Cap. 24 - 29
Capitolo 24
Come santo Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia e la meretrice che lo richiese di peccato.
Santo Francesco, istigato dallo zelo della fede di
Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltremare
con dodici suoi compagni santissimi, ritti per andare al Soldano di
Babilonia. E giugnendo in alcuna contrada di Saracini, ove si guardavano
i passi da certi sì crudeli uomini, che nessuno de' cristiani,
che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque
a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati
dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato
dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede
di Cristo, che eziandio per essa fede egli voleano entrare nel fuoco.
Di che il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui,
sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio
del mondo che vedea in lui, imperò che nessuno dono volea da
lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo fervore
del martirio, il quale in lui vedeva. Da quel punto innanzi il Soldano
l'udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo
liberamente a lui e a' compagni ch'eglino potessono predicare dovunque
e' piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non
potessono essere offesi da persona.
Avuta adunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò
quelli suoi eletti compagni a due a due in diverse parti di Saracini
a predicare la fede di Cristo; ed egli con uno di loro elesse una
contrada, alla quale giugnendo entrò in uno albergo per posarsi.
Ed ivi si era una femmina bellissima del corpo ma sozza dell'anima,
la quale femmina maldetta richiese santo Francesco di peccato. E dicendole
santo Francesco: "Io accetto, andiamo a letto"; ed ella
lo menava in camera. E disse santo Francesco: "Vieni con meco,
io ti menerò a uno letto bellissimo". E menolla a uno
grandissimo fuoco che si facea in quella casa; e in fervore di spirito
si spoglia ignudo, e gittasi allato a questo fuoco in su lo spazzo
affocato, e invita costei che ella si spogli e vada a giacersi con
lui in quello letto ispiumacciato e bello. E istandosi così
santo Francesco per grande ispazio con allegro viso, e non ardendo
né punto abbronzando, quella femmina per tale miracolo ispaventata
e compunta nel cuor suo, non solamente sì si penté del
peccato e della mala intenzione, ma eziandio si convertì perfettamente
alla fede di Cristo, e diventò di tanta santità, che
per lei molte anime si salvarono in quelle contrade.
Alla perfine, veggendosi santo Francesco non potere fare più
frutto in quelle contrade, per divina revelazione sì dispuose
con tutti li suoi compagni di ritornare tra i fedeli; e raunatili
tutti insieme, ritornò al Soldano e prendette commiato da lui.
E allora gli disse il Soldano: "Frate Francesco, io volentieri
mi convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora: imperò
che, se costoro il sentissino, eglino ucciderebbono te e me con tutti
li tuoi compagni, e conciò sia cosa che tu possa ancora fare
molto bene, e io abbia a spacciare certe cose di molto grande peso,
non voglio ora inducere la morte tua e la mia; ma insegnami com'io
mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu m'imponi".
Disse allora santo Francesco: "Signore, io mi parto ora da voi,
ma poi ch'io sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per
la grazia di Dio, dopo la morte mia, secondo che piacerà a
Dio, ti manderò due de' miei frati da' quali tu riceverai il
santo battesimo di Cristo, e sarai salvo, siccome m'ha rivelato il
mio Signore Gesù Cristo. E tu in questo mezzo ti sciogli d'ogni
impaccio, acciò che quando verrà a te la grazia di Dio,
ti muovi apparecchiato a fede e divozione". E così promise
di fare e fece.
Fatto questo, santo Francesco torna con quello venerabile collegio
de' suoi compagni santi; e dopo alquanti anni santo Francesco per
morte corporale rendé l'anima a Dio. E 'l Soldano infermando
sì aspetta la promessa di santo Francesco, e fa istare guardie
a certi passi, e comanda che se due frati v'apparissono in abito di
santo Francesco, di subito fussino menati a lui. In quel tempo apparve
santo Francesco a due frati e comandò loro che sanza indugio
andassono al Soldano e procurino la sua salute, secondo che gli avea
promesso. Li quali frati subito si mossono, e passando il mare, dalle
dette guardie furono menati al Soldano. E, veggendoli, il Soldano
ebbe grandissima allegrezza e disse: "Ora so io veramente che
Iddio ha mandato a me li servi suoi per la mia salute, secondo la
promessa che mi fece santo Francesco per revelazione divina".
Ricevendo adunque informazione della fede di Cristo e 'l santo battesimo
dalli detti frati, così ringenerato in Cristo sì morì
in quella infermità, e fu salva l'anima sua per meriti e per
orazioni di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 25
Come santo Francesco miracolosamente sanò il lebbroso dell'anima e del corpo, e quel che l'anima gli disse andando in cielo.
Il vero discepolo di Cristo messer santo Francesco,
vivendo in questa miserabile vita, con tutto il suo isforzo s'ingegnava
di seguitare Cristo perfetto maestro: onde addivenia ispesse volte
per divina operazione, che a cui egli sanava il corpo, Iddio gli sanava
l'anima a una medesima ora, siccome si legge di Cristo. E però
ch'egli non solamente servia alli lebbrosi volentieri, ma oltre a
questo avea ordinato che li frati del suo Ordine, andando o stando
per lo mondo, servissono alli lebbrosi per lo amore di Cristo, il
quale volle per noi essere riputato lebbroso; addivenne una volta,
in uno luogo presso a quello dove dimorava allora santo Francesco,
li frati servivano in uno ispedale a' lebbrosi infermi: nel quale
era uno lebbroso sì impaziente e sì incomportabile e
protervo, ch'ogni uno credeva di certo e così era, che fusse
invasato del dimonio, imperò ch'egli isvillaneggiava di parole
e di battiture sì sconciamente chiunque lo serviva, e, ch'è
peggio, ch'egli vituperosamente bestemmiava Cristo benedetto e la
sua santissima madre Vergine Maria, che per nessuno modo si trovava
chi lo potesse o volesse servire. E avvegna che le ingiurie e villanie
proprie i frati studiassono di portare pazientemente per accrescere
il merito della pazienza; nientedimeno quelle di Cristo e della sua
Madre non potendo sostenere le coscienze loro, al tutto diterminarono
d'abbandonare il detto lebbroso: ma non lo vollono fare insino a tanto
ch'eglino il significarono ordinatamente a santo Francesco, il quale
dimorava allora in uno luogo quivi presso.
E significato che gliel'ebbono, e santo Francesco se ne viene a questo
lebbroso perverso; e giugnendo a lui, sì lo saluta dicendo:
"Iddio ti dia pace, fratello mio carissimo". Risponde il
lebbroso: "Che pace posso io avere da Dio, che m'ha tolto pace
e ogni bene, e hammi fatto tutto fracido e putente?". E santo
Francesco disse: "Figliuolo, abbi pazienza, imperò che
le infermità de' corpi ci sono date da Dio in questo mondo
per salute dell'anima, però ch'elle sono di grande merito,
quand'elle sono portate pazientemente". Risponde lo infermo:
"E come poss'io portare pazientemente la pena continova che m'affligge
il dì e la notte? E non solamente io sono afflitto dalla infermità
mia, ma peggio mi fanno i frati che tu mi desti perché mi servissono,
e non mi servono come debbono". Allora santo Francesco, conoscendo
per rivelazione che questo lebbroso era posseduto da maligno spirito,
andò e posesi in orazione e pregò Iddio divotamente
per lui.
E fatta l'orazione, ritorna a lui e dice così: "Figliuolo,
io ti voglio servire io, da poi che tu non ti contenti degli altri".
"Piacemi, dice lo 'nfermo: ma che mi potrai tu fare più
che gli altri?". Risponde santo Francesco: "Ciò che
tu vorrai, io farò". Dice il lebbroso: "Io voglio
che tu mi lavi tutto quanto, imperò ch'io puto sì fortemente,
ch'io medesimo non mi posso patire". Allora santo Francesco di
subito fece iscaldare dell'acqua con molte erbe odorifere, poi sì
spoglia costui e comincia a lavarlo colle sue mani, e un altro frate
metteva su l'acqua. E per divino miracolo, dove santo Francesco toccava
con le sue mani, si partiva la lebbra e rimaneva la carne perfettamente
sanata. E come s'incominciò la carne a sanicare, così
s'incominciò a sanicare l'anima: onde veggendosi il lebbroso
cominciare a guarire, cominciò ad avere grande compunzione
e pentimento de' suoi peccati, e cominciò a piagnere amarissimamente;
sicché mentre che 'l corpo si mondava di fuori della lebbra
per lo lavamento dell'acqua, l'anima si mondava dentro del peccato
per contrizione e per le lagrime.
Ed essendo compiutamente sanato quanto al corpo e quanto all'anima,
umilmente si rendette in colpa e dicea piagnendo ad alta voce: "Guai
a me, ch'io sono degno dello inferno per le villanie e ingiurie ch'io
ho fatte e dette a' frati, e per la impazienza e bestemmie ch'io ho
avute contro a Dio". Onde per quindici dì perseverò
in amaro pianto de' suoi peccati e in chiedere misericordia a Dio,
confessandosi al prete interamente. E santo Francesco veggendo così
espresso miracolo, il quale Iddio avea adoperato per le sue mani,
ringraziò Iddio e partissi indi, andando in paesi assai di
lunge; imperò che per umiltà volea fuggire ogni gloria
e in tutte le sue operazioni solo cercava l'onore e la gloria di Dio
e non la propria.
Poi com'a Dio piacque, il detto lebbroso sanato del corpo e dell'anima,
dopo quindici dì della sua penitenza, infermò d'altra
infermità: e armato delli Sacramenti ecclesiastici sì
si morì santamente. E la sua anima, andando in paradiso, apparve
in aria a santo Francesco che si stava in una selva in orazione, e
dissegli: "Riconoscimi tu?". "Qual se' tu?", disse
santo Francesco. "Io sono il lebbroso il quale Cristo benedetto
sanò per li tuoi meriti, e oggi me ne vo a vita eterna; di
che io rendo grazie a Dio e a te. Benedetta sia l'anima e 'l corpo
tuo, e benedette le tue sante parole e operazioni; imperò che
per te molte anime si salveranno nel mondo. E sappi che non è
dì nel mondo, nel quale li santi Agnoli e gli altri santi non
ringrazino Iddio de' santi frutti che tu e l'Ordine tuo fate in diverse
parti del mondo; e però confortati e ringrazia Iddio, e sta'
con la sua benedizione". E dette queste parole, se n'andò
in cielo; e santo Francesco rimase molto consolato.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 26
Come santo Francesco convertì tre ladroni micidiali, e fecionsi frati; e della nobilissima visione che vide l'uno di loro, il quale fu santissimo frate.
Santo Francesco andò una volta per lo diserto
del Borgo a Santo Sipolcro e passando per uno castello che si chiama
Monte Casale, venne a lui un giovane nobile e delicato e dissegli:
"Padre, io vorrei molto volentieri essere de' vostri frati".
Risponde santo Francesco: "Figliuolo tu se' giovane e delicato
e nobile; forse tu non potresti sostenere la povertà e l'asprezza
nostra". Ed egli disse: "Padre, non siete voi uomini com'io?
Dunque come la sostenete voi, così potrò io con la grazia
di Cristo". Piacque molto a santo Francesco quella risposta;
di che benedicendolo, immantanente lo ricevette all'Ordine e puosegli
nome frate Agnolo. E portossi questo giovane così graziosamente,
che ivi a poco tempo santo Francesco il fece guardiano nel luogo detto
di Monte Casale.
In quello tempo usavano nella contrada tre nominati ladroni, li quali
faceano molti mali nella contrada; li quali vennono un dì al
detto luogo de' frati e pregavano il detto frate Agnolo guardiano
che desse loro da mangiare. E 'l guardiano rispuose loro in questo
modo, riprendendoli aspramente: "Voi, ladroni e crudeli e omicidi,
non vi vergognate di rubare le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi
e isfacciati, volete divorare le limosine che sono mandate alli servi
di Dio, che non siete pure degni che la terra vi sostenga, però
che voi non avete nessuna reverenza né a uomini né a
Dio che vi creò: andate adunque per li fatti vostri, e qui
non apparite più". Di che coloro turbati, partirono con
grande sdegno.
Ed ecco santo Francesco tornare di fuori con la tasca del pane e con
un vaselletto di vino ch'egli e 'l compagno aveano accattato; e recitandogli
il guardiano com'egli avea cacciato coloro, santo Francesco fortemente
lo riprese, dicendo che s'era portato crudelmente, "impero ch'elli
meglio si riducono a Dio con dolcezza che con crudeli riprensioni;
onde il nostro maestro Gesù Cristo, il cui evangelo noi abbiamo
promesso d'osservare, dice che non è bisogno a' sani il medico
ma agli infermi, e che non era venuto a chiamare li giusti ma li peccatori
a penitenze; e però ispesse volte egli mangiava con loro. Conciò
sia cosa adunque che tu abbi fatto contra alla carità e contro
al santo evangelo di Cristo, io ti comando per santa obbedienza, che
immantanente tu sì prenda questa tasca del pane ch'io ho accattato
e questo vasello del vino, e va' loro dietro sollecitamente per monti
e per valli tanto che tu li truovi, e presenta loro tutto questo pane
e questo vino per mia parte; e poi t'inginocchia loro dinanzi e di'
loro umilmente tua colpa della crudeltà tua, e poi li priega
da mia parte che non facciano più male, ma temano Iddio e non
offendano il prossimo; e s'egli faranno questo, io prometto di provvederli
nelli loro bisogni e di dare loro continuamente e da mangiare e da
bere. E quando tu arai detto loro questo, ritornati in qua umilmente".
Mentre che il detto guardiano andò a fare il comandamento di
santo Francesco, ed egli si puose in orazione e pregava Iddio ch'ammorbidasse
i cuori di quelli ladroni e convertisseli a penitenza.
Giugne loro l'ubbidiente guardiano ed appresenta loro il pane e 'l
vino, e fa e dice ciò che santo Francesco gli ha imposto. E,
come piacque a Dio, mangiando que' ladroni la limosina di santo Francesco,
cominciarono a dire insieme: "Guai a noi miseri isventurati!
E come dure pene dello inferno ci aspettiamo, i quali andiamo non
solamente rubando li prossimi e battendo e ferendo, ma eziandio uccidendo;
e nientedimeno di tanti mali e così scellerate cose, come noi
facciamo, noi non abbiamo nessuno rimordimento di coscienza né
timore di Dio. Ed ecco questo frate santo, ch'è venuto a noi,
per parecchie parole che ci disse giustamente per la nostra malizia,
ci ha detto umilemente sua colpa e oltre a ciò ci ha recato
il pane e lo vino e così liberale promessa del santo padre.
Veramente questi si sono frati santi di Dio li quali meritano paradiso
di Dio, e noi siamo figliuoli della eternale perdizione, li quali
meritiamo le pene dello inferno, e ogni indì accresciamo alla
nostra perdizione, e non sappiamo se de' peccati che abbiamo fatti
insino qui noi potremo tornare alla misericordia di Dio". Queste
e somiglianti parole dicendo l'uno di loro, dissono gli altri due:
"Per certo tu di' il vero; ma ecco che dobbiamo noi fare?".
"Andiamo, disse costui, a santo Francesco, e s'egli ci dà
speranza che noi possiamo tornare a misericordia di Dio de' nostri
peccati, facciamo ciò ch'e' ci comanda, e possiamo liberare
le nostre anime dalle pene dello inferno".
Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti e tre accordati
se ne vengono in fretta a santo Francesco e dicongli: "Padre,
noi per molti iscellerati peccati che noi abbiamo fatti, noi non crediamo
potere tornare alla misericordia di Dio; ma se tu hai nessuna isperanza
che Iddio ci riceva a misericordia, ecco che noi siamo apparecchiati
a fare ciò che tu ci dirai e di fare penitenza teco".
Allora santo Francesco ricevendoli caritativamente e con benignità,
sì li confortò con molti esempi e, rendendoli certi
della misericordia di Dio, promise loro di certo d'accattarla loro
da Dio e mostrando loro la misericordia di Dio essere infinita: "e
se noi avessimo infiniti peccati, ancora la misericordia divina è
maggiore ch'e' nostri peccati, secondo il Vangelo; e lo apostolo santo
Paulo disse: "Cristo benedetto venne in questo mondo per ricomperare
li peccatori"". Per quali parole e simiglianti ammaestramenti,
li detti tre ladroni renunziarono al dimonio e alle sue opere, e santo
Francesco li ricevette all'Ordine, e cominciarono a fare grande penitenza;
e due di loro poco vissono dopo la loro conversione e andaronsi a
Paradiso. Ma il terzo sopravvivendo e ripensando alli suoi peccati,
si diede a fare tale penitenza, che per quindici anni continovi, eccetto
le quaresime comuni, le quali egli facea con gli altri frati, d'altro
tempo sempre tre dì la settimana digiunava in pane e in acqua,
e andando sempre scalzo e con una sola tonica indosso, e mai non dormia
dopo Mattutino.
Fra questo tempo santo Francesco passò di questa misera vita.
E avendo dunque costui per molti anni continovato cotale penitenza,
ecco ch'una notte dopo 'l Mattutino, gli venne tanta tentazione di
sonno, che per nessuno modo egli potea resistere al sonno e vegghiare
come soleva. Finalmente, non potendo egli resistere al sonno né
orare, andossene in sul letto per dormire; e subito com'egli ebbe
posto giù il capo, fu ratto e menato in ispirito in su uno
monte altissimo, al quale era una ripa profondissima, e di qua e di
là sassi ispezzati e ischeggiosi e iscogli disuguali ch'uscivano
fuori de' sassi; di che infra questa ripa era pauroso aspetto a riguardare.
E l'Agnolo che menava questo frate sì lo sospinse e gittollo
giù per quella ripa; il quale trabalzando e percotendo di scoglio
in iscoglio e di sasso in sasso, alla perfine giunse al fondo di questa
ripa, tutto smembrato e minuzzato, secondo che a lui parea. E giacendosi
così male acconcio in terra, dicea colui che 'l menava: "Lieva
su, che ti conviene fare ancora grande viaggio". Rispuose il
frate: "Tu mi pari molto indiscreto e crudele uomo, che mi vedi
per morire della caduta, che m'ha così ispezzato, e dimmi;
lieva su!". E l'Agnolo s'accosta a lui e toccandolo gli salda
perfettamente tutti li membri e sanalo. E poi gli mostra una grande
pianura di pietre aguzzate e taglienti, e di spine e di triboli, e
dicegli che per tutto questo piano gli conviene correre e passare
a piedi ignudi infino che giunga al fine; nel quale e' vedea una fornace
ardente nella quale gli convenia entrare.
E avendo il frate passato tutta la pianura con grande angoscia e pena,
e l'Agnolo gli dice: "Entra in questa fornace, però che
così ti conviene fare". Risponde costui: "Oime, quanto
sei crudele guidatore, che mi vedi esser presso che morto per questa
angosciosa pianura, e ora per riposo mi di' che io entri in questa
fornace ardente". E ragguardando costui, vide intorno alla fornace
molti demoni con le forche di ferro in mano, con le quali costui,
perché indugiava d'entrare, sospinsono dentro subitamente.
Entrato che fu nella fornace, ragguarda e vide uno ch'era stato suo
compare, il quale ardeva tutto quanto. E costui il domanda: "O
compare sventurato, e come venisti tu qua?". Ed egli risponde:
"Va' un poco più innanzi e troverai la moglie mia, tua
comare, la quale ti dirà la cagione della nostra dannazione".
Andando il frate più oltre, eccoti apparire la detta comare
tutta affocata, rinchiusa in una misura di grano tutta di fuoco; ed
egli la domanda: "O comare isventurata e misera, perché
venisti tu in così crudele tormento?". Ed ella rispuose:
"Imperò che al tempo della grande fame, la quale santo
Francesco predisse dinanzi, il marito mio e io falsavamo il grano
e la biada che noi vendevamo nella misura, e però io ardo stretta
in questa misura".
E dette queste parole, l'Agnolo che menava il frate sì lo sospinse
fuore della fornace, e poi gli disse: "Apparecchiati a fare uno
orribile viaggio, il quale tu hai a passare". E costui rammaricandosi
dicea: "O durissimo conduttore, il quale non m'hai nessuna compassione;
tu vedi ch'io sono quasi tutto arso in questa fornace, e anche mi
vuoi menare in viaggio pericoloso e orribile?". E allora l'Agnolo
il toccò, e fecelo sano e forte; poi il menò ad uno
ponte, il quale non si potea passare sanza grande pericolo, imperò
ch'egli era molto sottile e stretto e molto isdrucciolente e sanza
sponde d'allato, e di sotto passava un fiume terribile, pieno di serpenti
e di dragoni e di scarpioni, e gittava uno grandissimo puzzo. E dissegli
l'Agnolo: "Passa questo ponte, e al tutto te lo conviene passare".
Risponde costui: "E come lo potrò io passare, ch'io non
caggia in quello pericoloso fiume?". Dice l'Agnolo: "Vieni
dopo me e poni il tuo piè dove tu vedrai ch'io porrò
il mio, e così passerai bene". Passa questo frate dietro
all'Agnolo, come gli avea insegnato, tanto che giunge a mezzo il ponte;
ed essendo così in sul mezzo l'Agnolo si volò via e,
partendosi da lui, se ne andò in su uno monte altissimo di
là assai dal ponte. E costui considera bene il luogo dov'era
volato l'Agnolo, ma rimanendo egli sanza guidatore e riguardando in
giù vedea quegli animali tanto terribili istare con li capi
fuori dell'acqua e con le bocche aperte, apparecchiati a divorarlo
s'e' cadesse; ed era in tanto tremore, che per nessuno modo non sapea
che si fare né che si dire, però che non potea tornare
addietro né andare innanzi.
Onde veggendosi in tanta tribolazione e che non avea altro refugio
che solo in Dio, sì si inchinò e abbracciò il
ponte e con tutto il cuore e con lagrime si raccomanda a Dio, che
per la sua santissima misericordia il dovesse soccorrere. E fatta
l'orazione, gli parve cominciare a mettere ale; di che egli con grande
allegrezza aspettava ch'elle crescessono per potere volare di là
dal ponte dov'era volato l'Agnolo. Ma dopo alcuno tempo, per la grande
voglia ch'egli avea di passare questo ponte, si mise a volare; e perché
l'alie non gli erano tanto cresciute, egli cadde in sul ponte e le
penne gli caddono: di che costui da capo abbraccia il ponte e come
prima raccomandasi a Dio. E fatta l'orazione, e anche gli parve di
mettere ale; ma come in prima non aspettò ch'elle crescessono
perfettamente, onde mettendosi a volare innanzi tempo, ricadde dal
capo in sul ponte, e le penne gli caddono. Per la qual cosa, veggendo
che per la fretta ch'egli avea di volare innanzi al tempo cadeva,
così incominciò a dire fra se medesimo: "Per certo
che se io metto alie la terza volta, ch'io aspetterò tanto
ch'elle saranno sì grandi ch'io potrò volare senza ricadere".
E stando in questi pensieri, ed egli si vide la terza volta mettere
ali; e aspetta grande tempo, tanto ch'ell'erano bene grandi; e pareali,
per lo primo e secondo e terzo mettere ali, avere aspettato bene cento
cinquanta anni o più. Alla perfine si lieva questa terza volta,
con tutto il suo isforzo a volito, e volò insino al luogo dov'era
volato l'Agnolo.
E bussando alla porta del palagio nel quale egli era, il portinaio
il domanda: "Chi se' tu che se' venuto qua?". Rispuose:
"Io son frate Minore". Dice il portinaio: "Aspettami
ch'io sì ci voglio menare santo Francesco a vedere se ti conosce.
Andando colui per santo Francesco, e questi comincia a sguardare le
mura maravigliose di questo palagio; ed eccoti queste mura pareano
tanto lucenti e di tanta chiarità, che vedea chiaramente li
cori de' santi e ciò che dentro si faceva. E istando costui
istupefatto in questo ragguardare, ecco venire santo Francesco e frate
Bernardo e frate Egidio, e dopo santo Francesco tanta moltitudine
di santi e di sante ch'aveano seguitato la via sua, che quasi pareano
innumerabili. E giugnendo santo Francesco, disse al portinaio: "Lascialo
entrare, imperò ch'egli è de' miei frati".
E sì tosto come e' vi fu entrato, e' sentì tanta consolazione
e tanta dolcezza, che egli dimenticò tutte le tribulazioni
ch'avea avute, come mai non fussino state. E allora santo Francesco
menandolo per dentro sì gli mostrò molte cose maravigliose,
e poi sì gli disse: "Figliuolo, e' ti conviene ritornare
al mondo e starai sette dì, ne' quali tu sì ti apparecchi
diligentemente con grande divozione, imperò che dopo li sette
dì, io verrò per te, e allora tu ne verrai meco a questo
luogo di beati". Ed era santo Francesco ammantato d'uno mantello
maraviglioso, adornato di stelle bellissime, e le sue cinque stimate
erano siccome cinque stelle bellissime e di tanto splendore, che tutto
il palagio alluminavano con li loro raggi. E frate Bernardo avea in
capo una corona di stelle bellissime, e frate Egidio era adornato
di maraviglioso lume; e molti altri santi frati tra loro conobbe,
li quali al mondo non avea mai veduti. Licenziato dunque da santo
Francesco, sì si ritornò, benché mal volentieri,
al mondo.
Destandosi e ritornando in sé e risentendosi, li frati suonavano
a Prima; sicché non era stato in quella se non da Mattutino
a Prima, benché a lui fusse paruto istare molti anni. E recitando
al guardiano suo questa visione per ordine, infra li sette dì
si incominciò a febbricitare, e l'ottavo dì venne per
lui santo Francesco, secondo la promessa, con grandissima moltitudine
di gloriosi santi, e menonne l'anima sua al regno de' beati, a vita
eterna.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 27
Come santo Francesco convertì a Bologna due scolari, e fecionsi frati; e poi all'uno di loro levò una grande tentazione da dosso.
Giugnendo una volta santo Francesco alla città
di Bologna, tutto il popolo della città correa per vederlo;
ed era sì grande la calca della gente, che a grande pena potea
giugnere alla piazza. Ed essendo tutta la piazza piena d'uomini e
di donne e di scolari, e santo Francesco si leva suso nel mezzo del
luogo, alto, e comincia a predicare quello che lo Spirito Santo gli
toccava. E predicava sì maravigliosamente, che parea piuttosto
che predicasse Agnolo che uomo, e pareano le sue parole celestiali
a modo che saette acute, le quali trapassavano sì il cuore
di coloro che lo udivano, che in quella predica grande moltitudine
di uomini e di donne si convertirono a penitenza.
Fra li quali si furono due nobili studianti della Marca d'Ancona;
e l'uno avea nome Pellegrino e l'altro Rinieri; i quali due per la
detta predica toccati nel cuore dalla divina ispirazione, vennono
a santo Francesco, dicendo ch'al tutto voleano abbandonare il mondo
ed essere de' suoi frati. Allora santo Francesco, conoscendo per rivelazione
che costoro erano mandati da Dio e che nello Ordine doveano tenere
santa vita e considerando il loro grande fervore, li ricevette allegramente,
dicendo a loro: "Tu, Pellegrino, tieni nell'Ordine la via dell'umiltà;
e tu, frate Rinieri, servi a' frati". E così fu: imperò
che frate Pellegrino mai non volle andare come chierico, ma come laico,
benché fosse molto litterato e grande decretalista; per la
quale umiltà pervenne in grande perfezione di virtù,
in tanto che frate Bernardo, primogenito di santo Francesco, disse
di lui ch'egli era uno de' più perfetti frati di questo mondo.
E finalmente il detto frate Pellegrino, pieno di virtù passò
di questa vita alla vita beata, con molti miracoli innanzi alla morte
e dopo. E detto frate Rinieri divotamente e fedelmente serviva a'
frati, vivendo in grande santità e umiltà; e diventò
molto famigliare di san Francesco, e molti secreti gli rivelava santo
Francesco. Essendo fatto ministro della Marca d'Ancona, ressela grande
tempo in grandissima pace e discrezione.
Dopo alcuno tempo, Iddio gli permise una grandissima tentazione nell'anima
sua; di che egli tribolato e angosciato, fortemente s'affligea con
digiuni, con discipline e con lagrime e orazioni il dì e la
notte, e non potea però cacciare quella tentazione; ma ispesse
volte era in grande disperazione, imperò che per essa si riputava
abbandonato da Dio. Istando in questa disperazione, per ultimo rimedio
si determinò d'andare a santo Francesco, pensando così:
"Se santo Francesco mi mostrerà buono viso, e mostrerammi
famigliarità, sì come si suole, io credo che Iddio m'averà
ancor pietà; ma se non, sarà segnale ch'io sarò
abbandonato da Dio". Muovesi adunque costui e va a santo Francesco.
Il quale in quel tempo era nel pelagio del vescovo d'Ascesi, gravemente
infermo; e Iddio gli rivelò tutto il modo della tentazione
e della disperazione del detto frate Rinieri e 'l suo proponimento
e 'l suo venire. E immantanente santo Francesco chiama frate Lione
e frate Masseo, e dice loro: "Andate tosto incontro al mio figliuolo
carissimo frate Rinieri, e abbracciatelo da mia parte, e salutatelo
e ditegli che tra tutti i frati che sono nel mondo io amo lui singolarmente".
Vanno costoro e trovano per la via frate Rinieri e abbraccianlo, dicendogli
ciò che santo Francesco aveva loro imposto. Onde tanta consolazione
e dolcezza gli fu nell'anima, che quasi egli uscì di sé;
e ringraziando Iddio con tutto il cuore, andò e giunse al luogo
dove santo Francesco giaceva infermo. E benché santo Francesco
fusse gravemente infermo, nientedimeno sentendo venire frate Rinieri
si levò e feceglisi incontro e abbracciollo dolcissimamente
e sì gli disse: "Figliuolo mio carissimo, frate Rinieri,
tra tutti i frati che sono nel mondo io amo te singularmente".
E detto questo, gli fece il segno della santissima croce nella sua
fronte e ivi il baciò e poi gli disse: "Figliuolo carissimo,
questa tentazione t'ha permesso Iddio per tuo grande guadagno di merito;
ma se tu non vuogli più questo guadagno, non l'abbi".
E maravigliosa cosa! sì tosto come santo Francesco ebbe dette
queste parole, subitamente si partì da lui ogni tentazione,
come se mai in vita sua non l'avesse sentita, e rimase tutto consolato.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 28
D'uno rapimento che venne a frate Bernardo, ond'egli stette dalla mattina insino a nona ch'egli non si sentì.
Quanta grazia Iddio facea ispesse volte a' poveri
evangelici i quali abbandonavano il mondo per lo amore di Cristo,
si dimostrò in frate Bernardo da Quintavalle, il quale, poi
ch'ebbe preso l'abito di santo Francesco, sì era ratto ispessissime
volte in Dio per contemplazione delle cose celestiali. Tra l'altre
avvenne che una volta, essendo egli in chiesa ad udire la messa e
stando con tutta la mente sospesa in Dio, diventò si assorto
e ratto in contemplazione che, levandosi il Corpo di Cristo, non se
ne avvide niente, né si inginocchiò, né si trasse
il cappuccio, come facevano gli altri che v'erano, ma senza battere
gli occhi, così fisso guatando, stette, dalla mattina insino
a nona, insensibile. E dopo nona ritornando in sé, sì
andava per lo luogo gridando con voce ammirativa: "O frati! o
frati! o frati! non è uomo in questa contrada sì grande
né sì nobile, al quale sì gli fosse promesso
uno palagio bellissimo pieno d'oro, non gli fosse agevole di portare
un sacco pieno di letame per guadagnare quello tesoro così
nobile".
A questo tesoro celestiale, promesso agli amadori di Dio, fu frate
Bernardo predetto sì elevato con la mente, che per quindici
anni continovi sempre andò con la mente e con la faccia levata
in cielo. E in quel tempo mai non si tolse fame alla mensa, benché
mangiasse, di ciò che gli era posto innanzi, un poco; imperò
ch'e' dicea che di quello che l'uomo non gusta, non fa perfetta astinenza
ma la vera astinenza è temperarsi dalle cose che sanno buone
alla bocca. E con questo venne ancora a tanta chiarità e lume
d'intelligenza, che eziandio li grandi chierici ricorreano a lui per
soluzioni di fortissime quistioni e di malagevoli passi della Scrittura;
ed egli d'ogni difficoltà li dichiarava.
E imperò che la mente sua sì era al tutto sciolta e
astratta delle cose terrene, egli a modo di rondine volava molto in
alto per contemplazlone; onde alcuna volta venti dì, e alcuna
volta trenta dì si stava solo in sulle cime de' monti altissimi
contemplando le cose celestiali. Per la qual cosa diceva di lui frate
Egidio che non era dato agli altri uomini questo dono ch'era dato
a frate Bernardo di Quintavalle, cioè che volando si pascesse
come la rondine. E per questa eccellente grazia ch'egli avea da Dio,
santo Francesco volentieri e spesse volte sì parlava con lui
di dì e di notte; onde alcuna volta furono trovati insieme,
per tutta la notte, ratti in Dio nella selva, ove s'erano amendue
raccolti a parlare con Dio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
Capitolo 29
Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate Ruffino, dicendogli che perdea il bene che facea, però ch'egli non era degli eletti di vita eterna. Di che santo Francesco per rivelazione di Dio il seppe, e fece riconoscere a frate Ruffino il suo errore e ch'egli avea creduto.
Frate Ruffino, uno de' più nobili uomini d'Ascesi,
compagno di santo Francesco, uomo di grande santità, fu uno
tempo fortissimamente combattuto e tentato nell'anima dallo demonio
della predestinazione, di che egli stava tutto malinconioso e tristo;
imperò che l'demonio gli metteva pure in cuore ch'egli era
dannato, e non era delli predestinati a vita eterna, e che sì
perdeva ciò ch'egli faceva nell'Ordine. E durando questa tentazione
più e più dì ed egli per vergogna non rivelandolo
a santo Francesco, nientedimeno egli non lasciava l'orazioni e le
astinenze usate; di che il nimico gli cominciò aggiugnere tristizia
sopra tristizia; oltra alla battaglia dentro, di fuori combattendolo
anche con false apparizioni.
Onde una volta gli apparve in forma di Crocifisso e dissegli: "O
frate Ruffino, perché t'affliggi in penitenza e in orazione,
con ciò sia cosa che tu non sia delli predestinati a vita eterna?
E credimi, ché io so cui io ho eletto e predestinato, e non
credere al figliuolo di Pietro Bernardoni, s'egli ti dicesse il contrario,
e anche non lo domandare di cotesta materia, però che né
egli né altri il sa, se non io che sono figliuolo di Dio; e
però credimi per certo che tu se' del numero delli dannati;
e 'l figliuolo di Pietro Bernardoni, tuo padre, e anche il padre suo
sono dannati, e chiunque il seguita è ingannato". E dette
queste parole, frate Ruffino comincia a essere sì ottenebrato
dal principe delle tenebre, che già perdeva ogni fede e amore
ch'egli avea avuto a santo Francesco, e non si curava di dirgliene
nulla.
Ma quello ch'al padre santo non disse frate Ruffino, rivelò
lo Spirito Santo. Onde veggendo in ispirito santo Francesco tanto
pericolo del detto frate, mandò frate Masseo per lui, al quale
frate Ruffino rispuose rimbrottando: "Che ho io a fare con frate
Francesco?". E allora frate Masseo tutto ripieno di sapienza
divina, conoscendo la fallanza del dimonio, disse: "O frate Ruffino,
non sai tu che frate Francesco è come uno agnolo di Dio, il
quale ha illuminate tante anime nel mondo e dal quale noi abbiamo
avuto la grazia di Dio? Ond'io voglio ch'a ogni partito tu venga con
meco a lui, imperò ch'io ti veggio chiaramente esser ingannato
dal dimonio". E detto questo, frate Ruffino si mosse e andò
a santo Francesco.
E veggendolo dalla lunga santo Francesco venire, cominciò a
gridare: "O frate Ruffino cattivello, a cui hai tu creduto?".
E giugnendo a lui frate Ruffino, egli sì gli disse per ordine
tutta la tentazione ch'egli avea avuta dal demonio dentro e di fuori,
e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparito era il demonio
e non Cristo, e che per nessuno modo ei dovea acconsentire alle suggestioni:
"ma quando il demonio ti dicesse più: Tu se' dannato,
sì gli rispondi: Apri la bocca; mo' vi ti caco. E questo ti
sia segnale, ch'egli è il demonio e non Cristo, ché
dato tu gli arai tale risposta, immantanente fuggirà. Anche
a questo cotale dovevi tu ancora conoscere ch'egli era il demonio,
imperò che t'indurò il cuore a ogni bene; la qual cosa
è proprio suo ufficio: ma Cristo benedetto non indura mai il
cuore dell'uomo fedele, anzi l'ammorbida secondo che dice per la bocca
del profeta: "Io vi torrò il cuore di pietra e darovvi
il cuore di carne". Allora frate Ruffino, veggendo che frate
Francesco gli diceva per ordine tutt'l modo della sua tentazione,
compunto per le sue parole, cominciò a lagrimare fortissimamente
e adorare santo Francesco e umilemente riconoscere la colpa sua in
avergli celato la sua tentazione. E così rimase tutto consolato
e confortato per gli ammonimenti del padre santo e tutto mutato in
meglio. Poi finalmente gli disse santo Francesco: "Va' figliuolo,
e confessati e non lasciare lo studio della orazione usata, e sappi
per certo che questa tentazione ti sarà grande utilità
e consolazione, e in breve il proverai".
Tornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva, e standosi con molte
lagrime in orazione, eccoti venire il nemico in persona di Cristo,
secondo l'apparenza di fuori, e dicegli: "O frate Ruffino, non
t'ho io detto che tu non gli creda al figliuolo di Pietro Bernardoni,
e che tu non ti affatichi in lagrime e in orazioni, però che
tu se' dannato? Che ti giova affligerti mentre tu se' vivo, e poi
quando tu morrai sarai dannato?". E subitamente frate Ruffino
risponde: "Apri la bocca; mo' vi ti caco". Di che il demonio
isdegnato, immantanente si partì con tanta tempesta e commozione
di pietre di monte Subasio ch'era in alto, che per grande spazio bastò
il rovinio delle pietre che caddono giuso; ed era sì grande
il percuotere che faceano insieme nel rotolare, che sfavillavano fuoco
orribile per la valle; e al romore terribile ch'elle faceano, santo
Francesco con li compagni con grande ammirazione uscirono fuori del
luogo a vedere che novità fosse quella; e ancora vi si vede
quella ruina grandissima di pietre. Allora frate Ruffino manifestamente
s'avvide che colui era stato il demonio, il quale l'avea ingannato.
E tornato a santo Francesco anche da capo, si gitta in terra e riconosce
la colpa sua. Santo Francesco il riconforta con dolci parole e mandanelo
tutto consolato alla cella.
Nella quale standos'egli in orazione divotissimamente, Cristo benedetto
gli apparve, e tutta l'anima sua gli riscaldò del divino amore,
e disse: "Bene facesti, figliuolo, che credesti a frate Francesco,
però che colui che ti aveva contristato era il demonio: ma
io sono Cristo tuo maestro, e per rendertene ben certo io ti do questo
segnale, che mentre che tu viverai, non sentirai mai tristizia veruna
né malinconia". E detto questo, si partì Cristo,
lasciandolo con tanta allegrezza e dolcezza di spirito ed allevazione
di mente, che 'l dì e la notte era assorto e ratto in Dio.
E d'allora innanzi fu sì confermato in grazia e in sicurtà
della sua salute, che tutto diventò mutato in altro uomo, e
sarebbesi stato il dì e la notte in orazione a contemplare
le cose divine s'altri l'avesse lasciato stare. Onde dicea santo Francesco
di lui, che frate Ruffino era in questa vita canonizzato da Cristo,
e che, fuori che dinanzi da lui, egli non dubiterebbe di dire santo
Ruffino, benché fusse ancora vivo in terra.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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