S. Chiara da Montefalco
Figlia secondogenita di Damiano e Iacopa,
Chiara nacque nel 1268 a
Montefalco, e qui sarebbe vissuta
fino alla morte, avvenuta nel 1308;
ebbe due sorelle, Giovanna, la primogenita, e Teodoruccia,
l'ultima, morta in fasce, e un fratello, Francesco: Giovanna
e Francesco avrebbero, come Chiara,
scelto la vita religiosa, divenendo l'una badessa del monastero
di S. Croce e S. Caterina, di cui era stata fondatrice, e
l'altro frate Minore, il quale, dopo aver compiuto studi teologici,
fu Ministro provinciale e «inquisitor heretice pravitatis».
Chiara non ha lasciato scritti; di lei restano
- estrapolati dalle fonti agiografiche - pochissimi detti.
Informazioni sulla sua vicenda storica e spirituale sono offerte
da pochi documenti d'archivio e da alcuni testi agiografici:
- la "Vita" scritta, probabilmente
tra il 1310 e il 1315, dal francese Berengario
di Donadio, originario di Saint-Affrique, vicario
del vescovo di Spoleto Pietro Trinci negli anni 1308-1310;
- gli atti del "Processo apostolico di canonizzazione"
(6 settembre 1318 - luglio 1319);
- la cosiddetta "Relazione dei tre cardinali"
(Napoleone Orsini, Pietro de Arreblayo e Betrando de Turre),
databile intorno al 1330, un resoconto finale sul dossier
delle testimonianze raccolte durante lo svolgimento dello
stesso processo.
I documenti fino ad oggi ritrovati, si riferiscono a transazioni
economiche e patrimoniali con Chiara protagonista
o testimone; in essi si è voluto vedere la negazione
di una vita di povertà, che le fonti agiografiche sembrano
invece riconoscere alla Santa.
Che la sua vita fosse o no caratterizzata dalla povertà
come scelta e come condizione da perseguire ad ogni costo,
non compromette minimamente l'unitarietà dell'immagine
della santità di Chiara che le tre
fonti trasmettono.
La sua esperienza spirituale può sintetizzarsi in tre
momenti:
1- il ritiro a soli sei anni, nel 1276,
in un reclusorio, che viveva senza
una Regola, fondato dalla sorella Giovanna;
2- il passaggio, nel 1282, in un
nuovo reclusorio, dove si continuò
a vivere senza Regola, obbedendo a Giovanna
e sotto il controllo del vescovo diocesano;
3- l'istituzionalizzazione, nel 1290,
del reclusorio in monastero, con
l'adozione, su indicazione del vescovo di Spoleto, della Regola
di S. Agostino.
Al nuovo monastero venne data l'intitolazione
di S. Croce e S. Caterina; Giovanna
ne assunse ufficialmente il titolo di badessa.
Trascorso poco più di un anno, il 22 novembre
del 1291, Giovanna
moriva; a guida del monastero veniva eletta, appena ventitreenne,
la sorella Chiara, quantunque avesse in tutti
i modi tentato di evitare quell'incarico di cui si riteneva
indegna.
Narra il biografo che Chiara, già
a quattro anni, era solita appartarsi nei luoghi più
nascosti della casa paterna, per dedicarsi alla preghiera;
oppure si recava da sola o si faceva accompagnare in una chiesa
vicina dove «dimentica molte volte anche dei genitori,
sentiva consolazioni e ardentissimi desideri, sebbene, per
la sua tenera età, non sapeva che erano esperienze
spirituali» (Vita, p. 6).
Entrata quindi nel reclusorio, la
sua vita fu caratterizzata, oltre che da una povertà
assoluta («Giovanna e le sue compagne servivano
il Signore in totale povertà. Niente avevano e niente
chiedevano, ma vivevano poverissime di offerte spontanee e
non cercate»; Vita, p. 8), soprattutto
dall'esercizio di dure pratiche ascetiche, come il digiuno,
i! silenzio e la mortificazione della carne, e, nel contempo,
dall'inizio dell'esperienza visionaria.
Ancora fanciulla, Chiara aveva l'impressione
di giocare con un grazioso, splendente fanciullo che era Gesù.
Un giorno, mentre piangeva per essere stata esclusa dalla
Comunione, le apparve Cristo, che «baciandola le
diede l'Eucarestia e la lasciò profondamente consolata»
(Vita, p. 12).
La «vivendi austeritas» distinse anche
la seconda fase dell'esperienza spirituale di Chiara,
la fase, cioè, più propriamente cenobitica,
iniziata tra molteplici difficoltà.
La fondazione di un nuovo reclusorio,
proprio perché avvenne, come dimostrano i documenti,
in vista della costituzione di un vero e proprio monastero,
fu infatti all'interno della città di Montefalco
molto contrastata: l'opposizione, che vedeva schierati Francescani,
alcuni privati e lo stesso Comune, giunse a richiedere la
demolizione della costruzione e l'esproprio del relativo terreno;
il motivo ufficiale era che il monastero potesse essere dannoso
alla città (vd. Processo apostolico, p. 115).
Tre monasteri: quello dei SS. Maria e Paolo,
agostiniano, quello dei SS.mi Benedetto
e Agnese, benedettino
e quello di S. Maria Maddalena del Castellaro,
francescano, erano già troppi in città,
ed un altro, costretto anch'esso a vivere di elemosina, avrebbe
recato danno alla comunità.
Difficile dire se questa fosse la vera causa del conflitto;
sta di fatto che per risolvere la questione fu inviata una
delegazione al rettore del Ducato di Spoleto; la risposta
fu favorevole alle recluse.
L'ostilità si trasformò allora in
persecuzione: fallito infatti ogni tentativo
di convincere Giovanna e le altre
ad abbandonare il nuovo reclusorio, si passò dapprima
alle ingiurie e al lancio dei sassi contro l'edificio, poi
alla violenza fisica, e infine al ricatto della fame, facendo
in modo che nessuno osasse fare elemosine alle recluse.
Nonostante questo clima di terrore, Giovanna
chiese ed ottenne - certamente nel 1283,
l'anno della grande carestia - il permesso di mandare alcune
recluse alla questua; Chiara vi partecipò
con entusiasmo, ma dopo otto «uscite»
con la compagna Marina, le fu proibito di continuare, «poiché
aveva frequentemente rapimenti ed estasi anche durante questo
servizio. (...) Per la sua umiltà Chiara
si oppose a lungo con molte lacrime, ma poi, per il valore
dell'obbedienza, devotamente acconsentì, e da allora
rimase sempre chiusa nel monastero, fino alla morte»
(Vita, p. 13).
Questo periodo fu per Chiara tribolatissimo,
anche per un altro motivo: fu infatti l'inizio di una terribile
crisi, causata dalla privazione della sua capacità
visionaria, e protrattasi - stando alle fonti
- per undici lunghi anni.
Chiara, nel raccontare ad una consorella
una visione avuta della Passione di Cristo, scopre che la
sua interlocutrice non ha visioni, e che Dio non le soddisfa
neppure le richieste; ha allora un moto di superbia ed «aliquid
se reputavit» (Vita, p. 15).
Viene subito punita, e «da quel momento le furono
in gran parte sottratte lo splendore delle rivelazioni e l'elevatezza
delle frequenti visioni» (ibid.).
Negli ultimi anni - stando sempre alle fonti - la vita
mistica di Chiara sembra tuttavia
intensificarsi.
Le testimonianze delle suore rese al processo
di canonizzazione sono concordi nel riferire
non solo come Chiara, durante i diciassette
anni in cui resse il monastero, fosse stata per tutte le sue
monache «madre, maestra e direttrice spirituale»,
e come non fosse mai stata capace di imporre loro dei doveri
che ella stessa non fosse disposta ad assumersi, ma anche
come la ricerca dell'unione mistica con Cristo
crocifisso avesse raggiunto in lei forza e toni
davvero straordinari.
La Santa, infatti, cadeva spesso in estasi,
ed aveva sempre più spesso visioni
di grande intensità, il cui oggetto era quasi sempre
la figura di Cristo.
Gesù le appariva ora sotto forma di agnello, che con
il suo sguardo la riempiva di dolcezza e di amore; ora nel
momento della natività o della crocifissione; ora nell'atto
di piantare in lei la sua croce; ora nelle sembianze di un
giovane che si toglie una corona di fiori dal capo e la pone
su quello di lei.
Ma la visione più frequente e più vissuta misticamente,
fu quella della Passione di Cristo;
una volta Chiara ebbe la sensazione di assistervi
direttamente: vedeva Cristo deriso e crocifisso; osservava
e ascoltava le voci degli Ebrei che lo attorniavano, riuscendo
a raccontare tutto nei minimi particolari.
L'amore per il Dio crocifisso, induce la Mistica ad assumere
su di sé il dolore della Passione e della morte del
Dio uomo.
Chiara accettava con gioia, anzi ricercava continuamente,
tutte le occasioni per identificarsi con il Cristo morente
sulla croce.
I segni prodigiosi della Passione trovati nel
suo cuore, sottoposto dalle consorelle ad operazione
chirurgica dopo la morte, sono certamente riconducibili alla
intensità con cui visse le sofferenze di Gesù,
e rappresentano, nella loro effettiva realtà o nel
loro valore simbolico, la forza misteriosa dell'amore
e della compassione mistica.
Fu la straordinarietà di questa identificazione a convincere
Chiara e chi le era intorno, che Cristo
aveva piantato la croce nel suo cuore.
Durante l'ultima malattia, quella che appunto la condurrà
alla morte, la Santa, rivolgendosi a suor
Giovanna, la quale con le mani faceva su di lei il segno della
croce, per scacciare presunte presenze diaboliche, avrebbe
esclamato: «Sora, per que me senhe? ieu non ai aporto
de cruce de fora, que ieu ai Jesu Cristo mieu crucifixio intro
en lo cor mieu» (Processo apostolico,
p. 21).
Chiara, dunque, ebbe nel
cuore misticamente radicata la croce di Cristo;
per questo l'idea di seguirlo portando la croce l'accompagnò
sino alla fine.
E fu per questa assimilazione al Cristo nella sua umanità,
che Chiara esercitò, dentro e fuori
la sua comunità, un'azione di richiamo e di apostolato,
associando una pubblicità di funzioni e di rapporti
che la fecero conoscere sino alla corte papale.
Chiara si impone e si distingue, dunque,
per la sua vita, una vita di donna mistica,
che, quantunque illetterata e ignorante, quantunque legata
alla ristretta realtà del monastero, appare caratterizzala
da due carismi: il dottorato e la
profezia.
«Se misticamente è piantata nella croce,
o meglio se la croce è piantata in lei, storicamente
Chiara è una carismatica pubblica»
(C. Leonardi, Il processo di canonizzazione, 1984).
«Claritas doctrine, profeticus spiritus»
(Vita, p. 29), sono queste, per il biografo, le sue
doti peculiari unite a notevoli poteri taumaturgici.
Ma qual'è l'oggetto della profezia di Chiara?
Su quali vicende della storia si esercita e si rivolge la
sua parola?
Non certo, come nel caso di Margherita da Cortona,
sulla città e sul mondo comunale; ella, pur chiusa
in un monastero, sembra concentrare il proprio carisma profetico
sia sull'ufficio ecclesiastico - uomini e strutture -, sia
sul mondo, sui figli del popolo.
In un momento in cui Bonifacio VIII
inaugura un nuovo capitolo nella storia della Chiesa, affermando
la teocrazia papale, e l'Ordine
francescano è lacerato da lotte interne,
Chiara «che solo di croce vive,
diventa (non solo) luce e guida per ognuno che a
lei ricorra» (C. Leonardi, Il processo
di canonizzazione, 1984), ma anche potenza storica.
A Montefalco salgono così,
accanto alla povera gente, preti, frati, teologi, esegeti,
giuristi, cardinali, vescovi, santi ed eretici.
Anche intorno a Chiara - come intomo ad Angela
da Foligno - si costituì un vero e proprio
cenacolo, in cui - fatto molto
significativo - finirono per ritrovarsi quegli stessi personaggi,
di grande rilievo nella vita politica e religiosa del tempo,
che frequentavano quello della beata Angela.
Innanzitutto i cardinali Giacomo e Pietro
Colonna e Napoleone Orsini,
quindi il domenicano Nicolo Alberti,
vescovo di Spoleto dal 1299, poi creato cardinale da Benedetto
XI nel 1303, e Angelo Tignosi di
Roma, allora canonico della Basilica Lateranense; tramite
il cardinale Orsini, di cui era cappellano, dovette entrare
in contatto con Chiara, intorno agli anni
1306-1307, anche Ubertino da Casale.
Tutte le fonti agiografiche narrano l'incontro di Chiara
con l'eretico Bentivenga da Gubbio,
detto l'"Apostolo", e
tutte sono concordi nel rilevare come spetti proprio a lei
il merito della scoperta e dell'eliminazione, tra la fine
del 1306 e l'inizio del 1307, della setta dello
"Spirito di libertà", di cui
Bentivenga era il capo riconosciuto, e che andava
diffondendo per tutta l'Umbria la sua dottrina.
Quella di Chiara, dunque, non è solo
una scelta spirituale, ma è anche storica, nel senso
che la Santa ama il mondo stesso e gli uomini,
manifesta questo amore e lo svolge davanti agli occhi del
mondo, coinvolgendo nel suo cammino mistico anche le cose
umane e quindi la storia.
«Vego que tote le couse create sunt bone, e non
vego alcuna couse mala se non una, lo peccato»
(Processo apostolico, p. 22), afferma Chiara,
dimostrando una profonda consapevolezza, tutta francescana,
di vivere in Dio la pienezza del mondo e della storia.
La sua santità si cala, dunque, nella storia, in un
rapporto di serenità e di ottimismo nei confronti del
mondo, e di totale dedizione nei confronti degli uomini.
Chiara fu spesso presente, come è
attestato in molte deposizioni al processo apostolico,
tra i poveri, gli ammalati, i lebbrosi; suor Marina la ricorda
anche mediatrice di pace tra i comuni di Trevi
e Montefalco.
Significativa è anche la sua ferma opposizione alla
conoscenza intellettuale di Dio, giudicata fonte di orgoglio
e quindi pericolosa per l'anima.
Nel segno dell'affermazione del beato Egidio d'Assisi
«Parisius, Parisius ipse destruis Ordinem sancti
Francisci», {Dicta, p. 91) e della ripresa
iacoponica «Mal vedemmo Parisi, c'hane destrutto
Ascisi» (Lauda, 31, v.2), Chiara
si rivolge al fratello Francesco,
allora giovane frate Minore, dicendo: «Preferirei
che tu non ti occupassi sempre di questa scienza e non discettassi
sempre di questa posizione di superiorità. Da parte
mia ti dico che avrei maggiore consolazione se tu fossi illetterato
e cuciniere dei frati con buono spirito e fervore di devozione,
piuttosto che uno dei più grandi maestri»
(Processo apostolico, p. 272).
Il momento intellettuale, dunque, non è per Chiara
il momento supremo dell'esperienza umana e divina.
La vita umana ha il suo vertice nella conformazione
a Cristo nei suoi misteri, primo fra tutti quello
della Passione e morte, conformazione possibile per esperienza
più che per conoscenza.
Sebbene le fonti agiografiche non permettano di apprezzare
pienamente l'esperienza mistica
di Chiara, tuttavia, entro quei racconti
e tutte le loro mediazioni, il volto della donna si presenta
con una sua precisa fisionomia, ricchissima di significati;
ed al centro di questi significati, insieme al suo vivere
sia nell'intima e profonda mistica della Passione di Cristo,
sia nella storia, è quella componente della sua personalità
definita profetica.
Fondamentale è infatti il ruolo di guida che ella ha
esercitato nei confronti di un gruppo (cardinali, preti, frati,
semplici fedeli), che rappresentava la Chiesa
tra la fine del sec. XIII e gli inizi del sec. XIV, in un
periodo, cioè, di grave smarrimento per il popolo cristiano.
Il fatto che conversò e disputò
con gli eretici fino a denunciarli, ne è
la prova migliore.
In Chiara è già l'annuncio
di due grandi donne, entrambe laiche ed entrambe dotate di
eccezionale carisma profetico, che guideranno, in pieno sec.
XIV, una Chiesa sempre più segnata da una
complessa crisi di credibilità nella
coscienza dei fedeli: Caterina da Siena e
Brigida di Svezia.
E' Chiara da Montefalco il momento di connessione
tra Francesco d'Assisi e queste
grandi Sante del Trecento.
«E' questo il suo significato universale nella storia
della Chiesa: avere mostrato che una donna poteva
rendere redivivo in sé il Cristo crocifisso,
e così trasformata parlare con il mondo, con ecclesiastici,
con eretici, per indicare loro, con il solo lume di Dio, la
strada della salvezza, al di sopra di ogni convenzione ecclesiastica
e regola conventuale» (C. Leonardi, L'agiografia
della Santa di Montefalco, 1985).
Chiara, subito dopo la morte,
avvenuta nel Monastero della Croce in Montefalco
il 17 agosto 1308, fu venerata come
Santa.
Una antichissima tradizione riferisce che nel cuore
di Chiara, di eccezionali dimensioni, furono
trovati i simboli della Passione:
il Crocifisso, il flagello,
la colonna, la corona
di spine, i tre chiodi e la lancia,
la canna con la spugna.
Inoltre nella cistifellea della
Santa si sarebbero riconosciuti tre
globi di uguali dimensioni, peso e colore, disposti
in forma di triangolo, come un simbolo della Trinità.
Erano trascorsi solo dieci mesi dalla morte di Chiara,
quando il vescovo di Spoleto, Pietro Paolo Trinci,
il 18 giugno 1309 ordinò
di iniziare il processo informativo sulla sua vita e sulle
virtù; poichè, però, avvenivano sempre
nuovi miracoli e aumentava la devozione per la pia
suora di Montefalco, molti fecero viva istanza
presso la S. Sede, per la canonizzazione di Chiara;
procuratore della causa fu Berengario di S. Africano,
che, a tal fine, si recò, nel 1316,
ad Avignone da Giovanni
XXII, il quale deputò il cardinale Napoleone
Orsini, legato a Perugia, a informarsi e riferire.
Il nuovo processo, iniziato il 6 settembre 1318,
e dal quale sarebbe dipesa certamente la canonizzazione
di Chiara, per cause del tutto esterne, non
potè tuttavia aver seguito.
Fu solo nel 1624 che Urbano
VIII concesse, dapprima all'Ordine
(14 agosto), poi alla diocesi
di Spoleto (28 settembre),
di recitare l'Ufficio e la Messa
con preghiera propria in onore di Chiara,
il cui nome, Clemente X, fece inserire,
il 19 aprile 1673, nel Martirologio
Romano.
Nel 1736, Clemente XII
ordinò la ripresa della causa, e l'anno seguente la
S. Congregazione dei Riti approvò
il culto "ab immemorabili"; nel 1738,
fu istruito il nuovo processo apostolico sulle virtù
e i miracoli, ratificato dalla S. Congregazione dei Riti il
17 settembre 1743.
In tal modo si poteva procedere all'approvazione delle virtù
eroiche, che si ebbe, tuttavia, solo un secolo più
tardi, dopo un ulteriore processo apostolico, iniziato il
22 ottobre 1850, conclusosi il
21 novembre 1851 e approvato dalla
S. Congregazione dei Riti il 25 settembre 1852;
solo 1'8 dicembre 1881, però,
la beata Chiara da Montefalco fu solennemente
canonizzata da Leone
XIII.
Il 17 agosto si commemora la Santa,
mentre il 30 ottobre si celebra
la festa "Impressio Crucifixi in corde s.
Clarae".
a cura di Annalisa e Paolo
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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