S. Scolastica da Norcia
S. Scolastica, sorella di
S. Benedetto, nacque a Norcia
intorno al 480, e morì a
Piumarola (Frosinone) nel 540.
Della sua vita si conoscono solo le poche vicende tramandate
da S. Gregorio Magno ne "Il
Libro dei Dialoghi".
Di certo si sa che, almeno alcuni anni prima della morte,
dimorava nei pressi di Montecassino.
La consanguineità con Benedetto
e la forza spirituale della sua figura, hanno fatto di Scolastica
un'immagine molto venerata, sin dalle origini, dalla grande
famiglia dei Benedettini.
Molti Monasteri furono dedicati al suo nome: lo stesso cenobio
di Subiaco le fu consacrato.
«Scolastica, consacrata
al Signore sin dalla più tenera età - scrive
S. Gregorio - soleva far visita
al fratello Benedetto una volta all'anno.
L'uomo di Dio scendeva ad incontrarla in
una dipendenza del Monastero di Montecassino,
non molto lontano dalla porta.
Un giorno, dunque, come di consueto, ella venne, e il suo
venerabile fratello, accompagnato da alcuni
discepoli, scese da lei.
Trascorsero l'intera giornata nella lode divina e in colloqui
spirituali, e quando ormai stava per calare l'oscurità
della notte, presero cibo insieme.
Sedevano ancora a mensa, conversando di cose sante, e ormai
s'era fatto tardi, quando la monaca sua sorella
lo supplicò dicendo: "Ti prego, non lasciarmi
questa notte; rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie
della vita celeste". Ma egli le rispose: "Che dici
mai, sorella? Non posso assolutamente trattenermi fuori dal
monastero".
Il cielo era di uno splendido sereno: non vi si scorgeva neppure
una nuvola.
Udito il rifiuto del fratello, la monaca
pose sulla mensa le mani, intrecciando le dita, e reclinò
il capo su di esse, per invocare il Signore onnipotente.
Quando rialzò la testa, si scatenarono tuoni e lampi
così violenti e vi fu un tale scroscìo di pioggia,
che né il venerabile Benedetto, né
i fratelli che erano con lui poterono metter piede fuori della
casa in cui si trovavano.
La vergine consacrata, reclinando il capo
sulle mani, aveva sparso sulla mensa un tale fiume di lacrime,
da volgere in pioggia, con esse, il sereno del cielo.
E la pioggia torrenziale non seguì di qualche tempo
la sua preghiera, ma fu ad essa simultanea, a tal punto che
mentre ancora la donna alzava il capo dalla
tavola, già scoppiava il tuono; tutto avvenne nel medesimo
istante; col sollevare del capo la pioggia incominciò
a scrosciare.
L'uomo di Dio, vedendo che in mezzo a tali
lampi, tuoni e tanta inondazione d'acqua non poteva affatto
ritornare al monastero, cominciò a rammaricarsene e,
rattristato, le disse: "Dio onnipotente ti perdoni, sorella.
Che hai fatto?".
Ma ella rispose: "Vedi, io ti ho pregato, e tu non hai
voluto ascoltarmi. Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha
esaudita. Ora esci, se puoi; lasciami pure e torna al monastero".
Ma egli, non potendo uscire dal coperto, fu costretto a rimanere,
suo malgrado, là dove non aveva voluto fermarsi di
sua spontanea volontà.
Passarono così tutta la notte vegliando e saziandosi
reciprocamente di sante conversazioni concernenti la vita
dello spirito.
Per questo ti avevo detto che vi fu qualcosa che l'uomo
di Dio, pur volendolo, non poté ottenere.
Se infatti consideriamo la sua intenzione, appare in tutta
evidenza il suo desiderio che il cielo si mantenesse sereno
come quando era sceso dal suo monastero. Ma contrariamente
a quanto desiderava, egli si trovò davanti a un miracolo
operato per la potenza di Dio dal cuore ardente di una donna.
E non c'è da meravigliarsi se in quell'occasione poté
di più la sorella, che desiderava
trattenersi più a lungo con lui.
Secondo la parola di Giovanni, infatti, Dio è amore;
per giustissimo giudizio, dunque, poté di più
colei che amò di più» (S. Gregorio
Magno, Dialoghi, libro II, c. 33).
Il volto di S. Scolastica è per sempre
scolpito da queste ultime parole del racconto di S.
Gregorio Magno: «(...) quia enim juxta
Johannis vocem, Deus caritas est, justo valde judicio illa
plus potuit, quae amplius amavit».
Poté di più, presso Dio, colei che amò
di più.
Amore e preghiera e desiderio del Cielo costituiscono il fascino
spirituale di questa donna che, secondo la tradizione, fu
sorella gemella del grande patriarca
dei monaci d'Occidente, Benedetto da Norcia.
«Consacrata a Dio onnipotente fin dall'infanzia»,
la troviamo - al tramonto della sua santa esistenza - in un
Monastero di "sanctimoniales"
nelle vicinanze di Montecassino,
all'ombra, quindi, del grande fratello, di cui certamente
osservano la Regola.
Null'altro sappiamo al di fuori di questo e di quanto Gregorio
Magno narra nel capitolo 34° del secondo
libro dei "Dialoghi",
cioè che dopo tre giorni da quel prolungato incontro
(c. 33), S. Benedetto, stando alla
finestra della sua cella, vide l'anima della sorella
Scolastica, in forma di colomba, penetrare nelle
altezze dei cieli.
L'esordio della vita e della vocazione di Scolastica
lo si può, quindi, rintracciare seguendo le orme del
fratello.
Se veramente furono gemelli anche per nascita naturale, quale
sarà stato il loro crescere insieme nell'ambito della
famiglia, in quella cittadina umbra, dolcemente adagiata nel
verde e tutta pervasa di religioso senso della vita?
Nata verso il 480, Scolastica
è - come il fratello - fin dalla fanciullezza attratta
verso la vita interamente consacrata a Dio.
E' probabile che la risoluta partenza di Benedetto
l'abbia spinta a seguirlo in una forma di vita consona alla
sua indole e al suo ideale cristiano. Perciò l'indistruttibile
legame di sangue esistente tra lei e Benedetto
divenne ancor più forte e definitivo nella comune vocazione
che li rendeva uno in Cristo per l'eternità.
La nativa Norcia, dunque, la famiglia
satura di fede e aperta ai progetti di Dio, plasmarono l'animo
di Scolastica, preparandola a quell'austera
e insieme serena vita monastica
che S. Benedetto propone con la
sua Regola ai più generosi
seguaci di Cristo.
Per questo non dovrebbe sembrare arbitrario fare una rilettura
della «Santa Regola»
attraverso la figura stessa di S. Scolastica,
quale traspare dall'unico episodio - unico, ma assai emblematico!
- che della sua vita ci è rimasto.
Si nota, anzitutto, la «consuetudine»
dei due fratelli di vedersi una
volta all'anno.
Forse - ed è affascinante pensarlo - nel tempo pasquale,
per la gioia di incontrarsi nella luce del Signore risorto.
In quest'ultimo incontro, la sorella è
quanto mai avida di stare con il fratello,
per parlare delle gioie del cielo; ma deve premere su Benedetto
ligio alla norma che prevedeva il rientro in Monastero prima
di sera.
Scolastica compie un prodigio in forza dell'intensità
del suo amore e della sua preghiera.
E' un miracolo che si iscrive sotto il segno della gratuità,
quasi come quello ottenuto da Maria alle nozze
di Cana, per prolungare la gioia conviviale.
S. Benedetto nella Regola
per i monaci dà il primato alla ricerca di Dio: «Si
revera Deum quaerit» («Se veramente cercano
Dio») (RB 5 8, 7); all'amore di Cristo:
«Nihil amori Christi praeponere» («Nulla
anteporre all'amore di Cristo») (RB 4,
2 1), e conseguentemente alla preghiera: «Nihil
Operi Dei praeponatur» («Niente venga
anteposto all'Opera di Dio») (RB 43, 3).
Scolastica realizza pienamente la sua vita
in questo senso.
Giunta ormai in vista della meta, altro non desidera che Dio,
la comunione con lui nella luce del suo Regno.
E' di questo che desidera ardentemente parlare con il Santo
fratello, supplicandolo: «Ti prego
(...) rimaniamo fino al mattino a parlare delle gioie della
vita celeste».
Non stava forse anche scritto nella Regola:
«Desiderare con tutto l'ardore dell'animo la vita
eterna»? (RB 4, 46).
Il forte affiato escatologico caratterizzante la spiritualità
della Regola benedettina raggiunge
in questa Santa monaca la massima intensità.
Traspare, inoltre, da questo unico episodio, la consuetudine
che Scolastica aveva alle sante veglie di
meditazione e di preghiera.
Proprio la preghiera, sgorgante da un cuore puro e ardente,
è la forza con la quale la sorella vince
la sfida con il fratello, più attento
all'austera disciplina.
Ma anche questa, anche la preghiera di Scolastica
è la realizzazione splendida e fedele di quanto Benedetto
ha proposto nella sua Regola: «(...)
non dobbiamo forse elevare con tutta umiltà e sincera
devozione la nostra supplica a Dio, Signore dell'universo?
E rendiamoci ben consapevoli che non saremo esauditi per le
nostre molte parole, ma per la purezza del nostro cuore e
la compunzione fino alle lacrime» (RB
20, 2-3).
Con l'intensità della sua supplica e l'abbondanza delle
sue lacrime, Scolastica ottiene dal Signore
dell'universo un repentino mutamento di atmosfera. La pioggia
scrosciante impedisce a Benedetto
di ripartire e dona a Scolastica la gioia
di rimanere più a lungo con lui, per pregustare, nella
contemplazione, le gioie del cielo.
Per essere pervenuta a tale intensità di vita interiore
e di preghiera, da poter essere esaudita dal Signore all'istante
e oltre misura, la santa sorella del patriarca
dei monaci aveva certamente compiuto un generoso
e alacre cammino di fede, di umiltà, di povertà,
di obbedienza, di carità, di essenzialità e
di unificazione interiore.
Aveva vissuto fedelmente la vocazione monastica secondo le
direttive della Regola di Benedetto
e «per ducatum evangelii» si era lasciata
condurre là dove l'unica legge è quella dello
Spirito che è amore e libertà.
Colpisce, nel racconto dei Dialoghi,
la personalità di Scolastica.
E' veramente donna, con tutte le caratteristiche della femminilità:
dolcezza e affettività, costanza e persino audacia
nell'intento di ottenere quanto desidera; ma presenta anche
una vena di simpatica ilarità, quando dal fiume di
lacrime passa al radioso sorriso per il miracolo avvenuto:
«Vedi - risponde al fratello rammaricato per
il temporale - io ti ho pregato e tu non hai voluto ascoltarmi.
Ho pregato il mio Signore, ed egli mi ha esaudita. Ora esci,
se puoi; lasciami pure e torna al monastero».
E' una rivincita che non dispiace certamente a Benedetto,
poiché proprio lui le aveva insegnato a rivolgersi
- nelle difficoltà - a Colui cui tutto è possibile
(cfr. Prologo 4, 4 1; RB 68, 5).
Per coloro che servono il Signore con totale dedizione, si
realizza la promessa: «I miei occhi saranno su di
voi, le mie orecchie si faranno attente al vostro grido, e
ancor prima che mi invochiate, dirò: Eccomi!»
(Prol. 18).
Dio obbedisce prontamente a coloro che gli hanno totalmente
sottomessa la loro propria volontà.
Scolastica ha consumato la sua esistenza
in assoluta fedeltà alla vocazione che le era sbocciata
nel cuore fin dall'infanzia; ora, giunta alla piena maturità,
dimostra di avere conservato la stessa fede semplice e sicura
in un animo fresco come polla d'acqua sorgiva.
In lei si incarna splendidamente la tensione escatologica
che percorre tutta la Regola benedettina.
Dire Scolastica è immergere lo sguardo
nelle azzurre «misteriose profondità del
cielo», dove la sua anima, sotto la candida sembianza
della colomba, è penetrata, attratta dalla forza dell'Eterno
Amore.
Così la poté contemplare - con quali occhi?
- il Santo padre Benedetto mentre
pregava, affacciato alla finestra della sua cella, specola
del cielo.
L'itinerario tracciato dalla Regola
si era concluso per Scolastica con il «miracolo»
segno della «perfetta carità»
raggiunta.
Carità verso Dio ardentemente desiderato, e carità
verso i fratelli teneramente amati (cfr. RB 72).
La preghiera - subito esaudita dal Signore - appare come il
puro ed efficace linguaggio dell'Amore.
Non è forse questo il messaggio essenziale che ci viene,
ancora oggi, dalla Santa sorella del patriarca
dei monaci d'Occidente?
Perché rammaricarci di non avere di lei altre notizie,
per poterne scrivere una biografia?
Tutto quello che ella visse prima della «santa notte»
del fraterno colloquio e dell'ora del suo altissimo «volo»
non poteva che essere cammino decisamente orientato alla meta,
così come tutto il lavoro della radice, dello stelo
e delle foglie è ordinato allo sbocciare del fiore.
Scolastica, la prima monaca benedettina,
è una docilissima «scolara» alla
scuola del divino servizio, nella quale apprende la sapienza
del cuore a tal punto da "vincere il Maestro" ed
arrivare prima là dove, insieme, correndo, erano diretti.
S. Gregorio riferisce che Benedetto
volle deporre il corpo della sorella
«nel sepolcro che aveva preparato per sé»
sulla santa montagna di Cassino.
«E così, essendo sempre stati un solo spirito
in Dio, neppure i loro corpi furono separati nella sepoltura»
(Dialoghi, II, 34).
La comunione dei Santi inizia sulla terra, nel tempo, e si
compie in cielo, nell'eternità.
Chi sale oggi - dopo quindici secoli di storia -, alla maestosa
Abbazia di Montecassino, non può
non essere preso da un fremito di commozione nel trovarsi
davanti alla tomba dei Santi fratelli,
che stanno all'origine di una numerosa stirpe di cercatori
di Dio.
a cura di Annalisa e Paolo
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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