Il lupo di Gubbio: storia o leggenda?
I Fioretti (cap. XXI) raccontano
che nel periodo in cui S. Francesco si trovava a Gubbio,
nei pressi della "Vittorina", un
vecchio lupo (molto più probabilmente una vecchia
lupa), con la sua ferocia, seminava il terrore nell’intero contado.
Il Santo assisiate, messo al corrente del fatto,
va alla ricerca del lupo, lo incontra,
parla con lui; alla fine del colloquio la
bestia gli porge la zampa e il patto è stipulato:
da quel giorno il lupo, come un buon cristiano, diviene il trastullo dei
bambini e l’idolo della cittadina.
«E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio;
ed entravasi domesticamente per le case a uscio a uscio, senza fare male
a persona e senza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalle
genti; e andandosi così per la terra e per le case, giammai niun
cane gli abbaiava dietro.
Finalmente, dopo due anni, frate lupo si morì di vecchiaia. Di
che i cittadini molto si dolsero; imperò che, veggendolo andare
così mansueto per la città, si ricordavano meglio della
virtù e della santità di santo Francesco»
(Fioretti, cap. XXI).
Molti si chiedono: Ma davvero la storia del famoso lupo
diventato «a modo d’uno agnello mansueto»
è solo leggenda o una parabola, che narra, attraverso
simboli, una vittoria del bene sul male? Una volta lo si pensava; oggi
non più.
L’opinione prevalente è che i Fioretti riportino
un fatto realmente accaduto.
Il principale indizio a favore di detta tesi è una pietra
custodita nella chiesa di S. Francesco della Pace, nel centro
di Gubbio.
Si tratta di un coperchio di un antico sarcofago,
decorato da una croce, similmente a mille altre pietre tombali d’ogni
epoca. Eppure quel sarcofago, stando alle specifiche
competenze, risulta essere anomalo: le sue dimensioni, infatti, sono
troppo piccole per contenere un uomo.
Per capire l’importanza di questa pietra,
occorre fare un salto a ritroso nel tempo: all’anno 1873.
A quell’epoca il quartiere limitrofo alla
chiesa di S. Francesco della Pace era chiamato
“Morte del Lupo”, perché,
secondo la tradizione, l’ex terrore della città era
stato seppellito lì, nel cuore del centro.
Ebbene, nel 1873 alcuni operai stavano lavorando
per sistemare i gradini di un vicolo prossimo alla chiesa, quando, scavando,
trovarono una pietra lavorata, e sotto la pietra
uno scheletro di animale.
Incuriositi, gli operai portarono quei resti a un veterinario - tale
Giovanni Spinaci - il quale non ebbe dubbi:
le ossa erano quelle di un lupo!
In altri tempi la scoperta avrebbe fatto scalpore; allora, invece, creò
solo imbarazzo.
E si può capire il motivo: lo Stato Pontificio
era “crollato” solo da tre anni; l’Italia era ancora
divisa tra papalini e anticlericali;
quindi, accreditare o screditare l’importanza di un reperto di quel
genere era un problema più politico che storico-scientifico.
Fu così che sui resti del lupo si scatenò
una gara a “scaricabarile”: il Comune arrivò a irridere
gli autori del ritrovamento e persino il vescovo, Innocenzo
Sannibale, rifiutò di custodire
le ossa, forse temendo di scontrarsi col potere civile.
Così lo scheletro del vicolo sparì chissà dove.
Le ossa sono andate perdute: non potremo mai
sapere se appartenevano alla “belva” più famosa della
storia.
Certo è che se non fosse così ci troveremmo davanti a una
ben strana coincidenza: non è usuale trovare un lupo
sepolto come un cristiano, per lo più nel cuore di
una città, e proprio dove la tradizione colloca l’epilogo
del racconto dei Fioretti.
Tra l’altro, alla scoperta del vicolo si aggiungono
altri indizi, che rendono tutta la vicenda molto verosimile.
Il primo è che tra Gubbio e dintorni
i lupi sono sempre stati di casa (lo sono tuttora!).
Il secondo indizio riguarda una chiesetta fuori
porta, detta da tutti “la Vittorina”:
tradizione vuole che il lupo si sia arreso a S. Francesco
proprio lì.
Ebbene: si sa da fonti storiche che il Santo visse a Gubbio
in due fasi (nel 1220 e 1222) e che soggiornò
proprio alla Vittorina, presso alcuni confratelli.
Il terzo indizio è l’estremo
realismo con cui i Fioretti trattano la vicenda.
Da notare, inoltre, che l’autore non usa una sola volta la parola
“miracolo”, né toni favolistici,
ma si limita a descrivere in modo distaccato e “scientifico”
un animale che si sottomette: più che una biografia di un Santo,
sembra di leggere un testo di etologia.
Ciò, senza dubbio, non dimostra che la storia
del lupo di Gubbio sia vera, ma almeno sottolinea che chi
l’ha tramandata aveva i “piedi per terra” e ben sapeva
di cosa stava parlando.
Il punto debole dei Fioretti - sempre evidenziato
dagli scettici - è che quel testo sia relativamente tardivo: fu
scritto nel ‘300, quando Francesco era
già venerato come Santo, e attribuirgli prodigi era perciò
quasi un obbligo letterario. Obiezione respinta, poiché del
lupo di Gubbio esistono tracce più antiche dei Fioretti:
la più bizzarra è un sigillo del ‘200,
conservato a Gubbio, che raffigura il Santo con un lupo al
guinzaglio.
Ci sono poi affreschi della stessa epoca e
quattro testi, fra cui un poemetto (“Legenda
versificata”), scritto da Enrico d’Avranches
negli anni 1232-34, cioè quando molti testimoni dell’avvenimento
erano ancora in vita.
Sarebbe errato, quindi, chiamarla “fiaba”!
Che un lupo selvaggio sia stato davvero “addomesticato”
e sia poi vissuto tra le case di Gubbio è più che probabile!
«Francesco d’Assisi - sottolinea Sidney F. Wichs
- è l’Uomo miracolo!
A lui Dio concesse il potere di infrangere le barriere, che dividono l’uomo
dall’uomo, che dividono l’uomo dagli animali.
Francesco ha spalancato tutte le porte chiuse e ha liberato tutti i cuori
prigionieri, i cuori degli uomini, degli uccelli o degli altri animali;
i cuori dei feroci saraceni, dei briganti, dei prìncipi superbi,
dei poveri di spirito, delle pecorelle cristiane rimaste senza pastore».
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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