingrata" alla quale Dio aveva dato tante grazie), fu eletta maestra delle novizie nel 1694, per trentatré anni, e badessa per undici anni, dal 1716 fino al 7 giugno del 1727, quando l’essere colpita da apoplessia le impedì di continuare ad esserlo, non disdegnò di continuare a svolgere gli uffici più pesanti.
Durante il periodo in cui Veronica fu badessa del Monastero, nulla fece mancare alle sue amate consorelle, né di materiale né di spirituale, e, chi lavorava per loro, aveva sempre la giusta paga, anche se, per attenersi totalmente all’esempio di quello che lei definiva il "padre" S. Francesco, chiese la concessione al Vescovo che fosse lui ad amministrare il denaro, in modo che lei potesse vivere appieno la sua povertà; povertà che rendeva sempre più tale conservando per lei gli abiti più logori, le coperte più misere, lasciando invece che le consorelle vivessero, seppur in povertà, non sottoposte a restrizioni tanto pesanti quanto le sue.
Anche per quanto atteneva al rapporto con il cibo, i confessori, più volte, la invitarono a non esagerare con il privarsene, ma quando si resero conto che era veramente una volontà divina che ella si immolasse come vittima per l’espiazione dei peccati del mondo e per la salvezza delle anime del Purgatorio, le diedero licenza di continuare nel nutrirsi pochissimo.
Ebbero anche prove certe di un miracoloso liquore datole come sostentamento direttamente da Gesù, e non potevano esimersi dal constatare che l’aspetto fisico di Veronica non evidenziasse le sue sofferenze corporali.
Le pene che si infliggeva erano talmente terribili da segnare il suo corpo a tal punto da farne rilevare, "post mortem", i segni, non confondendoli con quelli di natura sovrannaturale. Il suo volto, però, era sempre sereno ed il suo atteggiamento sempre gioviale.
Emanava una chiara luce, proprio come la sua Santa "madre" Chiara: in più occasioni durante le orazioni, fu vista irradiata di luminosità.
Veronica nella sua esistenza ha dato una splendida testimonianza di come si possa patire moltissimo, senza assumere un atteggiamento di sofferenza, senza volersi aggiudicare gli encomi del prossimo.
Nonostante il suo precario stato di salute, si dedicava strenuamente alla cura delle consorelle ammalate, sopportando non solo, i disagi creati dal loro stato fisico, ma anche, talvolta, il loro cattivo umore, in special modo, una di esse, ogni qual volta era da lei assistita, non faceva altro che ricoprirla di ogni tipo di insulti, ma l’atteggiamento della Santa, sempre paziente, sempre amorevole, la indusse a pentirsi di quell’assurdo comportamento, scusandosene.
Questo era il pensiero che accompagnò tutta l’esistenza di Veronica: il volersi conformare in tutto a Cristo, sentendo tutta la finitezza del suo essere un’umana creatura dinanzi all’Essere infinito.
Il suo diario, che rappresenta uno splendido testamento spirituale, è gremito di sentimenti di ricerca, non di un patire fine a se stesso, ma volto a completare, con il suo dolore, la Passione di Cristo; inoltre, ci si rende conto di quanto si senta "peccatrice", nonostante, a dire dei suoi padri spirituali, non avesse altro che piccoli difetti.
Un ennesimo esempio di semplicità e di umiltà, è confermato dalle varie confessioni pubbliche, nelle quali si scusava pubblicamente con le consorelle, definendosi la più "misera". Arrivò anche a scusarsi per essere stata un cattivo esempio per il Monastero!
Neanche i miracoli che compì già in vita la indussero a sentirsi minimamente migliore: durante il periodo in cui fu badessa si hanno testimonianze sulla moltiplicazione miracolosa di frutta, uova, formaggio, e sia i confessori che le consorelle ebbero sempre maggiori prove di come leggesse nei loro cuori, anticipandone non solo i pensieri, ma anche eventi del loro futuro.
Tutti questi doni, compreso quello della profezia, non facevano altro che farle lodare Dio, comprendendo che fosse Lui l’artefice di tanti prodigi, e che lei si dovesse solo limitare a fare la Sua volontà.
Quanto si dovrebbe imparare da quest’umile atteggiamento: proprio noi, che cerchiamo sempre di primeggiare e, talvolta, dimentichiamo che se non fosse stato Dio ad elargirci tante grazie, forse, non staremmo neanche qui. Ma, come, purtroppo, avviene, per il male, anche il bene è contagioso, e, nel Monastero dove visse Veronica, molte sue discepole, tra le quali Maria Maddalena Boscaini (1704-1765) e Florida Cevoli (1685-1767) sono morte in concetto di santità.
Non influì poco l’educazione impartita dalla Santa nell’aiutare le anime delle figlie spirituali nell’incontro con Dio: la severità, l’austerità applicate con se stessa, venivano mutate in tenerezza verso le altre che curava amorevolmente, nel corpo e nello spirito, e dalle quali otteneva facilmente confidenze intime che erano utili acciocché potesse consigliarle per il meglio.
Testimonianza dell’amore di Veronica, non solo per chi le viveva accanto, ma per tutto il prossimo, anche per quelli considerati "infedeli", è testimoniato dal suo chiedere a Dio la concessione di poter prendere su di sé ogni male per la guarigione degli ammalati, per salvare le anime del Purgatorio e per la conversione di tutti.
Avendo avuto la visione, sia dell’Inferno che del Purgatorio, ed essendone rimasta sconvolta, offrì di porsi alla "porta dell’Inferno", volendo sopportare qualsiasi martirio, pur di evitare a qualunque anima di entrarvi.
Errato sarebbe credere che Veronica, nell'occuparsi degli aspetti spirituali, dimenticasse del tutto quelli temporali: governò benissimo il Monastero, ampliandone il dormitorio, introducendo acqua in abbondanza per la cucina, per le infermerie e per l’irrigazione dell’orto, ed eresse una cappella dedicata alla Madonna del Rosario.
Il demonio non poteva restare indifferente a tutto questo, ed era solito perseguitarla in ogni modo, nella speranza che ella desistesse dai suoi santi propositi, a causa della pesantezza delle ardue prove che si trovava ad affrontare; "Belzebù" arrivava a renderle la vita impossibile, prendendo anche le sembianze del suo Angelo custode e del Crocifisso.
Ma è dalle frasi pronunziate dal maligno, che Veronica riusciva sempre a comprendere i suoi inganni meschini, anche se ne chiedeva sempre conferma ai suoi confessori, temendo, a volte, di confondere divine apparizioni con segni diabolici. In questo riconoscimento fu molto aiutata sia dai padri spirituali che dalla Madonna, la quale non mancò mai, durante tutto il corso della sua dolorosissima esistenza, di farle sentire il suo amore materno, aiutandola anche a porre rimedio agli attacchi demoniaci che, sovente, distruggevano i suoi scritti, i quali, con fatica e nelle ore notturne, Veronica, doveva scrivere da capo.
Nulla, però, era più dolce di avere per maestra la Madre Celeste, la quale le promise di aiutarla sia nella stesura del suo diario che nella direzione del monastero. Sostegno che non le fece mancare quando, per ordine del Santo Uffizio, specialmente negli anni 1700 e 1714, fu sottomessa a dure prove, segregata dalla comunità e sospesa dalla Santa Comunione, che le fu portata sia dagli Angeli che per mano dello stesso Gesù.
Tutto ciò avveniva perché, dati i fenomeni prodigiosi di cui era testimone, veniva sospettata di simulazione e di possessione diabolica. Il tempo però, e soprattutto le azioni di Veronica, non tardarono a convincere della sua santità anche chi l’aveva sottomessa alle prove più terribili, non stimandola tale.
S. Veronica è un chiaro esempio dell’azione dello Spirito Santo: quando supplicò il prelato di accettarla nell’Ordine delle cappuccine, e questi le chiese di leggere in latino,ella, pur non sapendolo fare, alla presenza anche di suo zio, lesse perfettamente le sacre scritture, tra il grande stupore dei presenti.
E’ lo stesso Gesù che, in una visione, le intima di non avere altro libro che non sia Lui stesso.
Di ciò si deve tener conto, leggendo i suoi scritti, densi di spiritualità e di amore veemente per Cristo, quell’amore che, descritto nelle poesie, riconduce quasi a quella tenerezza che si può rilevare nei sentimenti adolescenziali, non confondendoli con quelli della Santa, che, pur avendone l’aspetto, sono di tutt’altro genere avendo la profondità del vero “fuoco” dell’amore immortale.
Le sue composizioni venivano anche cantate o recitate nel Monastero, in periodi nei quali ci si preparava alla Quaresima, o in altri tempi di penitenza; per tal motivo alcuni sono scritti in forma di dialogo tra più personaggi, per far sì che molte suore potessero prender parte alle rappresentazioni.
Durante tutto il periodo in cui fu religiosa, S. Veronica seguì con tenerezza ed amore la crescita spirituale delle sue consorelle e, non imponendo loro le stesse mortificazioni che riservava solo a se stessa, cercava, con le parole e in particolar modo con il suo atteggiamento, di invogliarle ad amare Dio al di sopra di tutto.
Quando, ancora giovinetta, entrò in Monastero, spesso piangeva durante la notte, e confidò alla madre badessa, che ciò avveniva per la sofferenza provata al pensiero che qualcuno amasse il Signore più di lei.
Ciò può sembrare un controsenso: proprio lei che desiderava ardentemente che tutti fossero vicini a Dio, soffriva al pensiero che lo fossero più di lei? Lo spiega la stessa Santa, affermando che, pur continuando a desiderare che le sue consorelle e tutta l’umanità si avvicinasse a Dio, il suo sentirsi sempre “indegna” creava in lei sentimenti di frustrazione, che la portavano a temere di essere da Lui lontana.
Il componimento riportato di seguito si commenta da solo per chi ha meditato sull’eterno conflitto tra la “carne” e lo spirito, di cui ha parlato ampiamente S. Paolo: «La carne ha desideri contrari allo Spirito, e lo Spirito ha desideri contrari alla carne. Queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste» (Galati 5, 17-18), ed ancora: «Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Romani 7, 21-22).
Il diario di S. Veronica è gremito di scritti su quest’argomento, soprattutto sugli innumerevoli combattimenti del suo intimo, finiti con la vittoria della sua santità, frutto dell'azione dello Spirito Santo.
La composizione che segue venne da lei redatta mentre svolgeva le faccende domestiche da giovinetta, e fu recitata, nel tempo di preparazione alla Quaresima, insieme alla sua consorella suor Chiara Felice.
Combattimento fra l’umanità e lo Spirito
1.
Spirito: O dolce mio Signore,
voglio star dentro al tuo Cuore.
Umanità: e tocca penare
e star tra mille pene.
2.
Spirito: Giesù mio caro Bene,
se posso in te posarmi
di nulla io vo curarmi.
Umanità: Mi sento consumare
non so dove posare.
3.
Spirito: Il riposo che bramo io
non lo trovo altro che in Dio.
Umanità: Tra croci e tra dolori
non trovo mai ristori.
4.
Spirito: Tra croci e patimenti
io trovo i miei contenti.
Umanità: O poverina me!
Non è niun per me.
5.
Spirito: Che cosa importa a te?
Mentre io sto nel mio centro
non vò pensare a te.
Umanità: Già mi avveggo bene io
che tu mi hai già lasciata,
afflitta e sconsolata.
6.
Spirito: Io dico: Davvero
facciamo un poco i patti
di far poche parole
e molti fatti.
Umanità: I patti che vò fare:
non vò che tu mi privi di parlare,
che qui trovo ristoro.
7.
Spirito: Già m’avveggo del tuo errore:
che per il tuo ciarlare
mi levi dal Signore.
Umanità: Sto qui com’in prigione,
rinchiusa tra queste mura,
e poi ho da stentare.
8.
Spirito: Tu mi vuoi rovinare
con tanti ciarlamenti;
non do' retta ai tuoi lamenti,
in Dio vò sempre stare.
Umanità: Ora mi veggo morta,
mentre tu mi fai guerra,
senza nessun conforto.
9.
Spirito: Non occorr lamentarsi:
ti vò ben flagellare;
cheto, cheto voglio stare.
Umanità: S’aggiungono sempre pene:
Oh! Che sarà di me!
10.
Spirito: Cosa importa a te?
Se immerso sto in Dio,
lì solo è il mio desìo.
Umanità: Se tu mi dai licenza,
pigliarò un po’ di ristoro
per aver maggior vigore;
ma per tutto trovo assenzio.
11.
Spirito: O dolce vivanda
é il patir che Dio ci manda!
Umanità: Con tante tue astinenze
tu mi fai consumare;
farò da te partenza;
or lasciami un po’ stare.
12.
Spirito: Oh! Non sai quel che tu fai:
se stai senza di me,
tu morirai.
Umanità: Io ho poca sanità,
e tu, senza pietà,
mi fai faticare.
13.
Spirito: Ohimè, come tu sei!
Dirò a Giesù, mio bene,
che mi aggiunga più pene.
Umanità: Se mi dai riposo,
mi dai un letto duro
che appena si può stare.
14.
Spirito: Anzi, da qui avanti
ti vò far dire il vero:
or muta un po’ pensiero,
seguimi avanti.
Umanità: Questo ruvido sacco
fa ben scorticare,
e tu non hai pietà.
15.
Spirito: Non do' mente ai tuoi deliri:
tu mi vuoi rovinare con tanto dire.
Umanità: Sai quel ch’io ti dico?
Se mi vuoi contentare,
seguita il mio parere, non dubitare.
16.
Spirito: Tu sai quel che tu dici:
però inviti me.
Or lasciami un po’ patire:
non importa a me di te.
Umanità: Or m’avveggo che a poco a poco
mi vuoi mettere nel fuoco
a consumar. Ohimè, come ho da fare!
17.
Spirito: Se tu mi vuoi venire,
ti metterò sovente
nella fornace ardente
del patire.
Umanità: Tu sei molto costante:
or tirami avanti,
teco verrò.
18.
Spirito: Non mi fido di te:
tu sei ingannatrice.
Or resta un po’ da te.
Umanità: Se tu mi dici il vero
che soave è il patire,
verrò dietro di te;
se no, mi fai morire.
19.
Spirito: Ora non dubitare
la morte che hai da fare:
non hai pensare a te,
il dominio ha da stare
sopra di me.
Umanità: Io son pronta al tuo comando,
fa di me quel che tu vuoi,
non voglio andare piè errando.
20.
Spirito: Non voler dubitare:
sta pure allegramente,
che ti darò contento.
Umanità: Aggiungi penitenze,
cerca pur travagli e pene,
che tutto sarà poco
pel sommo eterno Bene.
21.
Spirito: Ora prendo dominio, e ti comando:
seguimi pure senza nessun timore;
ti vò menare al Cor di tutti i core.
Umanità: Io mi fido di te:
mi soggetto per morta,
non m’importa
a me di me.
22.
Spirito: Or lascia indietro l’Io,
se vuoi venire a Dio.
Umanità: Sento che si lamenta,
non vuol restare addietro,
vorrebbe venir meco.
23.
Spirito: Non vò che ci rovini.
Or lascialo un po’ stare;
seguita pure, non dubitare.
Umanità: Or senti il gran clamore?
24.
Spirito: Lascialo pur ciarlare.
Umanità: Digli quattro parole.
25.
Spirito: Questo lo voglio fare.
Umanità: Sgridalo pur bene.
26.
Spirito: Or sai quel che ti dico?
Tu sei il traditore e mio nemico.
Umanità: Tu mi hai pur detto il vero;
che tra tormenti e pene
si trova il vero bene.
27.
Spirito: Tra croci e patimenti
si provan gran contenti.
Umanità: Or vi lascio, piaceri terreni,
siete vani e menzogneri;
non mi cercate più,
perché io vado a Giesù.
28.
Spirito: Or così tu devi fare:
a me piace il santo zelo.
Orsù, dunque, andiamo al cielo!
Umanità: Addio, mondo, coi tuoi seguace:
io ti lascio e resto in pace.
29.
Spirito: Finchè stai in questo terra
proverai una gran guerra:
grida pur, ma sempre più:
tutto è poco per Giesù!
Umanità: Or che ho trovato il vero Amore,
sento ormai che a questo core
il patir, benché sia amaro,
li par dolce e assai caro.
30.
Spirito e Umanità: Su dunque, con allegrezza,
andiam con gran prontezza
collassù nell’ampio polo
lì fermiamo il nostro volo.
Durante il processo di canonizzazione, proprio
gli stessi confessori che l’avevano messa a dura prova, furono i
più strenui sostenitori delle sue virtù. Essi non poterono
che affermare, con la loro testimonianza, la veridicità dei miracolosi
segni portati da Veronica nel suo corpo: la ferita
nel costato, la corona di spine,
le stimmate, ed anche i segni della
Passione impressi nel suo cuore e fatti da lei disegnare
da una sua consorella, trovarono riscontro nell’autopsia.
Nonostante i segni "esteriori", che
contribuivano a farla apparire un essere speciale, quello che ha inciso
sulla sua figura di mediatrice e, soprattutto, di vittima immolata per
la salvezza degli altri, era il suo desiderio di far provare a tutte le
anime un amore per Dio tanto immenso, da indurle a servirlo e ad allontanarsi
dal peccato.
Tutte le sue azioni, infatti, le compiva «a maggior gloria di
Dio», cercando di abolire, riconoscendole ed enfatizzandole,
anche le minime sue colpe, inducendo le sue consorelle a seguire il suo
comportamento, non mortificandole con le parole, ma agendo sempre in modo
umile e dolce, spingendo il loro spirito ad elevarsi.
Il voluminoso diario da lei redatto è
la testimonianza più importante di tutta la sua esistenza, e comprende
anche numerose lettere (alcune delle quali irreperibili in quanto vennero
utilizzate come reliquie) e varie poesie spirituali, in cui viene ancora
una volta sottolineato il suo "folle", "bruciante"
ed "ardente" amore per Dio.
Come le aveva predetto Gesù, dopo 33 giorni di terribile agonia,
Veronica lasciò questa terra la sera del 9
luglio 1727, chiedendo anche il consenso di morire al suo
confessore, per dimostrarsi obbediente fino all’ultimo momento!
Fu beatificata da papa Pio VII l’8
giugno 1804 e canonizzata dapapa
Gregorio XVI il 26 maggio 1839, dopo un lungo
Processo, necessario per esaminare minuziosamente tutti gli innumerevoli
fenomeni mistici, evitando, in tal modo, che gli illuministi del secolo
potessero accusare la Chiesa di eccessiva credulità.
Le sue composizioni, di carattere mistico-ascetico, sono pregnanti dell'amore
rivolto a Gesù, dell’accettazione del patire per unirsi in
tutto a Lui, e danno testimonianza anche del particolare rapporto che
ella aveva avuto, sin dall'infanzia, con il suo amato Sposo: nel suo voluminoso
diario sono raccolte molte testimonianze di
visioni, nelle quali Gesù le parla apertamente, mentre lei lo contempla
estasiata e meravigliata di avere tanto onore.
"A Giesù"
Voglio chiodi e non carezze, voglio spine e non vò rose,
voglio croci e non dolcezze: quest’è il don di vostre spose!
Voglio mio caro Bene, tutto piaghe, o mio Giesù;
voglio morti e voglio pene, né mi curo di altro più.
Laus Deo.
(Dal Diario di S. Veronica Giuliani, vol. X, p. 645).
In questa poesia è palesata la sua brama di patire, ma per poterne
comprendere il significato, si deve ricollegare a tutto il suo diario,
a tutta la sua vita di mistica che si offrì
per l’espiazione dei peccati dell’intera umanità.
Non si deve confondere questo altruistico sentimento con del puro masochismo,
o con l’essere insani di mente: qui non stiamo trattando, come è
stato fatto da chi, per sua convinzione, non crede nei fenomeni sovrannaturali,
un caso psichiatrico, ma, la realtà di una creatura che si è
elevata al di sopra delle altre, vivendo nell’amore per Dio e per
il prossimo, riuscendo a sacrificare totalmente se stessa al fine di servire
il Signore e di ottenere tanti benefici per gli altri.
Le ultime parole che Veronica, prima del suo "transito",
pronunziò rivolta ad un gruppo di suore, all’alba del 9
luglio 1727, furono: «L’amore si è
fatto trovare! Questa è la causa del mio patire: ditelo a tutte!»
(Summarium p. 114).
a cura di Annalisa e Paolo
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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