B. Jacopone da Todi
Una vita ricca di eventi, scelte drastiche, intransigenti posizioni,
fede, poesia, penitenza, etc., fanno di Jacopone da
Todi una delle grandi personalità della
storia e della letteratura italiana del secondo
Duecento.
Il suo impegno sfocia in scelte radicali come cittadino contro
i canoni, come mendicante solitario, poi come frate
francescano, originale e ardito poeta,
infine come attivo partecipe alle vicende politiche e religiose
del tempo: biografia unica, ricostruita grazie a una documentazione
storica ancora oggetto di studio e dibattiti, e arricchita
di innumerevoli aneddoti e tradizioni locali.
Nato a Todi nel 1236
(o poco prima), Jacopone apparteneva ai Benedetti,
nobile famiglia tuderte; studiò legge e intraprese
la carriera di procuratore legale
o notaio secondo altri: vita mondana,
lusso e feste segnarono questa fase.
Proprio durante una festa nel 1268
in una residenza aristocratica di Todi,
la leggenda narra di un pavimento che crollò all'improvviso,
travolgendo gli invitati: tra essi l'unica vittima pare sia
stata la giovane e nobile moglie di Jacopone,
Vanna di Bernardino di Guidone dei conti di Coldimezzo.
Avvisato dell'accaduto, Jacopone accorse
sul luogo dell'incidente e restò sconvolto, secondo
le antiche biografie scioccato anche dalla scoperta
di un cilicio, panno ruvido usato per mortificare
la carne, che la moglie indossava sotto le lussuose vesti,
a insaputa di tutti: in questi frangenti avviene il rinnovamento
spirituale di Jacopone da Todi.
Tenuto conto dei dettagli pittoreschi della narrazione, oggi,
comunque, si accetta generalmente che la conversione
si manifestò dopo la morte improvvisa
della moglie.
La società italiana del Duecento
era percorsa da nuovi fermenti religiosi: Ordini
mendicanti fiorivano ovunque, e non era rara
la scelta della penitenza.
In questo contesto si può capire come la perdita di
una persona cara possa aver spinto un uomo di circa 32 anni
a ripensare totalmente il proprio mondo: Jacopone
abbandonò beni, abitudini e convinzioni, per iniziare
la vita del "bizzoco",
cioè del penitente laico.
Saio grigio, umiltà assoluta, mortificazione di sé
segnarono la nuova vita di Jacopone dopo
la conversione: l'esempio di S. Francesco da Assisi
era per tutti il massimo riferimento, ma la forza e la convinzione
del poeta di Todi si rivelarono
straordinari e unici per intensità.
La novellistica religiosa pose spesso l'accento sull'umiltà
e il disprezzo di sé che Jacopone
manifesta, con aneddoti sulle sue manifestazioni pubbliche
di avvilimento, e i conseguenti sentimenti di imbarazzo, confusione,
le accuse di pazzia, ma forse anche una sorta di ammirazione
da parte della comunità.
Scelta come la via che conduceva a Dio, la penitenza consisteva
in sofferenza fisica e rinuncia all'amor proprio: una battaglia
continua che Jacopone seguì con incrollabile
decisione e con l'arma della parola.
Già conoscitore della poesia volgare
dai tempi dell'università, ora come penitente Jacopone
scriveva per la comunità, offrendo moniti e insegnamenti:
quindi non rinunciò mai all'attività intellettuale,
che anzi fece in modo di approfondire secondo il fine pratico
della divulgazione religiosa.
A testimonianza della radicalità e dell'impegno di
Jacopone nella penitenza, si ricorda una
delle sue laude più violente: "O signor,
per cortesia", originale preghiera rivolta
a Dio, non per essere protetto, ma anzi per invocare malattie,
sciagure, deformità.
Eppure, come affermò in conclusione, tutta la sofferenza
possibile non è sufficiente a espiare la colpa della
crocefissione di Cristo.
Nel 1278, dopo circa dieci anni
di libera penitenza, Jacopone entrò
nell'Ordine francescano, che era
cresciuto molto dai tempi del santo fondatore Francesco
d'Assisi; era divenuto potente e dotato di gerarchie:
tensioni interne erano quindi nate tra i rigoristi
fautori di un ritorno allo spirito, e coloro che invece accettavano
i compromessi imposti dalla nuova identità del Movimento.
Oltre alla penitenza, la scrittura era probabilmente una delle
ragioni fondamentali della vita di Jacopone,
e insieme un mezzo che metteva al servizio della comunità,
per il miglioramento dell'anima: opere in latino, come la
sequenza dello "Stabat Mater",
e 93 laudi in dialetto umbro popolare
sono oggi il suo lascito, unico per la tensione espressiva,
il "teatralismo", l'efficacia
didattica, nonché preziosa testimonianza di un'epoca.
Alla fine del Duecento, le tensioni
nell'Ordine francescano erano più
che mai accese: lo scontro tra "Conventuali"
e "Spirituali" aveva ormai
sancito una netta divisione, oltre che la comparsa di Movimenti
ribelli alla Chiesa, che proponevano un'adesione
fedele alla Regola di Francesco.
Nel 1294, un gruppo di zelanti
marchigiani chiese un riconoscimento ufficiale
al neoeletto papa Celestino V: si
trattava dell'ex eremita Pietro del Morrone, visto dagli "Spirituali"
francescani come la guida che avrebbe dovuto
purificare la Chiesa, inaugurando una nuova era.
Gli esponenti di massimo prestigio dell'ala spirituale
diedero quindi l'approvazione alla richiesta dei marchigiani:
tra i firmatari figura "Jacobo de Tuderto",
cioè Jacopone, che pur non facendo
parte dei ribelli, comunque ne condivideva le motivazioni,
e probabilmente vedeva in essi la possibile salvezza dei francescani
dalla corruzione.
Il nuovo papa offrì la soluzione al gruppo, collocandolo
in un nuovo ordine: "Pauperes heremitae Domini
Celestini", che però era destinato
a una fine precoce.
Infatti, ben presto il papa si rivelò una grande delusione:
la permanenza a Napoli nelle mani di Carlo II, la mancanza
di autonomia e l'inadeguatezza al ruolo sfociarono nella
rinuncia al pontificato, a soli cinque mesi
dall'elezione.
In alcuni ambienti degli "Spirituali"
e nella storiografia successiva, si diffuse la leggenda di
un complotto contro il "papa angelico",
che sarebbe stato forzato all'abdicazione e al silenzio: in
effetti il papa successivo Bonifacio VIII
sembrò confermare queste ipotesi, quando obbligò
Celestino alla permanenza presso
la corte papale, per poi rinchiuderlo nel Castello di Fumone,
in Ciociaria, al fine di bloccarlo per sempre.
Al di là delle dicerie su un possibile complotto e
sulle costrizioni che l'ex eremita avrebbe subito, probabilmente
l'atteggiamento del nuovo papa Bonifacio
era dettato dal solo timore che un personaggio come Pietro
Celestino, se in libera circolazione, potesse
rappresentare un qualche riferimento per gli oppositori alla
Chiesa ufficiale; inoltre, per quanto riguarda l'atto della
rinuncia al pontificato, l'inesperienza e le difficoltà
incontrate da Celestino furono forse
l'unica giustificazione del suo rapido dileguarsi dalla scena
italiana.
«... Lucifero novello a ssedere en papato,
lengua de blasfemìa, ch'el mondo ài 'nvenenato...»
(Dalla lauda: "O Papa Bonifazio, molt'ài
iocato al mondo").
Nel dicembre del 1294, a pochi giorni
dalla rinuncia di Celestino V, i
cardinali elessero un nuovo papa: Benedetto Caetani, che prese
il nome di Bonifacio VIII, e suscitò
subito l'antipatia degli "Spirituali"
francescani, come si ritrova nelle laude
dello stesso Jacopone da Todi.
Il nuovo papa era visto come colui che aveva cacciato il precedente
salvatore, usando pressioni e inganni: oggi questa costruzione
non ha fondamento, ma in effetti, oltre che dotato di grande
esperienza politico-diplomatica, Bonifacio VIII
aveva sicuramente posizioni radicalmente opposte a quelle
del predecessore Celestino, ed era
un uomo molto sicuro di sé, abile, spesso irruento
e arrogante.
Saranno proprio i suoi tratti caratteriali, insieme alle decisioni
intraprese come pontefice, ad attirargli l'odio di tutti gli
ambienti vicini allo "Spiritualismo"
e alle istanze di una riforma nella Chiesa.
In particolare, nel 1295 emanò
la bolla "Olim Celestinus",
che revocava o sospendeva i provvedimenti presi dal precedente
papa Celestino V: tra questi, fu
sospeso anche il provvedimento che aveva risolto la situazione
dei francescani ribelli delle Marche, creandone un ordine
autonomo.
Le bolle successive, come la "Firma Cautela",
condannavano le forme religiose non regolari, come i "bizzochi":
in una della laude alla fine del
secolo, Jacopone stesso si definì
"bizzoco", per parlare
della vita da libero penitente condotta per circa un decennio
dopo la conversione (1268 - 1278
circa).
Gli "Spirituali francescani"
non erano gli unici nemici di Bonifacio VIII:
negli ultimi anni del Duecento,
anche i francesi e la nobiltà romana legata alla potente
famiglia dei Colonna erano apertamente
ostili verso il papa.
La disputa con i Colonna iniziò
per un conflitto di interessi con la famiglia
Caetani, da cui proveniva lo stesso papa
Bonifacio, e si accese soprattutto per il possesso
di alcune località, degenerando nel 1297
in scontro frontale: i Colonna si
riunirono quindi con i sostenitori francescani
nel castello di Lunghezza, vicino
a Palestrina, e insieme dichiararono
l'illeggittimità della nomina papale di
Bonifacio.
Il testo firmato dalla famiglia romana aveva quindi l'appoggio
di una parte dell'Ordine francescano:
passato alla storia come il "Manifesto di
Lunghezza", tra i firmatari contò
anche Jacopone da Todi, probabilmente fin
dall'inizio uno tra i più intransigenti e attivi personaggi
nel movimento contro il papa Bonifacio VIII,
e in generale contro la dilagante corruzione della Chiesa.
«...fusti al monte Pellestrina,
anno e mezzo en desciplina...»
(Dalla lauda: "Que farai, fra Iacovone")
Dopo il clamoroso episodio di Lunghezza,
Bonifacio VIII reagì con durezza: la scomunica
per i Colonna e i loro sostenitori, e l'assedio
alla loro sede di Palestrina.
Inoltre, come se non bastasse, il papa promosse addirittura
una crociata contro la famiglia dei Colonna.
La crociata era in effetti il mezzo più efficace a
disposizione di un papa, per annullare i suoi nemici politici;
ma già all'epoca, una decisione così grave e
mossa da puri interessi patrimoniali, provocava grande scandalo.
Anche nella "Divina Commedia"
ne sentiamo l'eco: Dante Alighieri sottolineò
che Bonifacio stava conducendo
una guerra nella sua stessa Roma, non curandosi invece della
più urgente lotta contro gli infedeli per la liberazione
della Terrasanta.
In questi frangenti, Jacopone si trovava
a Palestrina, prima scomunicato
insieme agli altri, poi messo a dura prova dall'assedio: «anno
e mezzo en desciplina» è una sua rapida
definizione dei mesi di sofferenza e preoccupazioni, durante
i quali compose alcune delle più violente invettive
contro il papa diabolico, che si
era impadronito del vertice della Chiesa, sul trono che spettava
a Celestino V.
Nel settembre del 1298, la cittadina
capitolò: i Colonna e i loro sostenitori
caddero in mano alle forze papali.
Jacopone fu incarcerato e non potè
sfuggire alla dura punizione che gli spettava, quale attivo
oppositore del papa.
Il processo gli riservò la condanna a una
prigionia conventuale perpetua, forse proprio
nel convento di S. Fortunato a Todi.
«Questa pena che mm'è data,
trent'agn'à ch'e' l'aio amata;
or è ionta la iornata
d'esta consolazione»
(Dalla lauda: "Que farai, fra Iacovone").
La prigionia forzata non poteva
che essere ben tollerata da Jacopone: i frugali
pasti a base di pane e cipolla, il freddo umido, l'isolamento
totale dal resto del mondo, non potevano portare al pentimento
un uomo abituato, da trent'anni, ad amare privazioni e sofferenze.
Ma l'avanzare dell'età iniziò presto a pesare
su Jacopone, così come la prospettiva di una prigionia
senza fine e la lontananza dalla comunità cristiana:
nel componimento "O papa Bonifazio",
pur mostrando esplicitamente di non aver mutato idea su Bonifacio
VIII, Jacopone si
appellò a lui per lo scioglimento della
scomunica.
Questo era un momento favorevole al papa, data l'organizzazione
di un evento eccezionale: il grande giubileo del
1300.
La data suggestiva del cambio di secolo e la promessa di indulgenze,
contribuirono sia al successo dell'iniziativa che a un nuovo
favore popolare per il papa.
Eppure, la "grande perdonanza" che
Bonifacio elargì, non arrivò
a Jacopone, che doveva ancora restare fuori
della Chiesa, in preda a patimenti e malattie
in una buia cella.
Un'altra lauda, stavolta priva di
toni sarcastici o accuse, fu composta dal poeta
tuderte, per chiedere nuovamente al papa la
liberazione dal carcere e una diversa punizione.
Jacopone era ormai anziano, provato, profondamente
umiliato; ma Bonifacio rifiutò
la concessione.
Nel 1303 Bonifacio VIII morì
e fu sepolto nella tomba scolpita da Arnolfo di Cambio.
Solo adesso, per intervento del nuovo papa Benedetto
XI, Jacopone poté uscire
dalla prigione: ormai settantenne e malato,
si ritirò in un Convento francescano nei
dintorni di Todi, forse il Convento
di S. Lorenzo a Collazzone.
Questa fase fu probabilmente segnata dalla creazione di laudi
mistiche, ormai lontani i componimenti politico-satirici.
Nel dicembre del 1306, Jacopone
si ammalò gravemente, e presto si spense nel Convento
di Collazzone: secondo la leggenda l'episodio
finale della sua esistenza sembrò essere legato a una
visita particolare, quella di Giovanni da Verna.
Proseguì la storia del corpo di Jacopone,
che fu trasportato a Todi e riposò
per più di un secolo in un Monastero francescano:
forse quello delle clarisse di Montecristo,
o il Convento di Montesanto.
Utile aprire una parentesi: i luoghi
che videro Jacopone nel corso
della sua vita religiosa, stando agli ultimi studi, sarebbero:
- il Santuario di S. Maria della Pasquarella,
nei pressi di Baschi: suggestivo
luogo immerso nella Gola del Forello,
raggiungibile attraverso comodi sentieri; fu scelto dal poeta
tudertino per trascorrere anni di mortificazione
e penitenza dopo la conversione (1269
circa);
- il Convento di Pantanelli, nei
pressi di Baschi: qui avvenne la
formazione spirituale di Jacopone, dopo l'ingresso nell'Ordine
dei Minori nello stesso Convento;
- il Monastero delle Clarisse di S. Lorenzo,
a Collazzone: secondo la tradizione,
Jacopone scelse di ritirarsi qui dopo la liberazione del carcere,
e vi trascorse gli ultimi tre anni di vita, ormai anziano
e ammalato, prima di morire nel 1306.
Nel 1433 il vescovo Antonio
da Anagni ordinò che le spoglie fossero
portate in città, pare nell'Ospedale della
Carità, poi nella chiesa
di S. Fortunato.
Alla fine del 1500, il vescovo Angelo
Cesi fece allestire una sepoltura marmorea e
avviò una valorizzazione cerimoniale e monumentale
del culto di Jacopone:
il pieno riconoscimento della Chiesa locale
non implicò comunque quello della Chiesa
di Roma, sempre più difficile da ottenersi
per una santificazione dopo il Trecento.
In ogni caso Jacopone fu ben presto chiamato
"beato", qualifica non
ufficiale come quella di Santo, e spesso ritratto con l'aureola;
nei secoli successivi, mentre proseguiva il reclamo di un
riconoscimento religioso, la sua opera e la sua storia di
Jacopone da Todi si diffusero, consolidandone
la fama di poeta e personalità d'eccezione del Duecento
italiano.
Di Jacopone da Todi, rimangono moltissime
laudi, nelle quali è possibile isolare due filoni
apparentemente contrastanti: a un deciso e militante inserimento
nelle lotte del mondo, si affianca un’altrettanto forte aspirazione
a estraniarsi da esso, nella ricerca di un contatto diretto
con Dio.
Numerose sono le laudi, che entrano
nel vivo degli scontri religiosi dell’epoca, e che raccontano
vicende autobiografiche, come i dieci anni trascorsi a mendicare
o la dolorosa e dura esperienza del carcere
e della scomunica: si pensi alla
lauda: «Que farai, Pier dal Morrone»,
in cui Jacopone incalza Celestino
V nel suo programma di rinnovamento, oppure
alla potente invettiva: «O papa Bonifazio, molt’hai
iocato al monno», in cui attacca duramente l’odiato
Bonifacio VIII.
A simili componimenti dal tono risentito e aspro, se ne contrappongono
altri caratterizzati da un forte desiderio di ascesi, da un
totale disprezzo del corpo (si pensi alla lauda in cui
Jacopone invoca su di sé tutte le peggiori malattie)
e da uno slancio mistico volto a ricercare la comunione con
Dio.
Alla saggezza, egli contrappone la follia; al principio aristotelico
della misura oppone la dismisura, da intendersi come traboccante
amore per Dio, come incessante anelito alla verità.
Nei suoi versi, l’estremismo si
manifesta anche a livello stilistico, dando vita a una poesia,
che alla raffinatezza preferisce l’immediatezza e l’evidenza
del messaggio.
La critica romantica, soprattutto con la fortunata espressione
di Alessandro D’Ancona, che definì
Jacopone il «giullare di Dio»,
aveva messo in rilievo la spontaneità del sentimento e l’assenza
di una impostazione retorica della poesia jacoponica.
In realtà, malgrado le sue accese polemiche nei confronti
della cultura e in particolare di quella elaborata dai centri
universitari di Parigi e di Bologna, Jacopone
è scrittore colto e più controllato di quanto una prima lettura
possa far intendere.
Dal suo orizzonte culturale emerge, con chiarezza, la precisa
conoscenza dei grandi mistici come S. Bernardo
e Ubertino da Casale, delle opere
di S. Agostino e di Innocenzo
III, delle "legende francescane";
ma non gli è del tutto estranea neppure l’esperienza della
lirica d’amore, sebbene gli stilemi della poesia cortese vengano
spesso consapevolmente ribaltati o riutilizzati per versificare
il suo amore per Dio.
L’inserimento di molti termini plebei e dialettali e la sintassi
piuttosto irregolare, ellittica e ricca di anacoluti, lungi
dall’essere prova di rozzezza e impreparazione, sono i mezzi
che permettono a Jacopone di raggiungere
un espressionismo assai efficace e di dare risalto alle proprie
concezioni della vita, del mondo e di Dio.
***
Di seguito è una anonima "Vita"
di Jacopone da Todi (detta anche "Vita
Tobleriana"), tratta dal ms.
Spithöver, ritenuta del sec. XVI.
(Anonimo)
VITA DEL BEATO JACOPONE DA TODI
Encomenza la vita del beato fra Jacopone
da Tode
et como se convertì a Dio et como conpose le laude
et el fine sancto che fece a la morte.
En quistu cielo de la Chiessia santa de Dio
senpre ce sono state resplendente stelle le quale hanno dato
lume l’una più che l’altra secondo la despositione
divina cussì en questa religione de li Frati Menori
como dello stellato ha dato lume al mondo per la chiaritade
et lucida vita de li santi frati che sonno stati ennesa.
Et l’uno pio che l’altro secondo la gratia datagli
da Dio.
Enfra li quali ce n’è stato uno che como stella
ha dato chiaritade et fuoco de l’amore de Dio en tuti
quilli che enniso hanno voluto resguardare.
Et quistu è stato el santo frate Jacopone da Tode,
homo tuto de Dio et pieno d’onne vertude enfocato et
enebriato nel divino amore et de carita del prossimo, allieno
dal mondo et da tute le suoi vanitade.
Quistu esendo nel abitu secolare secondo che m’è
stato refferito da frati antichi dingni de fede fo homo tuto
del mondo.
Et non è meraviglia enperochè lo esercitio suo
era provocativo al contrario.
Secondo che m’è stato referito, lui esercetava
l’arte dela procura la quale è de tanto pericolo
che chi non ha la conssienzia molto limata tira l’omo
nela dannazione eterna et lui era uno de quilli, enperochè
era amatore molto del mondo superbo, avaro, tuto envolto nelli
viciij et concupissientie de quistu secolo, le qual cose lo
tinivano en tanta cechitade, che non tanto che conossese Dio,
ma era lo possito ennemmico et persecutore de quilli che volivano
gire per la via de Dio.
Ma quello dal quale procede el vero lume ad enllumenare quelli
che vanno per le vie de le tenebre, per estupende et meraveglioso
modo gli de’Dio el lume de la salute.
Onde che, avendo lui preso la via e lo stato mondano del matremonio,
viviva cola moglie sua ennonne dillizie et vanitade. Et tanto
aviva piacere quanto quela sua moglie se adornava e faciva
dele vanitade. Ma quella, che temiva Dio, demostrava ne l’ochi
del marito rio e ser Jacomo, che cussì se chiamava,
mostra de vestementi et altre vanitade del mondo.
Et dentro da se entrinsicamente faciva aspera penetenza, onde
esendo na de volonta del marito andata ad uno pagio de noze,
o voi dire convito, secondo la usanza de quela patria adornata
quanto se po per onorare quelli che l’avivano envitata,
fo percosa d’un caso molto repentino, enperochè,
staendo quelli en festa et en balli con molta allegreza, subito
enproviso cascò quello balcone dove se faciva quillo
ballo e quando meglio ballavano cadè quello balcone.
Et ben che tuti se feseno male chi de capo et chi de peto
e chi de rene e chi de bracia e chi de ganbe e chi de piedi
pure non fo neuno ê caso de morte se non la moglie del
dito ser Jacomo, la qual cosa, como piaque a Dio, fo ssì
percosa et per tal modo amaccata, che quassi subito pasò
de questa vita.
Et esendo questa cosa denunziata ad ser Jacomo, suo maritu subito corse lì et con molta amaritudine perché l’amava teneramente, la fece portare a casa sua et subitu che fuorono en casa ssì la fece spogliare de quelli vestimenti vani ch’ela aviva en doso per ordenare la sepoltura et finalmente gli trovarono, sopra la carne nuda, uno aspero cilicio, el quale vedendo ser Jacomo suo maritu fo molto de ciò meravigliato et dise: «oimè, una fenmena m’ha engannato», considerando la vita vana che quella mostrava enn apparenzia defore et anchi che tal cosa non s’era mai acorto d’uno minomo ato.
Onde, ssì per lo casu ocurso de quella
strania morte et ssi per l’oculta vita che quella teniva
esendo virtuosa, fo per tal modo ser Jacomo fo ssì
percoso nela mente et conpunto nel core et allienato de tuti
li sentimenti che mai più, da quella ore en poi parve
veramente homo razionale como prima, ma como ensensato et
atonito andava fra la gente el quale sentendose nel’anema
et nel corpo tanta mutatione tuto se recolse en se et tornato
al core comenzò per uno mirabele modo et lume divino
ad aprire li echi et conssiderare la vita sua pasata tanto
fore de la via de Dio e de la saluta sua che ennanti era stata
ceca e paza la quale lu pricipitava allonferno sensa alcun
dubio.
Onde che da quello en poi como lui era viso totalmente al
mondo et alle suoi vanitade, cussì se despose de vivere
tuto ad Christo et alle vertude. Et como era stato transformato
nella superbia et avaritia e piacere de se medesmo e del mondo,
cussì, operante la divina gratia, tuto se dette et
transformose nela vertude dela santa humilitade et anegatione
de se medesmo e nela povertade et amore de Dio.
Enperochè subito comenzò a
dare tuto quello che posediva per amore de Dio perfine alli
panni de collore che iso usava.
Et pigliò per vestimento uno certo habito romita secomo
uno bizocone. Et depose onne superbia et arogantia et onne
esercicio tanto dela procura quanto onn’altra sua cura
et faconde seculare.
Et tuto se dette alla viltade et al desprezo del mondo et
de se medesmo la sua pratica era per le chiessie a dire deli
paternostri et dell’avemarie et parte del tenpo per
la terra villipendendo se medesmo como uno ensensato et fore
donne via rassionevele secondo la oppenione del mondo.
Aviva lasata onne pratica tanto delli parenti quanto deli
conpangni et como fatuo era tenuto et reputato da onne giente.
Li suoi consanguinei con multa vergongna et conffusione lu
vidivano reprendendolo et vilanigiandolo como pazo, advengna
che prima facisero lo loro podere de revocarllo de quello
c’avia comenzato; ma vedendo che per nullo modo lo podivano
removere da la sua openione, se misero en pace bench’asai
molestamente et con massima vergogna lu portavano, enperochè
faciva alcuna volta cose che apo li homini del mondo parivano
de massima stoltizia. Ma apo Dio erano de singulare sapientia.
Onde una volta facendole certa festa dentro
en Tode dove erano congregata una gran parte del populo, questu,
en fervore de spiritu enfocato de questa vergongna, amando
questa vertu del desprezo de se medesmo, se spogliò
nudo et pigliò un basto d’asino e poselo sopra
de sè e pigliò tu socodangno con la boca et
andava colle mane e colli piedi all’areto como fose
una bestia asinina.
Et cussì se n’ando fra quela gente, per la qual
cosa dette tanto terrore e stupore permetente la divina gratia
che tuti fuorono conmosi a conpunctione nelli loro cuori considerando
como ser Jacomo procuratore tanto famoso en quella ciptade
s’era dato a tanto disprezo del mondo et viltade et
tuta quella festa confuse et tirò de vanitade enn’amritudine
e dolore da core.
Un’altra volta el fratello del dito
ser Jacomo per sinche era en questu abitu del desprezo fece
certe noze et avendo adunati en casa sua molta gente per fare
questa recreatione et dubitando che ser Jacomo non gli farese
qualche vergogna e vetoperaselo en quel convito lu mandò
pregando che fose più savio uno volta che l’altra
et che non gli facese de le suoi che gli lasase quel convito
en pace; respose ser Jacomo: «dì cussi al mio
fratello, che como lui entende de honorare el parentato colla
sua sapienzia, cussì li voglio honorare io cola mia
stoltizia»; et cussì fece; enperochè quando
erano meglio nel ballo et nela grande festa, fra Jacopone
se spogliò nudo et onsese cola trementina et poi entrò
en una coltece de piuma et cussì con quillo desprezo
se n’andò nel convito per honorare el suo parentato;
la qual cosa vedendo quella gente, tucti fuorono puosti en
grande amiratione sì per lo vetoperio et vergogna del
ato et ssì per la conpuntione che sintivano dentro
nel anema vedendo tanta viltade e desprezo en quello homo.
Et operante la divina gratia advenga che se vergognasero de
quello vetoperio pure ne pigliarono confusione de la loro
vanitade.
Andava questu homo de Dio tanto dispeto per la terra et tanto
ssiocamente che quassi da onneuno era tenuto pazo. Et dali
fanzulli era schernito e persequitato et de tuto pariva che
se godese portando patientemente onne cosa sì per l’amore
del suo sengnore Jeshu Christo, che portò tanto pena
per lli pecaturi, et ssì per vetoperare la sua vita
pasata superba et vitiosa onde che li ciptadini senpre erano
en ciance e desputando con eso chi tentativamente per averne
piacere et chi per gusto che avivano dele suoe sentinziose
et quassi profetico parlare, perochè rade volte parlava
cosa che non fose frutoosa appo quelli che entendivano quela
vertude alla quale lui totalmente s’era dato, onde che
uno ciptadino, una volta, avendo conparati un pagio di pulli
nel mercato et vedendo fra Jacopone andare per la piaza, lu
chiamo a sè e desigli: «voresteme tu fare un
servizio de portarme quinti pulli a casa mia?».
Respose frate Jacopone alegramente, como quello che cercava
le confusione e dese: «ssì bene!». Et pigliando
quelli pulli, pigliò la via sua.
Quil ciptadino, dubitando che fra Jacopone non gli farese
qualche beffa, gli dedese: «fa che tu non faci de le
tuoe, va con sentimento e portali a casa mia».
Dise fra Jacopone: «lasa fare a me, che eio li portarò
col meglilore sentimento ch’io ho a casa tua».
Et fra Jacopone pigliò la via verso sa Furtunato dove
iso sapiva che era la sepoltura de quello ciptadino patrone
de quelli pulli. Et alzando la pietra fra Jacopone del sepolcro
de quello buono homo, mese dentro quelli pulli; et tornato
a casa quello ciptadino domandò la moglie se fra Jacopone
avese portati un pagio de pulli che lui aviva conparati; quella
dise che no; dice: «quello ciptadino or fata me l’ha
como me avisai».
«Jo pensava bene che faria qualche pazia», - dice
la moglie - «veramente te sta molto bene tu li sai li
modi suoi et vai te enpaciando con iso».
Dise el marito: «Jo glilo dissi molto bene che non gese
pazigianno e lui me dese de recarlli per onne modo a casa
mia; non è engannato se non chi se fida».
Et subito se partì da casa sua et ando cercando fra
Jacopone et tanto cercò de qua e de là, che
ebe trovato fra Jacopone et desegli: «tu me l’hai
pure fata a tuo sino, ser Jacomo».
Et fra Jacopone molto conpostamente respose: «que è
questo che voi dicete?»; dese lu ciptadino: «e
dove son li pulli che io te detti, che lli portassi a casa
mia».
Dice fra Jacopone: «io l’ho ben portati a casa
tua».
Dise quil ciptadino: «guarda quello che tu dici però
ch’io so stato a casa e non l’ho trovati et la
donna mia dice che non ne sa niente».
Allora fra Jacopone dice: «or veni con meco che te mostrarò
se io l’ho portati a casa tua».
E menolo su en san Furtunato et alzando la pietra che era
sopra la sua sepoltura et mostrogli li suoi pulli et desegli:
«questa è casa tua, carissimo; or nonte lamentare
più de me, pero ch’io ho fato apunto quello che
tu me dicisti».
Et quello ciptadino tuto enterrito pigliò li suoi pulli
e tornosene a casa conn isi, conssiderando l’ato de
fra Jacopone esere stato molto da notare et fo per iso molto
edifficato.
Or de queste cose molte ne fece per esvelire
se medesmo et coniondere se per amore del suo diletto Jesu
Christo benedito.
Or molte cose et ati et opere de mortificatione et desprezo
usò fra Jacopone per fine che fo nell’ordene
del bizocone, nel quale habitu stette dece anni en tanto odio
de se medesmo che fo cosa da stupire como lui dice en quella
lauda che fece stando en pressione a petizione de papa Bonifazio,
la quale comenza cussì Que farai fra Yacopone che
sei gionto al paraone [86], dove sequita cussì:
‘o mirabele, ho Dio mio, donne pense Sengnore, io non
ce pato engiuria, io anci c’è exaltatione.
Onde per queste suoi parole podemo apertamente conprendere
che en questi dece anni portò molte vergogne et desonori
le quale iso enfocato de quello suo amore Jesu Christo, lu
quale portò tante vergogne per la umana generatione
et però iso portò volontieri et volontariamente.
Et non tanto aspetandole con aliegro core ma le andava cercando et per questa via fece el suo fondamento del desprezo de se medesmo e benchè molte cose io ne podese dire meravigliose et notevele per exenplo et bona edificatione de questo desprezo de sè, le quale lui usò en quel tenpo del bizocone, le tacio per non esere tropo longno et anco perchè non l’ho trovate molto autenteche; voglio che basti quello che n’è dito per mostrare un sengno de quelo che en veretade fo del desprezo et odio che ebe a se medesmo fra Jacopone persine alli dece anni che vise nel abito del bizocone.
Pervenuto che fo al termene de dece anni,
enspirante la divina gratia conobe quello stato i esere de
gran pericolo, quantunca foce de gran perfexione per la mortificatione
de se medesmo et vero fondamento de la vita spirituale.
Et per questo pensò fra se medesmo de pigliare una
vita più secura a salvare l’anema sua.
Et estando per più tenpi en questu pinsiero e fatone
molte oratione a Dio, finalmente fo enspirato da Dio de entrare
nela relegione delli frati menori, como quella relegione più
spiciata et allienata dal mondo et più acostata alla
vita de Christo e deli suoi santi apostoli, li quali non volsero
allo esenplo del loro maistro Christo avere niente soto el
ciello se non solo iso Christo et le vergogne et persecutione
del mondo et con quelle triunfavano.
Et esendo en questo proponimento et vera
dispositione, comenzò a rassionare colli frati del
dito ordene del suo dissiderio, li quali dubitando de la sua
recectione per la sua vita molto straciata da diverse oppenione,
la quale chi la laudava et chi la vetoperava non sapivano
due se fare, tenivanolo en parole non determinando niente
del suo fato.
En questo tenpo fra Jacopone fece quella lauda del desprezo
del mondo la quale comenza cussì: Or odete nova
pazia [1].
O mirabele cosa, che, fonita che ebbe questa lauda se n’andò
alli frati, li qualli enspirati da Dio, fo da isi recevoto
all’ordene et chiamarolo frate Jacopone et benchè
fose molto leterato, non volse esere chirico ma laico et en
quillo umelmente vise et perseverò fine alla fine dela
laudabele vita sua.
Que conversatione fo la sua et que vita tenne nela religione
alquanto ne dirimo qui desoto, enperochè fo laudabele
e dengna de esere recordata per acendimento de lo spiritu
et per esenplo non tanto del mondo vano ma etiandio de tuti
li religiosi de qualunca stato se ssia.
Et fece questu fervente frate Jacopone tutto
el suo studio et fondamento en principio dela sua conversione,
en questa santissima humilitade como en ferma pietra e totalmente
al modo apostolico e spogliandose dal mondo e dalle soi cose.
Et anegando se medesmo con massimo fervore, nudo se oferse
alli piedi del crucifiso sometendose alla cura et obedienzia
de chi l’aviva a regere, pigliando la via delle sante
vertude per suo esercicio nele quale s’era tanto dato
et de ese vestito che como ebrio pariva enn·onne tenpo.
Et massimamente nella vertude della santa humilitade, de la
quale aviva fato uno abito per la quale onne cosa gli pariva
facele a portare onde senpre era soleceto a servire all’infermi
et mortificare et esere mortificato da altri, senpre faciva
li più villi servizii dela casa con massimo fervore
et vacava allo studio della santa oratione et contenplatione
et era ancora homo de grande penetenza; era ancora de massima
pazienzia; la madonna povertade amava con onne studio; finalmente
enn onne vertude era perfeto como vedirimo desotto.
Et pensandose en se medesmo dela vita sua
pasata et vedendose de tenpo et renproverando se medesmo conpuse
quella lauda che comenza cussì: Udite mata pazia
[2]. Et avendo ja sentito fra Jacopone dali frati como el
glorioso Francisco en quella note che dormì en casa
de meser Bernardo da Quetavale d’assissi fece quella
pura et devota oratione a Dio dicendo solamente queste parole:
“Dio mio, Dio mio, chi sei tu e chi so io”.
Et questo dicendo per bono spatio fogli (gli fu)
conceso da Dio tanto lume del conoscimento de Dio et de se
medesmo che quassi devenne en se medesmo una cosa adnichilata
tanto fo posto nela profonda humillitade.
Et questo perché vediva alquanto de la smisuranza et
enconprensibele alteza de Dio et lo profondo et la baseza
dela miseria et frageletà humana. Onde conssiderando
questo fra Jacopone tuto se dette alla conssideratione de
queste parole, le quale gli parveno de gran sostanzia.
E staendo en questu pinsieri, per pu tenpi
fo posto da Dio enn’uno meraviglusu lume del conoscimento
de se medesmo. Et avendo comenzato ad sentire el gusto de
que sta vertude facendo bon principio perochè nullo
po venire al conoscimento de Dio se prima non conosce se medesmo
esere bellissima materia et vaso pien de miseria. Et esendo
posto en questa conssideratione conpuse quela laude che comenza
cussì: Homo tu sei engannato [3].
Et cressendo tutavia nell’anema sua questa conssideratione,
non podeva pensare altro arecandose a memmoria le molte offensione
che aviva fate contra Dio.
Onde una volta staendo enn’oratione
entro en questu abiso et tuto amaricato per lo dollore delli
suoi pecati, conpuse quella lauda che comenza cussì
e dice Como la morte fa al corpo humanato molto peio fa
all’anema el pecato [4].
Un’altra volta, staendo fra Jacopone en questu pinsiero
dela propia miseria, dolendose dell’offese c’aviva
fate verso Dio, conpose quella lauda che comenza cussì
Oime lassio dolente [5], conssiderava fra Jacopone
con massimo dollore che per lo pecato era encorso nela ira
de Dio et però stava con molto dolore cordiale et per
questo conpose quela lauda che comenza cussì Sengnor
mio danme la morte [6].
Ancora stando en questo pinsiero et amaritudine senpre mostrava
amaritudine e tristitia de core enperochè era nelli
primi anni de la sua conversione li frati lu confortavano
dubitando de qualche tentatione.
Et quello che era tuto acostato con Dio non curava de conforto,
onde stando una volta en massimo fervore conpose quella lauda
che comenza cussì Sengnore mio per cortessia
[7].
Et vedendo fra Jacopone che nullo conforto ce giovava alla
sua tribulatione, recorriva ad Christo con molti pianti et
ssendo enpazito del’amore de Jesu Christo conpose quela
lauda che dice L’anema mia da Christo s’è
smarrita [8].
Et facendo questa lauda, la quale fece con tanto fervore che
sentiva dentro da sè massima consolatione per modo
che gli pariva che fose partita da lui bona parte de la tristitia
che per più tenpi aviva portata nell’anema sua,
et pero sequita(o?) gio la lauda demostrando como pare che
l’abbia sentito nell’anema sua dicendo cussì
nela lauda:
Amor Jesu amor dissidiroso
vero homo et vero Dio e vero sengnore
amor Jesu deli angneli reposo
dell'aneme sante sei consolatore
laude e gloria et onore
en lo senpiterno a te sengnore
superno et viva el santo nome de Jesu.
Viva el santo nome benedeto
de Jesu cellestiale sposo
per la tua gratia en ciascun tuo dileto
amandote amor dissidiroso
fa onne uno glorioso
nel tuo santo reposo
per amor de quello lengno
nel qual pendisti sengnor mio Jesu.
Et da quella ora en poi parse che avese getata via gran parte de quella tristitia che prima mostrava. Et era quassi enn’un giubilo d’amore ma non però molto smesurato como sequitò poi.
Atese continovo a conbatere con lli vizii
et aquistare le vertude. Et fo gli non poca fatiga de sotometerse
totalmente all’obedienzia de li prelati, advengna che
avese operate gran cose nella mortificatione en quelli diece
anni che vise nel bizocone pure non aviva provata la sogizione
et mortificatione dela propria volontade.
Fo gli forte en quelli primi principii.
Et pero avendo gia gustato in spiritu la vera libertade dalla
falza del mondo, conpose quela lauda che dice O liberta
sogeta ad onne creatura [9].
Comenza mo fra Jacopone ad gustare et conoscere la libertà
francischino la quale prima non conossiva en veretade se non
per una cotale scorza. Et saporandola molto la conmendava
e dice O amore e sequita con dilleto; fra Jacopone comenza
a sallire per la scala de le vertude. Et tutavia era dissidiroso
de saliire a trovare quello che ia sentiva nel anema sua vedendo
che la via dela humillitade et sobgezione e la vera via per
salire a tute l’altre vertude et questo era tuto lo
suo studio.
Et contenplando en questa sua ssientia, cioè humilitade,
conpuse quela lauda che dice Ensengnateme Jesu Christo
ch’io el voglio trovare [10] et sequita.
E stando pure en quella contenplatione et gusto de volere
acquistare questa humilitade como quella che se tirava tute
l’altre vertude dereto per la quale vertude iso sentiva
nell’anema sua uno piacere non conossuto, tuto se recolse
en se medesmo per molto tenpo tale sapore non saporato en
prima et esendo en questa soave meditatione conpuse quela
lauda che dice Hi vol trovare amore humillii el suo core
[11].
Tuto el tenpo de questu servo de Dio fra Jacopone era nella
santa meditatione de Dio per fugire questi vicii che ocuppano
l’anema et podere pervenire allo stato dela vera tranquilitade.
Onde un dì meditando conpose quela
lauda che dice L’anema che vitiosa [12] nela
quale demostra como l’anema che sta en questi vizii
e fora dela gratia de Dio.
Et volendo entrare per la via delle vertude subito le vitia
sonno spaventate como lo sole descacia le tenebre. Onde en
fine de questa laude dice avendo l’anema renunziato
alle vitia et recevotu el lume como gia teniva en se, dice
cussì: “O anema non esere en grata de tanto bene
che Dio tanto (a dato) vivi senpre innamorata colla vita angnelecata”.
Era questu servo de Dio fedelle e vero figliolo
de santo Francisco en tute le cose le quale sapertenivano
alla vera observanza de la regola de santo Francisco.
Et massimamente della santa povertade la quale lui amò
tanto teneramente che mai non volse altro che quello che gli
concediva la regola. Et per lo gran zello che de esa aviva
senpre dissiderava non tanto nella sua religione ma etiandio
en tute l’altre religione la confortava et quano vedivi
che la fose poco amata se ne doliva molto et non gli era pace.
Onde per lo gran zello et amore chegli portava a conmendatione
de esa et a biasmo de chi non la observava, fece de esa povertade
alcune belle laude enfra più tempi et la prima comenza
cussì: Amore de povertade [13], l’altra
devota lauda dela povertade comenza cusì: Povertade
ennamorata granne êlla tua sengnoria [14].
Conssiderando fra Jacopone sopra questa vertude dell’altissima
povertade conpose questa laude: O amore de povertade grande
e lla tua nobeltade [16].
Ancora conssiderando l’amore de Christo
verso la umana natura, conpose quella lauda che dice O
Christo onnepotente dove sete enviato che ssì pelligrinato
ve sete miso a gire [15]. Et esendo el beato fra Jacopone
vero frate menore et ennamorato de questa vertude madonna
povertade enfra più volte come dito conpose queste
laude Povertà poverella poca gente de te favella
[17].
Ancora più enfiamato de questa povertade conpose questa
altra lauda che dice Dolce amor de povertade quanto te
devemo amare [18].
Ancora enfianmato de questa vertude de la povertade, non pariva
che se ne podese satiare de commendarla et meterela en core
alle persone, massimamente a religiose persone, conpose questa
altra lauda che dice O povertà giogiosa pace de
libertade [19]
Conssiderando fra Jacopone sopra questa povertade et quanto
fo amata da Christo como sua dilleta sposa et quanto la reconmandò
alli suoi dissipuli per tuto lo tenpo che stette con isi massimamente
en fine quando montò en ciello et como è stata
male amata.
Et staendo en questo fervore conpose quella lauda che dice
cossì: O Christo onnipotente dove sete enviato
che ssì poveramente gite pelligrinato [20] et
sequita.
Contenplando una volta fra Jacopone con dolce
meditatione la virtuosa de Christo et quanto fo penosa en
questu misero mondo nel quale pensiero compose questa lauda
che comenza Vita de Jesu Christo spechiu immaculatu lu
tuo perfeto stato mostra la mia viltade [22].
Ancora questu beatu contemplatore de Dio contemplando un’altra
volta nella vita de Christo quanto ella fo spechiij enn·onne
cosa e de smisurata bontade et perfexione et staendo en questa
contenplatione e conssideratione dela vita sua, quanto è
fragele et misera, per la qual cosa tuto era alienato et staendo
en questa conssideratione conpose quella lauda che dice O
vita de Jesu Christo spechiu de veretade [21]; et avendo
conssiderata la perfetà de Christo, comenzò
a contemplare quanto è penosa la vita humana et conpose
quella lauda che dice: O vita penosa [23].
Conssiderando ancora fra Jacopone quanto
era smarrita la via de la bontade et perché era cussì
ensalvatichita et puochi gli pariva che andasero per esa et
en questa contenplatione conpose quela lauda che comenza La
veretade piangne [24].
Contenplando una volta fra Jacopone nella sua mente quanto
besongna guardare et tenere a freno li sensi del corpo per
li quali entra la morte nell’anemo como dice el profeta
et en questa meditatione conpose quella lauda che dice: Cinque
sensi an meso el pingno [25].
Et staendo nel pinsiero como l'omo deve esere ordenato e composto
nele sante vertude et staendo en questu pinsiero conpose quela
lauda che dice: L’omo che vol parlare [26].
Et staendo una volta fra Jacopone nela meditatione et conssideratione
humana quanto è atuata senpre più presto a gire
en su per elatione de superbia et propria reputatione, che
non è ata a gire engno per profonda humilità
et sobgitione et staendo en questa conssideratione conpose
quella laude che dice La superbia de l’altura
[27].
Dapo questu pinsiero et conssideratione pensava
como podese dare remedio a tanto male quanto è questo
della superbia et estando en questu pinsiero fo amagestrato
dallo spirito santo. Et conpose quella lauda che dice Homo
mitite ad pensare donde te vene el gloriare [28].
Et esendo atristato et enfervorito en questa conssideratione
subito conpose quella lauda che dice Quanto t’aliegri
homo d’altura [29].
Et facendo fra Jacopone questa fo molto levato nella conssideratione
de la morte et per alquanti dì stette tuto sospeso
et quassi allienato et en questu pensiero conpose quella lauda
che dice O Jesu Christo piatuso [30].
Et esendo entrato fra Jacopone en questa terrebele cogitatione
molto en ciò stava ocupato. Et depo la conssideratione
de la morte pensava nel giudicio finale che lì se de’
rendere rassione de tucti li suoi pecati che avese fati contra
Dio perfine ad uno minomo delli mortali et veniali et finalmente
d’onne parola otiosa et vana per la qual cosa conpose
enn’espiritu quella lauda che dice O corpo enfracidato
[31].
Et comenzò quellu servo de Dio fra Jacopone ad meditare
la passione de Christo como sonmo remedio et medicina per
fogire onne enpedimento del’anema che vole servire a
Dio.
Onde che esendo meso nella conpassione et
conssideratione dela pasione del Salvatore cerca alla settemana
santa et cussì tuto aciso conpose quella lauda che
dice O derrata guarda al prezo [32].
Et esendo entrato fra Jacopone nelli dì santi, cio
è dela pasione de Christo, tuto stava aflictu et adolorato.
Non se vedeva et non voleva alcuna umana conversatione in
tuto datu nela santa meditatione de la passione de Christo
et non solo era aflictu ma molto aviva cordoglio alla matre
Jesu Christo Vergene Maria. Onde conpose quella lauda che
dice Donna del paradiso [33].
Ancora questu venerabile contenplatore de la pasione de Christo,
considerando che per lli pecati era morto Christo, conpuse
quella lauda che comenza cusì: Amore per lo mio
pecato [36].
Provando el vero cavalieri de Christo fra Jacopone l’ensidee
del demonio et como senpre cerca per nove vie de tentare et
fare cadere li servi de Dio et avere de lloro vettoria e menarli
puoi en sua sengnoria, se pose en core de conbatere col nenmico
e de scoprire le suoi mallitie, conpuse quella lauda che dice:
Ore odete la babtaglia [34].
Et sentendo questu vero humele la grande utilitade de esere
bene anichilato et gustando el fruto de questa anichillatione
conpose quella lauda che dice: O alta nichillitade
[35].
Ancora questu vero servo de Christo fra Jacopone,
contenplando colla mente tuta levata en Dio, vedendo quella
luce divina conpuse quella che dice O santa luce
[37].
Contenplando lu beato fra Jacopone cola mente levata a Dio
volendo dare lume de trovare Christo dice cussì: Chi
de Christo vol sentire [38]... Lo rengno celestiale
[39] ... Ga se parera li amanti [40] . . . Chi
vole levare lu core dalli van pinsieri [48]... Seno
me pare che ssia [41] ... Cristu ne envita a bevere
[43] ... Chi ha entelleto da pensare [46] ... Alla
croce sta la madre de Christo [44] ... Chi vero cristian
chiamato [45?] ... Omne anema che damore vol sentire
ssi gli convene en prima humiliare [47] ... Nella
dingn stalleta [49] ... Luce encreata luce divina
[50] ... Andiamo a vedere quel verbo che nato [51]
... O novella pasione [52] ...
Et esen una volta tentato questu homo de
Dio fervente francischino fra Jacopone de mangnare d’una
coratella et questu como vero conbattetore contra li vizii
volse tenere la via de mezo, cioè de contentare el
corpo e l’anema.
E tanto fece che procura una coratella la quale como l’ebe
l’apicò nela cella dove lui dormiva.
Et la matina quando era l’ora del mangnare et llui andava
et resguardava quella coratella e tocavala on poco colla facia
e poi tirava via et secondo la usanza l’altro dì
faciva el simele
Et tanto state cussi quella coratella che envermenì
et puzava ssì forte che se sentiva per tuto el dormetorio.
Et fra Jacopone onne dì la visitava e tocavala col
volto con molto piacere per confondere el vitio de la gola.
Or tanto crebbe quella puza che se sentiva non tanto per lo
dermetorio ma per tuto lu luoco. Onde li frati stavano tuti
amaricati non sapendo donde questa puza venese et per più
di cercarone donde quella puza podese venire.
Et non podendo ciò trovare, stavano malcontenti ssì
per la vergogna et per llo danno.
Alcuni deli frati se comenzò ad scorgere che più
era orribele puza descontra alla cella de fra Jacopone che
altrove nel dormetorio. Onde comenzarono a sospetare de fra
Jacopone dicendo: «qualche fantastecaria averà
fata questu fantastico de fra Jacopone», perochè
llu tinivano uno fantastico per quello suo desprezo et viltade
che mostrava.
Et finalmente aprendo la cella de fra Jacopone trovarono quella
coratella tuta marzia, piena de vermi, tanto fetente che per
veruno modo lo bastava l’animo ad acostarse ad esa la
quale fra Jacopone odorava per cosa molto odorifera.
Allora quelli frati reprendendolo asperamente lu pigliarono
et pesole sensa tocare terra lu portarono nelo necessario
e miselo dentro en quella puza dicendo: «poichè
te sa cussì bona la puza, toglitene et satiatene mo
quanto tu voli».
La qual cosa fra Jacopone recevette con tanta alegreza como
uno goloso affamato fose stato posto ad una mensa piena de
soavissimi cibi. Et estando lì dentro tuto giubilando,
cantando ad alta boce quella lauda che comenza: O iubelo
de core che fai cantare d’amore [53].
Et cantando fra Jacopone en questu giubilu en quello luoco
cussì fetente.
Et ecote quello consolatore vero delli aflicti et esconsulati
Jesu Christo beneditu che gli apparve en quello luoco. Non
temendo per la puza de consolare el suo servo fedele frate
Jacopone.
Et desegli cossì: «frate Jacopo carissimo, io
ho veduto che non te sei schifato nè turbato per l’angiuria
recevuta et per la puza dove tu stai per lo mio amore. Ore
io te voglio rendere per la puza soave odore; domandame quello
che tu voli da me, ca io tello voglio dare gratiosamente».
Allora fra Jacopone conossendo che quello era veramente iso
Jesu Christo, respose subitamente con reverenzia et disse:
«Sengnore mio Jesu Christo, io te prego che me faci
questa gratia che vui faciàte uno altro enferno molto
più profondo et orribele che questu che è al
presente aciochè enn’iso se posa meglio purgare
li mei pecati orribeli, per li quali non bastò questu
che è al presente».
Per la quale resposta et atu per iso operato se demostra la
vera humilitade de questu santo homo et, partendose el suo
amore Jesu Christo, lu lasò molto.
Et cussì stando fo repieno de massima consolatione,
nela quale compose quela lauda che dice: Lu core umiliato
[54].
Dapoi questa visione ebe de continovo un
lume del’amore de Dio per ssifato modo nel core suo
che quassi senpre pariva ebrio de dolceza.
Onde patì dapoi molte persecuzione et tribulatione
et conpose multe laude como mostrarimo de soto; comenzò
fra Jacopone a sentire fiamme d’amore et en questo conpose
quella lauda che dice Col core desprezato voglio gire
[55] ... O dì chi verra a quella alteza dela gloria
eternale [56] ... Luce d’eterna vita [57]
... Homo che po sua lengua domare [58] ... O
novo canto [59] ... All’amore che venuto en
carne a nui se dare [60] ... En sete modi appare
destita (sic) l’oratione como Christo ensengnone
en paternostro sta notato [61] ... Fugo la croce
che me devora [62] ... Col ochi chi ho nel capo la
luce del dì enmediante [63] ... Figloli nepoti
et fratelli ristituete el mal tolleto [64] ... Vorria
trovare chi ama [65] ... Udite una contentione che
è enfra l’anema el corpo [66] ... O
mezo vertuuso retenuto a bataglia [67] ... Facian
fato or faciamo [68] ... Anema mia creata gentile
[69] ... O anema fedele che te voi salvare [70]
... Onde vien tu pelegrino amore [71] ... Homo
de te me lamento che tu me vai pur fugendo [72] ... L’omo
fo creato vertuuso vols’ello rompere per sa sua fallaa
[73] ... Ave piena gratia et vertude [74] ...
Piangni dolente anema predata [75] ... Amor dileto
Christo beato [76] ... O Christo pien d’amore
[?] ... O regina cortese [77] ... Lamentome et
piangno et sospiro per più podere amare [78] ...
Sengnor mio io vo languendo per poterte retrovare
[79] ... Amor dileto amore per che m’hai lasato
amore [80] ... Homo che lamenti brevemente te respondo
[81] ... Fede speranza e caritade li tre cieli voi figurare
[82] ... Udite una contentione ch’era fra dui persone
[83] ... Piangne la Chiessia [84] ... O Papa
Bonifatio quanto ha’ giocato al mondo [85] ...
Que farai fra Jacopone che sei conduto al paraone [86]
... O Papa Bonifatio io porto el tuo profatio [87]
... O alta penetenza pena en amore tenuta [88] ...
Godi godi nelle pene [90] ... La pastore per
lo mio pecato [89] ... Jesu Jesu Jesu tra la mia
mente en su [?] ... Amor divino amore che non si
anato [91] ... O amor muto che non vol parlare
[92] ... Amor dolce senso pare [93] ... O dolce
amore c’hai morto l’amore [94] ... Sapete
voi novella de l’amore che m’ha rapito et asorbito
el core [95] ... Uno arboro da Dio piantato el quale
amore è nomenato [96] ... O Vergene più
che fenmena Santa Maria beata [97] ... Vale frate
Jovanni vale [?] ... A fra Jovanni dala Verna [98]
... O castità bel fiore [99] ... O fenmene
guardate [100] .. . O Francisco da Dio amato
[101] ... O Francisco poverello [102] ... San
Francisco ssia laudato [142] ... O pecaturi delenti
che ve volete salvare [103] ... Que fai anema predata
[104] ... Molto me so delongato dalla via che lli santi
han calcato [105] ... Novo tengo d'ardore che tanto
è profetato [106] ... Que farai Pietro da
Morrone [107] ... Mutate hanno le veste li lupachini
[108] ... Laudiamo de buon core todini [109] ...
O frate Ranaldo dove sei stato [110] ... Talle
quale tolle [111] ... La bontade se lamenta che l’affeto
non l’amato [123] ... O frate mio briga a Dio
tornare [113] ... Dolce Vergene Maria [114]
... Sposa que me domandi [115] ... Jesu dolce
mio sposo [116] ... O Jesu fornace ardente [117]
... En cinque modi appare lu Sengnore en questa vita
[118] ... Tutora dicendo de lui non tacendo [119]
... Troppo perde lu tempo chi non t’ama [120]
... L’amore lu core ssì vol pigliare
[121]... O frate guarda el viso [122] ... La
bonntà enfinita vole enfinito amore [112] ...
Asai m’esforzo a guangnare (sic) [124] ...
Guarda che non cagi amico varda [125] ... Amor
divino amore perchè m’ha asediato [?] ...
Amore che m’ami tanto [127] ... O amore
che m’ami prendine alli tuo ami [128] ... O
amore contrafato spogliaato de vertude [129] ... O
povertà terrena virtù divina [141] ...
Amore dileto amore [?] ... Ben moro d’amore
[130] ... Or se parera chi avera fidanza [147] ...
Amore de caritade perchè m’hai asediato
[135] ... O anema fedele che de Dio vol sentire de non
ossire de tene che loco el poi trovare [131] ... Or
se comenza el santo pianto [148] ... A'll omo mai
se sa ben conffesare [132] ... O conssienzia mia
[133] ... Non tardate pecaturi ritornate ad penetenza
[134] ... Cristu speranza mia [136] ... Manma
tanto sei piatosa [137] ... Angneli santi che stanno
davanti [138] ... L’amore ch’è
consumato a prezo non revarda [139] ... Anema che
sei levata nella deità perffeta [140] ... O
Jesu fornace ardente [117] ... Or chi averia cordoglio
[143] ... Senpre te ssia en dileto ch’el mondo
anema mia [144] ... Se per dileto tu cercando vai
cerca Jesu e con teco serane [145] ... Luce encreata
luce divina [50] ... Dileto Jesu Cristo [146]
... O claritade vita conn altro amore e e morto [149]
... Chi vedese el mio dileto dica che d’amore languisco
[?] ... Non mel pensai giamai de danzare alla danza
[150] ... One homo s’esforzi bene d’ordenare
la sua mente [151] ... O pesatore chi ta fidato che
de me nonn hai tenenza [152] ... O anema che dissidiri
andare a paradiso [153] ... Lo consumato amore prende
forma novella [154] ... Altre quatro vertude son
cardenale chiamate [155] ... Con dissiderio vo cercando
[156] ... Purità Dio te mantengna senpre dentro
li nostri cuori [157] ... Giesu Christo Dio mio quando
me t’acostaro [158] ... Jesu Christo amoroso
enllumename el core [159] ... Puoi che Dio per sua
piatade [160] ... Nnon se tengna amatore [161]
... Ave croce beata [162] .... Resvarda anema
mia alla croce de core dove Jesu tuo amore denai con angonia
[164] ... Amor Jesu dileto ven dentro dal mio core
[165] ... Jesu dolce fanmete amare [167] ... O
buon Jesu puoi che m’hai ennamorato del’ultimo
stato me dona certanza [168] ... O buon Jesu Jesu
l’amor cortese [169] ... Per li vostri grandi
valuri o Vergene Maria [170] ... Doname l'amore Jesu
de te fanme asagiare [171] ... D'amor languisco Jesu
te amando [172] ... D'amare Jesu amore non me poso
tenere [173] ... Anema mia prendi lu manto de Christo
dolce amore [174] ... Cristu per lo tuo amore tu
prendi lu mio core [175] ... Eco la primavera o buoni
fraticigli [177] ... Del tuo bassio amore dingnate
bassiarme [176] ... Voglio te avere et non te vo
lasare [178] ... Sci fortemente son trato ad amare
Jesu redentore ch'io me sento tuto transformare [179]
... Misiricordia altissimo Dio agi piata de me che so
ssi rio [180] ... Oime lassio e friddo lo mio core
che non spira tanto per amore che tu morissi [181] ...
Oratione ssi è levamento enmidiate de la mente
a Dio per gratioso de Dio tocamento [182] ... Avanti
ad una collonna viddi stare una donna che fortemente piangniva
[183] ... Pe la mia mente e nel mio core senpre ssia
Christo Jesu ne [184] ... La fede e lla speranza
m'ha fato sprezatore [185] ... Perchè m'hai
tu creato o creatore Dio [186] ... Oimè dolente
de Christo amoroso [187] ... Furito (sic) Christo
nela carne pura [188] ... Moro d'amore per te Redentore
[189] ... Jesu nostro amatore tu aprendi li nostri
cuori [190] ... O Jesu con guardo enfianmato me tieni
[191] ... O Christo mio dileto amor per te languisco
[192] ... El dolce amatore Jesu per amore [193] ...
Alto patri noi te pregamo [194] ... Dela fede
dirò prima [195] ... Solo c'a Dio posa piacere
[196] ... Yesu nostra speranza Jesu nostro amatore [197]
... Vergene chia (sic) luce [199] ... Nanti
che vengna la morte [?] ... O superbo et rigoglioso
[201] ... One homo con alegranza novela agia alegro el
core [202] ... Al nome de Dio onnipotente sengnore
dolce et piano et sofferente [203] ... Poi che sei
delliberata alma de tornare a Dio [205] ... Ciascun
devotamente saluti l'alta Vergene Maria [206] ... Figlio
poichè sei nato et hai dingnato de me prendere carne
[207] ... Qual è la voce che fa resonare
[208] ... Ciascun devotamente novella laudi canti de buon
core [210] ... Descindi santo spirito [211]
... O Christo pietoso sengnor pien damore [229] ...
Omne homo s'aliegri de core [228] ... Oimè
oimè dolente [?] ... D. ce l'angnelo alli
pasturi [166] ... Udite en cortessia [212] ...
Que farai morte mia [213] ... Udite una contentione
[214] ... ancora conpose en prosa e dice: Yo examino me
steso [Prosastüch, nach 226] ... Destrugasece
el core [225] ... Maria nutrice de Jesu mio amore
[215] ... Pregatelo per amore Madonna [216]
... O Jesu dolce amore mercè te chiedo [217]
... O amore dileto amor per te languisco [?] ...
O dileto Jesu Christo [218] ... Enchinateve et
salutate lu dulcissimo Sengnore [219] ... Cantiamo
tuti alegramente [220] ... O pecatore duro e desperato
[221] ... Dolce amore Christo beato ch'en Betelem
è nato [222] ... Laudiamo Jesu Christo
[223] ... Ave Maria gratia plena [224] ... Li
pinsieri digliosi e forte [226] ... Frigessente caritade
[?] ... Chi ne siria credente odendo dire [231] ...
Pero che lli homini domandano [232] ... Sopr'onne
amore el bel sapere [231] ... Volendo acomenzare
a laude del Sengnore [235] ... Vui c'avete fame de
l'amore [236] ... Lo mio core e la mente ssì
me fa languire [237] ... Omne fino amatore renovi
la sua mente [239] ... 'amore a me venendo [200]
... Pregan Jesu nostro Salvatore [238].
El nome del bon Jesu senpre ssia laudato.
Expedita è la prima tavola de le laude del beato fra
Jacopone da Tode figlolo de Benedeto da Tode. Trovasi ch’el
beato fra Jacopone pasò de questa vita a Christo l’anno
del sengnore Mille ducento ‘ novante e sei a dì
vinticinqui de marzo.
El suo corppo fo portato nel monisterio de monte Christo.
Et dapuoi molti anni fo onorevelemente portato alla ciptade
nel loco dilli frati menori cio è santo Fortunato.
Et è onorato non solo lì ma en molte parte de
Italia et for de Italia.
Ad laude de Jesu Christo et del poverello Francisco amene.
Queste che sequitano non so se sonno le suoi la [prima] O
dolce amor Jesu quanno sero [XIV] la seconda Amor
Jesu perchè e sangue spandisti [?] la 3 Questa
sposa dileta [IX] la 4 Vergene benedeta [X]
la 5 Spiritu amore [?] De santo Francisco Sceso
da l’alto [sic] rengno [I] De santo
Francisco O Glorioso et magno conffesore [II] Dela
Madonna Matre de Christo gloriosa e pura [IV] De
santo Francisco Prega per noi Jesu Francisco beato [III]
De santo Paulo apostolo O glorioso et mangno et nobele
canpione (V) Del desprezo del mondo Oramai che so
enneta [VI].
Un’altra devota lauda Chi l’averia pensato
[?] L’oratione de la pietade Alto sengnor Jesu ch’en
croce pende [VII].
Per ultimo conffeto pongno una notevele lauda
la quale iso conpose apreso alla fine della vita sua, la quale
lauda lui conpose a confutare et mozare certe lengue serpentine
che avivano parlato contro de lui dicendo che fra Jacopone
era uno fantastico et tuto quello che aviva dito erano fantassie
fondate en paglia et che figiurava la divinitade quando per
un modo et quando per uno altro et quassi volendo dire che
lui avese fantasteca hopinione et erase en qualche cosa.
Onde che avendo odito questo fra Jacopone tuto recolto en
sè alzò la mente al suo amore Jesu como vero
umele et quello che sentiva dello spiritu de Dio et en fuoco
et fervore delo spiritu santo conpose quella lauda che dice
Sopr’onne lengua amore bontà sensa figiura
lume for de misura resprende nel mio core [240].
La quale lauda chi la legerà con sentimento de core
et giusto de Dio conprenderà como et quanto era nela
sua mente et anema quello lume divino che lui a dito desopra
en quella lauda dita de sopra.
Et vederà se lui a parlato como fantastico o como quello
che entendiva et giustava et aviva en se veramente quello
che iso parlava. Et quanto fo familiare et amico del altissimo
Dio, vederitelo et oderitelo alla fine dela sua vita, perochè
venendo apreso alla sua morte li frati gli vollivano dare
li sacramenti della Chiessia, a li quali lui respose che non
li voliva. Et quelli tuti scandilizati dicivano: «come
questo, frate Jacopone vol tu morire como uno heretico che
tu dice che non voli li santi sacramenti?». A questo
parllare lui alzò li ochi al cielo et dese cussì:
Jo credo en Dio patre onnipotente
E tre persone enn’uno esere solo
He fece l’universo de niente
E credo Jesu Cristo suo figliolo
È nato de Maria et crucifiso
Morto e sepolto con tormento e duolo
Andò a Linbo e trase del’abiso
Li santi patri la giò de questo fondo
Quasu de sopra li menò con seco
Al terzo dì puoi florido et giocondo
Ressussitò et al cielo salio
Per la sua vertù partendose dal mondo
Et sede en forma d’omo allato a Dio
Et verra a giudicare nel’ultim’ora
Salvando el buono et dannando lo rio.
Et solecetandolo pure li frati che pigliase
li sacramenti respose che aspetava el suo patre frate Jovanni
dala Verna che li voliva pigliare per le suoi mane.
Et perché da quello luoco dove stava enfermo fra Jacopone,
che se chiama Colazone, per fine alla Verna dove stava frate
Jovanni sopradito era logno viaio, li frati se ne facivano
beffe delle suoi parole parendo gli che non fose possebele
prima perchè a frate Jovanni non gli era per veruno
stato notificato et non se pensavano che llui venese onde
che lloro non credevano.
Et stavano mal contenti dela sua pertinace et tutavia solecetandolo
a pigliare li sacramenti fra Jacopone en fervore de spiritu
comenzò quella lauda che dice Anema benedeta dall’alto
creatore [241]
... Et fornita questa lauda uno de quelli frati resguardò
verso el piano et vedde venire dui frati foristieri. Et apresandose
quelli per vedere chi fosero conobbero che era el santo homo
frate Jovanni dalla Verna el quale enspirato da Dio veniva
per consolare el suo fratello carissimo en Christo frate Jacopone.
Et veduto li frati questu miracolo espresamente conobero che
frate Jacopone aviva lo spiritu de Dio en sè et era
aciptissimo nel conspetu suo, puoi che tanto benignamente
gli condessendiva al suo santo dissiderio.
Et gionto che fu frate Jovanni visitò el servo de Dio
fra Jacopone et recreatose enseme de consolatione spiritualle,
frate Jacopone recevette tuti li santi sacramenti della Chiessia
devotamente per le mano del santo homo frate Jovanni dala
Verna como iso aviva dissiderato et aspetato.
Et cussì confortato nel sengnore comenzò una
lauda che dice cussi Jesu nostra fidanza [227] del
core somma speranza amore desmisuranza somo re coronato.
... Et dita questa lauda se voltò
ali frati che gli stavano dentorno li quali tuti piangnivano
per devotione, vedendo quello glorioso servo de Dio pasare
de questa misera vita dove aviva tanto patuto et adflito quello
suo corpo nelle mortificatione de se medesmo et quanto era
stato nobele et vertuosa et humele la sua conversazione.
Et con quanto fervore et fuoco d’amore de Dio era pasato
per mezo dela fornace dove sera affinato più che non
fo maioro. Finalmente alzando li ochi e le mane et la mente
al suo amore Jesu Christo conn iso en boca pasò quella
felice anema ad Christo suo dileto lasando massimo odore et
consolazione nell’aneme et nelli corpi de quelli frati
che erano li presenti amenne.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
Altri Luoghi dello Stesso Itinerario
S. Valentino da Terni
Valentino da "Interamna" (Terni) (Interamna Nahars 176 ca. - Roma, 273) fu vescovo e martire cr…
S. Rita da Cascia
Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei Santi, prima e dopo la m…
S. Veronica Giuliani
Veronica Giuliani, al secolo Orsola, è una delle più grandi mistiche della storia. Ebbe numeros…
B. Colomba da Rieti
Angiolella nacque da Giovanna Guadagnoli, seconda moglie di Angelo Antonio Petrozzi, il 2 febbr…
B. Lucia da Narni
Nata a Narni il 13 Dicembre 1476, Lucia morì a Ferrara nel 1544. Fu beatificata nel 1710. La Be…
S. Chiara da Montefalco
Figlia secondogenita di Damiano e Iacopa, Chiara nacque nel 1268 a Montefalco, e qui sarebbe vi…
B. Angela da Foligno
All'interno della tradizione francescana si realizza anche l'altissima consapevolezza mistica d…
S. Scolastica da Norcia
S. Scolastica, sorella di S. Benedetto, nacque a Norcia intorno al 480, e morì a Piumarola (Fro…
B. Giovanna (Vanna) da Orvieto
Vanna o Giovanna nacque a Carnaiola nei pressi di Orvieto nel 1264. Della sua vita poco si cono…
B. Jacopone da Todi e le sue Laude
La tradizione manoscritta ha conservato circa un centinaio di laude attribuite a Jacopone, di c…
S. Antonino Fantosati da Trevi