Cap. III: lez. I - IX
III. VIRTU' PRIVILEGIATE
LEZIONE I
L'insigne seguace di Gesù Crocifisso, l'uomo
di Dio Francesco, fin dagli inizi della sua conversione crocifiggeva
la carne e le sue passioni con il rigore della disciplina
e frenava i moti dei sensi con la legge della moderazione
in maniera tanto severa che a stento prendeva il sostentamento
indispensabile alla natura.
Nei tempi in cui era sano, a fatica e di raro si permetteva
vivande cotte e, quando se le permetteva, qualche volta le
rendeva amare col mescolarvi della cenere oppure, per lo più,
le rendeva insipide col versarci liquor d'acqua. Usò
severa parchezza nel bere e tenne lontano il corpo dal vino,
per poter applicare la mente alla luce della sapienza. Siamo
in grado di costatarlo con chiarezza da questo particolare:
quando era tormentato dall'arsura della sete, a stento osava
bere a sufficienza perfino l'acqua fresca. Il più delle
volte era la nuda terra il letto per il corpicciuolo stanco;
guanciale, una pietra; e coperta era un vestito semplice,
grinzoso ed ispido, giacché per esperienza sicura aveva
imparato che i nemici maligni vengono messi in fuga dalle
vesti dure e ruvide, mentre da quelle delicate e molli vengono
animati a tentare con maggior baldanza.
LEZIONE II
Rigoroso nella disciplina, vigilava assai attentamente
su se stesso e aveva cura speciale nel custodire quel tesoro
inestimabile della castità, che noi portiamo nel fragile
vaso del corpo: e anche il corpo egli si studiava di tenere
con rispetto e santità, mediante l'integerrima purezza
di tutto se stesso, carne e spirito.
Per questo agli inizi della sua conversione, nel tempo del
gelo invernale, forte e fervente nello spirito, si immergeva
per lo più in una fossa colma di ghiaccio o di neve,
sia per rendersi perfettamente soggetto il nemico di casa,
sia per preservare dal fuoco della concupiscenza la veste
candida della purezza.
Con pratiche di questa specie incominciò anche ad apparire,
nell'uso dei sensi, adorno di un pudore così luminoso
e bello, che pareva aver conseguito ormai il pieno dominio
della carne e stabilito con i suoi occhi il patto non solo
di rifuggire da ogni sguardo sensuale, ma di astenersi totalmente
da qualsiasi sguardo curioso o inutile.
LEZIONE III
Eppure, anche se aveva conquistato la purità
del cuore e del corpo e si stava in certo modo avvicinando
alla cima della santificazione, non cessava di purificare
continuamente con là pioggia delle lacrime gli occhi
dello spirito: bramava la purezza delle chiarità celesti
e non si preoccupava che gli occhi del corpo si deteriorassero.
Infatti a causa del continuo piangere era incorso in una gravissima
malattia di occhi. Il medico cercava di persuaderlo ad astenersi
dalle lacrime, se voleva sfuggire alla cecità; ma egli
non accondiscese in alcun modo, affermando che preferiva perdere
la luce della vista corporale che frenare le lacrime e reprimere,
così, la devozione dello spirito, poiché con
le lacrime l'occhio interiore diventa mondo e riesce a vedere
Dio.
L'uomo a Dio devoto, pur in mezzo a quel fluire di lacrime,
era sereno, per dir così, di una giocondità
celeste, sia nel cuore sia nel volto: il nitore della coscienza
santa lo inondava di tanta letizia che il suo spirito era
di continuo rapito in Dio e sempre esultava per l'opera delle
Sue mani.
LEZIONE IV
L'umiltà, custode e ornamento di tutte le
virtù, si era giuridicamente impadronita dell'uomo
di Dio. Difatti, benché egli risplendesse per il privilegio
di molte virtù, sembrava tuttavia che l'umiltà
avesse conseguito un dominio particolare su di lui: minore
di tutti i minori.
E certo secondo il criterio con cui lui stesso si giudicava,
dichiarandosi il più grande peccatore, egli era proprio
e soltanto un piccolo e sudicio vaso di creta: in realtà,
invece, era un vaso eletto di santità, fulgido e adorno
di molteplici virtù e di grazia, consacrato dalla purezza.
Si studiava di essere spregevole agli occhi propri ed altrui;
di ripulire, confessandoli in pubblico, le macchie in lui
nascoste e di celare nel segreto del cuore i doni del Datore
supremo: non voleva in alcun modo che venisse rivelato, per
averne gloria, quanto poteva essere occasione di rovina .
Piuttosto, per compiere ogni giustizia nella realizzazione
dell'umiltà perfetta, si impegnò a rimanere
soggetto non solo ai superiori, ma anche agli inferiori, a
tal punto che aveva l'abitudine di promettere obbedienza anche
al compagno di viaggio, fosse stato anche il più semplice.
In questo modo egli non comandava autoritariamente, alla maniera
di un prelato; ma, alla maniera di un ministro e di un servo,
obbediva per umiltà anche ai sudditi.
LEZIONE V
Perfetto seguace di Cristo, si studiò pure di prendersi
in isposa con amore eterno la eccelsa povertà, compagna
della santa umiltà, e per essa non soltanto lasciò
il padre e la madre, ma distribuì ai poveri tutto quanto
poté avere.
Nessuno fu tanto avido di oro quanto costui della povertà;
nessuno, più preoccupato di custodire un tesoro, quanto
costui di custodire la pietra preziosa del Vangelo. Difatti,
dai tempi della fondazione dell'Ordine fino alla morte, lo
si vide, ricco di tonaca, corda e mutande, gloriarsi della
penuria e godere dell'indigenza.
Se gli capitava d'incontrare qualcuno che, all'abito esterno,
sembrava più povero di lui, immediatamente rimproverava
se stesso e si incitava ad essere come lui, come se, nella
gara per la povertà, temesse di essere vinto su questo
punto, perché meno nobile di spirito.
A tutte le cose caduche aveva preferito la povertà,
in quanto è pegno dell'eredità eterna, e riteneva
un niente le ricchezze ingannevoli: un feudo concesso per
un momento amava la povertà a preferenza delle grandi
ricchezze e. in essa, desiderava superare tutti gli altri,
lui che dalla povertà aveva imparato a ritenersi inferiore
a tutti.
LEZIONE VI
Attraverso l'amore per l'altissima povertà, l'uomo
di Dio divenne così florido e ricco di santa semplicità
che, pur non avendo assolutamente nulla di proprio tra le
cose del mondo, sembrava il possessore di tutti i beni, poiché
possedeva l'Autore stesso di questo mondo. Infatti con l'acutezza
della colomba, cioè con la penetrazione che è
propria della mente semplice, e con lo sguardo puro della
riflessione, egli riportava tutte le cose al Sommo Artefice
e in tutte riconosceva, amava e lodava lo stesso Fattore.
E così avveniva, per dono della clemenza celeste, che
egli possedeva tutte le cose in Dio e Dio in tutte le cose.
Inoltre, in considerazione della prima origine di tutte le
cose, chiamava tutte le creature, per quanto modeste, col
nome di fratello e di sorella, considerando che, insieme con
lui, provenivano da un unico Principio. Abbracciava, però,
più appassionatamente e con maggiore dolcezza quelle
che per somiglianza naturale rappresentano la pia mansuetudine
di Cristo e la raffigurano per il significato loro attribuito
dalla Scrittura.
A causa di questo, avveniva, per l'influsso della potenza
soprannaturale, che gli animali si sentivano attratti verso
di lui come da un senso di pietà; ma anche gli esseri
insensibili obbedivano al suo cenno, come se quell'uomo santo,
in quanto semplice e retto, fosse già stato ristabilito
nello stato di innocenza.
LEZIONE VII
La Fonte della Misericordia aveva riversato nel servo
del Signore anche una dolce compassione, con tale abbondanza
e pienezza che egli, nel sollevare le miserie delle persone
miserevoli, pareva portare in sé un cuore di madre.
Gli era connaturale anche la clemenza, che la pietà
di Cristo, infusa dall'alto, raddoppiava.
E così, per i malati e per i poveri, egli si sentiva
struggere l'anima ed offriva l'affetto, quando non poteva
offrire la mano. Ciò, perché qualunque forma
di penuria o di privazione scorgesse in qualcuno, con la dolcezza
del suo cuore pietoso la riferiva a Cristo.
In tutti quanti i poveri intravedeva il volto di Cristo e,
perciò, se gli veniva dato qualcosa di necessario per
vivere, quando li incontrava non soltanto generosamente l'offriva
a loro, ma giudicava pure che a loro si doveva restituire,
come se appunto a loro appartenesse.
Non la perdonava assolutamente a nulla: mantelli, tonache,
libri e perfino la suppellettile dell'altare: se appena lo
poteva, tutto donava ai bisognosi a bramava anche di spendere
tutto se stesso, per realizzare appieno il dovere della pietà
perfetta.
LEZIONE VIII
Lo zelo per la salvezza dei fratelli, che si sprigionava
dal fuoco della carità, trapassò come spada
affilata e fiammeggiante le intime fibre di Francesco, a tal
punto che questo' uomo appariva tutto gelosia, acceso da uno
zelo bruciante, tormentato dalle pene della compassione.
Quando vedeva che le anime redente dal sangue prezioso di
Cristo venivano insozzate dalla bruttura del peccato, Si sentiva
trapassato da un dolore straordinario e trafiggente; le compiangeva
con una commiserazione così tenera che ogni giorno
le partoriva in Cristo, come una madre.
Da qui il suo accanimento nella preghiera, quel correre dovunque
a predicare, quell'eccesso nel dare l'esempio: perché
non si riteneva amico di Cristo, se non curava teneramente
le anime che egli ha redento.
Per questa ragione, benché l'innocente sua carne, che
già si assoggettava spontaneamente allo spirito, non
avesse alcun bisogno di flagello, egli le moltiplicava i castighi
e i pesi, in vista dell'esempio: in vista degli altri obbligava
se stesso a percorrere duri cammini, per seguire perfettamente
le orme di Colui che, per la salvezza degli altri, consegnò
la sua vita alla morte.
LEZIONE IX
Quanto, poi, al fervore della carità perfetta,
da cui l'amico dello Sposo si sentiva trasportato in Dio,
ognuno può costatarlo da questo soprattutto: egli bramava
ardentemente di immolarsi con la fiamma del martirio, ostia
viva, a Dio.
Tre volte, per tale cagione, egli intraprese il cammino verso
i paesi degli infedeli; ma le prime due volte ne fu impedito
da disposizione divina. Finalmente la terza volta, dopo aver
provato molti oltraggi, catene, percosse e fatiche innumerevoli,
con la guida di Dio venne condotto al cospetto del Soldano
di Babilonia: là predicò il Vangelo di Cristo,
con una manifestazione così efficace di spirito e di
potenza che lo stesso Soldano ne fu ammirato e, diventato
mansueto per divina disposizione, lo ascoltò con benevolenza.
In realtà, egli notò in lui fervore di spirito,
costanza d'animo, disprezzo della vita presente, efficacia
nella Parola di Dio e concepì verso di lui tanta devozione
che lo stimò degno di molto onore, gli offrì
doni preziosi e lo invitò insistentemente a prolungare
il soggiorno presso di lui.
Ma quel vero spregiatore di se stesso e del mondo rifiutò
come fango tutte le cose offerte e, costatando che non poteva
conseguire quanto si era proposto, dopo avere fatto schiettamente
tutto ciò che poteva fare per ottenerlo, tornò
tra i paesi cristiani, come una rivelazione gli aveva suggerito.
E così avvenne che l'amico di Cristo cercasse con tutte
le forze di morire per Lui e non potesse assolutamente riuscirvi.
In tal modo, da una parte non gli mancò il merito del
martirio desiderato, e, dall'altra, venne risparmiato per
essere, più tardi insignito di un privilegio singolare.
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