Parte prima: capp. XXVI - XXX
CAPITOLO XXVI
ANCHE A CITTA' DI CASTELLO
FRANCESCO SCACCIA UN DEMONIO
70. C'era a Città di Castello una donna ossessa. Essendovi giunto il beato padre Francesco, venne condotta a lui nella casa ove dimorava. Questa, digrignando i denti e con lo sguardo bieco, emetteva grida orribili, come usano fare gli spiriti immondi. Parecchi cittadini, accorsi insieme, supplicavano il Santo di liberarla poiché da tanto tempo il nemico infernale la possedeva e tormentava in quella maniera, spaventando tutti con le sue urla. Francesco volle costatare se era opera del demonio o imbroglio della donna e le mandò innanzi un frate che stava con lui. Quella avvertì subito lo scambio di persona e si mise a proferire scherni e insulti. Ma quando comparve il Santo, che era rimasto nel frattempo nascosto a pregare, l'indemoniata, non potendo resistere alla sua virtù, si gettò per terra tremando e contorcendosi pietosamente. Francesco la chiamò a sé, dicendo: «Ti comando per obbedienza, spirito immondo, di uscire da costei!». E il diavolo l'abbandonò immediatamente, senza alcun male.
Sia ringraziato Iddio onnipotente, che opera tutto in tutti! Tuttavia, siccome ci siamo proposti di narrare non tanto i miracoli, che dimostrano la santità ma non costituiscono la santità, bensì piuttosto lo specchio della sua vita esemplare, riprendiamo il racconto delle opere che gli meritarono la salvezza eterna, tralasciando i miracoli, anche perché sarebbe troppo lungo recensirli tutti.
CAPITOLO XXVII
PUREZZA E COSTANZA DEL SUO SPIRITO.
DISCORSO DAVANTI A PAPA ONORIO III.
AFFIDA SE STESSO E I SUOI ALLA PROTEZIONE
DEL CARDINALE UGOLINO, VESCOVO DI OSTIA
71. L'uomo di Dio Francesco si era abituato a cercare non il proprio interesse, ma soprattutto quanto vedeva necessario alla salvezza del prossimo, e sopra ogni altra cosa desiderava di essere liberato dal corpo e stare con Cristo (Fil 1,23). Per questo il suo maggior impegno era di tenersi lontano dalle sollecitudini terrene, così che neppure per un istante la polvere mondana potesse fare ombra e turbare la luce e la pace della sua anima. Si rendeva insensibile a tutti i clamori esterni e, raccogliendo tutti i suoi sensi esteriori e dominando ogni movimento dell'anima, viveva assorto nel solo Signore. Come è detto della sposa nel Cantico dei Cantici: Nelle fenditure della roccia e nei nascondigli dei dirupi era la sua abitazione (Ct 2,14).
Veramente con gioiosa devozione egli s'aggirava
tra le dimore celesti, e in completo annientamento di sé,
dimorava a lungo come nascosto nelle piaghe del Salvatore. Perciò
cercava luoghi solitari per poter lanciare completamente la sua
anima in Dio; tuttavia, quando c'era bisogno, non esitava un istante
a passare all'azione per giovare alle anime e alla vita dei fratelli.
Suo porto sicuro era la preghiera non di qualche minuto, o vuota,
o pretenziosa, ma profondamente devota, umile e prolungata il
più possibile. Se la iniziava la sera, a stento riusciva
a staccarsene il mattino. Era sempre intento alla preghiera, quando
camminava e quando sedeva, quando mangiava e quando beveva. Di
notte si recava, solo, nelle chiese abbandonate e sperdute a pregare;
così, con la grazia del Signore, riusciva a trionfare di
molti timori e di angustie spirituali.
72. In quei luoghi doveva lottare corpo a corpo col demonio, che l'affrontava per spaventarlo non solo con tentazioni interiori, ma anche esteriormente con strepiti e rovine. Ma Francesco, da fortissimo soldato di Cristo, ben sapendo che il suo Signore poteva tutto dovunque, non si lasciava per nulla intimorire, ma ripeteva in cuor suo: «Non puoi, o maligno, scatenare contro di me le armi della tua malizia, in questi luoghi più di quanto mi faresti se fossimo tra la folla».
Era veramente fermo e costante nel bene, e null'altro cercava se non di compiere la volontà di Dio. F. infatti quando anche predicava la parola del Signore davanti a migliaia di persone, era tranquillo e sicuro, come se parlasse con il suo fratello e compagno. Ai suoi occhi un'immensa moltitudine di uditori era come un uomo solo, e con la stessa diligenza che usava per le folle predicava ad una sola persona. Dalla purezza del suo cuore attingeva la sicurezza della sua parola, e anche invitato all'improvviso, sapeva dire cose mirabili e mai udite prima.
Quando invece si preparava prima accuratamente il discorso, gli poteva accadere che al momento di pronunciarlo non ricordasse più una parola né altro poteva dire. Allora confessava a tutti candidamente e senza rossore che aveva preparato tante cose, ma le aveva tutte dimenticate. Ed ecco, all'improvviso parlava con tanta eloquenza da incantare gli uditori. Altre volte gli capitava di non riuscire a parlare affatto; allora congedava l'uditorio con la benedizione, e questo valeva più che se avesse tenuto una lunga predica.
73. Recatosi una volta a Roma, per problemi dell'Ordine, sentì grande desiderio di predicare davanti a papa Onorio e ai cardinali. Venuto a saperlo, Ugolino, il glorioso vescovo di Ostia, che nutriva particolare affetto e ammirazione per il Santo di Dio, ne provò insieme gioia e timore, perché se ammirava il fervore di quel sant'uomo, ne conosceva però anche la ingenua semplicità; ma, confidando nella bontà dell'Onnipotente, che paternamente non lascia mai mancare ai suoi fedeli quanto è necessario, lo condusse davanti al Papa e ai cardinali. E Francesco, ricevuta la benedizione, alla presenza di così grandi principi incominciò a parlare senza timore. E parlò con tanto fervore che, quasi fuori di sé per la gioia, mentre proferiva le parole muoveva anche i piedi quasi saltellando, ma quel suo strano comportamento, lungi dall'apparire un segno di leggerezza e dal suscitare riso, provenendo dall'ardore del suo cuore, induceva gli animi a intrattenibile pianto di compunzione. E molti di loro effettivamente ripieni di ammirazione per la grazia del Signore e per l'intrepido coraggio di quell'uomo, furono presi da sincero dolore. Il cardinal Ugolino però, dal canto suo pregava fervorosamente Iddio perché non permettesse che la semplicità di quell'anima santa venisse disprezzata, anche perché l'eventuale disdoro, come la gloria di Francesco, sarebbero caduti pure su di lui, che era stato eletto «protettore» del nuovo Ordine religioso.
74. Francesco infatti si era legato a lui come un figlio al padre, come il figlio unico alla madre, dormendo e riposando sicuro sul seno della sua clemenza. Si può veramente dire che il cardinal Ugolino compiva l'ufficio di pastore della nuova Fraternità, pur lasciandone il nome a san Francesco. Il beato padre proponeva quanto era necessario, ma era Ugolino che provvedeva che venisse messo in esecuzione. Quanti minacciavano i primi passi dell'Ordine per rovinarlo! Quanti cercavano di soffocare l'eletta vigna che il Signore stava piantando nel mondo e di annientarne le promettenti primizie! Ma tutti costoro furono vinti e trafitti dalla spada di quel provvido signore e padre. Egli era infatti un fiume di eloquenza, un baluardo della Chiesa un intrepido assertore della verità, ma ancora paterno sostegno degli umili. Memorando e benedetto, quindi, il giorno in cui il servo di Dio si affidò a questo Pastore di anime!
Mentre si trovava in Toscana, come legato pontificio un incarico che gli veniva affidato spesso, il beato Francesco, che aveva ancora pochi compagni, passò per Firenze, dove allora soggiornava il cardinale, con l'intento di recarsi in Francia. Non erano ancora in quel tempo legati da una profonda amicizia, ma la fama della loro santità era bastata ad unirli in un vincolo reciproco di affetto e di benevolenza.
75. D'altra parte, era costume del beato Francesco quando arrivava in qualche città o territorio, di presentarsi al vescovo o ai sacerdoti del luogo; così, venuto a sapere che là si trovava il suddetto prelato, si recò da lui con grande riverenza. Il cardinal Ugolino, come usava fare con i religiosi, soprattutto con quelli che professavano la beata povertà e la semplicità, lo accolse umilmente e devotamente. E poiché nutriva particolare sollecitudine per i poveri, per venire incontro alla loro povertà e sbrigare le loro cose si interessò con diligenza sul motivo della sua venuta ascoltandolo con grande bontà. Vedendolo così staccato da ogni cosa terrena, più di qualsiasi altro, e ripieno di quel fuoco divino che Gesù venne ad accendere sulla terra, sentì la propria anima fondersi con la sua, gli domandò la carità delle sue preghiere e gli offrì con sincera gioia la sua protezione. Quindi lo dissuase dal continuare quel viaggio, raccomandandogli di attendere ai fratelli che Iddio gli aveva affidato. Dal canto suo, Francesco fu ripieno di immenso gaudio, per aver incontrato un signore così potente e, insieme così pieno di benevolenza, di affabilità e di senso pratico; si prostrò ai suoi piedi e con sincera devozione gli affidò se stesso e i suoi frati.
CAPITOLO XXVIII
SPIRITO Dl CARITA'
E AFFETTUOSA COMPASSIONE VERSO I POVERI.
EPISODIO DELLA PECORA E DEGLI AGNELLINI
76. Padre dei poveri e povero lui stesso, Francesco, facendosi povero con i poveri non poteva sopportare senza dolore di vedere qualcuno più povero di lui, non per orgoglio, ma per intima compassione, e sebbene non vestisse che una sola tonaca misera e rozza, spesso bramava spartirla con qualche bisognoso. Ma poiché era un povero ricchissimo, spinto dalla sua struggente compassione, per poter aiutare i poveri, quando il tempo era gelido, ricorreva ai ricchi chiedendo a prestito un mantello o altri indumenti. Se questi glieli davano con maggior entusiasmo di quello con cui egli li domandava, dichiarava: «Accetto di riceverli, ma a condizione che non vi aspettiate mai più di riaverli». E col cuore esultante ne rivestiva il primo indigente che gli capitasse di incontrare.
Qualunque parola offensiva pronunciata contro i poveri lo feriva al cuore, e non poteva soffrire che qualcuno insultasse o maledicesse qualunque creatura di Dio. Un giorno udì un frate fare una insinuazione ad un poveretto che supplicava l'elemosina: «Non vorrei che tu fossi ricco e ti fingessi bisognoso!». Come l'udì il padre dei poveri, san Francesco, rimproverò molto duramente il frate che aveva pronunciato quelle parole, e gli ordinò di spogliarsi davanti al mendicante e di chiedergli perdono, baciandogli i piedi. Era solito dire: «Chi tratta male un povero fa ingiuria a Cristo, di cui quello porta la nobile divisa, e che per noi si fece povero in questo mondo» (2Cor 8,9). Spesso perciò, incontrando qualche povero con carichi di legna o altri pesi, prendeva sulle sue spalle quei pesi, sebbene fosse assai debole.
77. La sua carità si estendeva con cuore di fratello non solo agli uomini provati dal bisogno, ma anche agli animali senza favella, ai rettili, agli uccelli, a tutte le creature sensibili e insensibili. Aveva però una tenerezza particolare per gli agnelli, perché nella Scrittura Gesù Cristo è paragonato, spesso e a ragione, per la sua umiltà al mansueto agnello. Per lo stesso motivo il suo amore e la sua simpatia si volgevano in modo particolare a tutte quelle cose che potevano meglio raffigurare o riflettere l'immagine del Figlio di Dio.
Attraversando una volta la Marca d'Ancona, dopo aver predicato nella stessa città, e dirigendosi verso Osimo, in compagnia di frate Paolo, che aveva eletto ministro di tutti i frati di quella provincia, incontrò nella campagna un pastore, che pascolava il suo gregge di montoni e di capre. In mezzo al branco c'era una sola pecorella, che tutta quieta e umile brucava l'erba. Appena la vide, Francesco si fermò, e quasi avesse avuto una stretta al cuore, pieno di compassione disse al fratello: «Vedi quella pecorella sola e mite tra i caproni? Il Signore nostro Gesù Cristo, circondato e braccato dai farisei e dai sinedriti, doveva proprio apparire come quell'umile creatura. Per questo ti prego, figlio mio, per amore di Lui, sii anche tu pieno di compassione, compriamola e portiamola via da queste capre e da questi caproni».
78. Frate Paolo si sentì trascinato dalla commovente pietà del beato padre; ma non possedendo altro che le due ruvide tonache di cui erano vestiti, non sapevano come effettuare l'acquisto; ed ecco sopraggiungere un mercante e offrir loro il prezzo necessario. Ed essi, ringraziandone Dio, proseguirono il viaggio verso Osimo prendendo con sé la pecorina. Arrivati a Osimo si recarono dal vescovo della città, che li accolse con grande riverenza. Non seppe però celare la sua sorpresa nel vedersi davanti quella pecorina che Francesco si tirava dietro con tanto affetto. Appena tuttavia il servo del Signore gli ebbe raccontato una lunga parabola circa la pecora, tutto compunto il vescovo davanti alla purezza e semplicità di cuore del servo di Dio, ne ringraziò il Signore. Il giorno dopo, ripreso il cammino, Francesco pensava alla maniera migliore di sistemare la pecorella, e per suggerimento del fratello che l'accompagnava, l'affidò alle claustrali di San Severino, che accettarono il dono della pecorina con grande gioia come un dono del cielo, ne ebbero amorosa cura per lungo tempo, e poi con la sua lana tesserono una tonaca che mandarono a Francesco mentre teneva un capitolo alla Porziuncola. Il Santo l'accolse con devozione e festosamente si stringeva la tonaca al cuore e la baciava, invitando tutti ad allietarsi con lui.
79. Un altro giorno, pellegrinando per la
stessa Marca, con il medesimo frate Paolo, che era ben felice
d'accompagnarlo, si imbatterono in un uomo che portava al mercato
due agnelli da vendere, legati, belanti e penzolanti dalle spalle.
All'udire quei belati, il servo di Dio, vivamente commosso,
si accostò, accarezzandoli, come suol fare una madre
con i figlioletti che piangono, con tanta compassione e disse
al padrone: «Perché tormenti i miei fratelli agnelli,
tenendoli così legati e penzolanti?». Rispose:
«Li porto al mercato e li vendo: ho bisogno di denaro».
E Francesco: «Che ne avverrà?». E quello:
«I compratori li uccideranno e li mangeranno». Nell'udire
questo il Santo esclamò: «Non sia mai! Prendi come
compenso il mio mantello e dammi gli agnelli».
Quell'uomo fu ben felice di un simile baratto, perché
il mantello, che Francesco aveva ricevuto a prestito da un uomo
proprio quel giorno per ripararsi dal freddo, valeva molto di
più delle due bestiole. Ma ricevuti gli agnellini, il
Santo di nuovo si rese conto del problema imbarazzante: «Come
provvedervi?» e, per consiglio di frate Paolo, li restituì
al padrone, raccomandandogli di non venderli, di non recar loro
danno alcuno, ma di mantenerli e custodirli con cura.
CAPITOLO XXIX
IL SUO GRANDE AMORE PER LE CREATURE
A MOTIVO DEL CREATORE.
SUO RITRATTO FISICO E MORALE
80. Sarebbe troppo lungo, o addirittura impossibile narrare tutto quello che il glorioso padre Francesco compì e insegnò mentre era in vita. Come descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna, le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di gaudio. O pietà semplice e semplicità pia! Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto perché la Scrittura ha detto del Signore: lo sono verme e non uomo (Sal 21,6); perciò si preoccupava di toglierli dalla strada, perché non fossero schiacciati dai passanti. E che dire delle altre creature inferiori, quando sappiamo che, durante l'inverno, si preoccupava addirittura di far preparare per le api miele e vino perché non morissero di freddo? Magnificava con splendida lode la laboriosità e la finezza d'istinto che Dio aveva loro elargito, gli accadeva di trascorrere un giorno intero a lodarle, quelle e tutte le altre creature.
Come un tempo i tre fanciulli gettati nella fornace ardente invitavano tutti gli elementi a glorificare e benedire il Creatore dell'universo, così quest'uomo, ripieno dello spirito di Dio, non si stancava mai di glorificare, lodare e benedire, in tutti gli elementi e in tutte le creature, il Creatore e governatore di tutte le cose.
81. E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza! Subito ricordava la bellezza di quell'altro Fiore il quale, spuntando luminoso nel cuore dell'inverno dalla radice di Iesse, col suo profumo ritornò alla vita migliaia e migliaia di morti. Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione, allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l'aria e il vento con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e a lodare il Signore.
E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio. Ed ora in cielo ti loda con gli angeli, o Signore, colui che sulla terra ti predicava degno di infinito amore a tutte le creature.
82. E’ impossibile comprendere umanamente la sua commozione, quando proferiva il tuo Nome, o Dio! Allora, travolto dalla gioia e traboccante di castissima allegrezza, sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo. Per questo, ovunque trovava qualche scritto, di cose divine o umane, per strada, in casa o sul pavimento, lo raccoglieva con grande rispetto riponendolo in un luogo sacro o almeno decoroso, nel timore che vi si trovasse il nome del Signore, o qualcosa che lo riguardasse.
Avendogli una volta un confratello domandato perché raccogliesse con tanta premura perfino gli scritti dei pagani o quelli che certamente non contenevano il nome di Dio, rispose: «Figlio mio, perché tutte le lettere possono comporre quel nome santissimo; d'altronde, ogni bene che si trova negli uomini, pagani o no, va riferito a Dio, fonte di qualsiasi bene!». Cosa ancor più sorprendente, quando faceva scrivere messaggi di saluto o di esortazione, non permetteva che si cancellasse alcuna parola o sillaba, anche se superflua o errata.
83. Quanto era incantevole, stupendo e glorioso nella sua innocenza, nella semplicità della sua parola, nella purezza di cuore, nell'amore di Dio, nella carità fraterna, nella prontezza dell'obbedienza, nella cortesia, nel suo aspetto angelico! Di carattere mite, di indole calmo, affabile nel parlare, cauto nell'ammonire, fedelissimo nell'adempimento dei compiti affidatigli, accorto nel consigliare, efficace nell'operare, amabile in tutto. Di mente serena, dolce di animo, di spirito sobrio, assorto nelle contemplazioni, costante nell'orazione e in tutto pieno di entusiasmo. Tenace nei propositi, saldo nella virtù, perseverante nella grazia, sempre uguale a se stesso. Veloce nel perdonare, lento all'ira, fervido di ingegno, di buona memoria, fine nelle discussioni, prudente nelle decisioni e di grande semplicità. Severo con sé, indulgente con gli altri.
Era uomo facondissimo, di aspetto gioviale, di sguardo buono, mai indolente e mai altezzoso. Di statura piuttosto piccola, testa regolare e rotonda, volto un po' ovale e proteso, fronte piana e piccola, occhi neri, di misura normale e tutto semplicità, capelli pure oscuri, sopracciglia diritte, naso giusto, sottile e diritto, orecchie dritte ma piccole, tempie piane, lingua mite, bruciante e penetrante, voce robusta, dolce, chiara e sonora, denti uniti, uguali e bianchi, labbra piccole e sottili, barba nera e rara, spalle dritte, mani scarne, dita lunghe, unghie sporgenti, gambe snelle, piedi piccoli, pelle delicata, magro, veste ruvida, sonno brevissimo, mano generosissima. Nella sua incomparabile umiltà si mostrava buono e comprensivo con tutti, adattandosi in modo opportuno e saggio ai costumi di ognuno. Veramente più santo tra i santi, e tra i peccatori come uno di loro. O Padre santissimo, pietoso e amante dei peccatori, vieni dunque loro in aiuto, e per i tuoi altissimi meriti degnati te ne preghiamo, di sollevare coloro che vedi giacere miseramente nella colpa!
CAPITOLO XXX
IL PRESEPIO DI GRECCIO
84. La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l'impegno, con tutto lo slancio dell'anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo.
Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l'umiltà dell'Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro.
A questo proposito è degno di perenne
memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò
tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno
del Natale del Signore.
C'era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona
fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato
Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato
nella sua regione, stimava più la nobiltà
dello spirito che quella della carne. Circa due settimane
prima della festa della Natività, il beato Francesco,
come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse:
«Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù,
precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare
il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con
gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato
per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come
fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra
il bue e l'asinello». Appena l'ebbe ascoltato, il
fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare
nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno
esposto dal Santo.
85. E giunge il giorno della letizia,
il tempo dell'esultanza! Per l'occasione sono qui convocati
molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti
dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le
sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella
notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella
che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla
fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo
il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora
si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono
il bue e l'asinello. In quella scena commovente risplende
la semplicità evangelica, si loda la povertà,
si raccomanda l'umiltà. Greccio è divenuto
come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli
uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di
un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero.
La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano
i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore,
e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.
Il Santo è lì estatico di fronte al presepio,
lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile.
Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucaristia sul presepio
e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.
86. Francesco si è rivestito dei
paramenti diaconali perché era diacono, e canta con
voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce,
limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi
parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato
Re povero e la piccola città di Betlemme. Spesso,
quando voleva nominare Cristo Gesù infervorato di
amore celeste lo chiamava «il Bambino di Betlemme»,
e quel nome «Betlemme» lo pronunciava riempiendosi
la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo
un suono come belato di pecora. E ogni volta che diceva
«Bambino di Betlemme» o «Gesù»,
passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere
tutta la dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente,
e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione.
Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella
mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella
specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa
discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo,
il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di
molti, che l'avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva
impresso profondamente nella loro memoria. Terminata quella
veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di
ineffabile gioia.
87. Il fieno che era stato collocato nella
mangiatoia fu conservato, perché per mezzo di esso
il Signore guarisse nella sua misericordia giumenti e altri
animali. E davvero è avvenuto che in quella regione,
giumenti e altri animali, colpiti da diverse malattie, mangiando
di quel fieno furono da esse liberati. Anzi, anche alcune
donne che, durante un parto faticoso e doloroso, si posero
addosso un poco di quel fieno, hanno felicemente partorito.
Alla stessa maniera numerosi uomini e donne hanno ritrovato
la salute.
Oggi quel luogo è stato consacrato al Signore, e
sopra il presepio è stato costruito un altare e dedicata
una chiesa ad onore di san Francesco, affinché là
dove un tempo gli animali hanno mangiato il fieno, ora gli
uomini possano mangiare, come nutrimento dell'anima e santificazione
del corpo, la carne dell'Agnello immacolato e incontaminato,
Gesù Cristo nostro Signore, che con amore infinito
ha donato se stesso per noi. Egli con il Padre e lo Spirito
Santo vive e regna eternamente glorificato nei secoli dei
secoli. Amen.
Finisce la parte prima
della Vita e delle opere del beato Francesco.
Galleria Fotografica Storica (2)
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