Parte seconda: capp. I - V
PARTE SECONDA
Incomincia la parte seconda.
Ultimi due anni e felice transito
del beato padre nostro Francesco
CAPITOLO I
CONTENUTO DI QUESTA PARTE.
BEATO TRANSITO
E MIRABILE ASCESA DEL SANTO
88. Nella prima parte del nostro lavoro, condotto a termine con l'aiuto di Dio, ci siamo soffermati sulla vita e sulle opere del beatissimo padre nostro Francesco fino al diciottesimo anno della sua conversione; ora aggiungiamo brevemente le altre notizie degne di fede, che abbiamo potuto raccogliere circa gli ultimi due anni della sua vita. E vogliamo riferirne qui solo i dati essenziali, lasciando ad altri la via aperta per una più ampia esposizione.
L'anno 1226, indizione XV, il 4 di ottobre, in giorno di domenica, in Assisi, sua città natale, presso Santa Maria della Porziuncola, dove egli aveva fondato l'Ordine dei frati minori, il beatissimo padre nostro Francesco, a vent'anni dalla sua piena adesione a Cristo, seguendo la vita e gli esempi degli apostoli, si libera dal carcere della carne, e portando a compimento la sua opera, se ne va felicemente nel soggiorno dei beati. Tra inni e lodi il suo sacro corpo viene collocato e riverentemente custodito in quella città, e a gloria di Dio rifulge per molti miracoli.
89. Poiché nella prima età era stato lasciato ignaro quasi del tutto delle realtà divine, Francesco aveva trascorso parecchio tempo seguendo liberamente e vogliosamente le passioni naturali; ma poi, quando la destra del Signore si volse verso di lui, riuscì a districarsi dal peccato, e da allora, per grazia e virtù dell'Altissimo, fu ripieno di sapienza divina più di tutti i suoi contemporanei. Infatti, in mezzo all'avvilimento, non di pochi ma generale, in cui era caduta la dottrina evangelica, a motivo dei costumi di coloro che la insegnavano, la Provvidenza di Dio mandò nel mondo questo uomo, perché, come gli apostoli, fosse testimone della verità davanti a tutti gli uomini. E realmente egli dimostrò con chiarezza, mediante la parola e l'esempio, quanto fosse stolta la sapienza terrena, e in breve, sotto la guida di Cristo, trascinò gli uomini, mediante la stoltezza della predicazione, alla autentica sapienza divina.
Simile a un fiume del Paradiso, il nuovo evangelista di questo ultimo tempo, ha diffuso con amorosa cura le acque del Vangelo per il mondo intero, e con le opere ha additato la via e la vera dottrina del Figlio di Dio. Così in lui e per suo merito, il mondo ritrovò una nuova giovinezza e una insperata esultanza, e il virgulto dell'antica religione ha subito rinnovato rami, che erano ormai vecchi e decrepiti. Gli eletti furono riempiti di uno spirito nuovo e dell'abbondanza della grazia, quando questo santo servo di Cristo, come astro celeste, ha irradiato la luce della sua originale forma di vita e dei suoi prodigi.
Tramite Francesco si sono rinnovati gli antichi miracoli, quando nel deserto di questo mondo è stata piantata una vite feconda, che produce, mediante un modo di vita nuovo, ma fedele agli antichi, fiori profumati di sante virtù e stende ovunque i tralci della santa religione.
90. La fragilità della condizione
umana, che aveva in comune con noi, non lo trattenne nell'osservanza
dei precetti comuni; ma, trascinato da un amore intenso,
volle camminare la via della perfezione e raggiunse la vetta
della più sublime santità e contemplò
il termine di tutta la perfezione (Sal 118,96).
Perciò ogni persona, di qualsiasi condizione, sesso
ed età, può trovare in lui limpide direttive
di sana dottrina e splendidi esempi di opere virtuose. Chi
vuole, dunque, metter mano a cose grandi e conquistare i
doni più alti della via della perfezione, guardi
nello specchio della sua vita e imparerà ogni perfezione.
Chi invece preferisse un cammino meno arduo e esercizi più
modesti, temendo di non farcela a scalare la cima del monte,
guardi ancora a lui: vi troverà gli insegnamenti
adatti anche a questo grado di vita spirituale. Chi infine
va alla ricerca di rivelazioni prodigiose e di miracoli,
badi alla santità di Francesco e sarà accontentato.
Proprio la sua vita gloriosa illumina
la perfezione dei primi santi di luce più fulgida:
lo provano e lo manifestano in modo evidentissimo la Passione
di Gesù Cristo e la croce di lui. E veramente il
venerabile padre portava impressi nella carne i cinque segni
della passione e della croce, come se fosse stato appeso
alla croce con lo stesso Figlio di Dio. Questo sacramento
è grande (Cf. Ef 5,32) e manifesta la sublimità
della prerogativa dell'amore; ma esso cela un arcano disegno
e un sublime mistero, noto solo a Dio, crediamo, e rivelato
in parte dallo stesso Santo ad una sola persona.
E perciò non conviene fermarsi più a lungo
a lodare il Santo, dal momento che è stato esaltato
da Colui che è di tutti lode, il Signore, sorgente
e splendore inesauribile e che dà in premio l'eterna
luce. Benedicendo, dunque, Iddio, santo, vero e glorioso,
riprendiamo la semplice narrazione dei fatti.
CAPITOLO II
IL DESIDERIO PIU’ GRANDE DI FRANCESCO,
E COME, APRENDO IL LIBRO DEL VANGELO,
CONOBBE IL VOLERE DI DIO
NEI SUOI CONFRONTI
91. Desiderando il beato e venerabile
padre Francesco, occuparsi solo di Dio e purificare il
suo spirito dalla polvere del mondo che eventualmente
l'avesse contaminato nel suo stare con gli uomini, un
giorno si ritirò in un luogo di raccoglimento e
di silenzio, abbandonando le folle che ogni giorno accorrevano
devotamente a lui per ascoltarlo e vederlo. Egli era solito
dividere e destinare il tempo che gli era concesso, per
acquistar grazie, secondo che gli sembrava più
opportuno, una parte per il bene del prossimo, l'altra
riservata alla contemplazione solitaria. Prese pertanto
con sé pochissimi compagni, tra i più intimi
e partecipi della sua vita, perché lo salvaguardassero
dalle visite e dal disturbo degli uomini e fossero custodi
amorosi e fedeli della sua quiete. Rimase in quella solitudine
per un certo periodo, e avendo con la preghiera intima
e la frequente contemplazione raggiunta una straordinaria
familiarità con Dio, bramava sapere che cosa di
lui e in lui potesse essere più gradito all'eterno
Re.
Intanto studiava con tutta la sua mente e con tutto l'amore
di conoscere quale modo e quale via potevano essere più
adatti per raggiungere una unione ancora più perfetta
col Signore Dio, secondo il disegno e il decreto della
Sua volontà. E questa fu sempre la sua unica filosofia,
il suo supremo desiderio nel quale bruciò finché
visse; e chiedeva a tutti, ai semplici come ai sapienti,
ai perfetti come agli imperfetti, come poter raggiungere
la via della verità e pervenire a mete sempre più
alte.
92. In realtà, pur essendo egli perfettissimo tra i perfetti, non ammettendolo, si stimava il più imperfetto di tutti. Aveva infatti gustato e provato personalmente quanto è dolce, soave e buono il Dio d'Israele per i retti di cuore (Sal 72,1), che lo cercano sempre con semplicità pura e con purezza vera. La dolcezza e soavità, che egli sentiva infusa dall'alto nella sua anima, dono rarissimo concesso a pochissimi, lo spingeva a dimenticare totalmente se stesso, e allora, riboccante di tale gaudio, bramava con tutte le forze ascendere alla vita immortale degli spiriti eletti, dove uscendo da se stesso col desiderio in parte si era già elevato. Ripieno dello spirito di Dio, era pronto ad affrontare qualsiasi angustia di spirito, qualsiasi tormento nel corpo, a patto che gli fosse concesso quanto bramava: che si compisse in lui totalmente la misericordiosa volontà del Padre celeste.
A questo scopo, un giorno si accostò all'altare che era stato eretto in quell'eremitorio, e vi depose sopra devotamente il libro dei Vangeli. Poi, prostrato in preghiera non meno col cuore che col corpo, implorava umilmente Dio buono, padre della misericordia e Dio di ogni consolazione (2Cor 1,3) che si degnasse manifestargli il suo santissimo volere, e perché potesse condurre a compimento quello che un tempo aveva intrapreso con semplicità e devozione, lo pregava e supplicava di rivelargli alla prima apertura del libro quanto gli conveniva fare. Si conformava così a quegli antichi grandi maestri di santità che avevano agito, ispirati da Dio, in modo analogo.
93. Terminata la preghiera, si alzò
e con spirito di umiltà e contrizione di cuore
(Dn 3,9), fatto il segno della santa croce, prese il libro
dall'altare e lo aprì con riverenza e timore. Ora
avvenne che alla apertura del libro, la prima cosa sulla
quale si posarono i suoi occhi fu la passione di nostro
Signor Gesù Cristo, ma solo nel tratto in cui viene
predetta. Per timore che si trattasse di un caso fortuito,
chiuse e riaperse il libro una seconda e una terza volta,
e risultò sempre un passo uguale o somigliante.
Il servo di Dio che era pieno dello Spirito di Dio, capì
allora che sarebbe entrato nel Regno dei Cieli solo attraverso
innumerevoli tribolazioni, angustie e lotte.
Ma non si turbò il fortissimo soldato di Cristo
al pensiero delle lotte che l'attendevano, né si
perse d'animo davanti alle battaglie del Signore che avrebbe
dovuto combattere sulla terra. Non poteva temere di soccombere
davanti all'avversario lui che non cedeva neppure davanti
a se stesso dopo le lunghe e sovrumane fatiche che aveva
sostenuto. Era davvero di un fervore unico, e se nei secoli
passati si può trovare qualche suo emulo nei buoni
propositi, tuttavia non si riscontra chi lo uguagli nel
fervore del desiderio. Gli riusciva più facile
compiere le cose più perfette che predicarle, poiché
più che alle parole che rivelano la virtù
ma non fanno l'uomo virtuoso, impiegava tutte le sue forze
in opere sante. Perciò, sicuro e lieto cantava
a sé e a Dio canti di letizia nel suo cuore (cf.
Ef 5,19). Per questo, a lui che si è rallegrato
tanto della rivelazione più piccola, ne viene elargita
una ben maggiore, ed essendo stato fedele nel poco, gli
è dato autorità su molto (Mt 25,21).
CAPITOLO III
VISIONE DI UN UOMO
IN FIGURA DI SERAFINO CROCIFISSO
94. Allorché dimorava nel romitorio
che dal nome del luogo è chiamato «Verna»,
due anni prima della sua morte, ebbe da Dio una visione.
Gli apparve un uomo, in forma di Serafino, con le ali,
librato sopra di lui, con le mani distese ed i piedi uniti,
confitto ad una croce. Due ali si prolungavano sopra il
capo, due si dispiegavano per volare e due coprivano tutto
il corpo.
A quell'apparizione il beato servo dell'Altissimo si sentì
ripieno di una ammirazione infinita, ma non riusciva a
capirne il significato. Era invaso anche da viva gioia
e sovrabbondante allegrezza per lo sguardo bellissimo
e dolce col quale il Serafino lo guardava, di una bellezza
inimmaginabile; ma era contemporaneamente atterrito nel
vederlo confitto in croce nell'acerbo dolore della passione.
Si alzò, per così dire, triste e lieto,
poiché gaudio e amarezza si alternavano nel suo
spirito. Cercava con ardore di scoprire il senso della
visione, e per questo il suo spirito era tutto agitato.
Mentre era in questo stato di preoccupazione e di totale
incertezza, ecco: nelle sue mani e nei piedi cominciarono
a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena
visto in quel misterioso uomo crocifisso.
95. Le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Quei segni poi erano rotondi dalla parte interna delle mani, e allungati nell'esterna, e formavano quasi una escrescenza carnosa, come fosse punta di chiodi ripiegata e ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti sul resto della carne. Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava, bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande.
Ben pochi ebbero la fortuna di vedere la sacra ferita del costato del servo del Signore stimmatizzato mentre egli era in vita. Ma fortunato frate Elia che, ancor vivente il Santo, meritò di scorgerla almeno, e non meno fortunato frate Rufino che la poté toccare con le proprie mani. Mentre una volta gli praticava una frizione sul petto, la mano gli scivolò, come spesso capita, sul lato destro e così toccò quella preziosa cicatrice. Francesco ne sentì grande dolore e allontanò la mano, gridando che Dio lo perdonasse. Infatti con ogni cura teneva nascosto il prodigio agli estranei, ma anche agli amici e ai confratelli, tanto che non ne seppero nulla per lungo tempo perfino i suoi seguaci più intimi e devoti. Questo fedelissimo discepolo del Signore, pur vedendosi ornato con tali meravigliosi segni, quasi perle preziosissime del Cielo e coperto di gloria e onore più d'ogni altro uomo, non se ne gonfiò mai in cuor suo, né mai cercò di vantarsene con alcuno per desiderio di gloria vana, al contrario, temendo sempre che la stima degli uomini gli potesse rubare la grazia divina, si industriava il più possibile di tenerla celata agli occhi di tutti.
96. Si era fatto un programma di non
manifestare quasi a nessuno il suo straordinario segreto,
nel timore che gli amici, non resistessero alla tentazione
di divulgarlo per amicizia, come suole accadere, e gliene
venisse una diminuzione di grazia. Aveva pertanto continuamente
sulle labbra il detto del salmista: Nel mio cuore ho riposto
tutte le tue parole, per non peccare dinanzi a Te (Sal
118,11). Si era addirittura accordato con i suoi fratelli
e figli di ripetere questo versetto come segno che intendeva
troncare la conversazione coi borghesi che venivano da
lui; a quel segnale essi dovevano cortesemente licenziare
i visitatori. Aveva sperimentato quanto è nocivo
all'anima comunicare tutto a tutti, e sapeva che non può
essere uomo spirituale colui che non possiede nel suo
spirito segreti più numerosi e profondi di quelli
che potevano essere letti sul viso e giudicati in ogni
loro parte dagli uomini. Si era infatti imbattuto in persone
che esteriormente mostravano d'essere d'accordo con lui,
mentre la pensavano diversamente: in sua presenza lo apprezzavano,
in sua assenza lo disprezzavano; e questi lo indussero
a un giudizio di disapprovazione verso di loro, e qualche
volta gli resero un poco sospette anche persone che venivano
a lui con sentimenti retti.
Così purtroppo spesso avviene che la malignità
cerca di screditare tutto ciò che è puro,
e poiché la menzogna è vizio di molti, si
finisce per non credere più alla sincerità
dei pochi.
CAPITOLO IV
FERVORE DI SAN FRANCESCO
E SUA MALATTIA AGLI OCCHI
97. In quello stesso periodo, il suo
corpo cominciò ad essere tormentato da mali fisici
diversi e più violenti. Soffriva infatti parecchie
malattie in conseguenza delle aspre penitenze cui già
da anni sottoponeva il suo corpo. Esattamente per diciott'anni,
quanti erano passati da quando aveva cominciato le sue
peregrinazioni per varie e vaste regioni, impegnato a
diffondere la parola evangelica, animato da costante e
ardente spirito di fede, quasi mai si era preoccupato
di dare un po' di riposo alle sue membra affrante. Aveva
riempito la terra del Vangelo di Cristo. Era capace di
passare per quattro o cinque città in un sol giorno,
annunciando a tutti il Regno di Dio. Edificava gli uditori
non meno con l'esempio che con la parola, si potrebbe
dire divenuto tutto lingua.
L'accordo tra lo spirito e la carne appariva in lui così
perfetto, che quest'ultima, invece di costituire un ostacolo
al primo, lo precedeva nella corsa verso la santità,
come dice la Scrittura: Di Te ha sete la mia anima, e
quanto anche la mia carne (Sal 62,2). L'obbedienza assidua
aveva finito per rendere volontaria questa sottomissione,
e questa docilità di ogni giorno l'aveva reso luogo
proprio di una grande virtù; infatti spesso la
consuetudine si tramuta in natura.
98. Ma poiché è legge di natura ineluttabile che il corpo si consumi ogni giorno, mentre lo spirito si può ringiovanire, avvenne che quell'involucro preziosissimo che racchiudeva quel celeste tesoro, cominciò a cedere da tutte le parti e a indebolirsi notevolmente. Siccome però, come dice la Scrittura: Quando un uomo ha finito, allora comincia e quando sarà consumato opererà (Sir 18,6), si vide il suo spirito farsi più pronto nella carne inferma. Tanto vivo era il suo amore per la salvezza delle anime, che per conquistarle a Dio, non avendo più la forza di camminare, se ne andava per le contrade in groppa ad un asinello. Spesso i confratelli con dolce insistenza lo invitavano a ristorare un poco il suo corpo infermo, e troppo debole con cure mediche, ma egli, che aveva lo spirito continuamente rivolto al cielo, declinava ogni volta l'invito, poiché desiderava soltanto sciogliersi dal corpo per essere con Cristo (Fil 1,23).
Anzi, poiché non aveva ancora completato nella sua carne quanto mancava alla Passione di Cristo (cf. Col 1,24), sebbene ne portasse nel corpo le stimmate, incorse in una gravissima malattia d'occhi, come se Iddio mandasse a lui un nuovo segno della sua misericordia. E siccome quella malattia si aggravava di giorno in giorno e sembrava peggiorare per la mancanza di ogni cura, frate Elia, che Francesco aveva scelto come madre per sé e costituito padre per gli altri frati, lo costrinse a non rifiutare i rimedi della medicina in nome del Figlio di Dio, che la creò, secondo la testimonianza della Scrittura: l'Altissimo ha creato in terra la medicina e il savio non la respingerà (Sir 38,4). A quelle parole Francesco obbedì.
CAPITOLO V
AL CARDINALE UGOLINO, VESCOVO DI OSTIA,
CHE LO RICEVE BENEVOLMENTE A RIETI,
IL SANTO PREDICE LA NOMINA A SOMMO PONTEFICE
99. Si provarono diversi medici con rimedi diversi, ma non se ne fece nulla; allora Francesco si recò a Rieti, dove si diceva dimorasse uno specialista molto esperto per la cura di quel male. A1 suo arrivo fu accolto benevolmente e con amore da tutta la curia romana, che in quel periodo risiedeva in quella città, ma in modo tutto particolare lo ricevette con tanta devozione il cardinale Ugolino, vescovo di Ostia, famoso allora per rettitudine e santità di vita.
Il beato Francesco lo aveva scelto col consenso e beneplacito del papa Onorio III, come signore e protettore del suo Ordine, proprio perché gli era cara la beata povertà e onorava assai la santa semplicità. Questo prelato imitava la vita dei frati e, desideroso di raggiungere la santità, era semplice con i semplici, umile con gli umili, povero con i poveri. Era un frate tra i frati, tra i minori il più piccolo e, per quanto gli era consentito, si ingegnava a diportarsi sempre come uno di loro nella sua vita e nei suoi costumi. Era sollecito di dilatare ovunque l'Ordine minoritico e, d'altra parte, la fama della sua vita santa contribuiva a diffonderlo maggiormente anche nelle regioni più lontane. Il Signore gli aveva donato sapienza ed eloquenza, ed egli se ne serviva per confutare e confondere i nemici della verità e della Croce di Cristo, ricondurre gli erranti sulla retta via, ricomporre le liti e rinsaldare il vincolo della carità tra i fratelli. Era nella Chiesa di Dio lampada che arde e illumina, saetta scelta, tenuta in serbo per il momento opportuno. Quante volte, deposte le ricche vesti e indossatene altre rozze, lo si vedeva andarsene a piedi scalzi come un frate minore, per portare la pace. Ogni volta che gli si presentava l'occasione, si adoperava con ardore a ristabilire questa pace tra l'uomo e il prossimo e tra l'uomo e Dio. Per questo il Signore lo scelse poco tempo dopo come Pastore di tutta la sua santa Chiesa, conferendogli autorità e potenza su tutti i popoli.
100. Perché si riconoscesse che questo avvenne per divina ispirazione e volontà di Cristo, il beato padre Francesco lo profetizzò con le parole e lo significò con i fatti molto tempo prima. Quando infatti l'Ordine e religione dei frati incominciava, sostenuto dalla grazia di Dio, a dilatarsi, a innalzare nel cielo, come cedro del Signore, la cima dei suoi meriti, e ad estendere, come vigna eletta, i suoi santi tralci su tutta la terra, il beato Francesco si recò da papa Onorio III, capo della Chiesa romana in quegli anni, supplicandolo umilmente di concedere a lui e ai suoi frati in qualità di padre e signore, Ugolino, vescovo di Ostia. Il Pontefice esaudì la richiesta del Santo, e ben volentieri delegò la sua giurisdizione sull'Ordine a Ugolino. Questi la ricevette con umile riverenza e, come il servo fedele e prudente costituito sopra la casa del Signore, si impegnò in tutti i modi ad assicurare il cibo della vita a tutti coloro che erano stati affidati alle sue cure.
Perciò il beato padre, da parte sua, si studiava di essergli sempre docile e lo venerava con amore e devozione. Poiché si lasciava condurre dallo Spirito di Dio, di cui era ricolmo, il beato Francesco intuiva molto tempo prima ciò che poi si sarebbe realizzato agli occhi di tutti. Ecco perché quando gli scriveva per cose relative all'Ordine di cui condividevano la responsabilità, o più spesso per l'amore che gli portava in Cristo, nelle sue lettere non si limitava mai a chiamarlo Vescovo di Ostia e di Velletri, come usavano gli altri nei saluti di convenienza, ma, non senza ragione, lo salutava: «Ugolino, vescovo di tutto il mondo!». Spesso poi lo salutava con benedizioni mai udite prima e benché gli fosse sottomesso come figlio deferente, talvolta, per ispirazione celeste, lo consolava con fare paterno, quasi a rafforzare su di lui le benedizioni dei padri, fino alla venuta di colui che è il desiderio dei colli eterni (Gen 49,26).
101. Il cardinale Ugolino, a sua volta, nutriva profondo affetto per il Santo; gradiva quindi ogni sua parola e atto, anzi spesso si rasserenava tutto al solo vederlo. Egli stesso afferma di non aver mai avuto turbamenti d'animo per quanto grandi, che la vista e le parole di Francesco non bastassero ad eliminare, disperdendo le nubi dello spirito ed ogni tristezza, e riportandovi la serenità e la gioia. Si diportava con Francesco come il servo rispetto al suo padrone; lo ossequiava come un apostolo di Cristo, e sovente, inchinandosi, lo riveriva, baciandogli le mani.
Con devozione e sollecitudine si preoccupava
di trovare un rimedio per far ricuperare al beato padre
la sanità degli occhi, perché lo riteneva
un uomo santo e giusto e necessario e molto utile alla
Chiesa di Dio. Condivideva il timore e la preoccupazione
di tutta la famiglia dei frati per lui, e nella persona
del Padre aveva pietà dei figli. Perciò
esortava il beato padre, a prendersi cura di sé
e a non ricusare i mezzi necessari, ricordandogli che
questa trascuratezza gli poteva essere imputata a peccato
piuttosto che a merito.
In spirito di umile obbedienza a questi autorevoli ammonimenti,
san Francesco decise di avere con meno scrupolo un po'
di riguardo per il suo male. Ma era ormai troppo tardi.
Il male si era tanto aggravato, che per ricavarne anche
solo un piccolo beneficio si richiedevano somma perizia
medica e strazianti rimedi. Difatti, gli si bruciarono
con ferri roventi le parti del capo credute lese, si incisero
delle vene, si applicarono impiastri, si iniettarono collirii
ma senza alcun miglioramento; anzi, l'infermità
parve peggiorare sempre più.
Altri Luoghi dello Stesso Itinerario
Il prologo e l'indice
PROLOGO Nel nome del Signore. Amen. Incomincia il prologo alla vita del beato Francesco 1. Per…
Parte prima: capp. XVI - XX
CAPITOLO XVI DIMORA A RIVOTORTO E OSSERVANZA DELLA POVERTÀ 42. Il beato Francesco era solito ra…
Parte prima: capp. XXI - XXV
CAPITOLO XXI FRANCESCO PREDICA AGLI UCCELLI E TUTTE LE CREATURE GLI OBBEDISCONO 58. Mentre, com…
Parte prima: capp. XXVI - XXX
CAPITOLO XXVI ANCHE A CITTA' DI CASTELLO FRANCESCO SCACCIA UN DEMONIO 70. C'era a Città di Cast…
Parte seconda: capp. VI - X
CAPITOLO VI VIRTU’ DEI FRATI CHE SERVIVANO SAN FRANCESCO. QUAL ERA IL SUO PROGETTO Dl VITA 102.…
Parte terza - Epilogo
PARTE TERZA Tratta della canonizzazione del beato padre Francesco e dei suoi miracoli 119. Il g…
Parte prima: capp. I - V
PARTE PRIMA A lode e gloria di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen. Incomincia…
Parte prima: capp. VI - X
CAPITOLO VI LA MADRE LO LIBERA, ED EGLI SI SPOGLIA DAVANTI AL VESCOVO DI ASSISI 13. Affari urge…
Parte prima: capp. XI - XV
CAPITOLO XI SPIRITO DI PROFEZIA E PREDIZIONI DI SAN FRANCESCO 26. Il beato padre Francesco, ric…