Parte prima: capp. I - V
PARTE PRIMA
A lode e gloria di Dio onnipotente,
Padre, Figlio e Spirito Santo. Amen.
Incomincia la vita
del beatissimo padre nostro Francesco
CAPITOLO I
COSTUMI MONDANI DELLA SUA GIOVINEZZA
1. Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco. Dai genitori ricevette fin dalla infanzia una cattiva educazione, ispirata alle vanità del mondo. Imitando i loro esempi, egli stesso divenne ancor più leggero e vanitoso.
Questa pessima mentalità, infatti,
si è diffusa tra coloro che si dicono cristiani:
si è fatto strada il sistema funesto, quasi fosse
una legge, di educare i propri figli fin dalla culla con
eccessiva tolleranza e dissolutezza. Ancora fanciulli, appena
cominciano a balbettare qualche sillaba, si insegnano loro
con gesti e parole cose vergognose e deprecabili. Sopraggiunto
il tempo dello svezzamento, sono spinti non solo a dire,
ma anche a fare ciò che è indecente. Nessuno
di loro, a quella età, osa comportarsi onestamente,
per timore di essere severamente castigato. Ben a ragione,
pertanto, afferma un poeta pagano: «Essendo cresciuti
tra i cattivi esempi dei nostri genitori, tutti i mali ci
accompagnano dalla fanciullezza». E si tratta di una
testimonianza vera: quanto più i desideri dei parenti
sono dannosi ai figli, tanto più essi li seguono
volentieri!
Raggiunta un'età un po' più matura, istintivamente
passano a misfatti peggiori, perché da una radice
guasta cresce un albero difettoso, e ciò che una
volta è degenerato, a stento si può ricondurre
al suo giusto stato. E quando varcano la soglia dell'adolescenza,
che cosa pensi che diventino? Allora rompono i freni di
ogni norma: poiché è permesso fare tutto quello
che piace, si abbandonano senza riguardo ad una vita depravata.
Facendosi così volutamente schiavi del peccato, trasformano
le loro membra in strumenti di iniquità; cancellano
in se stessi, nella condotta e nei costumi, ogni segno di
fede cristiana. Di cristiano si vantano solo del nome. Spesso
gli sventurati millantano colpe peggiori di quelle realmente
commesse: hanno paura di essere tanto più derisi
quanto più si conservano puri.
2. Ecco i tristi insegnamenti a cui fu
iniziato quest'uomo, che noi oggi veneriamo come santo,
e che veramente è santo!
Sciupò miseramente il tempo, dall'infanzia fin quasi
al suo venticinquesimo anno. Anzi, precedendo in queste
vanità tutti i suoi coetanei, si era fatto promotore
di mali e di stoltezze. Oggetto di meraviglia per tutti,
cercava di eccellere sugli altri ovunque e con smisurata
ambizione: nei giuochi, nelle raffinatezze, nei bei motti,
nei canti, nelle vesti sfarzose e morbide. E veramente era
molto ricco ma non avaro, anzi prodigo; non avido di denaro,
ma dissipatore; mercante avveduto, ma munificentissimo per
vanagloria; di più, era molto cortese, accondiscendente
e affabile, sebbene a suo svantaggio. Appunto per questi
motivi, molti, votati all'iniquità e cattivi istigatori,
si schieravano con lui. Così, circondato da facinorosi,
avanzava altero e generoso per le piazze di Babilonia, fino
a quando Dio, nella sua bontà, posando il suo sguardo
su di lui, non allontanò da lui la sua ira e non
mise in bocca al misero il freno della sua lode, perché
non perisse del tutto.
La mano del Signore si posò su di lui e la destra dell'Altissimo lo trasformò, perché, per suo mezzo, i peccatori ritrovassero la speranza di rivivere alla grazia, e restasse per tutti un esempio di conversione a Dio.
CAPITOLO II
DIO VISITA IL SUO SPIRITO
CON UNA MALATTIA E UN SOGNO
3. Ecco dunque quest'uomo vivere nel peccato con passione giovanile! Trascinato dalla sua stessa età, dalle tendenze della gioventù e incapace di controllarsi, poteva soccombere al veleno dell'antico serpente (cf. Ap 20,2). Ma la vendetta, o meglio la misericordia divina, all'improvviso richiama la sua coscienza traviata mediante angustia spirituale e infermità corporale, conforme al detto profetico: Assedierò la tua via di spine, la circonderò con un muro (Os 2,6 ).
4. Da quel giorno cominciò a far
nessun conto di sé e a disprezzare ciò che
prima aveva ammirato ed amato. Non tuttavia in modo perfetto
e reale, perché non era ancora libero dai lacci della
vanità, né aveva scosso a fondo il giogo della
perversa schiavitù.
Abbandonare le consuetudini è infatti molto arduo:
una volta impiantatesi nell'animo, non si lasciano sradicare
facilmente; lo spirito, anche dopo lunga lontananza, ritorna
ai primitivi atteggiamenti, e il vizio finisce per diventare
una seconda natura. Pertanto Francesco cerca ancora di sot-trarsi
alla mano divina; quasi immemore della correzione paterna,
arridendogli la fortuna, accarezza pensieri terreni: ignaro
del volere di Dio, sogna ancora grandi imprese per la gloria
vana del mondo.
Un cavaliere di Assisi stava allora organizzando grandi preparativi militari: pieno di ambizioni, per accaparrarsi maggior ricchezza e onore, aveva deciso di condurre le sue truppe fin nelle Puglie. Saputo questo, Francesco, leggero d'animo e molto audace, trattò subito per arruolarsi con lui: gli era inferiore per nobiltà di natali, ma superiore per grandezza d'animo; meno ricco, ma più generoso.
5. La sua mente era tutta consacrata al
compimento di simile progetto, e aspettava ansioso l'ora
di partire. Ma la notte precedente, Colui che l'aveva colpito
con la verga della giustizia lo visitò in sogno con
la dolcezza della grazia; e poiché era avido di gloria,
lo conquise con lo stesso miraggio di una gloria più
alta. Gli sembrò di vedere la casa tappezzata di
armi: selle, scudi, lance e altri ordigni bellici, e se
ne rallegrava grandemente, domandandosi stupito che cosa
fosse. Il suo sguardo infatti non era abituato alla visione
di quegli strumenti in casa, ma piuttosto a cataste di panno
da vendere.
E mentre era non poco sorpreso davanti all'avvenimento inaspettato,
si sente dire: «Tutte queste armi sono per te e i
tuoi soldati». La mattina dopo, destandosi, si alzò
con il cuore inondato di gioia e, interpretando la visione
come ottimo auspicio, non dubitava un istante del successo
della sua spedizione nelle Puglie. Tuttavia non sapeva quello
che diceva (cf. Lc 9,33), ignorando ancora il compito che
il Signore intendeva affidargli. Non gli mancava comunque
la possibilità di intuire che aveva interpretato
erroneamente la visione, perché, pur avendo essa
un rapporto con le imprese guerresche, di fatto non lo entusiasmava
né allietava come al solito; a fatica anzi gli riusciva
di mettere in atto quei suoi piani e realizzare il viaggio
tanto desiderato.
In verità, molto a proposito si parla di armi subito all'inizio della missione di Francesco, ed è assai conveniente armare il soldato che si accinge a combattere contro il forte armato (cf. Lc 11,21), perché, come nuovo Davide, liberi Israele, nel nome del Dio degli eserciti (1Sam 17,45), dall'antico oltraggio dei nemici.
CAPITOLO III
NASCONDE SOTTO IL VELO DI ALLEGORIE
IL SEGRETO DELLA SUA TRASFORMAZIONE
6. Già cambiato spiritualmente, ma senza lasciar nulla trapelare all'esterno, Francesco rinuncia a recarsi nelle Puglie e si impegna a conformare la sua volontà a quella divina. Si apparta un poco dal tumulto del mondo e dalla mercatura, e cerca di custodire Gesù Cristo nell'intimità del cuore. Come un mercante avveduto sottrae allo sguardo degli scettici la perla trovata, e segretamente si adopra a comprarla con la vendita di tutto il resto (Mt 13,45-46).
Vi era ad Assisi un giovane, che egli
amava più degli altri. Poiché era suo coetaneo
e l'amicizia pienamente condivisa lo invitava a confidargli
i suoi segreti, Francesco lo portava con sé in
posti adatti al raccoglimento dello spirito, rivelandogli
di aver scoperto un tesoro grande e prezioso. L'amico,
esultante e incuriosito, accettava sempre volentieri l'invito
di accompagnarlo.
Alla periferia della città c'era una grotta, in
cui essi andavano sovente, parlando del «tesoro».
L'uomo di Dio, già santo per desiderio di esserlo,
vi entrava, lasciando fuori il compagno ad attendere,
e, pieno di nuovo insolito fervore, pregava il Padre suo
in segreto (Mt 6,6). Desiderava che nessuno sapesse quanto
accadeva in lui là dentro e, celando saggiamente
a fin di bene il meglio, solo a Dio affidava i suoi santi
propositi. Supplicava devotamente Dio eterno e vero di
manifestargli la sua via e di insegnargli a realizzare
il suo volere. Si svolgeva in lui una lotta tremenda,
né poteva darsi pace finché non avesse compiuto
ciò che aveva deliberato. Mille pensieri l'assalivano
senza tregua e la loro insistenza lo gettava nel turbamento
e nella sofferenza.
Bruciava interiormente di fuoco divino, e non riusciva
a dissimulare il fervore della sua anima. Deplorava i
suoi gravi peccati, le offese fatte agli occhi della maestà
divina. Le vanità del passato o del presente non
avevano per lui più nessuna attrattiva, ma non
si sentiva sicuro di saper resistere a quelle future.
Si comprende perciò come, facendo ritorno al suo
compagno, fosse tanto spossato da apparire irriconoscibile.
7. Un giorno finalmente, dopo aver implorato con tutto
il cuore la misericordia divina, gli fu rivelato dal Signore
come doveva comportarsi. E fu ripieno di tanto gaudio
da non poterlo contenere e da lasciare, pur non volendo,
trasparire qualcosa agli uomini.
Il grande amore che gli invadeva l'anima
non gli permetteva ormai di tacere; tuttavia parlava in
linguaggio enigmatico: cercava di esprimersi con gli altri
nello stesso modo figurato con cui l'abbiamo visto discorrere
con l'amico preferito di un tesoro nascosto. Diceva di
rinunciare a partire per le Puglie, ma allo scopo di compiere
magnanime imprese nella sua patria. Gli amici pensavano
che avesse deciso di maritarsi e gli domandavano: «Vuoi
forse prendere moglie, Francesco?». Egli rispondeva:
«Prenderò la sposa più nobile e bella
che abbiate mai vista, superiore a tutte le altre in bellezza
e sapienza».
E veramente sposa è la vera religione che egli
abbracciò (cf. Gc 1,27); e il Regno dei Cieli è
il tesoro nascosto (Mt 13,44) che egli cercò così
ardentemente. Bisognava davvero che si compisse pienamente
la vocazione evangelica in colui che doveva essere ministro
fedele e autentico del Vangelo (cf. Ef 3,7)!
CAPITOLO IV
VENDUTA OGNI COSA,
SI LIBERA ANCHE DEL DENARO RICAVATO
8. Così il beato servo dell'Altissimo, sospinto e preparato dallo Spirito Santo, essendo scoccata l'ora stabilita si abbandona all'impulso della sua anima: calpesta i beni di questo mondo per la conquista di beni migliori. D'altronde non gli era più permesso differire: una epidemia mortifera si era diffusa ovunque, paralizzando a molti le membra in modo tale che avrebbe tolto loro anche la vita, se il Medico avesse tardato anche solo per poco.
Francesco pertanto balza in piedi, fa
il segno della croce, appronta un cavallo, monta in sella
e, portando con sé panni di scarlatto, parte veloce
per Foligno. Ivi, secondo la sua abitudine, vende tutta
la merce, e, con un colpo di fortuna, perfino il cavallo!
Sul cammino del ritorno, libero da ogni peso, pensa all'opera
cui destinare quel denaro. Convertito a Dio in maniera
rapida e meravigliosa, sente tale somma troppo ingombrante,
la portasse pure per un'ora sola. Così, tenendone
conto quanto l'arena, si affretta a disfarsene. Avvicinandosi
ad Assisi, si imbatte in una chiesa molto antica, fabbricata
sul bordo della strada e dedicata a San Damiano, allora
in stato di rovina per vecchiaia.
9. Il nuovo cavaliere di Cristo si avvicina alla chiesa,
e vedendola in quella miseranda condizione, si sente stringere
il cuore. Vi entra con timore riverenziale e, incontrandovi
un povero sacerdote, con grande fede gli bacia le mani
consacrate, gli offre il denaro che reca con sé
e gli manifesta i suoi proponimenti. Stupito per l'improvvisa
conversione, il sacerdote quasi non crede a quanto odono
le sue orecchie e ricusa di prendere quei soldi, temendo
una burla. Infatti lo avevano visto, per così dire,
il giorno innanzi a far baldoria tra parenti e amici,
superando tutti nella stoltezza. Ma Francesco insiste
e lo supplica ripetutamente di credere alle sue parole,
e lo prega di accoglierlo con lui a servire il Signore.
E finalmente il sacerdote gli permette di rimanere con
lui, pur persistendo nel rifiuto del denaro, per paura
dei parenti. Allora Francesco, vero dispregiatore della
ricchezza, lo getta sopra una finestrella, incurante di
esso, quanto della polvere.
Bramava, infatti, possedere la sapienza che è migliore
dell'oro e ottenere la prudenza che è più
preziosa dell'argento (Pr 16,16).
CAPITOLO V
IL PADRE LO PERSEGUITA
E LO TIENE PRIGIONIERO
10. Mentre il servo dell'Altissimo
viveva in quel luogo, suo padre andava cercando ovunque,
come un diligente esploratore, notizie del figlio. Appena
venne a conoscenza che Francesco dimorava in quel luogo
e viveva in quella maniera, profondamente addolorato
e colpito dal fatto inatteso, radunò vicini e
amici e corse senza indugio dal servo di Dio. Ma questi,
che era ancora novizio nelle battaglie di Cristo, presentendo
la loro venuta e sentendo le grida dei persecutori,
si sottrasse alla loro ira, nascondendosi in un rifugio
sotterraneo che si era preparato proprio in previsione
di un simile pericolo.
In quella fossa, che era sotto la casa. ed era nota
forse ad uno solo, rimase nascosto per un mese intero
non osando uscire che per stretta necessità.
Mangiava nel buio del suo antro il cibo che di tanto
in tanto gli veniva offerto, e ogni aiuto gli era dato
nascostamente. Con calde lacrime implorava Dio che lo
liberasse dalle mani di chi perseguitava la sua anima
(Sal 108,31; 141,7-8) e gli concedesse la grazia di
compiere i suoi voti. Nel digiuno e nel pianto invocava
la clemenza del Salvatore e, diffidando di se stesso,
poneva tutta la sua fiducia in Dio.
Benché chiuso in quel rifugio tenebroso, si sentiva
inondato da indicibile gioia, mai provata fino allora.
Animato da questa fiamma interiore, decise di uscire
dal suo nascondiglio ed esporsi indifeso alle ingiurie
dei persecutori.
11. Si leva prontamente e di scatto, pieno di zelo e di letizia, si munisce dell'armatura necessaria per le battaglie del Signore: lo scudo della fede e un grande coraggio, e s'incammina verso la città, accusandosi, nel suo divino entusiasmo, di essersi attardato troppo per viltà.
Tutti quelli che lo conoscevano, vedendolo
riapparire e mettendo a confronto il suo stato attuale
col passato, cominciarono a insultarlo, a chiamarlo
mentecatto, a lanciargli contro pietre e fango. Quell'aspetto,
macerato dalla penitenza, e quell'atteggiamento tanto
diverso dal solito, li inducevano a pensare che tutti
i suoi atti fossero frutto di fame patita e di follia.
Ma poiché la pazienza val più dell'arroganza
(Qo 7,9), Francesco non si lasciava disanimare né
sconfiggere da insulto alcuno e ringraziava Dio per
quelle prove.
Invano l'iniquo perseguita l'uomo retto, perché
quanto più questi è combattuto tanto maggiore
è il trionfo della sua fortezza. L'umiliazione,
disse qualcuno, rende più intrepido il cuore
generoso.
12. Quel vociare rumoroso e canzonatorio
attorno a lui si diffondeva sempre di più per
le vie e le piazze della città e il clamore degli
scherzi rimbalzava di qua e di là toccando le
orecchie di molti, finché giunse anche a quelle
di suo padre. Questi, udito gridare il nome del figlio
e saputo che proprio contro di lui era diretto il dileggio
dei cittadini, subito andò da Francesco, non
per liberarlo, ma per rovinarlo. Come il lupo assale
la pecora, senza più alcun ritegno, con sguardo
truce e minaccioso, afferrandolo con le mani, lo trascinò
a casa. E, inaccessibile ad ogni senso di pietà,
lo tenne prigioniero per più giorni in un ambiente
oscuro, cercando di piegarlo alla sua volontà,
prima con parole, poi con percosse e catene.
Ma il giovane dalle stesse sofferenze traeva forza e
risolutezza per realizzare il suo santo ideale. Né
la debilitante reclusione né i martellanti rimbrotti
gli fecero mai perdere la pazienza.
Il cristiano infatti ha il mandato di rallegrarsi nelle tribolazioni: neppure sotto i flagelli e le catene può abbandonare la sua linea di condotta e di spirito e lasciarsi sviare dal gregge di Cristo. Non lo intimorisce il diluviare di molte acque (Sal 31,6), lui, che in ogni angustia ha per rifugio il Figlio di Dio, il quale perché non riteniamo troppo pesante il giogo delle nostre sofferenze, ci mostra quanto sono assai più grandi quelle che egli ha sopportato per noi.
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