Parte seconda: capp. VI - X
CAPITOLO VI
VIRTU’ DEI FRATI
CHE SERVIVANO SAN FRANCESCO.
QUAL ERA IL SUO PROGETTO Dl VITA
102. Il Santo sopportò tutte queste infermità per quasi due anni, con ogni pazienza e umiltà, in tutto rendendo grazie a Dio. Ma per poter attendere con maggior libertà e devozione a Dio, e percorrere le celesti dimore nelle frequenti estasi e potersi finalmente collocare in cielo davanti al dolcissimo e serenissimo Signore dell'universo, ben provvisto di meriti, affidò la cura della sua persona ad alcuni frati, veramente degni della sua predilezione
Erano uomini assai virtuosi, devoti a
Dio, cari ai santi del cielo e amati dagli uomini sulla
terra, e su di essi il beato Francesco si appoggiava come
casa su quattro colonne. Ne ometto i nomi per riguardo alla
loro modestia, virtù che, da veri religiosi, amano
molto cordialmente. La modestia infatti è il decoro
di tutte le età, testimone di innocenza, indizio
d'un cuore puro, verga di disciplina, gloria particolare
della coscienza, garanzia della buona riputazione, pregio
e coronamento della perfetta rettitudine. Questa virtù
era loro comune e li rendeva graditi e amabili a tutti.
Ciascuno poi aveva una virtù propria: il primo era
particolarmente discreto, il secondo mirabilmente paziente,
il terzo di encomiabile semplicità, l'ultimo era
robusto di corpo e mite di animo. Essi con ogni diligenza,
cura e buona volontà difendevano il raccoglimento
spirituale del beato padre, curavano la sua malattia senza
risparmiarsi pene e fatiche, felici di dedicarsi totalmente
al servizio di lui.
103. Francesco, sebbene già fosse arricchito di ogni grazia davanti a Dio e risplendesse per le sue sante opere davanti agli uomini, pensava di intraprendere un cammino di più alta perfezione, e suscitare nuove guerre affrontando direttamente da valorosissimo soldato il nemico. Si proponeva, sotto la guida di Cristo, di compiere opere ancora più grandi, e sperava proprio, mentre le sue energie fisiche andavano esaurendosi rapidamente di giorno in giorno, di riportare nel nuovo attacco un pieno trionfo. Il vero coraggio infatti non conosce limiti di tempo, dal momento che aspettava una ricompensa eterna. Perciò bramava ardentemente ritornare alle umili origini del suo itinerario di vita evangelica e, allietato di nuova speranza per la immensità dell'amore, progettava di ricondurre quel suo corpo stremato di forze alla primitiva obbedienza dello spirito. Perciò allontanava da sé tutte le cure e lo strepito delle considerazioni umane che gli potevano essere di ostacolo, e pur dovendo, a causa della malattia, temperare necessariamente l'antico rigore, diceva: «Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Iddio, perché finora abbiamo fatto poco o nessun profitto!». Non lo sfiorava neppure il pensiero di aver conquistato il traguardo e, perseverando instancabile nel proposito di un santo rinnovamento, sperava sempre di poter ricominciare daccapo. Voleva rimettersi al servizio dei lebbrosi ed essere vilipeso, come un tempo; si proponeva di evitare la compagnia degli uomini e rifugiarsi negli eremi più lontani, affinché, spogliato di ogni cura e deposta ogni sollecitudine per gli altri, non ci fosse tra lui e Dio che il solo schermo della carne.
104. Vedeva molti avidi di onori e di cariche, e detestandone la temerità, cercava di ritrarli da questa peste con il suo esempio. Diceva infatti che è cosa buona e accetta a Dio assumersi il governo degli altri, ma sosteneva che dovevano addossarsi la cura delle anime solo quelli che in quell'ufficio non cercano nulla per sé, ma guardano sempre in tutto al volere divino; coloro cioè che niente antepongono alla propria salute spirituale e non cercano l'applauso dei sudditi ma il loro profitto, non la stima degli uomini, ma unicamente la gloria di Dio; coloro che non aspirano alla prelatura, ma la temono, e se viene loro data non montano in superbia ma si sentono più umili e, quando viene loro revocata, non si avviliscono ma ne godono. Diceva ancora che soprattutto in un'epoca di malvagità e di iniquità come questa, c'è grave pericolo nella prelatura e maggior vantaggio nell'essere governati. Provava grande amarezza nel vedere che alcuni, abbandonato quello che avevano così bene incominciato, dimenticavano la semplicità antica per seguire nuovi indirizzi. Perciò si lamentava di alcuni, che un tempo erano tutti intenti a mete più elevate ed ora si erano abbassati a cose vili e futili, abbandonati i veri gaudi dell'anima, si affannavano a rincorrere frivolezze e realtà prive d'ogni valore nel campo di una malintesa libertà. Per questo implorava la divina clemenza per la liberazione dei suoi figli e la scongiurava con la devozione più grande perché li conservasse fedeli alla loro vocazione.
CAPITOLO VII
RITORNO DI FRANCESCO DA SIENA AD ASSISI.
LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA
E LA BENEDIZIONE AI FRATI
105. Sei mesi prima della sua morte, dimorando
a Siena per la cura degli occhi, cominciò ad ammalarsi
gravemente per tutto il corpo. A seguito di una rottura
dei vasi sanguigni dello stomaco, a causa della disfunzione
del fegato, ebbe abbondanti sbocchi di sangue, tanto da
far temere imminente la fine. Frate Elia, a quella notizia,
accorse in fretta da lontano e, al suo arrivo, Francesco
migliorò al punto che poté lasciare Siena
e recarsi con lui alle Celle presso Cortona. Ma dopo pochi
giorni dall'arrivo, il male riprese il sopravvento: gli
si gonfiò il ventre, si inturgidirono gambe e piedi,
e lo stomaco peggiorò talmente che gli riusciva quasi
impossibile ritenere qualsiasi cibo. Chiese allora a frate
Elia il favore di farlo riportare ad Assisi. Da buon figliuolo
questi eseguì la richiesta del caro padre prendendo
tutte le precauzioni necessarie, anzi ve lo accompagnò
personalmente. L'intera città esultò alla
venuta del Santo e tutti ne lodavano Iddio, poiché
tutto il popolo sperava che il Santo finisse i suoi giorni
tra le mura della sua città, e questo era il motivo
di tale esultanza.
106. E, certamente per divino volere, avvenne che quell'anima
santa, liberata dall'involucro corporale, volasse al cielo
proprio nel luogo in cui, mentre era nel corpo, aveva ricevuto
la prima rivelazione delle verità soprannaturali
ed aveva capito la divina chiamata. Sapeva certamente che
il Regno di Dio è in ogni parte della terra e credeva
veramente che ovunque i fedeli possono ricevere i suoi doni;
ma l'esperienza gli aveva insegnato che quel luogo che conteneva
la chiesetta di Santa Maria della Porziuncola era favorito
e onorato da grazie celesti più abbondanti e da frequenti
visite di spiriti angelici. Pertanto diceva spesso ai frati:
«Guardatevi, figli miei, dal non abbandonare mai questo
luogo. Se ne foste scacciati da una parte, rientratevi dall'altra,
perché questo luogo è veramente santo e abitazione
di Dio. Qui, quando eravamo pochi, l'Altissimo ci ha moltiplicati
qui ha illuminato con la sua sapienza i cuori dei suoi poverelli;
qui ha acceso il fuoco del suo amore nelle nostre volontà.
Qui, chi pregherà con devozione, otterrà ciò
che avrà chiesto, e chi lo profanerà sarà
maggiormente punito. Perciò, figli, stimate degno
di ogni onore questo luogo, dimora di Dio, e con tutto il
vostro cuore, con voce esultante qui inneggiate al Signore».
107. Intanto le sue condizioni si aggravavano
sempre i più, tutte le forze lo abbandonavano, e
Francesco fu costretto all'immobilità. Eppure, quando
un frate gli domandò un giorno se preferisse sopportare
quella sofferenza grave e incessante o il martirio del carnefice,
rispose: «O figlio, e sempre stato ed è per
me più caro e dolce e gradito ciò che al Signore
mio Dio più piace avvenga in me, e alla sua volontà
soltanto voglio costantemente e in tutto trovarmi concorde,
obbediente e docile. Ma se dovessi fare un paragone, dovrei
dire che sopportare anche solo per tre giorni questa malattia
mi sarebbe più doloroso di qualsiasi martirio; non
parlo, evidentemente, in riferimento al premio ma solo alla
molestia che questa forma di passione arreca». O uomo
due volte martire, che amorosamente e sorridendo di gioia
sopportava quello che per gli altri tutti era troppo spaventoso
e doloroso a vedersi! Non c'era in lui ormai membro alcuno
che non fosse straziato da un solo dolore, e il calore vitale
l'abbandonava sempre più, preludio della fine imminente.
Medici e frati non riuscivano a capacitarsi come potesse
il suo spirito continuare a vivere in una carne ormai morta
e tanto consunta che non possedeva più se non la
pelle aderente alle ossa.
108. Quando sentì che stava per giungere il momento
della sua partenza da questa terra, - come gli era stato
anche indicato da una rivelazione divina due anni prima,
- convocati attorno a sé i suoi frati che desiderava
rivedere, impartì a ciascuno la benedizione, conforme
a quanto gli veniva indicato dal cielo, come un tempo il
patriarca Giacobbe benedisse i suoi figli, o meglio ancora
come un altro Mosé, che accingendosi a salire sul
Sinai mostratogli da Dio, elargì copiose benedizioni
al popolo d'Israele.
Alla sua sinistra stava frate Elia e tutti attorno gli altri
suoi figli. Egli allora incrociò le braccia per porre
la destre sul capo di frate Elia ed, essendo cieco, domandò:
«Su chi tengo la mia mano?». «Su frate
Elia», gli risposero. «Così voglio anch'io»,
disse, e aggiunse: «Ti benedico, o figlio, in tutto
e per tutto; e come l'Altissimo, sotto la tua direzione,
rese numerosi i miei fratelli e figlioli, così su
te e in te li benedico tutti. In cielo e in terra ti benedica
Iddio, Re di tutte le cose. Ti benedico come posso e più
di quanto è in mio potere, e quello che non posso
fare io, lo faccia in te Colui che tutto può. Si
ricordi Dio del tuo lavoro e della tua opera e ti riservi
la tua mercede nel giorno della retribuzione dei giusti.
Che tu possa trovare qualunque benedizione desideri e sia
esaudita qualsiasi tua giusta domanda». «Addio
figli miei tutti, vivete nel timore di Dio e rimanete in
Lui sempre, perché sta per sopraggiungere su di voi
una prova e tribolazione assai grande e paurosa. Beati quelli
che persevereranno nelle sante opere intraprese; non pochi
purtroppo si separeranno da loro a causa degli scandali.
Quanto a me mi affretto verso il Signore; ho fiducia di
giungere al mio Dio cui ho servito devotamente nel mio spirito».
Dimorava allora il Santo nel palazzo del vescovo di Assisi,
e pregò i frati di trasportarlo in fretta a Santa
Maria della Porziuncola, volendo rendere l'anima a Dio là
dove, come abbiamo detto, per la prima volta aveva conosciuto
chiaramente la via della verità.
CAPITOLO VIII
ULTIME PAROLE E ATTI
PRIMA DELLA MORTE
109. Erano ormai trascorsi vent'anni dalla
sua conversione e, come gli era stato comunicato per divina
rivelazione, la sua ultima ora stava per scadere. Era avvenuto
così. Mentre il beato Francesco e frate Elia dimoravano
insieme a Foligno, una notte apparve in sogno a frate Elia
un sacerdote bianco-vestito, di aspetto grave e venerando,
che gli disse: «Va, fratello, e avverti Francesco
che, essendosi compiuti diciott'anni da quando rinunciò
al mondo per seguire Cristo, gli rimangono solo due anni
e poi il Signore lo chiamerà a sé nell'altra
vita».
Così dunque stava per compiersi esattamente quanto
la parola di Dio aveva annunciato due anni prima. Da pochi
giorni riposava in quel luogo tanto bramato, e sentendo
che l'ora della morte era ormai imminente, chiamò
a sé due suoi frati e figli prediletti, perché
a piena voce cantassero le Lodi al Signore con animo gioioso
per l'approssimarsi della morte, anzi della vera vita. Egli
poi, come poté intonò il salmo di David: Con
la mia voce al Signore grido aiuto, con la mia voce supplico
il Signore (Sal 141,1).
Uno dei frati che lo assistevano, molto caro al Santo e
molto sollecito di tutti i frati, vedendo questo e conoscendo
che la fine era vicina, gli disse: «Padre amato, già
i tuoi figli stanno per rimanere orfani e privi della luce
dei loro occhi! Ricordati dei figli che lasci orfani, perdona
tutte le loro colpe e dona ai presenti e agli assenti il
conforto della tua benedizione». E Francesco: «Ecco,
Dio mi chiama, figlio. Ai miei frati presenti e assenti,
perdono tutte le offese e i peccati e tutti li assolvo,
per quanto posso, e tu, annunciando questo, benedicili da
parte mia».
110. Poi si fece portare il libro dei Vangeli, pregando
che gli fosse letto il brano del Vangelo secondo Giovanni,
che inizia con le parole: Sei giorni prima della Pasqua,
sapendo Gesù ch'era giunta l'ora di passare da questo
mondo al Padre (Gv 12,1; 13,1). Questo stesso passo si era
proposto di leggergli il ministro, ancora prima di averne
l'ordine, e lo stesso si presentò alla prima apertura
del libro, sebbene quel volume contenesse tutta intera la
Bibbia.
E dato che presto sarebbe diventato terra e cenere, volle
che gli si mettesse indosso il cilicio e venisse cosparso
di cenere. E mentre molti frati, di cui era padre e guida,
stavano ivi raccolti con riverenza e attendevano il beato
«transito» e la benedetta fine, quell'anima
santissima si sciolse dalla carne, per salire nell'eterna
luce, e il corpo s'addormentò nel Signore.
Uno dei suoi frati e discepoli, molto celebre, del quale
non dico il nome, perché essendo tuttora vivente
non vuole trarre gloria da un sì grande privilegio,
vide l'anima del santissimo padre salire dritta al cielo
al di sopra di molte acque; ed era come una stella, grande
come la luna, splendente come il sole e trasportata da una
candida nuvoletta.
111. Mi si lasci, dunque, esclamare così: «Quanto
glorioso è questo Santo, di cui un discepolo contemplò
l'anima ascendere in cielo. Bella come la luna, splendente
come il sole (cf. Ct 6,9), mentre ascendeva raggiava di
gloria in mezzo ad una nube candida. O vera luce del mondo,
che rifulgi più del sole nella Chiesa di Cristo,
già ci hai nascosto i tuoi raggi e, ritirandoti nella
splendida patria celeste, hai scambiato la nostra compagnia
di miseri mortali con quella degli angeli e dei beati! O
insigne specchio della nostra religione, non deporre con
la tua carne mortale la cura dei tuoi figli. Tu sai bene
in quali pericoli li hai lasciati, ora che nelle innumerevoli
fatiche e nelle frequenti prove non ci sei più tu
che con la tua benevola presenza in ogni momento li confortavi
e li rianimavi. O padre santissimo, veramente misericordioso,
sempre pronto alla compassione e al perdono per i tuoi figli
erranti! Ti benediciamo, dunque, padre amoroso, unendo la
nostra alla benedizione dell'Altissimo, il quale è
sempre Dio benedetto su tutte le cose. Amen».
CAPITOLO IX
PIANTO E GAUDIO DEI FRATI CHE AMMIRANO
IN LUI I SEGNI DELLA CROCIFISSIONE.
LE ALI DEL SERAFINO
112. Ed ecco, la gente accorre in massa,
e glorifica Dio, dicendo: «Lodato e benedetto sii
tu, Signore, nostro Dio, che a noi indegni hai affidato
questo prezioso deposito. Lode e gloria a Te, Trinità
ineffabile!». A frotte accorre tutto il popolo d'Assisi
e dei dintorni, per vedere i prodigi divini, che il Signore
di maestà aveva manifestato nel santo suo servo.
Ciascuno innalzava un inno di giubilo, come il cuore gli
dettava, tutti poi benedicevano l'onnipotenza del Salvatore,
che aveva esaudito il loro desiderio. Ma i figli si dolevano
d'essere stati privati di un tale padre e sfogavano il loro
dolore con lacrime e sospiri .
Pure, una gioia misteriosa temperava la loro mestizia e
la novità del miracolo riempiva le loro menti di
straordinario stupore. Così il lutto si cambiò
in cantico e il pianto in giubilo. Infatti mai avevano udito
né letto quello che ora vedevano con i loro occhi,
e a stento ci avrebbero creduto se non ne avessero avuto
davanti una prova così evidente. Veramente in Francesco
appariva l'immagine della croce e della Passione dell'Agnello
immacolato (cf. 1Pt 1,19) che lavò i peccati del
mondo: sembrava appena deposto dal patibolo, con le mani
e i piedi trafitti dai chiodi e il lato destro ferito dalla
lancia (cf. Gv 19,34). Vedevano ancora la sua carne, che
prima era bruna, risplendere ora di un bel candore, una
bellezza sovrumana, che comprovava in lui il premio della
beata resurrezione. Ammiravano infine il suo volto simile
a quello di un angelo (cf. At 6,15), quasi fosse vivo e
non morto, e le altre sue membra divenute morbide e flessibili
come quelle di un bimbo. Niente contrazione dei nervi, indurimento
della pelle, irrigidimento del corpo, come suole accadere
per chi è morto, ma la stessa mobilità di
movimenti degli esseri viventi!
113. Mentre risplendeva davanti a tutti per sì meravigliosa
bellezza e la sua carne si faceva sempre più diafana,
era meraviglioso scorgere al centro delle mani e dei piedi,
non i fori dei chiodi, ma i chiodi medesimi formati di carne
dal color del ferro e il costato imporporato dal sangue.
E quelle stimmate di martirio non incutevano timore a nessuno,
bensì conferivano decoro e ornamento, come pietruzze
nere in un pavimento candido.
I suoi frati e figli accorrevano solleciti e piangendo baciavano
le mani e i piedi del padre amoroso che li aveva lasciati,
ed anche quel lato destro sanguinante, ricordo di Colui
che versando sangue e acqua dal suo petto aveva riconciliato
il mondo (Gv 19,34; Rm 5,10) con il Padre. Ognuno dei fedeli
stimava grandissimo privilegio se riusciva, non dico a baciare
ma anche solo a vedere le sacre stimmate di Cristo che Francesco
portava impresse nel suo corpo (cf. Gal 6,17). Chi a tal
vista non avrebbe gioito più che pianto, versato
lacrime di gaudio piuttosto che di tristezza? Qual cuore
di ferro o di pietra avrebbe resistito all'emozione, non
si sarebbe aperto all'amore di Dio, non si sarebbe munito
di buona volontà? Chi poteva essere così insensibile
o cieco da non comprendere in maniera lampante che quel
Santo, che era insignito sulla terra di così eccezionale
grazia divina, doveva essere pure in cielo contrassegnato
da indicibile gloria?
114. O dono davvero speciale e testimonianza di predilezione,
che il soldato sia onorato con quelle stesse armi gloriose
che si addicono al solo re! O prodigio degno di memoria
eterna, o sacramento meraviglioso, degno di perenne e devoto
rispetto, poiché esso rappresenta in maniera visibile
alla nostra fede l'ineffabile mistero per il quale il sangue
dell'Agnello immacolato, sgorgando a fiotti da cinque ferite,
lavò i peccati del mondo! O eccelso splendore di
quella croce che è fonte di vita e dà la vita
ai morti e il suo peso preme così soavemente e punge
con tale dolcezza che in essa la carne morta rivive e lo
spirito infermo si ristora! Quanto ti ha amato Francesco,
se tu l'hai così mirabilmente decorato! Sia benedetto
e glorificato Dio, unico e sapiente, che rinnova i suoi
miracoli per confortare i deboli e mediante le meraviglie
visibili conquistarne gli animi all'amore di quelle invisibili!
O meravigliosa e amorosa disposizione divina, che per fugare
ogni dubbio sulla novità del prodigio, ha compiuto
prima con infinita misericordia in Colui che venne dal cielo
quello che poi avrebbe realizzato nell'uomo della terra!
E veramente il padre della misericordia (2Cor 1,3) ha voluto
mostrare di qual premio sia degno colui che si sarà
impegnato ad amarlo con tutto il cuore: essere cioè
accolto tra le schiere più elette e vicine a Dio,
quelle degli angeli.
Quel premio anche noi, senza alcun dubbio, potremo raggiungerlo
se, come il Serafino, terremo due ali diritte sopra il capo
(Ez 1,23), se cioè, sull'esempio del beato Francesco,
conserveremo in ogni opera buona purezza d'intenzione e
rettitudine d'azione, così da rivolgerle a Dio, impegnandoci
senza stanchezza a seguire in tutto il suo volere. É
necessario che queste ali siano congiunte, coprendo il capo
(Ez 1,23), poiché il Padre dei lumi non gradirebbe
l'opera buona, se non fosse unita alla purità d'intenzione.
Ha detto infatti il Signore: Se il tuo occhio è sano,
tutto il tuo corpo sarà illuminato, ma se il tuo
occhio è torbido, il tuo corpo sarà nelle
tenebre (Mt 6,23). Occhio semplice poi non è quello
che non vede ciò che va visto, per mancanza di conoscenza
della virtù, e neppure quello che vede ciò
che non va veduto, perché non ha intenzione pura.
É chiaro infatti che nel primo caso non sarebbe semplice,
ma cieco, e nel secondo è malvagio. E le penne di
queste ali indicano l'amore di Dio Padre misericordioso
che salva e il timore di Cristo, giusto giudice; due disposizioni
queste che devono staccare le anime degli eletti dalle cose
terrene, reprimendo le cattive tendenze e suscitando casti
sentimenti. Il secondo paio di ali simboleggia il duplice
precetto della carità verso il prossimo: confortare
l'anima con la parola di Dio e aiutare il corpo con i mezzi
materiali. Difficilmente esse si congiungono, perché
assai di rado un'unica persona può attendere ai due
compiti; le loro penne rappresentano le diverse opere per
svolgere la funzione di consiglio e soccorso al prossimo.
Le ultime due ali devono coprire il corpo ogni volta che
questo, denudato a causa del peccato, viene di nuovo rivestito
dell'innocenza mediante il pentimento e la confessione.
Le loro penne raffigurano tutti i buoni affetti e desideri
suscitati nell'anima dalla detestazione delle colpe e dal
desiderio di giustizia.
115. Tutto questo realizzò a perfezione il beato
padre Francesco, che ebbe figura e forma di Serafino e,
perseverando a vivere crocifisso, meritò di volare
all'altezza degli spiriti celesti. E veramente non si staccò
mai dalla croce, perché non si sottrasse mai a nessuna
fatica e sofferenza, pur di realizzare in sé e di
sé la volontà del Signore.
I frati che vissero con lui, inoltre sanno molto bene come
ogni giorno, anzi ogni momento affiorasse sulle sue labbra
il ricordo di Cristo; con quanta soavità e dolcezza
gli parlava, con quale tenero amore discorreva con Lui.
La bocca parlava per l'abbondanza dei santi affetti del
cuore, e quella sorgente di illuminato amore che lo riempiva
dentro, traboccava anche di fuori. Era davvero molto occupato
con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù
sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli
occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre
membra. Quante volte, mentre sedeva a pranzo, sentendo o
pronunciando lui il nome di Gesù, dimenticava il
cibo temporale e, come si legge di un santo, «guardando,
non vedeva e ascoltando non udiva». C'è di
più, molte volte, trovandosi in viaggio e meditando
o cantando Gesù, scordava di essere in viaggio e
si fermava a invitare tutte le creature alla lode di Gesù.
Proprio perché portava e conservava sempre nel cuore
con mirabile amore Gesù Cristo, e questo crocifisso,
perciò fu insignito gloriosamente più di ogni
altro della immagine di Lui, che egli aveva la grazia di
contemplare, durante l'estasi, nella gloria indicibile e
incomprensibile seduto alla «destra del Padre»,
con il quale l'egualmente altissimo Figlio dell'Altissimo,
assieme con lo Spirito Santo vive e regna, vince e impera,
Dio eternamente glorioso, per tutti i secoli. Amen!
CAPITOLO X
IL PIANTO DELLE POVERE DAME DI SAN DAMIANO
E LA GLORIOSA SEPOLTURA DI FRANCESCO
116. I suoi frati e figli insieme alle
folle accorse dai paesi vicini per avere la gioia di partecipare
ai solenni funerali, passarono l'intera notte in cui Francesco
morì, pregando e salmodiando; ed era tale la dolcezza
dei canti e lo splendore delle luci da far pensare ad
una veglia di angeli.
All'indomani all'alba arrivarono i cittadini di Assisi
con tutto il clero e, prelevando il sacro corpo, lo trasportarono
onorevolmente in città tra inni e canti e squilli
di trombe. Celebrando insieme la solennità di quelle
esequie, tutti si erano muniti di rami d'ulivo e di altri
alberi e procedevano cantando a piena voce preghiere e
lodi al Signore nello splendore di innumerevoli ceri.
I figli portavano il loro Padre, il gregge seguiva il
suo pastore, che li aveva preceduti incontro al Pastore
universale.
Quando giunsero al luogo dove egli aveva fondato l'Ordine
religioso delle sacre vergini e Donne Povere, deposero
il sacro corpo nella chiesa di San Damiano, dove dimoravano
quelle sue figlie dilette ch'egli aveva conquistate al
Signore e fu aperta la piccola grata attraverso la quale
le ancelle di Cristo sogliono ricevere nei tempi stabiliti
l'Eucarestia. Fu aperto anche il feretro, che conteneva
quel tesoro di celesti virtù, portato ora da pochi,
lui che era solito portare molti durante la sua vita .
Ed ecco, donna Chiara, che era veramente chiara per ricchezza
di meriti, prima madre di tutte le altre, perché
era stata la prima pianticella di quella religiosa famiglia,
viene con le figlie a vedere il Padre che più non
parla con loro e non ritornerà più tra loro,
perché se ne va altrove.
117. E guardandolo, piangendo e gemendo,
con voce accorata, espressero così il loro cordoglio
trepidante e devoto: «O Padre, che cosa faremo ora
noi, misere? Perché ci abbandoni desolate? A chi
ci affidi, così desolate? Perché non ci
hai dato la gioia di precederti nel Regno dei beati e
invece ci lasci qui nel dolore? Come potremo vivere nel
nostro monastero, ora che più non verrai, come
un tempo a visitarci? Con te se ne va per noi, sepolte
al mondo, ogni nostro conforto! Chi ci soccorrerà
in questa povertà di beni spirituali e materiali?
O padre dei poveri, amante della povertà, chi ci
aiuterà nelle tentazioni? Tu lo potevi, perché
ne avevi provate e superate tante! Chi ci sosterrà
nel momento delle tribolazioni, o tu che sei stato il
nostro aiuto nelle molte tribolazioni che già sperimentammo?
O amarissimo distacco, tremenda partenza; o morte inesorabile
che uccidi migliaia di figli e di figlie, privandoli del
loro santissimo padre, mentre ti affretti a strapparci
per sempre colui per merito del quale il nostro buon volere,
se pure ne abbiamo, raggiunse la sua migliore fioritura!».
Ma il verginale pudore poneva un freno al pianto, né
sembrava conveniente piangere a dirotto su colui, il cui
transito aveva richiamato schiere di angeli e allietava
tutti gli eletti del cielo! Così, sospese tra l'afflizione
e la gioia insieme, baciavano quelle splendide mani, ornate
dalle stimmate raggianti come gemme preziose. E dopo che
ebbero rimosso il sacro corpo, fu richiusa quella porta
che non s'aprirà mai più a sì grande
ferita. O quanto più grande il dolore di tutti
alla vista dell'accorato e filiale lamento di quelle vergini!
Quanti, soprattutto, i gemiti dei figli in pianto! Tutti
partecipavano al dolore di ognuno di loro, così
che non c'era nessuno che riuscisse a trattenere le lacrime,
al vedere quegli angeli di pace piangere così desolatamente
(cf. Is 33,7).
118. Giunti finalmente in città, con gioiosa esultanza
tumularono il venerabile corpo in un luogo già
sacro, ma ora più sacro, perché santificato
dalla presenza delle spoglie di Francesco. Qui egli, a
gloria dell'onnipotente e sommo Iddio, continua a illuminare
il mondo con i miracoli, come prima l'aveva illuminato
con la sua santa predicazione. Siano rese grazie a Dio.
Amen.
Ecco, o padre santissimo e benedetto: ho cercato di accompagnarti,
come era doveroso, con lodi che fossero degne di te, benché
in una maniera veramente insufficiente, ed ho scritto
narrando qualcosa della tua vita.
Ricordati, o pietoso, dei tuoi poveri figli, ai quali
non resta quasi più alcun conforto ora che sei
scomparso tu, che eri l'unico loro sostegno. Poiché
sebbene tu, che di loro sei la parte più nobile
e principale, sei ammesso tra i cori angelici e collocato
sul trono glorioso degli apostoli, essi invece giacciono
ancora nel fango, come chiusi in un carcere oscuro; essi
ti supplicano gementi: «Mostra, o padre, al divin
Figlio del sommo Padre le venerande stimmate di lui che
tu hai sul costato; mostra i segni della croce nelle tue
mani e nei tuoi piedi, perché egli stesso, a sua
volta, si degni misericordiosamente di mostrare le sue
ferite al Padre, il quale certamente a quella vista sarà
sempre benigno con noi miseri! Amen. Fiat! Fiat!».
Qui finisce
la parte seconda
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PARTE TERZA Tratta della canonizzazione del beato padre Francesco e dei suoi miracoli 119. Il g…
Parte prima: capp. I - V
PARTE PRIMA A lode e gloria di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen. Incomincia…
Parte prima: capp. VI - X
CAPITOLO VI LA MADRE LO LIBERA, ED EGLI SI SPOGLIA DAVANTI AL VESCOVO DI ASSISI 13. Affari urge…
Parte prima: capp. XI - XV
CAPITOLO XI SPIRITO DI PROFEZIA E PREDIZIONI DI SAN FRANCESCO 26. Il beato padre Francesco, ric…