Parte prima: capp. XVI - XX
CAPITOLO XVI
DIMORA A RIVOTORTO
E OSSERVANZA DELLA POVERTÀ
42. Il beato Francesco era solito raccogliersi
con i suoi compagni in un luogo presso Assisi, detto Rivotorto,
ed erano felici, quegli arditi dispregiatori delle case grandi e
belle, di un tugurio abbandonato ove potevano trovare riparo dalle
bufere, perché, al dire di un santo, c'è maggior speranza
di salire più presto in cielo dalle baracche che dai palazzi.
Padre e figli se ne stavano così insieme, tra molti stenti
e indigenze, non di raro privi anche del ristoro del pane, contenti
di qualche rapa che andavano a mendicare per la pianura di Assisi.
L'abitazione poi era tanto angusta, che a fatica vi potevano stare
seduti o stesi a terra, tuttavia «non si udiva mormorazione
né lamento; ognuno manteneva la sua giocondità di
spirito e tutta la sua pazienza».
San Francesco ogni giorno, anzi di continuo esaminava diligentemente se stesso e i suoi, perché non restasse in loro nulla di mondano e fosse evitata qualsiasi negligenza. Con se stesso era particolarmente rigoroso e vigile, e se come avviene a tutti, lo assaliva qualche tentazione della carne, si immergeva d'inverno nel ghiaccio, finché il pericolo spirituale fosse scomparso. Gli altri, naturalmente, imitavano fervidamente questo suo mirabile esempio di penitenza.
43. Insegnava loro non solo a combattere i vizi
e a mortificare gli stimoli del corpo, ma anche a conservare puri
i sensi esterni, per i quali la morte entra nell'anima.
Passando un giorno per quelle contrade con grande pompa e clamore
l'imperatore Ottone, che si recava a ricevere «la corona della
terra», il santissimo padre non volle neppure uscire dal suo
tugurio, che era vicino alla via di transito, né permise
che i suoi vi andassero, eccetto uno il quale doveva annunciare
con fermezza all'imperatore che quella sua gloria sarebbe durata
ben poco.
Siccome il glorioso Santo aveva la sua dimora nell'intimo del cuore,
dove preparava una degna abitazione a Dio, il mondo esteriore con
il suo strepito non poteva mai distrarlo, né alcuna voce
interrompere la grande opera a cui era intento. Si sentiva investito
dall'autorità apostolica, e perciò ricusava fermamente
di adulare re e principi.
44. Cercava costantemente la santa semplicità, né ammetteva che l'angustia del luogo impedisse le espansioni dello spirito. Scrisse perciò i nomi dei frati sui travicelli della capanna, perché ognuno potesse riconoscervi il proprio posto per la preghiera e il riposo, e la ristrettezza del luogo non turbasse il raccoglimento dell'animo.
Mentre erano nel tugurio, capitò un giorno che un contadino vi giungesse col suo asinello, e temendo di essere cacciato fuori, spinse l'asino dentro il tugurio, incitandolo con queste parole: «Entra, che faremo un buon servizio a questo ricovero!». Francesco nell'udire questo si rattristò, indovinando il pensiero di quell'uomo: credeva infatti che i frati volessero fermarvisi e ingrandire la loro abitazione, unendo casa a casa. E subito san Francesco abbandonò quel luogo, per recarsi in un altro non distante, chiamato Porziuncola dove, come si disse, molto tempo prima egli stesso aveva riparato la chiesa di Santa Maria. Non voleva avere nulla di proprio, per poter possedere più pienamente tutto nel Signore.
CAPITOLO XVII
IL BEATO FRANCESCO
INSEGNA AI FRATI A PREGARE.
OBBEDIENZA E PUREZZA DEI MEDESIMI
45. In quel tempo i frati gli chiesero con insistenza che insegnasse loro a pregare, perché, comportandosi con semplicità di spirito, non conoscevano ancora l'ufficio liturgico. Ed egli rispose: «Quando pregate, dite: Padre nostro (Mt 6,9)! e: Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo e Ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo». E questo gli stessi discepoli del pio maestro si impegnavano ad osservare con ogni diligenza, perché si proponevano di eseguire perfettamente non solo i consigli fraterni e i comandi di lui, ma perfino i suoi segreti pensieri, se riuscivano in qualche modo a intuirli.
Infatti il beato padre insegnava loro che la
vera obbedienza riguarda i pensieri non meno che le parole espresse.
i desideri non meno che i comandi. E cioè: «Se un
frate suddito, prima ancora di udire le parole del superiore,
ne indovina l'intenzione, subito deve disporsi all'obbedienza
e fare ciò che al minimo segno gli sembrerà la volontà
di lui».
Fedeli alla esortazione di Francesco, essi, ogni volta che passavano
vicino a una chiesa, oppure anche la scorgevano da lontano, si
inchinavano in quella direzione e, proni col corpo e con lo spirito,
adoravano l'Onnipotente, dicendo: «Ti adoriamo, o Cristo,
qui e in tutte le chiese». E, cosa non meno ammirevole,
altrettanto facevano dovunque capitava loro di vedere una croce
o una forma di croce, per terra, sulle pareti, tra gli alberi,
nelle siepi.
46. Erano così pieni di santa semplicità, di innocenza! di purezza di cuore da ignorare ogni doppiezza. Come unica era la loro fede, così regnava in essi l'unità degli animi, la concordia degli intenti e dei costumi, la stessa carità, la pratica delle virtù, la pietà degli atti, l'armonia dei pensieri.
Avevano scelto come confessore un sacerdote secolare che era tristamente noto per le sue enormi colpe e degno del disprezzo di tutti a motivo della sua depravata condotta; ma essi non vollero credere al male che si diceva di lui e continuarono a confessargli i propri peccati, prestandogli la debita riverenza. Anzi, avvenne un giorno che quel sacerdote, o forse un altro, dicesse a uno di loro: «Bada, fratello, di non essere ipocrita»; quel frate si reputò davvero ipocrita e, per il profondo dolore che ne sentiva, non sapeva più darsi pace, giorno e notte. Agli altri che gli chiedevano il perché di tanto insolito lamento e mestizia, rispondeva: «Un sacerdote mi ha detto questo, e io ne sono così afflitto da non poter pensare ad altro!». Lo esortavano, per consolarlo, a non prestar fede a quelle parole; ma egli replicava: «Che dite mai, fratelli? Può forse un sacerdote dire il falso? Se il sacerdote non può mentire, bisogna credere che quanto mi ha detto è vero». E perseverò a lungo in tale semplicità, finché Francesco stesso lo assicuro, spiegandogli le parole del sacerdote e scusandone con sapiente intuito l'intenzione. Non c'era turbamento, per grande che fosse, nell'animo dei confratelli che alla sua parola di fuoco non svanisse e tornasse il sereno!
CAPITOLO XVIII
IL CARRO DI FUOCO
E COME IL BEATO FRANCESCO, ANCHE ASSENTE,
VEDEVA I SUOI FRATI
47. Poiché camminavano con semplicità
davanti a Dio e con coraggio davanti agli uomini, in quel tempo
meritarono i santi frati la grazia di una rivelazione soprannaturale.
Animati dal fuoco dello Spirito Santo, pregavano cantando il
«Pater noster» su una melodia religiosa, non solo
nei momenti prescritti, ma ad ogni ora, perché non erano
preoccupati dalle cure materiali.
Una volta che Francesco era assente, verso mezzanotte, mentre
alcuni dormivano e altri pregavano fervorosamente in silenzio,
entrò per la porticina della casa un carro di fuoco luminosissimo
che fece due o tre giri per la stanza; su di esso poggiava un
grande globo, che a guisa di sole rischiarò le tenebre
notturne. I frati che vegliavano furono pieni di stupore, quelli
che dormivano si destarono atterriti, sentendosi tutti quanti
invasi da quella luce, non solo nel corpo, ma anche nello spirito.
Riunitisi insieme, si domandavano il significato di quel misterioso
fenomeno; ma ecco, per la virtù di tanto fulgore ognuno
vedeva chiaramente nella coscienza dell'altro. Allora compresero
e furono certi che si trattava dell'anima del beato padre, raggiante
di così grande splendore, e che essa si era meritato
da Dio quel dono straordinario di benedizione e di grazia, soprattutto
a motivo della sua purezza e per la sua sollecitudine paterna
verso i suoi figli.
48. Spessissimo avevano avuto precisi e chiari indizi che Francesco, per la sua santità, poteva leggere i segreti della loro anima. Quante volte infatti, per rivelazione dello Spirito Santo, conobbe le vicende dei fratelli lontani, penetrò i cuori e le coscienze! Quanti avvertì in sogno di quello che dovevano fare o evitare! A quanti, che sembravano retti esteriormente, predisse il pericolo della perdizione, mentre ad altri, conoscendo il termine delle loro opere malvagie, predisse la grazia della salvezza! Qualcuno anzi, particolarmente puro e semplice, ebbe il dono e il conforto speciale della apparizione del Santo in maniera davvero singolare.
Tra tanti fatti del genere, eccone uno appreso da testimoni degni di fede. Frate Giovanni da Firenze, eletto da san Francesco ministro dei minori in Provenza, aveva raccolto i suoi frati a capitolo. Il Signore Iddio gli concesse, nella sua bontà, la grazia di parlare con tanto zelo da conquistare tutti ad un ascolto benevolo e attento. Era presente tra loro un frate sacerdote, di nome Monaldo, famoso specialmente per la vita virtuosa, fondata sull'umiltà, corroborata dalla preghiera frequente e difesa dalla pazienza; ed anche frate Antonio al quale Iddio diede «l'intelligenza delle sacre Scritture» (cf. Lc 24,45) e il dono di predicare Cristo al mondo intero con parole più dolci del miele. Ora, mentre Antonio predicava ai frati con fervore e devozione grandissima sul tema: «Gesù Nazzareno, Re dei Giudei» (Gv 19,19), il detto frate Monaldo, guardando verso la porta della sala capitolare, vide il beato Francesco sollevato in alto, con le braccia distese a forma di croce, in atto di benedire i presenti. E tutti i presenti, sentendosi essi stessi investiti dalla consolazione dello Spirito Santo, e ripieni di gaudio salutare, trovarono assai credibile il racconto dell'apparizione e della presenza del gloriosissimo Padre.
49. Quanto alla conoscenza che egli aveva dei segreti dei cuori, tra le molte prove che molti conobbero, ne riferirò una indubitabile sotto ogni aspetto. Un frate di nome Riccerio, nobile di famiglia e più ancora di costumi, vero amante di Dio e disprezzatore di se stesso, aveva il pio desiderio e la fortissima volontà di assicurarsi la piena benevolenza del santo padre Francesco; ma d'altra parte lo tormentava il timore che san Francesco lo detestasse segretamente, privandolo del suo affetto. Era convinto questo frate, assai timorato, che chiunque era amato di particolare amore da san Francesco, fosse anche degno di meritarsi la divina grazia, e che viceversa fosse segno di condanna del Giudice divino, se non fosse accolto da lui con benevolenza e amicizia. Ma non rivelava a nessuno questo suo inquietante e persistente pensiero.
50. Un giorno però il beato padre, mentre pregava nella cella, e quel fratello, angosciato dal solito dubbio, stava avvicinandosi a quel «luogo», ne avvertì l'arrivo e il turbamento che aveva nell'animo. Subito lo fece chiamare, e gli disse: «Non lasciarti turbare da nessuna tentazione figliolo; nessun pensiero ti tormenti, perché tu mi sei carissimo, e sappi che sei tra quelli a me più cari, e ben degno del mio affetto e della mia amicizia. Vieni da me quando vuoi, liberamente come ad amico». Restò attonito frate Riccerio, e da allora in poi, pieno di più grande venerazione, quanto più vedeva crescere l'amore di san Francesco per lui, tanto più dilatava la sua fiducia nella divina misericordia.
Quanto penosa dev'essere, padre santo, la tua assenza per quelli che disperano di trovare sulla terra un altro simile a te! Aiuta con la tua intercessione, te ne preghiamo, coloro che vedi avvolti nella micidiale macchia del peccato, tu che, mentre eri già ripieno dello spirito dei giusti, e prevedevi l'avvenire e conoscevi le realtà presenti, malgrado ciò, per mettere in fuga ogni forma di ostentazione, ti ricoprivi con il manto della santa semplicità. Ma ritorniamo indietro, riprendendo l'ordine storico della narrazione.
CAPITOLO XIX
LA VIGILANZA SUI SUOI FRATI.
IL DISPREZZO DI SE STESSO.
LA VERA UMILTÀ
51. Il beatissimo uomo Francesco, ritornò corporalmente tra i suoi frati, dai quali, come si disse, non era mai stato assente con lo spirito. Santamente curioso di conoscere lo spirito dei suoi figli, sottoponeva a diligente esame la condotta di ognuno, non lasciando impunita nessuna colpa, se vi scopriva qualcosa, anche minima, di meno che retto badava prima ai difetti dell'animo, poi a quelli esterni, infine rimuoveva tutte le occasioni che di solito conducono al peccato.
Alla santa povertà riservava una cura tutta particolare e voleva che dominasse sempre da signora, tanto da non tollerare neppure il più piccolo utensile, appena s'accorgeva che si poteva farne a meno, temendo che vi si introducesse l'abitudine di confondere il necessario col superfluo. Era solito dire che è impossibile sovvenire alla necessità senza servire alla comodità. Raramente si cibava di vivande cotte, oppure le rendeva insipide con acqua fredda, o le cospargeva di cenere! Quante volte, mentre era pellegrino nel mondo a predicare il Vangelo, invitato a pranzo da grandi signori che lo veneravano con grande affetto, mangiava appena un po' di carne in ossequio alla parola evangelica di Cristo, poi, fingendo di mangiare faceva scivolare il resto nel grembo, mettendosi una mano alla bocca perché nessuno s'accorgesse di quello che faceva! Ci s'immagini poi se prendeva del vino, dato che rifiutava persino l'acqua, quand'era assetato!
52. Ovunque fosse ospitato di notte, non voleva materassi o coperte sul suo giaciglio, ma la nuda terra raccoglieva il suo nudo corpo avvolto solo nella tonaca. Quando poi concedeva un po' di riposo al suo corpo fragile spesso stava seduto e non disteso, servendosi per guanciale di un legno o di una pietra. E quando lo prendeva desiderio di mangiare qualche cosa, come suole accadere a tutti, a stento si concedeva poi di mangiarla.
Avendo un giorno mangiato un po' di pollo, perché infermo, riacquistate le energie per camminare, si recò ad Assisi. Giunto alla porta della città, pregò un confratello che era con lui di legargli una fune attorno al collo e di trascinarlo per tutte le vie della città come un ladro, gridando: «Guardate questo ghiottone, che a vostra insaputa si è rimpinzato da gaudente di carne di gallina!». A tale spettacolo, molti, tra lacrime e sospiri, esclamavano: «Guai a noi miserabili che abbiamo vissuto tutta la vita solo per la carne, nutrendo il cuore e il corpo di lussuria e di crapule!». E tutti compunti, erano guidati a miglior condotta da quell'esempio straordinario.
53. E tante altre cose simili a queste egli compiva per praticare l'umiltà nel modo più perfetto possibile, che insieme gli attiravano però amore imperituro presso gli altri. Era libero da ogni sollecitudine per il corpo, trattandolo come un vaso derelitto ed esponendolo alle ingiurie sempre preoccupato di non lasciarsi vincere dal desiderio di alcuna cosa materiale per amore di lui. Vero spregiatore di se stesso, egli con parole e con fatti ammaestrava utilmente gli altri al disprezzo di sé. Ma tutti lo magnificavano e ne cantavano giustamente le lodi; solo lui si riteneva vilissimo e si disprezzava cordialmente.
Spesso, quand'era da tutti esaltato, sentendosi ferito come da troppo acerbo dolore, controbilanciava e scacciava l'onore degli uomini, incaricando qualcuno di maltrattarlo. Chiamava per lo più qualche confratello e gli diceva: «Ti scongiuro per obbedienza di coprirmi di ingiurie senza alcun riguardo e di dir la verità contro la falsità di costoro che mi elogiano». E quando quel fratello, ci si immagini quanto volentieri, lo chiamava villano, mercenario, buono a nulla, lui sorridendo e applaudendo diceva: «Ti benedica il Signore, perché dici cose verissime e quali convengono al figlio di Pietro di Bernardone». Con queste parole intendeva rammentare l'umiltà delle sue origini.
54. Per farsi credere veramente degno di disprezzo
e per dare agli altri esempio di una confessione sincera, se
per caso commetteva qualche mancanza, non esitava a confessarla
pubblicamente e sinceramente mentre predicava a tutto il popolo.
Anzi, se gli capitava di pensar male, sia pur minimamente, di
qualcuno, o gli sfuggiva qualche parola troppo forte, subito
manifestava con tutta umiltà il suo peccato a colui che
aveva osato giudicare, chiedendogli perdono. Pur non potendogli
rimproverare proprio nulla, data la vigilanza che esercitava
su di sé, la sua coscienza non gli dava pace, finché
non avesse sanato con rimedio appropriato la ferita dell'anima.
Bramava far progressi in qualsiasi specie di virtù, ma
non voleva esser notato, per fuggire l'ammirazione e non cadere
nella vanagloria.
Miseri noi, che ti abbiamo perduto, padre santo, esemplare di
ogni bene e di umiltà! Per giusta condanna ti abbiamo
perduto, perché trascurammo di conoscerti quando ti avevamo
tra noi!
CAPITOLO XX
DESIDEROSO DEL MARTIRIO FRANCESCO
PRIMA CERCA DI ANDARE MISSIONARIO
NELLA SPAGNA POI IN SIRIA.
PER SUO MERITO, DIO MOLTIPLICA I VIVERI
E SCAMPA I NAVIGANTI DAL NAUFRAGIO
55. Animato da ardente amore di Dio, il beatissimo
padre Francesco desiderava sempre metter mano a grandi imprese,
e, camminando con cuore generoso la via della volontà
del Signore, anelava raggiungere la vetta della santità.
Nel sesto anno dalla sua conversione ardendo di un
intrattenibile desiderio del martirio, decise di recarsi in
Siria a predicare la fede e la penitenza ai Saraceni. Si imbarcò
per quella regione, ma il vento avverso fece dirottare la
nave verso la Schiavonia. Allora, deluso nel suo ardente desiderio
e non essendoci per quell'anno nessun'altra nave in partenza
verso la Siria, pregò alcuni marinai diretti ad Ancona
di prenderlo con loro. Ne ebbe un netto rifiuto perché
i viveri erano insufficienti. Ma il Santo, fiducioso nella
bontà di Dio, salì di nascosto sulla imbarcazione
col suo compagno. Ed ecco sopraggiungere, mosso dalla divina
Provvidenza, un tale, sconosciuto a tutti, che consegnò
ad uno dell'equipaggio che era timorato di Dio, delle vivande,
dicendogli: «Prendi queste cose e dalle fedelmente a
quei poveretti che sono nascosti nella nave, quando ne avranno
bisogno». E avvenne che, scoppiata una paurosa burrasca,
i marinai, affaticandosi per molti giorni a remare, consumarono
tutti i loro viveri; poterono salvarsi solo con i viveri del
poverello Francesco, i quali, moltiplicandosi per grazia di
Dio, bastarono abbondantemente alla necessità di tutti
finché giunsero al porto di Ancona. I naviganti compresero
ch'erano stati scampati dai pericoli del mare per merito di
Francesco, e ringraziarono l'onnipotente Iddio, che sempre
si mostra mirabile e misericordioso nei suoi servi.
56. Lasciato il mare, il servo dell'Altissimo Francesco si mise a percorrere la terra, e solcandola col vomere della parola di Dio, vi seminava il seme di vita, che produce frutti benedetti. E subito molti uomini, buoni e idonei chierici e laici, fuggendo il mondo e sconfiggendo virilmente le insidie del demonio, toccati dalla volontà e grazia divina abbracciarono la sua vita e il suo programma.
Ma sebbene, a similitudine dell'albero evangelico producesse abbondanti e squisiti frutti, ciò non bastava a spegnere in Francesco il sublime proposito e l'anelito ardente del martirio. E così, poco tempo dopo intraprese un viaggio missionario verso il Marocco, per annunciare al Miramolino e ai suoi correligionari la Buona Novella. Era talmente vivo il suo desiderio apostolico, che gli capitava a volte di lasciare indietro il compagno di viaggio affrettandosi nell'ebbrezza dello spirito ad eseguire il suo proposito. Ma la bontà di Dio, che si compiacque benignamente di ricordarsi di me e di innumerevoli altri, fece andare le cose diversamente resistendogli in faccia. Infatti, Francesco, giunto in Spagna, fu colpito da malattia e costretto a interrompere il viaggio.
57. Ritornato a Santa Maria della Porziuncola, non molto tempo dopo gli si presentarono alcuni uomini letterati e alcuni nobili, ben felici di unirsi a lui. Da uomo nobile d'animo e prudente, egli li accolse con onore e dignità, dando paternamente a ciascuno ciò che doveva. E davvero poiché era dotato di squisito e raro discernimento, teneva conto della condizione di ciascuno.
Ma non riesce ancora a darsi pace finché non attui, con tentativi ancor più audaci il suo bruciante sogno. E nel tredicesimo anno dalla sua conversione, partì per la Siria, e mentre infuriavano aspre battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno, non esitò a presentarsi al cospetto del Sultano. Chi potrebbe descrivere la sicurezza e il coraggio con cui gli stava davanti e gli parlava, e la decisione e l'eloquenza con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana? Prima di giungere al Sultano, i suoi sicari l'afferrarono, l'insultarono, lo sferzarono, ed egli non temette nulla: né minacce, né torture, né morte; e sebbene investito dall'odio brutale di molti, eccolo accolto dal Sultano con grande onore! Questi lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo; ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri.
Ma in tutte queste cose il Signore non concedeva il compimento del desiderio del Santo, riservandogli il privilegio di una grazia singolare.
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