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Approfondimento Storico e Sacro

16 - Cappella delle Stimmate

Superata la Cappella della Croce, una porta sulla parete sinistra permette di passare a un piccolo vano, da cui si accede alla Cappella delle Stimmate.
Sopra la porta è un bassorilievo di marmo (sec. XIII) con la più antica raffigurazione del momento in cui Francesco ebbe impresse le piaghe della Passione di Gesù.
In uno stile pregiottesco pieno di intensità, le robuste ali di un Serafino avvolgono il corpo di Cristo. Egli è a perpendicolo su Francesco, inginocchiato con le mani aperte a ricevere un dono. Alle sue spalle è una cappella a forma di torre rotonda; dinanzi a lui arbusti aggrappati alle rocce.

La porta introduce al luogo dell’evento, che rese Francesco perfetta immagine di Gesù Cristo.

Narra S. Bonaventura nella sua "Legenda Maior" (cap. XIII):
«Due anni prima che rendesse lo spirito a Dio, dopo molte e varie fatiche, la Provvidenza divina lo trasse in disparte, e lo condusse su un monte eccelso, chiamato monte della Verna.
Qui egli aveva iniziato, secondo il suo solito, a digiunare la quaresima in onore di san Michele arcangelo, quando incominciò a sentirsi inondato da straordinaria dolcezza nella contemplazione, acceso da più viva fiamma di desideri celesti, ricolmo di più ricche elargizioni divine. Si elevava a quelle altezze non come un importuno scrutatore della maestà, che viene oppresso dalla gloria, ma come un servo fedele e prudente, teso alla ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto.
(...)Un mattino, all'appressarsi della festa dell'Esaltazione della santa Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell'aria, giunse vicino all'uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l'effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo.
A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore.
Provava letizia per l'atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l'anima con la spada dolorosa della compassione.
Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l'infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, l'amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l'incendio dello spirito.
Scomparendo, la visione gli lasciò nel cuore un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne.
Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell'immagine dell'uomo crocifisso.
Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all'indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne.
Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande
».

Il preciso posto dove si trovava Francesco, è indicato da una cornice in marmo rosso e protetto da una lastra di vetro poco davanti all’altare.
Frate Leone vi aveva fatto innalzare una croce di legno.
Successivamente, nel 1263, vi fu costruita attorno la Cappella attuale, grazie agli aiuti del conte Simone di Battifolle.

La volta e le pareti furono affrescate da Taddeo Gaddi, discepolo di Giotto e da Jacopo del Casentino tra il 1346 e il 1350, ma tutto andò perduto o fu demolito, per far posto alla pala di Andrea della Robbia (1481).
L'anzidetta è la "robbiana" più grande mai realizzata, misura 5,90 x 4,20 metri.
La doppia cornice, arricchita di motivi floreali e di 23 volti di cherubini, si chiude con il cordiglio francescano.

La scena della crocifissione è piena di dolore.
Lo annuncia la scritta in basso, ripresa dalla Bibbia: «Voi tutti che passate per la via, fermatevi un attimo, guardate se vi è un dolore pari al mio» (Lam 1,12).
Superiormente alla scritta INRI, èil pellicano che, come si credeva un tempo, quando non ha piu nulla da dare ai suoi piccoli, si squarcia il petto, affinchè essi possano vivere cibandosi della sua carne.
Simboleggia Gesù Cristo, il quale ha offerto la sua vita per tutti gli uomini.
Ai lati, il sole triste invia raggi contorti dal dolore, e la luna grida incontenibile e inconsolabile.

Il Crocifisso è pervaso dal colore della morte e quattro gruppi di Angeli partecipano come tremanti di dolore.
Anche le figure in basso, che fan da base alla scena: S. Francesco, Maria madre di Gesù, S. Giovanni e S. Girolamo, sono coinvolte nella contemplazione che rende soli: ognuno "a tu per tu" con la morte del suo Signore, crocifisso per lui.
Sotto la croce è il teschio, che ricorda un’antichissima leggenda con forte valore simbolico: è il cranio di Adamo, sepolto proprio sotto il Calvario.
Il sangue del Redentore giunse, per primo, a lui risvegliandolo dalla morte.
In lui ridette vita a tutta l’umanità.
Sotto, a metà della scritta, è un volto bellissimo di Cristo coronato di spine.
Ai due estremi lo stemma della famiglia fiorentina degli Alessandri, commissionatrice dell’opera.


Tabernacolo

Al centro della sottostante opera robbiana policroma è posto il tabernacolo in bronzo e alpacca, opera di Nado Canuti (1987).
Dello stesso artista sono il leggio, l’ambone, la lampada, i due portavasi e i candelabri.
Minuscole sculture, le anzidette, ricche di forza plastica, fantasia creativa e profondità di contenuti.


Coro

Ai lati della Cappella è il pregiato coro in noce del 1532.
Fu restaurato alla fine dell'800 e arricchito di intarsi da frate Leonardo Galiberti da Legnaia (Firenze).
Nei vari medaglioni sono raffigurati personaggi che hanno testimoniato o illustrato il prodigio delle Stimmate.


a cura di Paolo Rossi
redazione@sanfrancesco.com

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