Terni e i suoi cinque SS. Protomartiri francescani
Berardo de’ Leopardi da Calvi
Pietro de’ Bonanti da Sangemini
Ottone de’ Petricchi da Stroncone
Accursio Vacuzio e Adiuto della diocesi di Narni
(Liberamente tratto da P. Rossi,
Francescani e Islam, Ed. I.T.E.A., Arezzo 2001)
I cinque eroici frati (insieme a frate Vitale) entrarono nell'Ordine nel 1213, vestiti delle "serafiche lane" per mano dello stesso Francesco d'Asissi, il quale, in quell'anno, invitato dal vescovo di Narni, Ugolino, percorse borghi e castelli dell'intero territorio ternano.
Narrano le fonti: «Per la famigliarità, e santa conversazione, ch'ebbero li buoni giovani Berardo, (Ottone, Adiuto, Accursio, Vitale) e Pietro con S. Francesco, e suoi frati, divennero in breve perfetti religiosi, e meritarono ch'esso santo Patriarca l'amasse, e l'elegesse ad imprese grandi».
Il 26 maggio del 1219, giorno di Pentecoste, presso la Porziuncola , ebbe inizio il Capitolo generale dei frati minori.
Alla vigilia del fatidico giorno, le colline
intorno ad Assisi e il "querceto"
in cui era immersa la Porziuncola erano
tutti un brulicare di tonache grigie.
E tra quella gioiosa moltitudine, carezzata
dai profumi della inoltrata primavera umbra, erano anche Berardo,
Pietro, Adiuto,
Accursio, Ottone,
Vitale, quei giovani frati del "ternano"
che, lasciata la Provincia toscana, in cui
da alcuni anni operavano, si erano diretti a S. Maria
degli Angeli per l'annuale Capitolo.
Probabilmente, giunti nella selva della Porziuncola,
avranno riabbracciato quei fratelli oriundi delle loro stesse terre,
fra i quali: frate Simone Camporeali da Terni,
frate Illuminato di Rocca Accarina, frate
Pietro Capitoni Cesi dal Poggio, frate
Leonardo delle Terre Arnolfe, frate Matteo
e frate Stefano da Narni.
L'indomani, all'alba, ebbe inizio il Capitolo, presieduto dal Cardinale Ugolino dei Conti de' Segni.
Finite le cerimonie e contemporaneamente alla fase di conoscenza e di incontro tra i "fratres", si tirarono le somme delle spedizioni ultramontane e ultramarine che erano state decise nel Capitolo del 1217.
Non tutto era andato liscio. I fratelli "missionari"
raccontarono le grandi difficoltà incontrate.
Però i frutti, seppur sudati, erano stati abbondanti.
Si era narrato anche dei patimenti di alcuni compagni,
e, soprattutto, del martirio di un loro giovane fratello: Eletto,
ucciso dai musulmani in Egitto.
La vicenda di frate Eletto aveva infiammato
gli ascoltatori, perché, in quei tempi, il martirio
era considerata una grande "avventura".
Subito nell'aria aleggiò il fermento di un esercito nuovo, un esercito che, consapevole di aver avuto il battesimo del sangue, desideroso di "amorosa vendetta", si mostrava impaziente di una grande vittoria, una vittoria da ottenere con la sublime arma del Vangelo.
Nonostante l'appello alla Crociata,
lanciato anche da Innocenzo III, Francesco
delinea chiaramente un programma di accostamento del mondo
Musulmano, nello spirito del Vangelo,
che viene prescritto nella Regola, detta
"Non-bollata".
Era la prima volta che, nella storia della Chiesa,
si presentava un metodo di apostolato nei confronti dei Musulmani,
in uno spirito unicamente evangelico; per la prima volta nella Regola
di un Ordine religioso si incontrava un capitolo riservato
all'evangelizzazione dell'Islam (Rnb,
16,42-45).
Nel suo spirito evangelico Francesco
sente l'esigenza della carità di portare il Vangelo
a tutti gli uomini.
I Saraceni sono ormai i primi che hanno
richiamato le sue preoccupazioni.
Ed il Santo assisiate lancia accorati inviti
ai suoi fratelli: «Frati miei tutti, ascoltiamo ciò
che dice il Signore: "Amate i vostri nemici e fate del bene a
quelli che vi odiano". Infatti anche il Signore nostro Gesù
Cristo, di cui dobbiamo seguire le orme, chiamò amico il suo
traditore e si offrì spontaneamente ai suoi crocifissori. Sono
dunque nostri amici tutti coloro che ingiustamente ci infliggono tribolazioni
e angustie e ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e
morte, e li dobbiamo amare molto poiché in virtù di
ciò che ci fanno, abbiamo la vita eterna».
Francesco, perfetto uomo
apostolico ed evangelico, sull'esempio di Cristo
e degli Apostoli, vuole che anche i suoi frati, andando
come "pecorelle in mezzo ai lupi",
portino ovunque la Buona Novella.
Tra l'entusiasmo si decisero, pertanto, le nuove partenze per la
Germania, la Francia, l'Ungheria.
Il Poverello, volendo
ritentare la "Via del Marocco",
abbandonata qualche anno prima, consapevole della difficoltà
dell'impresa, chiamò sei giovani frati,
di cui, stando alle cronache, aveva già sperimentato «la
somma virtù».
Erano essi Berardo da Calvi, Pietro
da Sangemini, Ottone da Stroncone,
Accursio Vacuzio, Adiuto
e Vitale da Narni.
La vicenda dei cinque arditi frati, è contenuta nel "Martyrium quinque fratrum Minorum apud Marochium", una dettagliatissima relazione sulla testimonianza cruenta dei nostri eroi, compilata, a detta dei critici, da un testimone oculare che, pur non appartenendo all'Ordine, era molto vicino ai suddetti religiosi.
I sei "penitenti",
non senza emozione, alzatisi, si avvicinarono al loro Maestro,
il quale, fissandoli negli occhi, disse: «Figli miei diletti,
Dio mi ha ordinato di mandarvi nel paese dei Saraceni
per confessarvi e predicarvi la sua fede, e per combattere la legge
di Maometto.
Anch'io andrò tra gli infedeli in un'altra regione, ed invierò
altri frati in ogni parte del mondo.
Preparatevi dunque, figli miei, a compiere la volontà del Signore».
I sei prescelti, nel fervore
della singolare elezione, prostrati a terra in segno di riverenza,
risposero di slancio: «Padre, disse frate Vitale
per tutti, mandaci dove vuoi, perché siamo pronti a compiere
la tua volontà, ma tu, Padre, aiutaci con le tue preghiere
ad adempiere i tuoi comandi.
Perché noi siamo giovani, e non siamo ancora
usciti una volta d'Italia, e quel popolo ci è sconosciuto,
e sappiamo che odia i cristiani, e noi non conosciamo neppure la lingua
di quella gente.
E certo quando ci vedranno vestiti così miseramente e cinti
di una fune, ci disprezzeranno come pazzi e incapaci di parole di
vita; ecco perché noi abbiamo tanto bisogno delle tue preghiere.
Oh padre Dolce, come potremo separarci da te?
In che modo noi, miseri e orfani, potremo compier senza di te la volontà
di Dio, se Egli non ci aiuta con la sua grazia?».
«Andate, figli miei - proseguì Francesco commosso da quella obbedienza -, ponete in Dio la vostra confidenza: è lui che vi manda, egli vi darà; coraggio (...). Siate pazienti nelle tribolazioni ed umili nella prosperità: trionferete in ogni combattimento. Imitate il Cristo nella povertà, nell'obbedienza e nella castità (...). Portate con voi la Regola ed il breviario, e recitate l'Ufficio in modo perfetto. Ubbidite tutti al vostro fratello anziano Vitale».
Ad un tratto l'esortazione si interruppe: come una corda allentata, la voce di Francesco tremò, si abbassò, cambiò tono: l'uomo, con la sua tragica delicatezza, vinceva il maestro ed il Santo: «Figli miei, benché la vostra buona volontà mi riempia di gioia, tuttavia il mio cuore non può fare a meno di soffrire per la vostra partenza, perché vi amo, ma bisogna anteporre gli ordini divini ai nostri desideri. Per vostro conforto io vi prego di avere sempre dinanzi agli occhi la passione di nostro Signore. Essa vi animerà e vi fortificherà a soffrire tutto per la sua gloria».
La tristezza di Francesco si comunicò ai giovani partenti come un presentimento di morte. Subito il Santo prese la rivincita, scuotendo con robusta ala di fede la malìa dello scoramento: «Figliuoli miei, abbandonatevi in Dio, poiché Egli, che vi manda, vi darà tutti gli aiuti necessari per compiere la sua volontà».
I sei frati si inginocchiarono,
piangendo gli baciarono la mano, gli chiesero la benedizione.
Qualche cosa singhiozzava e si torceva nelle loro parole: la giovinezza
che si ribellava alla morte.
E S. Francesco, con le lacrime agli occhi, li benedisse.
Così, lasciando alle loro spalle la Porziuncola, incamminandosi in direzione della Spagna, partirono i sei Crociati del Marocco, con la testa rasa al sole, i piedi scalzi nel fango e nella polvere, la Regola sul petto e il Crocifisso nel cuore.
Rideva il maggio sulla beata Valle spoletana, e tutta la selva intorno alla Porziuncola biondeggiava e odorava di ginestre d'oro, ma davanti ai "nostri" frati c'era solo l'Africa sconosciuta.
Giunti nel Regno di Aragona,
caduto malato frate Vitale, proseguirono
in cinque.
A Coimbra, accolti «con molta
carità» dalla regina Urraca,
furono ospitati nel romitaggio di "Dos Olivais",
dove, da alcuni anni (1217), era una comunità
francescana.
E in quei giorni avvenne l'incontro tra i nostri
eroi ed il giovane canonico agostiniano di S. Croce di
Coimbra: Ferdinando Martinez da Lisbona
(futuro S. Antonio da Padova!).
Era consuetudine dei canonici regolari avvicendarsi nell'accogliere
i poveri e i mendicanti che bussavano alla porta della canonica
di S. Croce, per avere un po' di pane.
Un giorno, il giovane agostiniano Ferdinando
incontrò degli strani personaggi, vestiti di un saio, ruvido
e rattoppato, stretto ai fianchi da un consunto cordiglio.
Se ne stavano in fila con gli altri poveri per avere in elemosina
il "pane del Signore", ma si avvertiva
in loro qualcosa di diverso: chiedevano con umiltà, si accontentavano
di tutto e, con un sorriso solare, ringraziavano dicendo: "Il
Signore ti dia Pace!".
Nella loro nullità materiale, emergeva una indefinibile grandezza
spirituale.
Quando la curiosità lo spinse a chiedere chi fossero, Ferdinando seppe che provenivano dall'Italia, abitavano da alcuni giorni su una delle colline che sovrastano la città di Coimbra, erano seguaci di "quel" Francesco di Assisi, di cui conosceva la santità.
Ferdinando aveva dunque
incontrati i nostri frati alla porta dell'abbazia.
E ne aveva subìto, irreversibilmente, il fascino.
Certamente avrà parlato con loro, avrà "toccato"
con il cuore quella suprema letizia che, come freschissima e dissetante
sorgente, scaturiva da quello stupendo vivere il Vangelo nella sua
più assoluta integrità.
Da lì a poco, Ferdinando, "attaccate al chiodo" le bianche e pregiate vesti agostiniane, indosserà il ruvido e rattoppato saio francescano con il nome di Antonio.
Dopo una breve sosta ad Alamquer, i cinque fraticelli raggiunsero Hispalis (Siviglia), città tenuta dai Saraceni.
Qui tentarono di predicare nella moschea
principale; ma il re ordinò di tagliar loro la
testa, e soltanto perché addolcito dalle preghiere di suo figlio,
li fece soltanto imprigionare.
Dalla cima della torre-prigione, essi continuarono a predicare; quindi
il re saraceno li espulse dalla città
e li inviò nel Marocco, insieme a
don Pedro Fernando, fratello di Alfonso
II, re del Portogallo.
«I frati (...), entrati nella capitale
del Marocco incominciarono immediatamente a predicare
il Vangelo alla gente che stava nella piazza della città.
Ma avendo il sultano risaputa la cosa, ordinò che venissero
messi in prigione, dove restarono per venti giorni senza cibo e bevanda,
nutriti solo delle consolazioni divine.
Poi il sovrano li fece convocare dinanzi a sè.
Ma avendoli trovati fermissimi nella professione della fede cattolica,
acceso di sdegno, ordinò che venissero torturati in vari modi
e, in luoghi separati, sottoposti a flagelli.
Allora gli sgherri, legatili mani e piedi e con le funi al collo,
cominciarono a trascinarli per terra, con tanta violenza, che quasi
apparivano al di fuori le loro viscere.
Sulle loro ferite versarono aceto e olio bollente e infine li gettarono
sui loro giacigli ricoperti di frammenti e di rottami, seguitando
a tormentarli per tutta la notte.
Dopo di ciò il re del Marocco, pieno di furore,
ordinò che venissero ricondotti davanti a lui.
Incatenati e seminudi furono condotti in presenza del re.
Questi, avendoli trovati ancora saldissimi alla fede, allontanate
le altre persone, fece entrare alcune donne e cominciò a dire:
"Frati, convertitevi alla nostra fede, vi darò
queste donne per mogli e molto denaro, e sarete onorati nel mio regno".
Ma i beati martiri risposero: "Non vogliamo né
le tue donne, né il tuo denaro, ma tutto disprezziamo per amore
di Cristo".
Allora il sultano montò in furore e, afferrata una scimitarra,
separati l'uno dall'altro i santi frati, spaccò loro
la testa, vibrando tre colpi sulla loro fronte; li uccise
di propria mano».
Era il 16 gennaio 1220.
Alcuni cristiani, riusciti a recuperare i corpi
martoriati dei cinque eroi, li consegnarono all'infante
di Portogallo don Pedro, il quale «ricevute
le sacre Reliquie, le fece ponere in un vaso d'argento, e con molta
riverenza le mandò alla città di Coimbra in
Portogallo, accompagnandole esso per più giornate;
& il Signor Iddio per strada dimostrò molti miracoli».
Le sante reliquie, accolte con profondo
giubilo dagli stessi reggenti portoghesi, giunte a Coimbra,
furono poste nel Monastero di S. Croce.
«Nell'istesso giorno (...) cominciorono
li Santi a risplendere con miracoli (...). In questo medesimo giorno
il glorioso S. Antonio di Padova, ch'era Canonico
in quel Monastero di S. Croce di Coimbra, vedendo tanti miracoli,
e desideroso ancora di patir lui il martirio per la fede di Christo,
se deliberò pigliar l'habito di S. Francesco».
Diverrà S. Antonio da Padova, il
grande taumaturgo francescano!
Quando Francesco venne
a conoscenza di quell'altissima testimonianza di fede, esclamò:
«Ora posso dire veramente di avere cinque frati».
Eppure, più tardi, mentre ascoltava la lettura delle loro gesta,
parendogli che alcuni uditori traessero motivo di vanità collettiva
da quell'eroismo, fece interrompere la narrazione, dicendo: «Ognuno
prenda gloria dal suo proprio martirio, non da quello degli altri!».
Nel 1481 Sisto IV, con la bolla "Cum alias animo", «havendo presa diligente informatione della santità della vita, et operationi miracolose, fatte da questi cinque Santi Martiri, l'Anno 1481, adì 7 d'Agosto li canonizzò publicamente, e li fece ponere nel Martirologio, e Calendario Romano sotto li sedici di Gennaro, giorno del loro Martirio, e con le seguenti parole: Marrochij in Affrica, passio Sanctorum Martyrum Ordinis Minorum Berardi, Petri, Accursij, Adiuti, et Ottonis».
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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