Cap. 48 - 53
Capitolo 48
Come frate Iacopo dalla Massa vide in visione
tutti i frati Minori del mondo, in visione di uno arbore,
e conobbe la virtù e li meriti e li vizi di ciascuno.
Frate Iacopo della Massa, al quale Iddio aperse l'uscio
delli suoi segreti e diedegli perfetta scienza e intelligenza della
divina Scrittura e delle cose future, fu di tanta santità,
che frate Egidio da Sciesi e frate Marco da Montino e frate Ginepro
e frate Lucido dissono di lui che non ne conoscieno nessuno nel mondo
appo Dio maggiore che questo frate Iacopo.
Io gli ebbi grande desiderio di vederlo, imperò che pregando
io frate Giovanni, compagno del detto frate Egidio, che mi dichiarasse
certe cose di spirito, egli mi disse: "Se tu vuogli essere bene
informato nella vita spirituale, procaccia di parlare con frate Iacopo
della Massa, imperò che frate Egidio disiderava di essere alluminato
da lui, e alle sue parole non si può aggiugnere né scemare;
imperò che la mente sua è passata a' segreti celestiali
e le parole sue sono parole dello Spirito Santo, e non è uomo
sopra la terra ch'io tanto disideri di vedere". Questo frate
Iacopo, nel principio del ministero di frate Giovanni da Parma orando
una volta fu ratto in Dio e stette tre dì in questo ratto in
estasi, sospeso da ogni sentimento corporale; e istette sì
insensibile, che i frati dubitavano che non fusse morto. E in questo
ratto gli fu rivelato da Dio ciò che dovea essere e addivenire
intorno alla nostra religione; per la qual cosa, quando l'udii, mi
crebbe il disiderio di udirlo e di parlare con lui.
E quando piacque a Dio ch'io avessi agio di parlargli, io il priegai
in cotesto modo: "Se vero è questo ch'io ho udito dire
di te, io ti priego che tu non me lo tenga celato. Io ho udito che,
quando tu istesti tre dì quasi morto, tra l'altre cose che
Dio ti rivelò fu ciò che dovea addivenire in questa
nostra religione; e questo ha avuto a dire frate Matteo ministro della
Marca, al quale tu lo rivelasti per obbedienza". Allora frate
Iacopo con grande umiltà gli concedette che quello che dicea
frate Matteo era vero.
Il dire suo, cioè del detto frate Matteo ministro della Marca,
era questo: "Io so di frate Iacopo al quale Iddio ha rivelato
ciò che addiverrà nella nostra religione; imperò
che frate Iacopo dalla Massa m'ha manifestato e detto che, dopo molte
cose che Iddio gli rivelò nello stato della Chiesa militante,
egli vide in visione un arbore bello e grande molto, la cui radice
era d'oro, li frutti suoi erano uomini e tutti erano frati Minori.
Li rami suoi principali erano distinti secondo il numero delle provincie
dell'Ordine, e ciascuno ramo avea tanti frati, quanti v'erano nella
provincia improntata in quello ramo: e allora egli seppe il numero
di tutti li frati dell'Ordine e di ciascuna provincia, e anche li
nomi loro e l'età e le condizioni e gli uffici grandi e le
dignità e le grazie di tutti e le colpe. E vide frate Giovanni
da Parma nel più alto luogo del ramo di mezzo di questo arbore;
e nelle vette de' rami, ch'erano d'intorno a questo ramo di mezzo
istavano li ministri di tutte le provincie. E dopo questo vide Cristo
sedere su in uno trono grandissimo e candido, il quale Cristo chiamava
santo Francesco, e davagli uno calice pieno di spirito di vita e mandavalo
dicendo: "Va' e visita li frati tuoi, e da' loro bere di questo
calice dello spirito della vita, imperò che lo ispirito di
Satana si leverà contro a loro e percoteragli, e molti di loro
cadranno e non si rileveranno". E diede Cristo a santo Francesco
due Agnoli che lo accompagnassono.
E allora venne santo Francesco a porgere il calice della vita alli
suoi frati, e cominciò a porgerlo a frate Giovanni, il quale
prendendolo il bevette tutto quanto in fretta e divotamente, e subitamente
diventò tutto luminoso come il sole. E dopo lui seguentemente
santo Francesco il porgeva a tutti gli altri, e pochi ve n'erano di
questi che con debita reverenza e divozione il prendessino e bevessino
tutto. Quelli che 'l prendeano divotamente e beveanlo tutto, di subito
diventavano isplendidi come il sole; e questi che tutto il versavano
e non lo prendeano con divozione diventavano neri e oscuri e isformati
a vedere e orribili; quelli che parte ne beveano e parte ne versavano,
diventavano parte luminosi e parte tenebrosi, e più e meno
secondo la misura del bere e del versare. Ma sopra tutti gli altri,
il sopradetto frate Giovanni era risplendente, il quale più
compiutamente avea bevuto il calice della vita, per lo quale egli
avea più profondamente contemplato l'abisso della infinita
luce divina, e in essa avea inteso l'avversità e la tempesta
la quale si dovea levare contra la detta arbore, e crollare e commuovere
i suoi rami. Per la qual cosa il detto frate Giovanni si parte dalla
cima del ramo nel quale egli stava e, discendendo di sotto a tutti
li rami, si nascose in sul sodo dello stipite dello arbore e stavasi
tutto pensoso. E frate Bonaventura, il quale avea parte preso del
calice e parte n'avea versato, salì in quello ramo e in quello
luogo onde era disceso frate Giovanni. E stando nel detto luogo, sì
gli diventarono l'unghie delle mani unghie di ferro aguzzate e taglienti
come rasoi: di che egli si mosse di quello luogo dov'egli era salito,
e con empito e furore volea gittarsi contro al detto frate Giovanni
per nuocergli. Ma frate Giovanni, veggendo questo, gridò forte
e raccomandossi a Cristo, il quale sedea nel trono: e Cristo al grido
suo chiamò santo Francesco e diegli una pietra focaia tagliente
e dissegli: "Va' con questa pietra e taglia l'unghie di frate
Bonaventura, con le quali egli sì vuole graffiare frate Giovanni,
sicché egli non gli possa nuocere". Allora santo Francesco
venne e fece siccome Cristo gli avea comandato. E fatto questo, sì
venne una tempesta di vento e percosse nello arbore così forte,
che li frati ne cadeano a terra, e prima ne cadeano quelli che aveano
versato tutto il calice dello spirito della vita, ed erano portati
dalli demoni in luoghi tenebrosi e penosi. Ma il detto frate Giovanni,
insieme con gli altri che aveano bevuto tutto il calice, furono traslatati
dagli Agnoli in luogo di vita e di lume eterno e di splendore beato.
E sì intendea e discernea il sopradetto frate Iacopo, che vedea
la visione, particolarmente e distintamente ciò che vedea,
quanto a' nomi e condizioni e stati di ciascheduno chiaramente. E
tanto bastò quella tempesta contro allo arbore, ch'ella cadde
e il vento ne la portò. E poi, immantanente che cessò
la tempesta, della radice di questo arbore, ch'era d'oro, uscì
un altro arbore tutto d'oro, lo quale produsse foglie e fiori e frutti
orati. Del quale arbore e della sua dilatazione, profondità,
bellezza e odore e virtù, è meglio a tacere che di ciò
dire al presente.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 49
Come Cristo apparve a frate Giovanni della Vernia.
Fra gli altri frati e santi frati e figliuoli di
santo Francesco, i quali, secondo che dice Salomone, sono la gloria
del padre, fu a' nostri tempi nella detta provincia della Marca il
venerabile e santo frate Giovanni da Fermo, il quale, per lo grande
tempo che dimorò nel santo luogo della Vernia ed ivi passò
di questa vita, si chiamava pure frate Giovanni della Vernia; però
che fu uomo di singulare vita e di grande santità. Questo frate
Giovanni, essendo fanciullo secolare, disiderava con tutto il cuore
la via della penitenza, la quale mantiene la mondizia del corpo e
dell'anima; onde, essendo ben piccolo fanciullo, egli cominciò
a portare il coretto di maglia e 'l cerchio di ferro alle carni e
fare grande astinenza; e spezialmente quando dimorava con li canonici
di santo Pietro di Fermo, li quali viveano splendidamente, egli fuggia
le dilizie corporali e macerava lo corpo suo con grande rigidità
d'astinenza. Ma avendo in ciò i compagni molto contrari, li
quali gli spogliavano il coretto e la sua astinenza in diversi modi
impedivano; ed egli inspirato da Dio pensò di lasciare il mondo
con li suoi amadori, e offerire sé tutto nelle braccia del
Crocifisso, coll'abito del crocifisso santo Francesco. E così
fece.
Ed essendo ricevuto all'Ordine così fanciullo e commesso alla
cura del maestro delli novizi, egli diventò sì ispirituale
e divoto, che alcuna volta udendo il detto maestro parlare di Dio,
il cuore suo si struggea siccome la cera presso al fuoco; e con così
grande suavità di grazia sì si riscaldava nello amore
divino, ched egli, non potendo istare fermo a sostenere tanta suavità,
si levava e come ebbro di spirito si scorrea ora per l'orto, or per
la selva or per la chiesa, secondo che la fiamma e l'empito dello
spirito il sospignea. Poi in processo di tempo la divina grazia continovamente
fece questo angelico uomo crescere di virtù in virtù
e in doni celestiali e divine elevazioni e ratti, in tanto che alcuna
volta la mente era levata agli splendori de' Cherubini, alcuna volta
agli ardori de' Serafini, alcuna volta a' gaudii de' Beati, alcuna
volta ad amorosi ed eccessivi abbracciamenti di Cristo, non solamente
per gusti ispirituali dentro ma eziandio per espressi segni di fuori
e gusti corporali. E singularmente per eccessivo modo una volta accese
il suo cuore la fiamma del divino amore, e durò in lui cotesta
fiamma ben tre anni; nel quale tempo egli ricevea maravigliose consolazioni
e visitazioni divine e ispesse volte era ratto in Dio; e brievemente
nel detto tempo egli parea tutto affocato e acceso dello amore di
Cristo. E questo fu in sul monte santo della Vernia.
Ma imperò che Iddio ha singolare cura de' suoi figliuoli, dando
loro, secondo i diversi tempi, ora consolazione, ora tribolazione,
ora prosperità, ora avversità, siccome e' vede ch'abbisogna
loro a mantenersi in umiltà, ovvero per accendere più
il loro desiderio alle cose celestiali; piacque alla divina bontà,
dopo li tre anni, sottrarre dello detto frate Giovanni questo raggio
e questa fiamma del divino amore, e privollo d'ogni consolazione spirituale:
di che frate Giovanni rimase sanza lume e sanza amore di Dio e tutto
sconsolato e afflitto e addolorato. Per la qual cosa egli così
angoscioso se ne andava per la selva discorrendo in qua e in là,
chiamando con voce e con pianti e con sospiri il diletto isposo dell'anima
sua, il quale s'era nascosto e partito da lui, e sanza la cui presenza
l'anima sua non trovava requie né riposo; ma in nessun luogo
né in nessun modo egli potea ritrovare il dolce Gesù,
né rabbattersi a quelli soavissimi gusti ispirituali dello
amore di Cristo, come gli era usato. E durogli questa cotale tribulazione
per molti dì, nelli quali egli perseverò in continovo
piagnere e in sospirare e in pregare Iddio che gli rendesse per la
sua pietà il diletto isposo dell'anima sua.
Alla perfine, quando piacque a Dio d'avere provato assai la sua pazienza
e acceso il suo desiderio, un dì che frate Giovanni, s'andava
per la detta selva così afflitto e tribolato, per lassezza
si puose a sedere accostandosi ad uno faggio, e stava colla faccia
tutta bagnata di lagrime guatando inverso il cielo; ecco subitamente
apparve Gesù Cristo presso a lui nel viottolo onde esso frate
Giovanni era venuto ma non dicea nulla. Veggendolo frate Giovanni
e riconoscendolo bene che egli era Cristo, subitamente se gli gittò
a' piedi e con ismisurato pianto il pregava umilissimamente e dicea:
"Soccorrimi, Signore mio, ché sanza te, salvatore mio
dolcissimo, io sto in tenebre e in pianto; e sanza te, Agnello mansuetissimo,
io sto in angoscie e in pene e in paura; sanza te, Figliuolo di Dio
altissimo, io sto in confusione e in vergogna; sanza te io sono ispogliato
d'ogni bene ed accecato, imperò che tu se' Gesù Cristo,
vera luce delle anime; sanza te io sono perduto e dannato, imperò
che tu se' vita delle anime e vita delle vite; sanza te io sono sterile
e arido, però che tu se' fontana d'ogni dono e d'ogni grazia;
e sanza te io sono al tutto isconsolato; però che tu se' Gesù
nostra redenzione, amore e disiderio, pane confortativo e vino che
rallegri i cuori degli Agnoli e i cuori di tutti i Santi. Allumina
me, maestro graziosissimo e pastore piatosissimo imperò ch'io
sono tua pecorella, benché indegna sia".
Ma perché il desiderio dei santi uomini, il quale Iddio indugia
ad esaudire, sì li accende a maggiore amore e merito, Cristo
benedetto si parte sanza esaudirlo e sanza parlargli niente, e vassene
per lo detto viottolo. Allora frate Giovanni si leva suso e corregli
dietro e da capo gli si gitta a' piedi, e con una santa importunità
sì lo ritiene e con divotissime lagrime il priega e dice: "O
Gesù Cristo dolcissimo, abbi misericordia di me tribolato.
Esaudiscimi per la moltitudine della tua misericordia e per la verità
della tua salute, e rendimi la letizia della faccia tua e del tuo
piatoso sguardo, imperò che della tua misericordia è
piena tutta la terra". E Cristo ancora si parte e non gli parla
niente, né gli dà veruna consolazione; e fa a modo che
la madre al fanciullo quando lo fa bramare la poppa, e fasselo venire
dietro piangendo, acciò ch'egli la prenda poi più volentieri.
Di che frate Giovanni ancora con maggiore fervore e disiderio seguita
Cristo; e giunto che egli fu a lui, Cristo benedetto si rivolge a
lui e riguardollo col viso allegro e grazioso, e aprendo le sue santissime
e misericordiosissime braccia sì lo abbracciò dolcissimamente:
e in quello aprire delle braccia vide frate Giovanni uscire dal sacratissimo
petto del Salvatore raggi di luce isplendenti, i quali alluminavano
tutta la selva ed eziandio lui nell'anima e nel corpo.
Allora frate Giovanni s'inginocchiò a' piedi di Cristo; e Gesù
benedetto, a modo che alla Maddalena, gli porse il piede benignamente
a baciare; e frate Giovanni, prendendolo con somma riverenza, il bagnò
di tante lagrime che veramente egli parea un'altra Maddalena, e sì
dicea divotamente: "Io ti priego, Signore mio, che tu non ragguardi
alli miei peccati, ma per la tua santissima passione e per la isparsione
del tuo santissimo sangue prezioso, resuscita l'anima mia nella grazia
del tuo amore, con ciò sia cosa che questo sia il tuo comandamento,
che noi ti amiamo con tutto il cuore e con tutto l'affetto; il quale
comandamento nessuno può adempiere sanza il tuo aiuto. Aiutami
dunque, amantissimo Figliuolo di Dio, sì ch'io ami te con tutto
il mio cuore e con tutte le mie forze".
E stando così frate Giovanni in questo parlare ai pie' di Cristo,
fu da lui esaudito e riebbe da lui la prima grazia, cioè della
fiamma del divino amore, e tutto si sentì rinnovato e consolato;
e conoscendo il dono della divina grazia essere ritornato in lui,
sì cominciò a ringraziare Cristo benedetto e a baciare
divotamente li suoi piedi. E poi rizzandosi per riguardare Cristo
in faccia, Gesù gli stese e porse le sue mani santissime a
baciare, e baciate che frate Giovanni l'ebbe, sì si appressò
e accostò al petto di Gesù e abbracciollo e baciollo,
e Cristo similemente abbracciò e baciò lui. E in questo
abbracciare e baciare, frate Giovanni sentì tanto odore divino,
che se tutte le spezie odorifere e tutte le cose odorose del mondo
fossono istate raunate insieme, sarebbono parute uno puzzo a comparazione
di quello odore; e in esso frate Giovanni fu ratto e consolato e illuminato,
e durogli quell'odore nell'anima sua molti mesi.
E d'allora innanzi della sua bocca, abbeverata alla fonte della divina
sapienza nel sacrato petto del Salvatore, uscivano parole maravigliose
e celestiali, le quali mutavano li cuori, che 'n chi l'udiva facevano
grande frutto all'anima. E nel viottolo della selva, nel quale stettono
i benedetti piedi di Cristo, e per buono spazio d'intorno, sentia
frate Giovanni quello odore e vedea quello isplendore sempre, quando
v'andava ivi a grande tempo poi.
Ritornando in sé poi frate Giovanni dopo quel ratto e disparendo
la presenza corporale di Cristo, egli rimase così illuminato
nell'anima, nello abisso della sua divinità, che bene che non
fosse uomo litterato per umano studio, nientedimeno egli maravigliosamente
solvea e dichiarava le sottilissime quistioni ed alte della Trinità
divina e li profondi misteri della santa Iscrittura. E molte volte
poi, parlando dinanzi al Papa e i cardinali e re e baroni e a' maestri
e dottori, tutti li mettea in grande stupore per le alte parole e
profondissime sentenze che dicea.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 50
Come dicendo messa il dì de' morti, frate Giovanni della Vernia vide molte anime liberate del purgatorio.
Dicendo una volta il detto frate Giovanni la messa
il dì dopo Ognissanti per tutte l'anime de' morti, secondo
che la Chiesa ha ordinato, offerse con tanto affetto di carità
e con tanta piatà di compassione quello altissimo Sacramento
(che per la sua efficacia l'anime de' morti desiderano sopra tutti
gli altri beni che sopra tutto a loro si possono fare) ch'egli parea
tutto che si struggesse per dolcezza di pietà e carità
fraterna. Per la qual cosa in quella messa levando divotamente il
corpo di Cristo e offerendolo a Dio Padre e pregandolo che per amore
del suo benedetto figliuolo Gesù Cristo, il quale per ricomperare
le anime era penduto in croce, gli piacesse liberare delle pene del
purgatorio l'anime de' morti da lui create e ricomperate; immantanente
egli vide quasi infinite anime uscire di purgatorio, a modo che faville
di fuoco innumerabili ch'uscissono d'una fornace accesa, e videle
salire in cielo per li meriti della passione di Cristo, il quale ognindì
è offerto per li vivi e per li morti in quella sacratissima
ostia, degna d'essere adorata in secula seculorum.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 51
Del santo frate Iacopo da Fallerone; e come, poi che morì, apparve a frate Giovanni della Vernia.
Al tempo che frate Iacopo da Fallerone, uomo di grande
santità, era gravemente infermo nel luogo di Molliano nella
custodia di Fermo; frate Giovanni della Vernia, il quale dimorava
allora al luogo della Massa, udendo della sua infermità, imperò
che lo amava come suo caro padre, si puose in orazione per lui pregando
Iddio divotamente con orazione mentale ch'al detto frate Iacopo rendesse
sanità del corpo, se fusse il meglio dell'anima. E istando
in questa divota orazione, fu ratto in estasi e vide in aria un grande
esercito d'Agnoli e Santi sopra la cella sua, ch'era nella selva,
con tanto splendore, che tutta la contrada dintorno n'era illuminata.
E fra questi Agnoli vide questo frate Iacopo infermo, per cui egli
pregava, istare in vestimenti candidi tutto risplendiente. Vide ancora
tra loro il padre beato santo Francesco adornato delle sacre Istimate
di Cristo e di molta gloria. Videvi ancora e riconobbevi frate Lucido
santo, e frate Matteo antico dal monte Rubbiano e più altri
frati, li quali non avea mai veduti né conosciuti in questa
vita. E ragguardando così frate Giovanni con grande diletto
quella beata schiera di Santi, sì gli fu rivelata di certo
la salvazione dell'anima del detto frate infermo, e che di quella
infermità dovea morire, ma non così di subito, e dopo
la morte dovea andare a paradiso, però che convenia un poco
purgarsi in purgatorio. Della quale rivelazione il detto frate Giovanni
aveva tanta allegrezza per la salute della anima, che della morte
del corpo non si sentia niente, ma con grande dolcezza di spirito
il chiamava tra se medesimo dicendo: "Frate Iacopo, dolce padre
mio; frate Iacopo, dolce mio fratello; frate Iacopo, fedelissimo servo
e amico di Dio; frate Iacopo, compagno degli Agnoli e consorto de'
Beati". E così in questa certezza e gaudio ritornò
in sé, e incontanente si partì dal luogo e andò
a visitare il detto frate Iacopo a Molliano.
E trovandolo sì gravato che appena potea parlare, sì
gli annunziò la morte del corpo e la salute e gloria dell'anima,
secondo la certezza che ne aveva per la divina rivelazione, di che
frate Iacopo tutto rallegrato nello animo e nella faccia, lo ricevette
con grande letizia e con giocondo riso, ringraziandolo delle buone
novelle che gli apportava e raccomandandosi a lui divotamente. Allora
frate Giovanni il pregò caramente che dopo la morte sua dovesse
tornare a lui a parlargli del suo stato; e frate Iacopo glielo promise,
se piacesse a Dio. E dette queste parole, appressandosi l'ora del
suo passamento, frate Iacopo cominciò a dire divotamente quello
verso del salmo: "In pace in idipsum dormiam et requiescam",
cioè a dire: "In pace in vita eterna m'addormenterò
e riposerò"; e detto questo verso, con gioconda e lieta
faccia passò di questa vita.
E poi che fu soppellito, frate Giovanni si tornò al luogo della
Massa e aspettava la promessa di frate Iacopo, che tornasse a lui
il di ch'avea detto. Ma il detto dì orando egli, gli apparve
Cristo con grande compagnia d'Agnoli e Santi, tra li quali non era
frate Iacopo; onde frate Giovanni, maravigliandosi molto, raccomandollo
a Cristo divotamente. Poi il dì seguente, orando frate Giovanni
nella selva, gli apparve frate Iacopo accompagnato dagli Agnoli, tutto
glorioso e tutto lieto, e dissegli frate Giovanni: "O padre carissimo,
perché non se' tu tornato a me il dì che tu mi promettesti?".
Rispuose frate Iacopo: "Però ch'io avevo bisogno d'alcuna
purgazione; ma in quella medesima ora che Cristo t'apparve e tu me
gli raccomandasti, Cristo te esaudì e me liberò d'ogni
pena. E allora io apparii a frate Iacopo della Massa, laico santo,
il quale serviva messa e vide l'ostia consecrata, quando il prete
la levò, convertita e mutata in forma d'uno fanciullo vivo
bellissimo, e dissigli: "Oggi con quello fanciullo me ne vo al
reame di vita eterna, al quale nessuno puote andare sanza lui".
E dette queste parole, frate Iacopo sparì e andossene in cielo
con tutta quella beata compagnia degli Agnoli; e frate Giovanni rimase
molto consolato.
Morì il detto frate Iacopo da Fallerone la vigilia di santo
Iacopo apostolo nel mese di luglio, nel sopradetto luogo di Molliano;
nel quale per li suoi meriti la divina bontà adoperò
dopo la sua morte molti miracoli.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 52
Della visione di frate Giovanni della Vernia, dove egli conobbe tutto l'ordine della santa Trinità.
Il sopraddetto frate Giovanni della Vernia, imperò
che perfettamente aveva annegato ogni diletto e consolazione mondana
e temporale, e in Dio aveva posto tutto il suo diletto e tutta la
sua speranza, la divina bontà gli donava maravigliose consolazioni
e revelazioni, e spezialmente nelle solennità di Cristo; onde
appressandosi una volta la solennità della Natività
di Cristo, nella quale di certo egli aspettava consolazione da Dio
della dolce umanità di Gesù, lo Spirito santo gli mise
nell'animo suo così grande ed eccessivo amore e fervore della
carità di Cristo, per la quale egli s'era aumiliato a prendere
la nostra umanità, che veramente gli parea che l'anima gli
fusse tratta del corpo e ch'ella ardesse come una fornace. Lo quale
ardore non potendo sofferire, s'angosciava e struggevasi tutto quanto
e gridava ad alta voce, imperò che per lo impeto dello Spirito
santo e per lo troppo fervore dello amore non si potea contenere del
gridare. E in quell'ora che quello smisurato fervore, gli venia con
esso sì forte e certa la speranza della sua salute, che punto
del mondo non credea che, se allora fusse morto, dovesse passare per
lo purgatorio. E questo amore gli durò bene da sei mesi, benché
quello eccessivo fervore non avesse così di continovo, ma gli
venia a certe ore del dì.
E in questo tempo poi ricevette maravigliose visitazioni e consolazioni
da Dio; e più volte fu ratto, siccome vide quel frate il quale
da prima iscrisse queste cose. Tra le quali, una notte fu sì
elevato e ratto in Dio, che vide in lui creatore tutte le cose create
e celestiali e terrene e tutte le loro perfezioni e gradi e ordini
distinti. E allora conobbe chiaramente come ogni cosa creata si presentava
al suo Creatore, e come Iddio è sopra e dentro e di fuori e
dallato a tutte le cose create. Appresso conobbe uno Iddio in tre
persone e tre persone in un Iddio, e la infinita carità la
quale fece il Figliuolo di Dio incarnare per obbidienza del Padre.
E finalmente conobbe in quella visione siccome nessuna altra via era,
per la quale l'anima possa andare a Dio e avere vita eterna, se non
per Cristo benedetto, il quale è via e verità e vita
dell'anima.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 53
Come, dicendo messa, frate Giovanni della Vernia cadde come fosse morto.
Al detto frate Giovanni in nel sopraddetto luogo
di Molliano, secondo che recitarono li frati che vi erano presenti,
addivenne una volta questo mirabile caso, che la prima notte dopo
l'ottava di santo Lorenzo e infra l'ottava dell'Assunzione della Donna,
avendo detto mattutino in chiesa con gli altri frati, e sopravvenendo
in lui l'unzione della divina grazia, e' se ne andò nell'orto
a contemplare la passione di Cristo e a disporsi con tutta la sua
devozione a celebrare la messa, la quale gli toccava la mattina a
cantare. Ed essendo in contemplazione della parola della consacrazione
del corpo di Cristo, cioè: "Hoc est corpus meum",
e considerando la infinita carità di Cristo, per la quale egli
ci volle non solamente comperare col suo sangue prezioso, ma eziandio
lasciarci per cibo delle anime il suo corpo e sangue degnissimo; gli
cominciò a crescere in tanto fervore e in tanta soavità
l'amore del dolce Gesù, che già non potea più
sostenere l'anima sua tanta dolcezza, ma gridava forte e come ebbro
di spirito tra se medesimo non ristava di dire: "Hoc est corpus
meum": però che dicendo queste parole, gli parea vedere
Cristo benedetto con la vergine Maria e con moltitudine d'Agnoli.
E in questo dire era alluminato dallo Spirito santo di tutti i profondi
e alti misteri di quello altissimo Sacramento.
E fatta che fu l'aurora egli entrò in chiesa con quel fervore
di spirito e con quella ansietà e con quello dire, non credendo
essere udito né veduto da persona; ma in coro era alcuno frate
in orazione il quale udiva e vedeva tutto. E non potendo in quello
fervore contenersi per l'abbondanza della divina grazia, gridava ad
alta voce; e tanto stette in questo modo, che fu ora di dire messa;
onde egli s'andò a parare allo altare e cominciò la
messa. E quanto più procedeva oltre, tanto più gli cresceva
l'amore di Cristo e quello fervore della divozione, col quale e' gli
era dato un sentimento di Dio ineffabile, il quale egli medesimo non
sapea né potea poi esprimere con la lingua. Di che temendo
egli che quello fervore e sentimento di Dio crescesse tanto che gli
convenisse lasciare la messa, fu in grande perplessità e non
sapea che parte si prendere, o di procedere oltre nella messa o di
stare a aspettare. Ma imperò che altra volta gli era addivenuto
simile caso, e 'l Signore avea sì temperato quello fervore
che non gli era convenuto lasciare la messa; confidandosi di potere
così fare questa volta, con grande timore si mise a procedere
oltre nella messa; e pervenendo insino al Prefazio della Donna, gli
cominciò tanto a crescere la divina illuminazione e la graziosa
soavità dello amore di Dio, che vegnendo a "Qui pridie
quam", appena potea sostenere tanta soavità e dolcezza.
Finalmente giugnendo all'atto della consecrazione, e detto la metà
delle parole sopra l'ostia, cioè "Hoc est enim",
per nessuno modo potea procedere più oltre, ma pure repetia
queste medesime parole, cioè "Hoc est enim"; e la
cagione perché non potea procedere più oltre, si era
che e' sentia e vedea la presenza di Cristo con moltitudine di Agnoli,
la cui maestà non potea sofferire; e vedea che Cristo non entrava
nella ostia, né ovvero che l'ostia non si transustanziava nel
corpo di Cristo se egli non proferia l'altra metà delle parole,
cioè "corpus meum". Di che stando egli in questa
ansietà e non procedendo più oltre, il guardiano e gli
altri frati ed eziandio molti secolari ch'erano in chiesa ad udire
la messa, s'appressarono allo altare e stavano ispaventati a vedere
e a considerare gli atti di frate Giovanni; e molti di loro piagnevano
per divozione. Alla perfine, dopo grande spazio, cioè quando
piacque a Dio, frate Giovanni proferì "Corpus meum"
ad alta voce; e di subito la forma del pane isvanì, e nell'ostia
apparì Gesù Cristo benedetto incarnato e glorificato,
e dimostrogli la umiltà e carità la quale il fece incarnare
della vergine Maria e la quale il fa venire ognindì nelle mani
del sacerdote quando consacra l'ostia. Per la qual cosa egli fu più
elevato in dolcezza di contemplazione. Onde levato ch'egli ebbe l'ostia
e il calice consacrato, egli fu ratto fuori di se medesimo; ed essendo
l'anima sospesa dalli sentimenti corporali, il corpo suo cadde indietro,
e se non che fu sostenuto dal guardiano, il quale gli stava dietro,
cadea supino in terra. Di che, accorrendovi li frati e li secolari
ch'erano in chiesa, uomini e donne, ne fu portato in sagrestia come
morto, imperò che il corpo suo era raffreddato come corpo morto,
e le dita delle mani si erano rattrappate sì forte che non
si poteano appena distendere punto o muovere. In questo modo giacque
così tramortito ovvero ratto insino a terza; ed era di state.
E però ch'io, il quale fui a questo presente, disiderava molto
di sapere quello che Iddio avea adoperato inverso lui, immantanente
che egli fu ritornato in sé, andai a lui e priega 'lo per la
carità di Dio ch'egli mi dovesse dire ogni cosa. Onde egli,
perché si fidava molto di me, mi innarrò ogni cosa molto
per ordine; e tra l'altre cose egli mi disse che, considerando egli
il corpo e 'l sangue di Gesù Cristo anche innanzi, il suo cuore
era liquido come una cera molto istemperata, e la carne sua gli parea
che fosse sanza ossa per tale modo, che questi non potea levare le
braccia né le mani a fare il segno della croce sopra l'ostia
né sopra il calice. Anche sì mi disse che, innanzi che
si facesse prete, gli era stato rivelato da Dio ch'egli dovea venire
meno nella messa; ma, però che già avea detto molte
messe e non gli era quello addivenuto, pensava che la rivelazione
non fosse stata da Dio. E nientedimeno cinque anni innanzi all'Assunzione
della Donna, nella quale il sopraddetto caso gli addivenne, anco gli
era da Dio istato rivelato che in quel caso gli avea a divenire intorno
alla detta festa dell'Assunzione; ma poi non se ne ricordava della
detta rivelazione.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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