Cap. 18 - 23
Capitolo 18
Del maraviglioso Capitolo che tenne santo Francesco a Santa Maria degli Agnoli, dove furono oltre a cinquemila frati.
Il fedele servo di Cristo santo Francesco tenne una volta
un Capitolo generale a Santa Maria degli Agnoli, al quale Capitolo si
raunò oltre cinquemila frati; e vennevi santo Domenico, capo e
fondamento dell'Ordine de' frati Predicatori; il quale allora andava di
Borgogna a Roma, e udendo la congregazione del Capitolo che santo Francesco
facea in nel piano di Santa Maria degli Agnoli, sì lo andò
a vedere con sette frati dell'Ordine suo. Fu ancora al detto Capitolo
uno Cardinale divotissimo di santo Francesco, al quale egli avea profetato
ch'egli dovea essere Papa, e così fu, il quale Cardinale era venuto
istudiosamente da Perugia, dov'era la corte, ad Ascesi; e ogni dì
veniva a vedere santo Francesco e' suoi frati, e alcuna volta cantava
la messa, alcuna volta faceva il sermone a' frati in Capitolo; e prendea
il detto Cardinale grandissimo diletto e divozione, quando venia a visitare
quel santo collegio. E veggendo sedere in quella pianura intorno a Santa
Maria i frati a schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta
insieme, tutti occupati nel ragionare di Dio, in orazioni, in lagrime,
in esercizi di carità; e stavano con tanto silenzio e con tanta
modestia, che ivi non si sentia uno romore, nessuno stropiccio: e maravigliandosi
di tanta moltitudine in uno così ordinata, con lagrime e con grande
divozione diceva: "Veramente questo si è il campo e lo esercito
de' cavalieri di Dio!". Non si udiva in tanta moltitudine niuno parlare
favole o bugie, ma dovunque si raunava ischiera di frati, quelli oravano,
o eglino diceano ufficio, o piagneano i peccati loro o dei loro benefattori,
o l'ragionavano della salute delle anime. Erano in quel campo tetti di
graticci e di stuoie, e distinti per torme, secondo i frati di diverse
Provincie; e però si chiamava quel Capitolo, il Capitolo di graticci
ovvero di stuoie. I letti loro si era la piana terra e chi avea un poco
di paglia; i capezzali si erano o pietre o legni. Per la qual ragione
si era tanta divozione di loro, a chiunque li udiva o vedeva, e tanto
la fama della loro santità, che della corte del Papa, ch'era allora
a Perugia, e delle altre terre della Valle di Spulito veniano a vedere
molti conti, baroni e cavalieri ed altri gentili uomini e molti popolani
e cardinali e vescovi e abati e con molti altri cherici, per vedere quella
così santa e grande congregazione e umile, la quale il mondo non
ebbe mai, di tanti santi uomini insieme; e principalmente veniano a vedere
il capo e padre santissimo di quella santa gente, il quale avea rubato
al mondo così bella preda e raunato così bello e divoto
gregge a seguitare l'orme del vero pastore Gesù Cristo.
Essendo dunque raunato tutto il Capitolo generale, il santo padre di tutti
e generale ministro santo Francesco in fervore di spirito propone la parola
di Dio, e predica loro in alta voce quello che lo Spirito Santo gli facea
parlare; e per tema del sermone propuose queste parole: "Figliuoli
miei, gran cose abbiamo promesse a Dio, troppo maggiori sono da Dio promesse
a noi se osserviamo quelle che noi abbiamo promesse a lui; e aspettiamo
di certo quelle che sono promesse a noi. Brieve è il diletto del
mondo, ma la pena che seguita ad esso è perpetua. Piccola è
la pena di questa vita, ma la gloria dell'altra vita è infinita".
E sopra queste parole predicando divotissimamente, confortava e induceva
tutti i frati a obbidienza e a riverenza della santa madre Chiesa e alla
canta fraternale, e ad orare per tutto il popolo Iddio, ad avere pazienza
nelle avversità del mondo e temperanza nelle prosperità,
e tenere mondizia e castità angelica, e ad avere concordia e pace
con Dio e con gli uomini e con la propria coscienza, e amore e osservanza
della santissima povertà. E quivi disse egli: "Io comando,
per merito della santa obbedienza, che tutti voi che siete congregati
che nessuno di voi abbia cura né sollecitudine di veruna cosa di
mangiare o di bere o di cose necessarie al corpo, ma solamente intendere
a orare e laudare Iddio; e tutta la sollecitudine del corpo vostro lasciate
a lui, imperò ch'egli ha spezialmente cura di voi". E tutti
quanti ricevettono questo comandamento con allegro cuore e lieta faccia.
E compiuto il sermone di santo Francesco, tutti si gettarono in orazione.
Di che santo Domenico, il quale era presente a tutte queste cose, fortemente
si maravigliò del comandamento di santo Francesco e riputavalo
indiscreto, non potendo pensare come tanta moltitudine si potesse reggere,
sanza avere nessuna cura e sollecitudine delle cose necessarie al corpo.
Ma 'l principale pastore Cristo benedetto, volendo mostrare com'egli ha
cura delle sue pecore e singulare amore a' poveri suoi, immantanente ispirò
alle genti di Perugia, di Spulito e di Foligno, di Spello e d'Ascesi e
delle altre terre intorno, che portassono da mangiare e da bere a quella
santa congregazione. Ed eccoti subitamente venire delle predette terre
uomini con somieri, cavalli, carri, carichi di pane e di vino, di fave,
di cacio e d'altre buone cose da mangiare, secondo ch'a' poveri di Cristo
era di bisogno. Oltre a questo, recavano tovaglie, orciuli, ciotole, bicchieri
e altri vasi che faceano mestieri a tanta moltitudine. E beato si riputava
chi più cose potesse portare, o più sollecitamente servire,
in tanto ch'eziandio i cavalieri e li baroni e altri gentili uomini che
veniano a vedere, con grande umiltà e divozione servirono loro
innanzi. Per la qual cosa santo Domenico, vedendo queste cose e conoscendo
veramente che la provvidenza divina si adoperava in loro, umilmente si
riconobbe ch'avea falsamente giudicato santo Francesco di comandamento
indiscreto, e inginocchiossi andandogli innanzi e umilmente ne disse sua
colpa e aggiunse: "Veramente Iddio ha cura speziale di questi santi
poverelli, e io non lo sapea; e io da ora innanzi prometto d'osservare
la evangelica povertà e santa; e maladico dalla parte di Dio tutti
li frati dell'Ordine mio, li quali nel detto Ordine presumeranno d'avere
proprio". Sicché santo Domenico fu molto edificato della fede
del santissimo Francesco, e della obbidienza e della povertà di
così grande e ordinato collegio, e della provvidenza divina e della
copiosa abbondanza d'ogni bene.
In quello medesimo Capitolo fu detto a santo Francesco che molti frati
portavano il cuoretto in sulle carni e cerchi di ferro; per la qual cosa
molti ne infermavano, onde ne morivano, e molti n'erano impediti dallo
orare. Di che santo Francesco, come discretissimo padre, comandò
per la santa obbidienza, che chiunque avesse o cuoretto o cerchio di ferro,
sì se lo traesse e ponesselo dinanzi a lui. E così fecero.
E furono annoverati bene cinquecento cuoretti di ferro e troppo più
cerchi tra da braccia e da ventri, in tanto che feciono un grande monticello
e santo Francesco tutti li fece lasciare ivi.
Poi compiuto lo Capitolo, santo Francesco confortandoli tutti in bene
e ammaestrandoli come dovessino iscampare e sanza peccato di questo mondo
malvagio, con la benedizione di Dio e la sua li rimandò alle loro
provincie, tutti consolati di letizia spirituale.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 19
Come dalla vigna del prete da Rieti in casa di cui orò santo Francesco, per la molta gente che venia a lui furono tratte e colte l'uve; e poi miracolosamente fece più vino che mai, sì come santo Francesco gli avea promesso. E come Iddio rivelò a santo Francesco ch'egli arebbe paradiso alla sua partita.
Sendo una volta santo Francesco gravemente infermo degli
occhi, messere Ugolino, cardinale protettore dell'Ordine, per grande tenerezza
ch'avea di lui, sì gli iscrisse ch'egli andasse a lui a Rieti dov'erano
ottimi medici d'occhi. Allora santo Francesco ricevuta la lettera del
Cardinale, se ne andò in prima a Santo Damiano, dove era santa
Chiara divotissima isposa di Cristo, per darle alcuna consolazione e poi
andare al Cardinale. Essendo ivi santo Francesco, la notte seguente peggiorò
sì degli occhi ch' e' non vedea punto di lume; di che non potendosi
partire, e santa Chiara gli fece una celluzza di cannucce, nella quale
egli si potesse meglio riposare. Ma santo Francesco tra per lo dolore
della infermità e per la moltitudine de surci che gli faceano grandissima
noia, punto del mondo non si potea posare, né di dì, né
di notte. E sostenendo più dì quella pena e tribulazione,
cominciò a pensare e a conoscere che quello era un flagello di
Dio per li suoi peccati; e incominciò a ringraziare Iddio con tutto
il cuore e con la bocca: e poi gridava ad alte voci e disse: "Signore
mio Iddio, io sono degno di questo e di troppo peggio. Signore mio Gesù
Cristo, pastore buono, il quale a noi peccatori hai posta la tua misericordia
in diverse pene e angoscie corporali, concedi grazia e virtù tu
a me tua pecorella, che per nessuna infermità e angoscia e dolore
io mi parta da te". E fatta questa orazione, gli venne una voce dal
cielo che disse: "Francesco, rispondimi. Se tutta la terra fosse
oro, e tutti li mari e fonti e fiumi fossino balsimo, e tutti li monti,
colli e li sassi fussono pietre preziose, e tu trovassi un altro tesoro
più nobile che queste cose, quanto l'oro è più nobile
che la terra, e 'l balsimo che l'acqua, e le pietre preziose più
che i monti o i sassi, e fusseti dato per questa infermità quello
più nobile tesoro, non ne dovresti tu essere contento e bene allegro?".
Risponde santo Francesco: "Signore, io sono indegno di così
prezioso tesoro". E la voce di Dio dicea a lui: "Rallegrati,
Francesco, però che quello è il tesoro di vita eterna, il
quale io ti riserbo e insino a ora io te ne investisco; e questa infermità
e afflizione è arra di quello tesoro beato". Allora santo
Francesco chiamò il compagno con grandissima allegrezza di così
gloriosa promessa, e disse: "Andiamo al Cardinale". E consolando
in prima santa Chiara con sante parole e da lei umilmente accomiatandosi,
prese il cammino verso Rieti.
E quando vi giunse presso, tanta moltitudine di popolo gli si feciono
incontro, che perciò egli non volle entrare nella città
ma andossene a una chiesa ch'era presso la città forse a due miglia.
Sappiendo li cittadini ch'egli era alla detta chiesa, correvano tanto
intorno a vederlo, che la vigna della chiesa tutta si guastava e l'uve
erano tutte colte. Di che il prete forte si dolea nel cuore suo, e pentessi
ch'egli avea ricevuto santo Francesco nella sua chiesa. Essendo da Dio
rivelato a santo Francesco il pensiero del prete, sì lo fece chiamare
a sé e dissegli: "Padre carissimo, quante some di vino ti
rende questa vigna l'anno, quand'ella ti rende meglio?". Rispuose,
che dodici some. Dice santo Francesco: "Io ti priego, padre, che
tu sostenga pazientemente il mio dimorare qui alquanti dì, però
ch'io ci truovo molto riposo, e lascia torre a ogni persona dell'uva di
questa tua vigna per lo amore di Dio e di me poverello; e io ti prometto
dalla parte del mio Signore Gesù Cristo, ch'ella te ne renderà
uguanno venti some". E questo faceva santo Francesco dello stare
ivi, per lo grande frutto delle anime che si vedea fare delle genti che
vi veniano, dei quali molti partivano inebriati del divino amore e abbandonavano
il mondo. Confidossi il prete della promessa di santo Francesco e lasciò
liberamente la vigna a coloro che venivano a lui. Maravigliosa cosa! La
vigna fu al tutto guasta, sicché appena vi rimasono alcuni racimoli
d'uve. Viene il tempo della vendemmia, e 'l prete raccoglie cotali racimoli
e metteli nel tino e pigia; e secondo la promessa di santo Francesco,
ricoglie venti some d'ottimo vino. Nel quale miracolo manifestamente si
diè ad intendere che, come per merito di santo Francesco la vigna
spogliata d'uve era abbondata in vino, così il popolo cristiano
sterile di virtù per lo peccato, per li meriti e dottrina di santo
Francesco spesse volte abbondava di buoni frutti di penitenza.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 20
D'una molto bella visione che vide uno frate giovane, il quale avea in tanta abbominazione la cappa, ch'era disposto di lasciare l'abito e uscire dell'Ordine.
Un giovane molto nobile e delicato venne all'Ordine di
santo Francesco; il quale dopo alquanti dì, per istigazione del
demonio, cominciò ad avere in tanta abbominazione l'abito che portava,
che gli parea portare un sacco vilissimo; avea orrore delle maniche e
abbominava il cappuccio, e la lunghezza e la asprezza gli parea una soma
incomportabile. E crescendo pure il dispiacere della religione, egli finalmente
si diliberò di lasciare l'abito e tornare al mondo.
Avea costui già preso per usanza, secondo che gli avea insegnato
il suo maestro, qualunque ora egli passava dinanzi all'altare del convento,
nel quale si conservava il corpo di Cristo, d'inginocchiarsi con gran
riverenza e trarsi il cappuccio e colle braccia cancellate inchinarsi.
Addivenne che la notte, nella quale si dovea partire e uscire dell'Ordine,
convenne ch' e' passasse dinanzi all'altare del convento; e passandovi
secondo l'usanza s'inginocchiò e fece riverenza. E subitamente
fu ratto in ispirito, e fugli mostrata da Dio maravigliosa visione; imperò
che vide dinanzi a sé quasi moltitudine infinita di santi a modo
di processione a due a due, vestiti di bellissimi e preziosi vestimenti
di drappi, e la faccia loro e le mani risplendeano come il sole, e andavano
con canti e con suoni d'agnoli; fra' quali santi erano due più
nobilemente vestiti e adorni che tutti gli altri, ed erano attorniati
di tanta chiarezza, che grandissimo stupore davano a chi li riguardava;
e quasi nel fine della processione, vide uno adornato di tanta gloria,
che parea cavaliere novello, più onorato che gli altri. Vedendo
questo giovane la detta visione, si maravigliava e non sapea che quella
processione si volesse dire, e non era ardito di domandarne e istava stupefatto
per dolcezza. Essendo nientedimento passata tutta la processione, costui
pure prende ardire e corre dritto agli ultimi e con grande timore li domanda
dicendo: "O carissimi, io vi priego che vi piaccia di dirmi chi sono
quelli così maravigliosi, i quali sono in questa processione così
venerabile". Rispondono costoro: "Sappi, figliuolo, che noi
siamo tutti frati Minori, li quali veniamo ora della gloria di paradiso".
E così costui domanda: "Chi sono quelli due che risplendono
più che gli altri?". Rispondono costoro: "Questi sono
santo Francesco e santo Antonio, e quello ultimo che tu vedesti così
onorato, è uno santo frate che morì nuovamente; il quale
però che valentemente conbattette contro alle tentazioni e perseverò
insino alla fine, noi il meniamo con trionfo alla gloria di paradiso.
E questi vestimenti di drappi così belli che noi portiamo, ci sono
dati da Dio in iscambio delle aspre toniche le quali noi pazientemente
portavamo nella religione, e la gloriosa chiarità che tu vedi in
noi, ci è data da Dio per la umiltà e pazienza e per la
santa povertà e obbedienza e castità, le quali noi servammo
insino alla fine. E però, figliuolo, non ti sia duro portare il
sacco della religione così fruttuoso, però che se col sacco
di santo Francesco per lo amore di Cristo tu disprezzerai il mondo e mortificherai
la carne e contro al demonio combatterai valentemente, tu avrai insieme
con noi simile vestimento e chiarità di gloria". E dette queste
parole, il giovane tornò in se medesimo, e confortato della visione,
cacciò da sé ogni tentazione. Riconobbe la colpa sua dinanzi
al guardiano e alli frati; e da indi innanzi desiderò l'asprezza
della penitenza e de' vestimenti, e finì la vita sua nell'Ordine
in grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 21
Del santissimo miracolo che fece santo Francesco, quando convertì il ferocissirno lupo d'Agobbio.
Al tempo che santo Francesco dimorava nella città
di Agobbio, nel contado di Agobbio apparì un lupo grandissimo,
terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali ma eziandio
gli uomini; in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però
che spesse volte s'appressava alla città; e tutti andavano armati
quando uscivano della città, come s'eglino andassono a combattere;
e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si
scontrava solo. E per paura di questo lupo e' vennono a tanto, che nessuno
era ardito d'uscire fuori della terra.
Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della
terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini
al tutto non gliel consigliavano; e facendosi il segno della santissima
croce, uscì fuori della terra egli co' suoi compagni, tutta la
sua confidanza ponendo in Dio. E dubitando gli altri di andare più
oltre, santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il lupo.
Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano venuti a vedere cotesto
miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca
aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il segno della
croce, e chiamollo a sé e disse così: "Vieni qui, frate
lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né
a me né a persona". Mirabile cosa a dire! Immantanente che
santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca
e ristette di correre; e fatto il comandamento, venne mansuetamente come
agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco
gli parlò così:
"Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e hai fatti grandi
malifici, guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza;
e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d'uccidere
uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se' degno delle
forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te,
e tutta questa terra t'è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far
la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più,
ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li omini né
li canti ti perseguitino più". E dette queste parole, il lupo
con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava
d'accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare.
Allora santo Francesco disse: "Frate lupo, poiché ti piace
di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch'io ti farò dare
le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra,
sicché tu non patirai più fame; imperò che io so
bene che per la fame tu hai fatto ogni male. Ma poich'io t'accatto questa
grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non nocerai
a nessuna persona umana né ad animale; promettimi tu questo?".
E il lupo, con inchinate di capo, fece evidente segnale che 'l prometteva.
E santo Francesco sì dice: "Frate lupo, io voglio che tu mi
facci fede di questa promessa, acciò ch'io me ne possa bene fidare".
E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo
levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose
sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch'egli potea
di fede.
E allora disse santo Francesco: "Frate lupo, io ti comando nel nome
di Gesù Cristo, che tu venga ora meco sanza dubitare di nulla,
e andiamo a fermare questa pace al nome di Dio". E il lupo ubbidiente
se ne va con lui a modo d'uno agnello mansueto; di che li cittadini, vedendo
questo, fortemente si maravigliavano. E subitamente questa novità
si seppe per tutta la città; di che ogni gente, maschi e femmine,
grandi e piccoli, giovani e vecchi, traggono alla piazza a vedere il lupo
con santo Francesco. Ed essendo ivi bene raunato tutto 'l popolo, levasi
su santo Francesco e predica loro, dicendo, tra l'altre cose, come per
li peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze, e troppo è
più pericolosa la fiamma dello inferno la quale ci ha a durare
eternalemente alli dannati, che non è la rabbia dello lupo, il
quale non può uccidere se non il corpo: "quanto è dunque
da temere la bocca dello inferno, quando tanta moltitudine tiene in paura
e in tremore la bocca d'un piccolo animale. Tornate dunque, carissimi,
a Dio e fate degna penitenza de' vostri peccati, e Iddio vi libererà
del lupo nel presente e nel futuro dal fuoco infernale". E fatta
la predica, disse santo Francesco: "Udite, fratelli miei: frate lupo,
che è qui dinanzi da voi, sì m'ha promesso, e fattomene
fede, di far pace con voi e di non offendervi mai in cosa nessuna, e voi
gli promettete di dargli ogni dì le cose necessarie; ed io v'entro
mallevadore per lui che 'l patto della pace egli osserverà fermamente".
Allora tutto il popolo a una voce promise di nutricarlo continuamente.
E santo Francesco, dinanzi a tutti, disse al lupo: "E tu, frate lupo,
prometti d'osservare a costoro il patto della pace, che tu non offenda
né gli uomini, né gli animali né nessuna creatura?".
E il lupo inginocchiasi e inchina il capo e con atti mansueti di corpo
e di coda e d'orecchi dimostrava, quanto è possibile, di volere
servare loro ogni patto. Dice santo Francesco: "Frate lupo, io voglio
che come tu mi desti fede di questa promessa fuori della porta, così
dinanzi a tutto il popolo mi dia fede della tua promessa, che tu non mi
ingannerai della mia promessa e malleveria ch'io ho fatta per te".
Allora il lupo levando il piè ritto, sì 'l puose in mano
di santo Francesco. Onde tra questo atto e gli altri detti di sopra fu
tanta allegrezza e ammirazione in tutto il popolo, sì per la divozione
del Santo e sì per la novità del miracolo e sì per
la pace del lupo, che tutti incominciarono a gridare al cielo, laudando
e benedicendo Iddio, il quale si avea loro mandato santo Francesco, che
per li suoi meriti gli avea liberati dalla bocca della crudele bestia.
E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio, ed entravasi dimesticamente
per le case a uscio a uscio, sanza fare male a persona e sanza esserne
fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalla gente, e andandosi così
per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli abbaiava drieto.
Finalmente dopo due anni frate lupo sì si morì di vecchiaia,
di che li cittadini molto si dolsono, imperò che veggendolo andare
così mansueto per la città, si raccordavano meglio della
virtù e santità di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 22
Come santo Francesco dimesticò le tortole salvatiche.
Un giovane aveva preso un dì molte tortole, e
portavale a vendere. Iscontrandosi in lui santo Francesco, il quale sempre
avea singulare pietà agli animali mansueti, riguardando quelle
tortole con l'occhio pietoso, disse al giovane: "O buono giovane,
io ti priego che tu me le dia, e che uccelli così innocenti le
quali nella Scrittura sono assomigliate all'anime caste e umili e fedeli,
non vengano alle mani de' crudeli che gli uccidano". Di subito colui,
ispirato da Dio, tutte le diede a santo Francesco: ed egli ricevendole
in grembo, cominciò a parlare loro dolcemente: "O sirocchie
mie, tortole semplici, innocenti, caste, perché vi lasciate voi
pigliare? Or ecco io vi voglio scampare da morte e farvi i nidi, acciò
che voi facciate frutto e multiplichiate secondo i comandamenti del nostro
Creatore".
E va santo Francesco e a tutte fece nido. Ed ellenò, usandosi cominciarono
a fare uova e figliare dinanzi alli frati, e così dimesticamente
si stavano e usavano con santo Francesco e con gli altri frati, come se
fussono state galline sempre nutricate da loro. E mai non si partirono,
insino che santo Francesco con la sua benedizione diede loro licenza di
partirsi.
E al giovane, che gliele aveva date, disse santo Francesco: "Figliuolo,
tu sarai ancora frate in questo Ordine e servirai graziosamente a Gesù
Cristo". E così fu, imperò che 'l detto giovane si
fece frate e vivette nel detto Ordine con grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 23
Come santo Francesco liberò un frate ch'era in peccato col demonio.
Stando santo Francesco una volta in orazione nel luogo
della Porziuncola, vide per divina revelazione tutto il luogo attorniato
e assediato dalli demoni a modo che di grande esercito; ma nessuno di
loro potea entrare dentro nel luogo, imperò che questi frati erano
di tanta santità, che li demonii non aveano a cui entrare dentro.
Ma perseverando così, un dì uno di que' frati si scandalezzò
con un altro e pensava nel cuor suo come lo potesse accusare e vendicarsi
di lui. Per la qual cosa, istando costui in questo mal pensiero, il demonio,
avendo l'entrata aperta, entrò nel luogo, e ponsi in sul collo
di quello frate. Veggendo ciò lo pietoso e sollecito pastore, lo
quale vegghiava sempre sopra le sue greggie, che il lupo si era entrato
a divorare la pecorella sua, fece subitamente chiamare a sé quel
frate, e comandogli che di presente e' dovesse iscoprire lo veleno dell'odio
conceputo contro al prossimo, per lo quale egli era nelle mani del nimico.
Di che colui impaurito, che si vedea compreso dal padre santo, sì
scoperse ogni veleno e rancore, e riconobbe la colpa sua, e domandonne
umilmente la penitenza con misericordia. E fatto ciò, assoluto
che fu dal peccato e ricevuto la penitenza, subito dinanzi a santo Francesco
il demonio si partì; e 'l frate così liberato delle mani
della bestia crudele, per la bontà del buono pastore, sì
ringraziò Iddio, e ritornando corretto e ammaestrato alla gregge
del santo pastore, esso vivette poi in grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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