Eremita degli Arnolfi
Nel 1213, Francesco
d'Assisi, percorrendo tutta la provincia orientale di
Terni, in compagnia di tre compagni, lasciato
il contado di Narni, dopo una breve visita
ad Amelia, a detta del Wadding,
raggiunse il castello di Sangemini.
Durante la felice permanenza in Sangemini,
frate Francesco, desideroso, come sua consuetudine,
di immergersi nella solitudine di qualche anfratto vicino, venne a
sapere dell'esistenza di un Romitaggio benedettino
posto - narra Antonio da Orvieto (Cronaca,
1717) -, «su la cima d'un aspro, e rigido Monte»,
tra i borghi di Cesi e di Portaria,
edificato intorno al sec. VII-IX, in onore dei SS. Procolo
e Volusiano, Vescovi di Terni e
di Carsulae, che nella pace del luogo ebbero
la propria dimora.
Francesco, ottenuta la fatiscente cappellina
dall'abate benedettino di Porta Reale, a
detta di un anonimo secentesco, «lì
fabricò con frasche e canne vicino uno più picciol ricovero
contro l'ingiurie del tempo (...)».
Il Giullare di Dio, usando le parole dello
Iacobilli, «in quest'Eremo dimorò
molti giorni in santa contemplazione; e predicò a molti che
ivi vennero ad udirlo, e visitarlo» (L. Iacobilli,
Vite, II).
E fra i tanti, continua il suddetto cronista, un giovane nobile di
Poggio Azzuano (Cesi
- Terni), entusiasmato agli estremi dal
persuasivo fervore dell'Apostolo umbro,
«commosso dalla santità della sua vita e dalle virtù
delle sue divine parole, lo pregò a riceverlo fra i suoi discepoli
(...). Era costui Pietro Capitoni Cesi, figlio di
Angelo Cesi, signore di Cesi, di Aquitano e di Poggio Azzuano».
Pietro Cesi diverrà il beato Pietro dal Poggio,
che su questo monte, con l'aiuto di suo fratello Angelo, edificherà,
nel 1230, il primo conventino
in pietra.
Quassù frate Francesco, immerso nella
solitudine boschiva del monte, o nascosto tra le umide rocce della
spelonca (che la tradizione ha sempre chiamato "Grotta
di San Francesco"), compose la "Exhortatio
ad laudem Dei", autentico abbozzo del "Cantico
di Frate Sole", versi sciolti in lingua latina
che il Santo, «di propria mano»,
in occasione della riconsacrazione della cappellina benedettina
- da lui stesso restaurata -, scrisse su una tavola di legno, devotamente
conservata (almeno sino al '500), nel sacro oratorio.
Nel 1213, frate Francesco,
a detta della tradizione, si sarebbe trattenuto all'Eremita
per due mesi e tre giorni.
E prima di partire da quell'amatissimo luogo, presagendone gli eroici
futuri, chiese che lì venisse avviata la costruzione di una
chiesetta dedicata alla Vergine Annunziata,
simile in dimensione e forma alla amatissima "Porziuncola"
di Assisi.
Il Poverello di Dio tornerà a temprare
il suo spirito nell'amena solitudine dell'Eremo degli
Arnolfi.
Nel 1218, il Santo,
dopo aver raggiunto il popolo di Terni,
pervenne ancora nel borgo di Sangemini,
«e frate Elia era con lui», precisa Tommaso
da Celano (I Cel., 69). Da Sangemini
mosse poi alla volta dell'Eremita degli Arnolfi.
Nel 1220-21, dopo la missione in Terrasanta,
Francesco giunse ancora nel Romitaggio
di Cesi. L'ennesima visita sarebbe convalidata dalla
presenza, tra le reliquie della chiesa,
di un mantello, «da lui riportato
d'oltremare, e che da' frati ivi dimoranti, si conserva e si mostra»,
scrive Antonio da Orvieto.
E forse proprio in quei giorni di permanenza, dopo una notte insonne
causata dall'acuirsi della sua malattia, l'indomani, «Francesco
fu condotto dal beato Pietro presso una fonte di Acquasparta».
Il Poverello di Dio bevve quell'acqua prodigiosa
e trovò giovamento (da allora la fonte venne chiamata "Fonte
di S. Francesco"); ed alla moltitudine di gente
accorsa, espresse il desiderio di voler lì edificare un romitaggio
con annesso lazzaretto.
La richiesta fu accordata. In quel luogo sorgerà il Convento
di S. Francesco di Acquasparta.
Dopo la devastante cauterizzazione subìta a Fontecolombo
di Rieti (1225), il Santo
assisiate, segnato dalle sacre Stimmate, visitò
ancora il Convento di Cesi.
Accompagnato dai quattro "fratelli infermieri"
(i frati: Angelo, Bernardo,
Leone e Rufino),
Francesco, a dorso di un asinello, partito
da Rieti, visitate Piediluco,
Terni, Stroncone
e Sant'Urbano, giunse nel Romitaggio
arnolfo.
Qui i devoti frati, constatato il pietoso stato di salute del loro
"padre", si preoccuparono di
offrirgli un più comodo giaciglio: costruirono accanto alla
chiesetta, una capanna di frasche e loto, fornita di un lettaccio
di tavole.
In quei giorni, durante una medicazione alle sacre Stimmate,
un fraticello che stava assistendo il Santo,
raccolse un poco di quel prezioso sangue, da allora conservato e successivamente
custodito, precisa Antonio da Orvieto, in
una «picciola ampolla, o vasetto posto dentro un Tabbernacolino
d'Argento» (Antonio da Orvieto,
Cronaca, 1717).
Il luogo francescano dell'Eremita, oltre ad aver
avuto il gaudio di essere lustrato dalla delicatissima immagine dell'Apostolo
umbro dei primi anni della sua vita religiosa, ebbe
l'onore di essere profumato dalla sagoma cenciosa ed emaciata del
Santo stimmatizzato, divenuto immagine perfetta
di Cristo!
Sino al febbraio-marzo 1226, frate Francesco
dimorò all'Eremita degli Arnolfi, poi si trasferì
a Siena per ulteriori e vani tentativi di
cura; da Siena, nel maggio-giugno
1226, fu condotto ad Assisi.
Dopo pochi mesi - il 3 ottobre 1226 - frate
Francesco morì.
Dopo la morte del Santo, molti dei suoi
più intimi compagni, delusi dalla
distorta evoluzione dell'Ordine - che proponeva
una interpretazione più elastica della Regola
in riferimento all'obbligo della povertà assoluta - si rifugiarono
all'Eremo di Cesi-Portaria.
Si ritirò su questo monte frate Leone,
compagno inseparabile e confessore dell'Apostolo umbro.
Documentate, inoltre, sono le presenze del beato Egidio,
carissimo compagno dell'Assisiate, e del beato Corrado
da Offida.
Il Convento fu sempre importantissimo centro della
più stretta e rigorosa spiritualità francescana, mantenendo
inalterata nel tempo, quell'atmosfera mistico-leggendaria tipica dei
"Fioretti"; dal 1213
al 1867, nella solitudine di questo luogo,
sottolineano le fonti, «sempre rinverdì l'albero
della religione minoritica».
Il 23 maggio 1291, papa Nicolò
IV concesse indulgenza a tutti coloro che avessero visitato
la chiesa della Eremita.
Nel '300, il Romitaggio
accolse i beati: Giovanni della Valle, Gentile
da Spoleto e Paoluccio Trinci da Foligno;
quest'ultimo, ottenute le dovute concessioni, qui attuò la
sua grande riforma detta degli "Osservanti":
«vivere la purità della Regola, non osservata nell'Ordine,
con quella povertà che la fondò il glorioso Padre Francesco»
(Wadding, Annales).
Nel 1385, frate Bartolomeo da
Pisa, ricordando il Cenobio di Cesi,
lo descrive come segue: «il devotissimo luogo dell'Eremita,
voluto da San Francesco, continuamente ha ospitato frati, osservanti
la Regola alla lettera» (Bartolomeo da Pisa,
De conformitate, 1385-1390).
Nel '400, il Convento fu
lustrato dalle presenze dei Santi: Giacomo della Marca,
Giovanni da Capestrano e Bernardino
da Siena; quest'ultimo, ampliando il fabbricato, conferì
alla struttura l'aspetto attuale.
Sempre nel '400, all'Eremita
visse il beato Francesco da Pavia, il quale,
ammansito un lupo, giunse persino a comandargli «di far
scorta a un asinello che andava al convento carico di elemosine per
i frati» (B. Bazzocchini, Cronaca,
1921).
Ancora in quegli anni, il venerando luogo accolse il beato
Francesco da Brescia ed il giovane novizio frate Giacomo
delle Corone da Portaria. Di questi si tramanda che
fosse intento pregare dinanzi all'immagine della Vergine
posta nella chiesa, quando la stessa gli suggerì la recita
di una nuova Corona: al Cenobio
degli Arnolfi nacque, così, la Corona
francescana, che tuttora pende dal cordiglio di tutti
i frati!
Nel 1532, l'Eremita passò
ai "Riformati", francescani «infiammati
di Spirito Santo», decisi a rivivere la Regola
ed il Testamento di Francesco «ad
litteram et sine glossa» («alla lettera e senza
commento»).
Nel '500, il sacro monte fu santificato
dalle presenze dei beati Giovanni Spagnolo
e Ambrogio da Milano, protagonisti di stupendi
prodigi.
Uno scrittore vissuto nella seconda metà del '600,
parlando del luogo, sottolinea «l'angelica vita»
lì condotta dai «buoni Religiosi».
Nel '600, fra le mura di questo Eremo,
vissero, tra gli altri, i venerabili frati: Pietro da
Montefranco, Antonio d'Amelia,
Cornelio da Cascia e Antonio
da Nocera; di quest'ultimo si narra: «Onde
per lo spazio di due anni continovi, che resse Antonio (da
Nocera) quella santa Casa, pochi giorni passavano che non
si vedessero più coppie di Religiosi o stratarsi in terra per
essere calpestati, o carichi di varij stromenti di mortificazione,
o dirsi colpa dè propri difetti, benché minimi, l'un
all'altro (...); sembrava il Convento abitazione
d'Angeli piuttosto che d'Uomini normali» (Antonio
da Orvieto, Cronaca, 1717).
Toccante la cronaca che narra come un Angelo del Signore,
in una buia notte invernale secentesca, fosse accorso alla Romita,
portando agli affamati fraticelli un cesto di buonissimo pane.
Nel '700, il Convento venne dichiarato "Ritiro":
luogo designato all'osservanza più stretta della
Regola di Francesco.
Le principali regole del Ritiro erano: «da
due a tre ore di meditazione, da sette ad otto ore di coro ogni giorno;
sette quaresime all'anno; silenzio rigoroso, povertà estrema;
penitenze che si sarebbero dette inosservabili» (Agostino
Gemelli, Il Francescanesimo, 1932).
Il solitario Romitaggio di Cesi continuava ad essere
focolaio ardente della più alta spiritualità francescana.
In questo secolo vissero sul sacro monte, il beato Leopoldo
da Gaiche ed i venerabili: padre Pietro
da Bagnaia, padre Domenico da Orvieto,
padre Antonio da Torri in Sabina e frate
Giovan Battista da Spoleto. Di questi la
tradizione narra cose straordinarie: «come stendendo il
suo mantello sopra animali malati facesse loro acquistare perfetta
guarigione; come si moltiplicasse il pane fra le sue mani quando lo
distribuiva ai poveri, e questo si racconta pure del vino, dell'olio,
ecc., ecc. » (B. Bazzocchini,
Cronaca, 1921).
Dopo la Soppressione francese, il Sacro
luogo di Cesi-Portaria fu lustrato dalla presenza del giovane
Francesco Possenti (futuro S.
Gabriele dell'Addolorata), qui giunto per parlare con
suo zio frate (padre Fedele Carrarini da Terni),
ed essere consigliato sulla definitiva scelta di vita religiosa.
Presto, i religiosi della Romita vennero investiti
da una successiva "tempesta demolitrice": la Soppressione
italica.
Il 17 gennaio 1867, un drappello di autorità
governative e demaniali salì l'erta del monte con l'ordine
di evacuare il Convento.
Con maniere degne della più raffinata inciviltà, l'ordine
venne eseguito: i frati, senza condizioni, vennero cacciati dal sacro
luogo.
La Soppressione italica, quindi, costrinse
la mite "famiglia francescana"
a lasciare definitivamente il Romitorio, il quale,
divenuto proprietà demaniale, fu venduto ad una facoltosa famiglia
del luogo.
Dopo essere stato dimora di coloni, il Convento cadde
nel più desolante degli abbandoni; e quando sembrava ormai
destinato ad una inesorabile scomparsa, nel 1991,
divenne dimora del provvidenziale frate Bernardino Greco,
il quale, aiutato da un incredibile numero di "francescanofili",
provenienti da tutta Italia e da molti paesi europei, ha dato avvio
all'opera di recupero: restaurazione delle sconquassate mura e, obiettivo
fondamentale, ripristino dei valori più autentici
del francescanesimo.
***
Oggi il vasto complesso monastico, completamente
restaurato, è tornato all'antico splendore.
Cappellina benedettina (o di S. Francesco) e corpo conventuale
Un angusto chiostro fatto
a tetto da due sole parti ed avente finestre aperte invece di archi,
separa il corpo chiesastico da quello conventuale;
in fondo al chiostro è la piccola cappella benedettina
o di S. Francesco (sec. VII-IX); la stessa che restaurò
l'Assisiate nel 1213.
All'interno è un austero e "antichissimo"
altare a ceppo (lo stesso, accanto al quale, certamente,
"predicò" Francesco d'Assisi,
ed officiarono, tra gli altri, S. Bernardino da Siena
e S. Giacomo della Marca).
Parallelo alla chiesa è il Convento
propriamente detto (sec. XV), diviso in due piani:
al piano terra, oltre alla "sala
del Capitolo", si trovano «le
necessarie» officine, consistenti in un corridoio
circondato da numerosi vani voltati a botte; alla destra vi un capiente
refettorio, dove i frati consumavano gli
umilissimi pasti; a sinistra dell'ingresso è la stanza
"del fuoco comune", corredata di un enorme
camino.
Da qui, due rampe di scale, adducono al piano superiore
dove, lungo un corridoio centrale, si affacciano le celle
dei minoriti, oltre alla stanza della biblioteca
e della "biancaria".
Perpendicolari, all'incirca, all'asse longitudinale del Convento,
si sviluppano due ramificazioni costruttive, che individuano il chiostro
del "grande cedro", esse sono:
il "Noviziato" di S. Bernardino
(sec. XV) e gli ambienti studio dei Novizi
(secc. XIV-XV).
Sotto al "Noviziato di S. Bernardino",
dirimpetto alla facciata della chiesetta, accanto alla porta-ingresso
del sacro Romitaggio, si trova la foresteria,
riadattata laddove erano il refettorio,
la cucina e la dispensa
del primo nucleo conventuale, edificato nel 1230 da Andrea
Cesi, fratello del beato Pietro.
Chiesa della SS.ma Annunziata e cappellina di S. Caterina d’Alessandria
La duecentesca chiesa fu per oltre
sei secoli punto di riferimento spirituale dei devoti delle "Terre
Arnolfe", e venne edificata su suggerimento di
S. Francesco, in ricordo della chiesetta
tanto amata: la "Porziuncola di Assisi".
Entrambe le costruzioni sono costituite da un'unica navata
coperta da volta a botte a sesto leggermente rialzato.
La parte terminale, absidata, presenta due aperture simmetriche, altre
chiuse su un lato e un gradino verso la zona del coro.
Sull'altare maggiore era situato un crocefisso
di rilievo con un quadro per parte rappresentanti la SS.
Annunziata. Al lato destro dell'altare, in una grande
nicchia, era un armadietto ligneo custodente
varie preziosissime reliquie. La reliquia
più venerata, oltre al sangue di Francesco
contenuto in una ampollina, era il mantello del Santo.
Annessi alla chiesetta sono: la sagrestia,
una cappellina e l'oratorio
del beato Francesco da Pavia.
Di fronte alla chiesa è un rozzo
portico; sulla destra si trova l'oratorio
di S. Bernardino da Siena. Di fronte al portico è
una piccola cappella detta di S. Caterina,
a pianta quadrata, con volta a crociera; le pareti laterali della
stessa erano scompartite in otto quadri recanti la Storia della
martire bionda.
La cisterna del Duca
Al centro del vasto prato
antistante al complesso monastico, è la cosiddetta "Cisterna
del Duca": un pittoresco pozzo di travertino, dalla
inusuale forma ovale, posto sotto una grande tettoia, fatto costruire
nel Seicento dai Duchi Cesi di Acquasparta,
a beneficio dei fraticelli dell'Eremita.
Accanto alla magnifica cisterna sono i resti della lavanderia,
costituita da grandi vasche in terracotta.
Completamente perduta è la decorazione originaria.
Antonio da Orvieto ricorda in chiesa un:
«Crocifisso di rilievo d'intaglio, tutto imbrunito, con
un quadro per parte rappresentanti la SS. Annonziata»; ed una
«miracolosissima immagine di Maria sempre Vergine, dipinta in
tavola, col suo santissimo Figliolo in braccio, e con molti misteri
d'intorno, opera molto antica ma d'artefice incerto».
Nella seconda metà dell'800, fra le altre opere - il complesso
monastico risultava largamente affrescato -, era ancora visibile una
tavola a tempera raffigurante la Passione di Cristo in dodici
storie (opera accurata di Scuola senese del XV secolo). Nella
cappella di S. Francesco era una bella
Crocifissione ad affresco della fine del sec. XIV; nella
cappella di S. Caterina alcune storie
della Santa, assegnate da Van Marle ad un seguace
di Benozzo Gozzoli.
La spelonca di frate Francesco
Un sentiero incantevole conduce sul fianco del monte verso il fosso di Portaria (o dell'Eremita) dove si apre la grotta di S. Francesco. Non è molto profonda, appare a forma di ferro di cavallo e gira intorno ad un masso fiancheggiandone la parte frontale con le due aperture. Toccante nel suo interno la visione di una piccola croce greca incisa su una pietra rossastra; la tradizione vuole che l'orante Francesco qui fosse solito poggiare la sua fronte.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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