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Approfondimento Storico e Sacro

B. Giovanna (Vanna) da Orvieto

Vanna o Giovanna nacque a Carnaiola nei pressi di Orvieto nel 1264.
Della sua vita poco si conosce, e quel poco è tramandato dalla "Legenda beate Vanne seu Iohanne virginis de Urbeveteri" (comunemente attribuita - ma fortissimi sono i dubbi al riguardo, come di recente è stato dimostrato - al domenicano Giacomo Scalza di Orvieto, contemporaneo di Vanna) e dalla quale dipendono, totalmente, anche gli atti del processo di canonizzazione del 1753.

Il testo della "Legenda", costellato di "topoi" agiografìci, è diviso in 13 capitoli, preceduti da breve sintesi.
Alle iniziali, scarne informazioni sul luogo di nascita, sui genitori e sull'infanzia di Vanna (cap. I) e alla narrazione dei "preludia futarae sanctitatis" manifestati durante la fanciullezza (cap. II), l'agiografo fa seguire l'esaltazione del fervente amore della beata per la castità, sempre salvaguardata per protezione divina (Dio fa addirittura morire all'istante due uomini, i quali tentavano, in tempi diversi, ma in circostanze analoghe, un approccio con Vanna) (cap. III).

Indossato l'abito delle Terziarie domenicane, per lungo tempo desiderato (cap. IV), la vita della beata fu tutta tesa verso la preghiera, che, legata soprattutto ai misteri della Passione e della crocifissione di Cristo, le procurò tali rapimenti estatici nelle veglie, nei digiuni e nelle sante meditazioni, da farle gustare i doni della dolcezza e della consolazione divina (cap. V).
Sebbene afflitta da frequenti infermità,. Dio non cessò mai di manifestarle il proprio amore, e, attraverso visioni e voci dal cielo, comunicava a lei e alle persone che le erano intorno la propria volontà (cap. VI).

Profondamente umile e mirabilmente paziente, soprattutto durante i lunghi periodi di infermità (cap. VII), Vanna fu anche dotata di spirila profetico (cap. VIII).
Così, resistendo tenacemente alle tentazioni del demonio (cap. IX), si mantenne fedele al Signore fino al giorno della morte, da lei stessa prodigiosamente predetta.
In tale circostanza, una meravigliosa emanazione di diversissimi profumi dal suo corpo esanime poneva il sigillo al riconoscimento delle sue sante virtù (cap. X).

Alla descrizione delle visioni della beata in punto di morte (cap. XI), l'agiografo fa seguire quella dei miracoli avvenuti sia presso il sepolcro, sia in seguito all'invocazione del suo nome e al semplice contatto delle reliquie e delle vesti (cap. XII), fino a quelli verificatisi in occasione del prodigioso ritrovamento e della miracolosa traslazione del suo corpo (cap. XIII).

Entro una ricostruzione biografica così lineare e agiograficamente così consueta, è difficile cogliere elementi concreti, storicamente significativi, che possano permettere una valutazione precisa dell'intera vicenda di Vanna.
Qualche riflessione è tuttavia possibile.

I suoi genitori «per i frequenti sconvolgimenti causati dalle guerre divennero poveri e bisognosi (I, 8)».
Erano quelli, tra il 1240 ed il 1266, anni turbolenti per la città di Orvieto, sia perché la città si trovò coinvolta nella grande lotta tra il Papato e l'Impero, e le sue terre erano continuamente percorse dalle forze imperiali, sia perché, sulla scia delle alterne vicende di questa lotta, si registravano in essa continui mutamenti dovuti alle guerre civili tra diverse fazioni, capeggiate dalle famiglie dei Monaldeschi, di parte guelfa, e dei Filippeschi, di parte ghibellina.

A segnare l'infanzia di Vanna non furono soltanto la guerra e la miseria, fu anche la perdita dei genitori.
A tre anni, infatti, le morì il padre, a cinque la madre.
Rimasta orfana si trasferì ad Orvieto dove imparò subito il mestiere di sarta.
Rifiutate le nozze già decise dai parenti, fuggì di casa per poi indossare l'abito delle "Vestite" delle Terziarie domenicane; non abbandonò tuttavia il mestiere di cucitrice.

Non si è a conoscenza se Vanna abbia seguito da vicino, forse come consigliera spirituale, la vita politica della sua città.
Nella "Legenda" è ricordato un episodio che potrebbe confortare tale ipotesi: «In altro tempo ancora, persistendo nella città di Orvieto grandi discordie, l'antico nemico del genere umano aggredì la vergine mentre pregava per la città e colpendola alle spalle, con grande scuotimento del corpo, la gettò in terra» (cap. IX, 4).
Va comunque evidenziato che qui lo spunto, più che la dimensione civica della santità di Vanna, intende sottolineare un altro motivo squisitamente spirituale della sua perfezione, adombrato ricorrendo al motivo puramente agiografico del diavolo raffigurato, secondo l'etimologia, come "divisore", cioè come colui che odia la pace e vuole la guerra; anche se è inevitabile la suggestione del richiamo alla vicenda storica ben precisa del sanguinoso assalto dei Filippeschi, nell'ottobre del 1286, ai Monaldeschi; come pure resta difficile non ricondurre all'azione apostolica e di pace esercitata da Vanna la decisione assunta dal Consiglio dei sette consoli delle arti del Comune di Orvieto, circa un anno dopo la morte della donna, come attestano le Riformanze comunali, di offrire un cero di venti libbre «pro sorore Vanna».

Il testo agiografico sembra dunque restituire solo in parte l'autenticità dell'esperienza umana e spirituale della beata.
Per il biografo, la vita terrena non pare sfiorare Vanna, e i rarissimi coinvolgimenti con le cose e le persone del mondo avvengono sempre in funzione del suo cammino mistico e della sua azione profetica, come quando predice - stando all'agiografo - la nomina a priore dei Domenicani di Orvieto di Giacomo Bianconi da Bevagna (VIII, 1-7), che sarebbe poi divenuto suo direttore spirituale; o quando scopre profeticamente, e ne informa la priora, che alcune consorelle si erano sottratte al proprio dovere, non avendo recitato le «orationes promissas» a favore del vescovo di Orvieto (VIII, 9-11).

Non è chiaro se questo distacco di Vanna dal mondo, che fa senza dubbio parte del progetto dell'agiografo, prescinda da alcuni dati concreti.
E' infatti singolare che la beata, la quale rifiutò, facendosi Terziaria, ogni forma di separazione monastica, che continuò sempre a lavorare, si sia poi rinchiusa in una splendida solitudine, lontano dalla gente e dalla storia.

E' nella sua personale unione mistica con Dio, che Vanna emerge dal racconto dell'agiografo, un'unione che la beata tentò di tenere nascosta il più a lungo possibile, nel timore di perderla o che venisse contaminata dalle lodi degli uomini o da sentimenti di vanagloria.
«Ma poiché una città posta sul monte non può nascondersi, né una lucerna che arde può essere occultata sotto il moggio, la sua santità non potè essere celata senza che si manifestasse ai più» (VII, 4), è costretto poi ad ammettere lo stesso biografo.
Dunque, l'apertura di Vanna nei confronti della storia è solo accennata. Ed anche quando è ritratta come antesignana della "santa viva", resta evidente che (per l'agiografo) tra il chiudere la porta della sua cella per spogliarsi in "solario" di fronte a Dio (V, 8) ed aprirla per accogliere bisognosi e pellegrini (VII, 16), la beata continua a preferire la prima possibilità.

Così Vanna, anche se vive facendo il mestiere di sarta, sebbene patisca le sofferenze della guerra e preghi per la pace della sua città, non sembra riuscire a coinvolgere pienamente nella sua santità l'intera società urbana.

Nell'agiografo la Santa è catturata per un programma che non è più il suo e la sua parola è offuscata dai toni retorici; ciò nonostante è possibile cogliere, entro quel messaggio, la tensione spirituale che caratterizza almeno gli ultimi dieci anni della vita della beata, in cui ella raggiunse i gradi mistici più alti; bastava che sentisse nominare Gesù Cristo per cadere in estasi, o raccontare la storia di S. Caterina vergine per levitare.

Partecipava così tanto ai dolori della Passione che «il corpo, allungato a forma di croce, rimaneva rigido, smorto e insensibile, in quella stessa maniera in cui le membra di Cristo furono accomodale al dileggio della croce. In quel penoso allungamento del corpo, i presenti - se accadeva che qualcuno vi fosse - udivano uno scricchiolìo delle ossa così forte da sembrare che si staccassero dalle loro giunture. Sovrapposto poi un piede all'altro, le altre membra distese stavano immobili con così grande fissità che si sarebbero potute piuttosto tagliare o rompere che muovere» (V. 20-22).

Vanna è in grado di conformare se stessa al suo amore e ai suoi desideri.
Le sue esperienze estatiche si somatizzano nella elasticità del suo essere, nell'assoluta disponibilità del suo corpo ad assumere le forme più svariate dei suoi affetti spirituali; le stesse esperienze la fanno ingrassare, nonostante i frequenti e lunghi digiuni. «La sua mistica consiste nell'atto stesso di modellarsi su ciascuno e raggiunge forse il momento più alto quando nella contemplazione del mistero di Dio, posseduta dal calore divino, arde fino a liquefarsi; si spoglia come in una scena d'amore e diviene un ruscello di sudore» (F. Santi, Vanna da Orvieto, 1988).

Quella di Vanna è una mistica sponsale, che mai si trasforma in speculativa; ella «non pensa se non "magno cordis iubilo" (V, 27} e non conosce se non amando: la "quies mentis" (V, 4) è in realtà la pace del suo cuore, dal momento che la sua mente non è il luogo dove risiede la possibilità di afferrare l'immagine della Sapienza, ma è il luogo dove si accende il calore dell'amore divino che ella sperimenta attraverso il suo corpo (...). Vanna non può riferire del suo Diletto, in qualsiasi mistero lo contempli, senza evitare "excessus mentis"; ma è soprattutto nella considerazione dell'umanità del "Cristo-patiens" che ella sperimenta l'estasi: Cristo sopportò la passione "ebrius" d'amore (V, 20) e, nella comunione al suo corpo e al suo sangue che di quella passione è segno, Vanna diventa "fervore sancto ebria" (V, 32)» (E. Paoli, La "Legenda" di Vanna d'Orvieto, 1996).

La partecipazione alla vita di Cristo, fa diventare Giovanna "vas...electionis et gratia" (VI, 8); «Posseduta da tutto possiede tutto (...); il suo essere è veramente un nulla che, trapassato dalla vita divina, diviene tutto perché si unisce a tutto» (F. Santi, cit.).

Vanna non è una donna di cultura, né mostra l'intensità mistica di Angela da Foligno o quella intellettuale di Caterina da Siena.
La sua vita mistica e storica è dunque racchiusa nella totale disponibilità di sé, nel desiderio di donarsi a tutti e di essere posseduta da tutti, per poi ricevere tutti e tutti possedere.
La conformazione al divino tende in lei a sovrapporsi e a unificarsi permanentemente alla conformazione all'umano; è questa docilità e plasmabilità a Dio e agli uomini, che in lei concretamente opera.

Dopo un periodo difficile, quelli che seguirono il pontificato di Bonifacio VIII furono anni di pace e di prosperità per Orvieto.
Niente più lotte tra guelfi e ghibellini, che continuarono a partecipare alla vita politica del Comune.
Anche per Vanna «dopo molte battaglie e verginali sudori con cui aveva prestato la sua fedele fatica nella vigna del Signore» (X, 1), si stava avvicinando il tempo della pace etema. «Mater - dice serenamente alla superiora - mortua sum» (X, 4). I
Tre giorni dopo, il 23 luglio 1306, la predizione si avverava; all'età di quarantadue anni, dopo ventidue trascorsi nel Terzo Ordine domenicano e nove con la superiora Chisiola, Vanna moriva.

Dopo la morte, dalla ferita del costato, scaturì vivo sangue e Dio la onorò con molti miracoli.
Papa Benedetto XIV l’11 settembre 1754 confermò il culto.
Le spoglie mortali sono state conservate per secoli sotto uno degli altari della stupenda chiesa di S. Domenico, nel centro storico di Orvieto, e sono tornate a Carnaiola solo nell'estate del 2000, in occasione del Grande Giubileo.

 


a cura di Annalisa e Paolo
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