Cap. 42 - 47
Capitolo 42
Di belli miracoli che fece Iddio per li santi frati frate Bentivoglia, frate Pietro da Monticello, frate Currado da Offida e come frate Bentivoglia portò un lebbroso quindici miglia in pochissimo tempo, e all'altro parlò santo Michele, e all'altro venne la Vergine Maria e puosegli il figliuolo in braccio.
La provincia della Marca d'Ancona fu anticamente,
a modo che 'l cielo di stelle, adornata di santi ed esemplari frati,
li quali, a modo che luminari di cielo, hanno alluminato e adornato
l'Ordine di santo Francesco e il mondo con esempi e con dottrina.
Tra gli altri furono in prima frate Lucido Antico, lo quale fu veramente
lucente per santità e ardente per carità divina; la
cui gloriosa lingua, informata dallo Spirito Santo, facea maravigliosi
frutti in predicazione.
Un altro fu frate Bentivoglia da Santo Severino, il quale fu veduto
da frate Masseo da San Severino essere levato in aria per grande spazio
istando egli in orazione nella selva; per lo quale miracolo il devoto
frate Masseo, essendo allora piovano, lasciato il piovanato, fecesi
frate Minore; e fu di tanta santità, che fece molti miracoli
in vita e in morte, ed è riposto il corpo suo a Murro. Il sopraddetto
frate Bentivoglia, dimorando una volta a Trave Bonanti solo, a guardare
e a servire a uno lebbroso, essendogli in comandamento del Prelato
di partirsi indi e andare a un altro luogo, lo quale era di lungi
quindici miglia, non volendo abbandonare quello lebbroso, con grande
fervore di carità sì lo prese e puoselosi in sulla ispalla
e portollo dall'aurora insino al levare del sole tutta quella via
delle quindici miglia infino al detto luogo, dov'egli era mandato,
che si chiamava Monte Sancino. Il quale viaggio, se fusse istato aquila,
non avrebbe potuto in così poco tempo volare: e di questo divino
miracolo fu grande istupore e ammirazione in tutto quello paese.
Un altro fu frate Pietro da Monticello, il quale fu veduto da frate
Servodio da Urbino (allora essendo guardiano nel luogo vecchio d'Ancona)
levato da terra corporalmente cinque ovvero sei braccia insino appiè
dello Crocifisso della chiesa, dinanzi al quale stava in orazione.
E questo frate Pietro, digiunando una volta la quaresima di santo
Michele Arcagnolo con grande divozione, e l'ultimo dì di quella
quaresima istandosi in chiesa in orazione, fu udito da un frate giovane,
il quale istudiosamente stava nascosto sotto l'altare maggiore per
vedere qualche atto della sua santità, e udito parlare con
santo Michele Arcagnolo, e le parole che diceano erano queste. Dicea
santo Michele: "Frate Pietro, tu ti se' affaticato fedelemente
per me, e in molti modi hai afflitto il tuo corpo; ecco io sono venuto
a consolarti acciò che tu domandi qualunque grazia tu vuogli,
e io te la voglio impetrare da Dio". Rispondea frate Pietro:
"Santissimo Prencipe della milizia celestiale e fedelissimo zelatore
dello amore divino e pietoso protettore delle anime, io t'addomando
questa grazia, che tu mi impetri da Dio la perdonanza delle miei peccati".
Rispuose santo Michele: "Chiedi altra grazia, ché questa
t'accatterò io agevolissimamente". E frate Pietro non
domandando nessuna altra cosa, l'Arcagnolo conchiuse: "Io, per
la fede e divozione la quale tu hai in me, ti procaccio cotesta grazia
che tu addimandi e molte altre". E compiuto il loro parlare,
il quale durò per grande spazio, l'Arcagnolo santo Michele
si partì, lasciandolo sommamente consolato.
Al tempo di questo santo frate Pietro, fu il santo frate Currado da
Offida, il quale essendo insieme di famiglia nel luogo di Forano della
custodia d'Ancona, il detto frate Currado se ne andò un dì
nella selva a contemplare di Dio, e frate Pietro segretamente andò
dirietro a lui per vedere ciò che gli addivenisse. E frate
Currado cominciò a stare in orazione e pregare divotissimamente
la Vergine Maria con grande pietà ch'ella gli accattasse questa
grazia dal suo benedetto Figliuolo, ch'egli sentisse un poco di quella
dolcezza la quale sentì santo Simeone il dì della Purificazione
quand'egli portò in braccio Gesù Salvatore benedetto.
E fatta questa orazione, la misericordiosa Vergine Maria lo esaudì:
eccoti ch'apparve la Reina del cielo col suo Figliuolo benedetto in
braccio, con grandissima chiarità di lume; e appressandosi
a frate Currado, sì gli puose in braccio quello benedetto Figliuolo,
il quale egli ricevendo, divotissimamente abbracciandolo e baciandolo
e strignendolosi al petto, tutto si struggeva e risolveva in amore
divino e inesplicabile consolazione. E frate Pietro simigliantemente,
il quale di nascosto vedea ogni cosa, sentì nell'anima sua
una grandissima dolcezza e consolazione. E partendo la Vergine Maria
da frate Currado, frate Pietro in fretta sì ritornò
al luogo, per non essere veduto da lui; ma poiché quando frate
Currado tornava tutto allegro e giocondo, gli disse frate Pietro:
"O cielico, grande consolazione hai avuta oggi"; dicea frate
Currado: "Che è quello che tu dici, frate Pietro, e che
sai tu quello che io m'abbia avuto?". "Ben so io, ben so,
dicea frate Pietro, come la Vergine Maria col suo benedetto figliuolo
t'ha visitato". Allora frate Currado, il quale come veramente
umile desiderava d'essere segreto nelle grazie di Dio, sì lo
pregò che non lo dicesse a persona. E fu sì grande l'amore
d'allora innanzi tra loro due, che un cuore e una anima parea che
fusse infra loro in ogni cosa.
E 'l detto frate Currado una volta, nello luogo di Siruolo, con le
sue orazioni liberò una femmina indemoniata orando per lei
tutta la notte e apparendo alla madre sua; e la mattina si fuggì
per non essere trovato e onorato dal popolo.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 43
Come frate Currado da Offida convertì un frate giovane, molestando egli gli altri frati. E come il detto frate giovane morendo, egli apparve al detto frate Currado, pregandolo che orasse per lui. E come lo liberò per la sua orazione delle pene grandissime del purgatorio.
Il detto frate Currado da Offida, mirabile zelatore
della evangelica povertà e della regola di santo Francesco,
fu di sì religiosa vita e di sì grande merito appo Iddio,
che Cristo benedetto l'onorò, nella vita e nella morte, di
molti miracoli.
Tra' quali una volta, essendo venuto al luogo d'Offida forestiere,
li frati il pregarono per l'amore di Dio e della carità, ch'egli
ammonisse uno frate giovane che era in quello luogo, lo quale si portava
sì fanciullescamente e disordinatamente e dissolutamente, che
li vecchi e li giovani di quella famiglia turbava dello ufficio divino,
e delle altre regolari osservanze o niente o poco si curava. Di che
frate Currado per compassione di quello giovane e per li prieghi de'
frati, chiamò un dì a sparte il detto giovane e in fervore
di carità gli disse sì efficaci e divote parole d'ammaestramento
che con la operazione della divina grazia colui subitamente diventò,
di fanciullo, vecchio di costumi e sì obbediente e benigno
e sollecito e divoto, e appresso sì pacifico e servente e a
ogni cosa virtuosa sì studioso, che come prima tutta la famiglia
era turbata per lui, così per lui tutti n'erano contenti e
consolati e fortemente l'amavano.
Addivenne, come piacque a Dio, che pochi dì poi dopo questa
sua conversione, il detto giovane si morì, di che li detti
frati si dolsono; e pochi dì poi dopo la sua morte, l'anima
sua apparve a frate Currado, istandosi egli divotamente in orazione
dinanzi allo altare del detto convento, e sì lo saluta divotamente
come padre; e frate Currado il dimanda: "Chi se' tu?". Risponde:
"Io sono l'anima di quel frate giovane che morì in questi
dì". E frate Currado: "O figliuolo mio carissimo,
che è di te?". Risponde: "Padre carissimo, per la
grazia di Dio e per la vostra dottrina, ènne bene, però
ch'io non sono dannato, ma per certi miei peccati, li quali io non
ebbi tempo di purgare sofficientemente, sostegno grandissime pene
di purgatorio; ma io priego te, padre, che, come per la tua pietà
mi soccorresti, quand'io ero vivo, così ora ti piaccia di soccorrermi
nelle mie pene, dicendo per me alcuno paternostro, ché la tua
orazione è molto accettevole nel cospetto di Dio". Allora
frate Currado, consentendo benignamente alle sue preghiere e dicendo
una volta il paternostro con requiem aeternam, disse quella anima:
"O padre carissimo, quanto bene e quanto refrigerio io sento!
Ora io ti priego, che tu lo dica un'altra volta". E frate Currado
il dice un'altra volta; e detto che l'ebbe, dice l'anima: "Santo
padre, quando tu ori per me, tutto mi sento alleviare; onde io ti
priego che tu non resti di orare per me". Allora frate Currado,
veggendo che quella anima era così aiutata con le sue orazioni,
sì disse per lui cento paternostri; e compiuti che gli ebbe,
disse quell'anima: "Io ti ringrazio, padre carissimo, dalla parte
di Dio della carità che hai avuto verso di me, imperò
che per la tua orazione io sono liberato da tutte le pene e sì
me ne vo al regno celestiale". E detto questo, si partì
quella anima. Allora frate Currado, per dare allegrezza e conforto
alli frati, loro recitò per ordine tutta questa visione.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 44
Come a frate Currado apparve la madre di Cristo e santo Giovanni Vangelista e santo Francesco; e dissegli quale di loro portò più dolore della passione di Cristo.
Al tempo che dimoravano insieme nella custodia d'Ancona,
nel luogo di Forano, frate Currado e frate Pietro sopraddetti (li
quali erano due stelle lucenti nella provincia della Marca e due uomini
celestiali); imperciò che tra loro era tanto amore e tanta
carità che uno medesimo cuore e una medesima anima parea in
loro due, e' si legarono insieme a questo patto, che ogni consolazione,
la quale la misericordia di Dio facesse loro, eglino se la dovessino
insieme rivelare l'uno all'altro in carità.
Fermato insieme questo patto, addivenne che un dì istando frate
Pietro in orazione e pensando divotissimamente la passione di Cristo;
e come la Madre di Cristo beatissima e Giovanni Evangelista dilettissimo
discepolo e santo Francesco erano dipinti appiè della croce,
per dolore mentale crocifissi con Cristo, gli venne desiderio di sapere
quale di quelli tre avea avuto maggior dolore della passione di Cristo,
o la Madre la quale l'avea generato, o il discepolo il quale gli avea
dormito sopra il petto o santo Francesco il quale era con Cristo crocifisso.
E stando in questo divoto pensiero, gli apparve la vergine Maria con
santo Giovanni Vangelista e con santo Francesco, vestiti di nobilissimi
vestimenti di Gloria beata: ma già santo Francesco parea vestito
di più bella vista che santo Giovanni. E istando frate Pietro
tutto ispaventato di questa visione, santo Giovanni il confortò
e dissegli: "Non temere, carissimo frate, imperò che noi
siamo venuti a consolarti e a dichiararti del tuo dubbio. Sappi adunque
che la Madre di Cristo ed io sopra ogni creatura ci dolemmo della
passione di Cristo; ma dopo noi santo Francesco n'ebbe maggiore dolore
che nessuno altro; e però tu lo vedi in tanta gloria".
E frate Pietro il domanda: "Santissimo Apostolo di Cristo, perché
pare il vestimento di santo Francesco più bello che'l tuo?".
Risponde santo Giovanni: "La cagione si è questa: imperò
che, quando egli era nel mondo, egli portò indosso più
vili vestimenti che io". E dette queste parole, santo Giovanni
diede a frate Pietro uno vestimento glorioso il quale egli portava
in mano e dissegli: "Prendi questo vestimento, il quale io sì
ho arrecato per darloti". E volendo santo Giovanni vestirlo di
quello vestimento, e frate Pietro cadde in terra istupefatto e cominciò
a gridare: "Frate Currado, frate Currado carissimo, soccorrimi
tosto, vieni a vedere cose maravigliose!". E in queste parole,
questa santa visione sparve. Poi venendo frate Currado, sì
gli disse ogni cosa per ordine, e ringraziarono Iddio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 45
Della conversione e vita e miracoli e morte del santo frate Giovanni della Penna.
Frate Giovanni dalla Penna essendo fanciullo e scolare
nella provincia della Marca, una notte gli apparve uno fanciullo bellissimo
e chiamollo dicendo: "Giovanni, va' a santo Stefano dove predica
uno de' miei frati, alla cui dottrina credi e alle sue parole attendi,
imperò che io ve l'ho mandato; e fatto ciò, tu hai a
fare uno grande viaggio e poi verrai a me". Di che costui immantenente
si levò su e sentì grande mutazione nell'anima sua.
E andando a santo Stefano, e' trovovvi una grande moltitudine di uomini
e di donne che vi stavano per udire la predica. E colui che vi dovea
predicare era un frate ch'avea nome frate Filippo, il quale era uno
delli primi frati ch'era venuto nella Marca d'Ancona; e ancora pochi
luoghi erano presi nella Marca. Monta su questo frate Filippo a predicare,
e predica divotissimamente non parole di sapienza umana, ma in virtù
di spirito santo di Cristo, annunziando il reame di vita eterna. E
finita la predica, il detto fanciullo se ne andò al detto frate
Filippo, e dissegli: "Padre, se vi piacesse di ricevermi all'Ordine,
io volentieri farei penitenza e servirei al nostro Signore Gesù
Cristo". Veggendo frate Filippo e conoscendo nel detto fanciullo
una maravigliosa innocenza e pronta volontà a servire a Dio,
sì gli disse: "Verrai a me cotale dì a Ricanati,
e io ti farò ricevere". Nel quale luogo si dovea fare
Capitolo provinciale. Di che il fanciullo, il quale era purissimo,
si pensò che questo fusse il grande viaggio che dovea fare,
secondo la rivelazione ch'egli avea avuto, e poi andarsene a paradiso;
così credea fare, immantanente che fusse ricevuto all'Ordine.
Andò dunque e fu ricevuto, e veggendo che li suoi pensieri
non si adempievano allora, dicendo il ministro in Capitolo che chiunque
volesse andare nella provincia di Provenza, per lo merito della santa
obbidienza, egli gli darebbe la licenza; vennegli grande desiderio
di andarvi, pensando nel cuore suo che quello fusse il grande viaggio
che dovea fare inanzi ch'egli andasse a paradiso. Ma vergognandosi
di dirlo, finalmente confidandosi di frate Filippo predetto, il quale
l'avea fatto ricevere all'Ordine, sì lo pregò caramente
che gli accattasse quella grazia d'andare nella provincia di Provenza.
Allora frate Filippo veggendo la sua purità e la sua santa
intenzione, sì gli accattò quella licenza onde frate
Giovanni con grande letizia si mosse a andare, avendo questa opinione
per certo che, compiuta quella via, se ne andrebbe in paradiso. Ma
come piacque a Dio, egli stette nella detta provincia venticinque
anni in questa espettazione e disiderio, vivendo in grandissima onestà
e santità ed esemplarità, crescendo sempre in virtù
e grazia di Dio e del popolo, ed era sommamente amato da' frati e
da' secolari.
Istandosi un dì frate Giovanni divotamente in orazione e piangendo
e lamentandosi, perché il suo desiderio non si adempieva e
che 'l suo pellegrinaggio di cotesta vita troppo si prolungava: gli
apparve Cristo benedetto, al cui aspetto l'anima sua fu tutta liquefatta,
e dissegli Cristo: "Figliuolo frate Giovanni, addomandami ciò
che tu vuogli". Ed egli risponde: "Signore mio, io non so
che mi ti addimandare altro che te, però ch'io non disidero
nessuna altra cosa, ma di questo solo ti priego, che tu mi perdoni
tutti li miei peccati e diami grazia che' io ti veggia un'altra volta
quando n'arò maggiore bisogno". Disse Cristo: "Esaudita
è la tua orazione". E detto cotesto si partì, e
frate Giovanni rimase tutto consolato.
Alla perfine, udendo li frati della Marca la fama di sua santità,
feciono tanto col Generale, che gli mandò la obbedienza di
tornare nella Marca, la quale obbedienza ricevendo egli lietamente,
sì si mise in cammino, pensando che, compiuta quella via, se
ne dovesse andare in cielo, secondo la promessa di Cristo. Ma tornato
ch'egli fu alla provincia della Marca, vivette in essa trenta anni,
e non era riconosciuto da nessuno suo parente, ed ogni dì aspettava
la misericordia di Dio, ch'egli gli adempiesse la promessa. E in questo
tempo fece più volte l'ufficio della guardiania con grande
discrezione, e Iddio per lui adoperò molti miracoli.
E tra gli altri doni, ch'egli ebbe da Dio, ebbe spirito di profezia;
onde una volta, andando egli fuori del luogo, uno suo novizio fu combattuto
dal demonio e sì forte tentato, che egli acconsentendo alla
tentazione, diliberò in se medesimo d'uscire dell'Ordine, sì
tosto come frate Giovanni fusse tornato di fuori: la quale tentazione
e deliberazione conoscendo frate Giovanni per ispirito di profezia,
immantanente ritorna a casa e chiama a sé il detto novizio,
e dice che vuole che si confessi. Ma in prima ch'egli si confessi,
sì gli recitò per ordine tutta la sua tentazione, secondo
che Iddio gli aveva rivelato, e conchiuse: "Figliuolo, imperò
che tu m'aspettasti e non ti volesti partire sanza la mia benedizione,
Iddio t'ha fatta questa grazia, che giammai di questo Ordine tu non
uscirai, ma morrai nell'Ordine, colla divina grazia". Allora
il detto novizio fu confermato in buona volontà e rimanendo
nell'Ordine diventò uno santo frate. E tutte queste cose recitò
a me frate Ugolino.
Il detto frate Giovanni, il quale era uomo con animo allegro e riposato
e rade volte parlava, ed era uomo di grande orazione e divozione e
spezialmente dopo il mattutino mai non tornava alla cella, ma istava
in chiesa per insino a dì in orazione; stando egli una notte
dopo il mattutino in orazione, sì gli apparve l'Agnolo di Dio
e dissegli: "Frate Giovanni, egli è compiuta la via tua,
la quale tu hai tanto tempo aspettata; e però io t'annunzio
dalla parte di Dio che tu addimandi qual grazia tu vuogli. Ed anche
t'annunzio che tu elegga quale tu vuogli, o uno dì in purgatorio,
o vuogli sette dì di pene in questo mondo". Ed eleggendo
piuttosto frate Giovanni li sette dì di pene di questo mondo,
subitamente egli infermò di diverse infermità; ché
gli prese la febbre forte, e le gotte nelle mani e nelli piedi, e
'l mal del fianco e molti altri mali: ma quello che peggio gli facea
si era ch'uno demonio gli stava dinanzi e tenea in mano una grande
carta iscritta di tutti li peccati ch'egli avea mai fatti o pensati
e diceagli: "Per questi peccati che tu hai fatti col pensiero
e con la lingua e con le operazioni, tu se' dannato nel profondo dello
inferno". Ed egli non si ricordava di nessuno bene ch'egli avesse
mai fatto, né che fusse nell'Ordine, né che mai vi fosse
stato, ma così si pensava d'essere dannato, come il demonio
gli dicea. Onde quando egli era domandato com'egli stesse, rispondea:
"Male, però che io sono dannato". Veggendo questo
i frati, sì mandarono per uno frate antico ch'avea nome frate
Matteo da Monte Robbiano, il quale era uno santo uomo e molto amico
di questo frate Giovanni. E giunto il detto frate Matteo a costui
il settimo dì della sua tribulazione, salutollo o domandollo
com'egli stava. Rispuose, ched egli stava male, perch'egli era dannato.
Allora disse frate Matteo: "Non ti ricordi tu, che tu ti se'
molte volte confessato da me, ed io t'ho interamente assolto di tutti
i tuoi peccati? Non ti ricordi tu ancora che tu hai servito sempre
a Dio in questo santo Ordine molti anni? Appresso, non ti ricordi
tu che la misericordia di Dio eccede tutti i peccati del mondo, e
che Cristo benedetto nostro Salvatore pagò, per noi ricomperare
infinito prezzo? E però abbi buona isperanza, ché per
certo tu se' salvo". E in questo dire, imperò ch'egli
era compiuto il termine della sua purgazione, si partì la tentazione
e venne la consolazione.
E con grande letizia disse frate Giovanni a frate Matteo: "Imperò
che tu se' affaticato e l'ora è tarda, io ti priego che tu
vada a posarti". E frate Matteo non lo volea lasciare; ma pure
finalmente, a grande sua istanza, si partì da lui ed andossi
a posare. E frate Giovanni rimase solo col frate che 'l serviva. Ed
ecco Cristo benedetto viene con grandissimo splendore e con eccessiva
soavità d'odore, secondo ch'egli gli avea promesso d'apparirgli
un'altra volta, cioè quando n'avesse maggior bisogno, e sì
lo sanò perfettamente da ogni sua infermità. Allora
frate Giovanni con le mani giunte, ringraziando Iddio, che con ottimo
fine avea terminato il suo grande viaggio della presente misera vita,
e nelle mani di Cristo raccomandò e rendette l'anima sua a
Dio, passando di questa vita mortale a vita eterna con Cristo benedetto,
il quale egli con sì lungo tempo avea disiderato e aspettato
di vedere. Ed è riposto il detto frate Giovanni nel luogo della
Penna di Santo Giovanni.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 46
Come frate Pacifico, istando in orazione, vide l'ariima di frate Umile suo fratello andare in cielo.
Nella detta provincia della Marca, dopo la morte
di santo Francesco, furono due fratelli nell'Ordine; l'uno ebbe nome
frate Umile e l'altro ebbe nome frate Pacifico; li quali furono uomini
di grandissima santità e perfezione: e l'uno, cioè frate
Umile, stava in nel luogo di Soffiano ed ivi si morì, e l'altro
istava di famiglia in uno altro luogo assai lungi da lui. Come piacque
a Dio, un dì frate Pacifico, istando in orazione in luogo solitario,
fu ratto in estasi e vide l'anima del suo fratello Umile andare in
cielo diritta, sanza altra ritenzione o impedimento; la quale allora
si partia del corpo.
Avvenne che poi, dopo molti anni questo frate Pacifico che rimase,
fu posto di famiglia nel detto luogo di Soffiano, dove il suo fratello
era morto. In questo tempo li frati, a petizione de' signori di Bruforte,
mutarono il detto luogo in un altro; di che, tra l'altre cose, eglino
traslatarono le reliquie de' santi frati ch'erano morti in quello
luogo. E venendo dalla sepoltura di frate Umile, il suo fratello frate
Pacifico sì prese l'ossa sue e sì le lavò con
buono vino e poi le rinvolse in una tovaglia bianca e con grande reverenza
e divozione le baciava e piagneva; di che gli altri frati si maravigliavano
e non aveano di lui buono esempio, imperò che essendo egli
uomo di grande santità, parea che per amore sensuale e secolare
egli piagnesse il suo fratello, e che più divozione egli mostrasse
alle sue reliquie che a quelle degli altri frati ch'erano stati non
di minore santità che frate Umile, ed erano degne di reverenza
quanto le sue.
E conoscendo frate Pacifico la sinistra immaginazione de' frati soddisfece
loro umilmente e disse: "Frati miei carissimi, non vi maravigliate
se alle ossa del mio fratello io ho fatto quello che non ho fatto
alle altre; imperò che, benedetto sia Iddio, e' non mi ha tratto,
come voi credete, amore carnale; ma ho fatto così, però
che quando il mio fratello passò di questa vita, orando io
in luogo diserto e remoto da lui, vidi l'anima sua per diritta via
salire in cielo; e però io son certo che le sue ossa sono sante
e debbono essere in paradiso. E se Iddio m'avesse conceduta tanta
certezza degli altri frati, quella medesima reverenza avrei fatta
alle ossa loro". Per la quale cosa li frati, veggendo la sua
santa e divota intenzione, furono da lui bene edificati e laudarono
Iddio, il quale fa così maravigliose cose a' santi suoi frati.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 47
Di quello santo frate a cui la Madre di Cristo apparve, quando era infermo, ed arrecogli tre bossoli di lattovaro.
Nel soprannominato luogo di Soffiano fu anticamente
un frate Minore di sì grande santità e grazia, che tutto
parea divino e spesse volte era ratto in Dio. Istando alcuna volta
questo frate tutto assorto in Dio ed elevato, però ch'avea
notabilmente la grazia della contemplazione, veniano a lui uccelli
di diverse maniere e dimesticamente si posavano sopra le sue spalle
e sopra il capo e in sulle mani, e cantavano meravigliosamente. Era
costui molto solitario e rade volte parlava, ma quando era domandato
di cosa veruna, rispondea sì graziosamente e sì saviamente
che parea piuttosto agnolo che uomo, ed era di grandissima orazione
e contemplazione, e li frati l'aveano in grande reverenza.
Compiendo questo frate il corso della sua virtuosa vita, secondo la
divina disposizione infermò a morte, intanto che nessuna cosa
potea prendere, e con questo non volea ricevere medicina nessuna carnale,
ma tutta la sua confidenza era nel medico celestiale Gesù Cristo
benedetto e nella sua benedetta Madre; dalla quale egli meritò
per divina clemenza d'essere misericordiosamente visitato e medicato.
Onde standos'egli una volta in sul letto disponendosi alla morte con
tutto il cuore e con tutta la divozione, gli apparve la gloriosa vergine
Maria madre di Cristo, con grandissima moltitudine d'agnoli e di sante
vergini, con maraviglioso splendore, e appressossi al letto suo. Ond'egli
ragguardandola prese grandissimo conforto e allegrezza, quanto all'anima
e quanto al corpo, e cominciolla a pregare umilmente ched ella prieghi
il suo diletto Figliuolo che per li suoi meriti il tragga della prigione
della misera carne. E perseverando in questo priego con molte lagrime,
la vergine Maria gli rispuose chiamandolo per nome: "Non dubitare,
figliuolo, imperò ch'egli è esaudito il tuo priego,
e io sono venuta per confortarti un poco, innanzi che tu ti parta
di questa vita".
Erano allato alla vergine Maria tre sante vergini, le quali portavano
in mano tre bossoli di lattovaro di smisurato odore e suavità.
Allora la Vergine gloriosa prese e aperse uno di quelli bossoli, e
tutta la casa fu ripiena d'odore; e prendendo con uno cucchiaio di
quello lattovaro, il diede allo infermo, il quale sì tosto
come l'ebbe assaggiato, lo infermo sentì tanto conforto e tanta
dolcezza, che l'anima sua non parea che potesse stare nel corpo; ond'egli
incominciò a dire: "Non più, o santissima Madre
vergine benedetta, o medica benedetta e salvatrice della umana generazione;
non più, ch'io non posso sostenere tanta suavità".
Ma la pietosa e benigna Madre pure porgendo ispesso di quello lattovaro
allo infermo e facendogliene prendere, votò tutto il bossolo.
Poi, votato il primo bossolo, la Vergine beata prende il secondo e
mettevi dentro il cucchiaio per dargliene; di che costui dolcemente
si rammarica dicendo: "O beatissima Madre di Dio, o se l'anima
mia è quasi tutta liquefatta per l'odore e suavità del
primo lattovaro, come potrò io sostenere il secondo? Io ti
priego, benedetta sopra tutti li santi e sopra tutti gli agnoli, che
tu non me ne vogli più dare". Risponde la gloriosa donna:
"Assaggia, figliuolo, pure un poco di questo secondo bossolo".
E dandogliene un poco dissegli: "Oggimai, figliuolo, tu ne hai
tanto che ti può bastare. Confortati, figliuolo, che tosto
verrò per te e menerotti al reame del mio Figliuolo, il quale
tu hai sempre desiderato e cercato".
E detto questo, accomiatandosi da lui si partì, ed egli rimase
sì consolato e confortato per la dolcezza di questo confetto,
che per più dì sopravvivette sazio e forte senza cibo
nessuno corporale. E dopo alquanti dì, allegramente parlando
co' frati, con grande letizia e giubilo passò di questa misera
vita.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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SACRE STIMMATE DI SAN FRANCESCO Della prima considerazione delle sacre sante IstimateQuanto all…