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Approfondimento Storico e Sacro

3- S. Francesco prega nella chiesa di Bovara

D. Aurelio Bonaca (Le memorie francescane di Trevi, Estratto da "Studi Francescani", Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927), scrive:

«Poco lungi da Trevi, sopra di un’amena collina, maestosa e solitaria, si erge l’Abbazia di Bovara, con annessa la monumentale chiesa di S. Pietro. Sui colli circostanti stanno appollaiate le casette che formano, nell’insieme, la Villa di Bovara, e in basso, nel piano, scorre il Clitunno e passa la Via Flaminia, quella via che il Poverello ha certamente percorso tante volte specialmente quando si recava nella valle di Rieti.

Il nome di Bovara si collega certamente al fatto accennato anche da Virgilio, da Cornelio Nepote, Silio Italico, ed altri, della purificazione dei buoi nelle acque del Clitunno prima di essere portati al sacrificio.

Dove oggi sorge la chiesa di S. Pietro o nei pressi, c’era un tempio pagano, forse uno dei sacelli nominati da Plinio, come fanno fede pietre e avanzi di sculture e di epigrafi che si riscontrano nella monumentale costruzione.
Non si sa quando la chiesa sia sorta, ma è lecito pensare che la sua costruzione coincida con quella dell’Abbazia e non si erra certamente se tale costruzione si fa risalire intorno il mille, poiché già nel 1177 il Papa Alessandro III con una sua Bolla riconobbe i diritti acquisiti da Bovara sopra molte chiese curate e sopra Monasteri più piccoli retti da un Priore e pose l’Abbazia sotto la sua protezione.

Il primo Abate di Bovara di cui si conosca il nome, fu Raniero, il quale seppe portare l’Abbazia a quel grado di splendore e di importanza che avevano in quei tempi i Monasteri benedettini. E tale importanza crebbe sempre di più, fino al punto che l’Abate di Bovara, secondo il Natalucci che poté esaminare l’Archivio, aveva giurisdizione sopra circa cento parrocchie.

Nella distruzione di Trevi, avvenuta nel 1214 anche l’Abbazia di Bovara andò distrutta e i Monaci furono dispersi.
Poco dopo essa risorse più forte e più rigogliosa di prima, ma sulla fine del 1300 e i primi del 1400 Bovara cominciò a sentire gravi danni a causa delle forti lotte tra Guelfi e Ghibellini.
Nel 1421 Corrado Trinci invase il Monastero, lo distrusse e discacciò i Monaci.
Passata la bufera, che in un periodo non troppo lungo per due volte si era abbattuta sull’Abbazia di Bovara, i Monaci tornarono e cominciarono l’opera di ricostruzione ed elessero loro Abate Tommaso Valenti, giovane di appena 22 anni.
Le lotte delle fazioni continuarono e nel 1484 il Valenti, scoraggiato, consegnò il Monastero all’Ordine Olivetano.

Si iniziò così il rifiorire dell’Abbazia, il fabbricato fu rifatto quasi interamente e con tale ampiezza che nel 1545 Paolo III, di ritorno da Perugia, vi si fermò con tutta la sua corte per tre giorni.
Però l’Abbazia di Bovara più non raggiunse il grado di potenza avuto nel passato, pur segnando ancora nella sua storia pagine veramente belle.
Dopo la soppressione napoleonica più non risorse ed oggi è semplicemente una parrocchia rurale.

S. Francesco, attratto dalla fama di santità dei Monaci di Bovara, innamorato della posizione solitaria in cui si trovava la chiesa di S. Pietro, più volte vi si recò a vi si trattenne a pregare.

L’Abbazia era nel suo pieno sviluppo, la chiesa tenuta con ogni proprietà e splendore e S. Francesco, godendo dell’affettuosa ospitalità che i Benedettini gli offrivano dovunque, amava recarsi colà, forse perché vedeva cambiato in un luogo di preghiera quello che era stato un centro di superstizione e di cerimonie del culto pagano.

Sopravvenuta la rovina, quando più non udivasi la voce salmodiante dei Monaci, il Poverello non dimenticò la deserta chiesa di Bovara, che seguitò a visitare con amore.
E di una di queste visite, avvenuta quando "nullus ibi manebat, maxime quia illis temporibus erat destructum castrum Trevii ita quod in eodem castro vel nullus manebatat", abbiamo particolare menzione.
La chiesa di Bovara fu certamente testimone di una di quelle lotte titaniche che il Poverello dovette più volte sostenere contro lo spirito del male, una di quelle lotte che il Signore permette solo ai Santi, ai quali poi Egli concede i più splendidi trionfi.

Oltre la "Legenda Antiqua", anche lo "Speculum Perfectionis", "Tommaso da Celano" e "S. Bonaventura" ci raccontano quanto avvenne, ed è bello ed edificante per noi riandare, sotto la loro guida, il racconto di quel che si svolse nel silenzio di una notte.

In una sera, sul tramonto, due Fraticelli si dirigevano verso la deserta ed abbandonata chiesa di Bovara; il loro aspetto era di persone affaticate e stanche; erano Frate Francesco e Frate Pacifico, il re dei versi.
Venivano dal non lontano ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro, dove erano stati ospitati e dove avevano esplicato tutta un’opera di bontà e di amore.

In quel giorno il Poverello si sentiva turbato ed era in preda a forti tribolazioni spirituali.
Desiderava esser solo per dare libero sfogo a quanto passava nell’animo suo.
Il suo spirito era sitibondo di preghiera; egli sentiva il bisogno di effondersi a Dio e cercare forza e conforto nel Signore. Ma il suo spirito grande non poteva dimenticare i poveri lebbrosi e rivoltosi a Frate Pacifico gli ordinò di ritornare al lebbrosario e di venire a lui la mattina seguente.

Frate Pacifico, che conosceva bene il suo maestro e sapeva delle lotte spirituali che doveva sostenere spesso col nemico del bene, si turbò, ma non fece osservazioni, chinò la fronte e ricevuta la benedizione partì, con il cuore gonfio, con la certezza che gravi cose sarebbero avvenute nella notte al maestro.

Frate Pacifico aveva colto nel vero.
Egli era appena partito che il Poverello si diede a pregare; recitò compieta ed altre orazioni; volle poi riposarsi e non poté; sentì nell’animo suo un vuoto spaventoso; era pronto al sacrificio, era pronto a tutto quello che il Signore avrebbe voluto, ma, come accadde al Divino Maestro, l’umanità si faceva sentire con tutte le sue forze.
Pregava egli, ma gli sembrava che a nulla giovasse la sua preghiera; cercava di innalzarsi a Dio, ma ricadeva nella vacuità da cui si sentiva preso. "Spiritus eius coepit timere et sentire diabolicas suggestiones".
Un freddo sudore si manifestò nel suo corpo, un tremore insolito lo prese in tutta la persona ed egli si sentì vicino all’agonia.
Francesco trovavasi in quel momento in una di quelle spaventose crisi che turbano talvolta le grandi anime e che sono peggiori di ogni altro spasimo, più penose di ogni martirio.

Il demonio approfittò di quell’abbattimento temporaneo, e lo assalì con le più violente tentazioni; sembrava che tutto l’inferno fosse mosso in battaglia contro di lui; schiere di diavoli correvano sul tetto della Chiesa. Ma egli fu forte e benché preso dall’abbattimento, benché la fralezza della carne si facesse sentire intera nella lotta dello spirito, tuttavia fu fermo e non vacillò.
Si alzò, uscì dalla chiesa e forte del segno della Croce gettò in faccia ai demoni una sfida, che è nello stesso tempo una manifestazione della sua grande umiltà: "Per parte di Dio onnipotente vi dico, o demoni, di esercitare sul mio corpo tutto ciò che vi sia permesso dal Signore Gesù Cristo; sono preparato a sostenere ogni cosa. Poiché essendo il mio corpo il peggiore mio nemico, mi vendicherete del mio avversario e di un pessimo nemico".
Ed i demoni, che erano andati per atterrire quello spirito, vedendo nella carne inferma quello spirito essere inespugnabile, pudore confusi, "protinus evanescunt".
La lotta era finita con la sconfitta del nemico, la battaglia era stata guadagnata!
Cessarono le tentazioni, ogni interno turbamento svanì, e Frate Francesco tornò in chiesa nel luogo ove poco prima erasi prostrato e riposò e dormì in pace.

Il gallo aveva già annunziato il giorno vicino e dal Monte Serano pallida si affacciava l’aurora; dalle finestre delle poche casette ricostruite sui colli, i lucignoli annunziavano che la vita stava per riprendere il suo ritmo affaticato.
Il "re dei versi", Frate Pacifico non disturbò l’estasi del maestro, si inginocchiò e fervorosamente pregò anch’egli innanzi al Crocifisso.
La preghiera in certi momenti solenni, pieni di drammaticità, è quanto di più bello, di più grandioso possa immaginarsi.

Ma in breve Frate Pacifico vien rapito fuor dei sensi ed un’estasi lo prende, il cielo gli si apre dinanzi ed alcuni troni egli vede, di cui uno più bello, più ricco, ornato di pietre preziose, sfolgorante di ogni gloria.
Il "re dei versi" non sa cosa pensare di tal meraviglia, e mentre è assorto in tale visione paradisiaca e va pensando cosa ciò significhi, un’angelica voce, tutta soavità e dolcezza, gli rivela che quel trono fu già di Lucifero ed ora è riservato all’umile Francesco.

La visione scomparve; il Poverello terminava allora la sua preghiera.
Frate Pacifico non ne poté più; si alzò, andò al Maestro, gli si prostrò innanzi con le braccia spalancate, come se fosse davanti ad uno spirito trionfante in cielo4 e lo pregò di implorare da Dio per lui il perdono dei peccati.
Frate Pacifico, buono ed ingenuo, pieno di quanto aveva allora veduto, non seppe trattenersi e pensò che il suo maestro era veramente santo, e come tale poteva certamente implorare da Dio pietà per un povero peccatore.

S. Francesco gli tese la mano e lo sollevò, comprendendo che il suo discepolo aveva avuto qualche cosa di grande e di straordinario, ma non lo interrogò; lo benedisse col segno della Croce e subito si diresse verso la porta; Frate Pacifico gli tenne dietro in silenzio.
Il grande dramma era finito!

I due frati si diressero verso la Via Flaminia; seguirono certamente la strada che ancor oggi va dalla piazzetta prospiciente la chiesa di S. Pietro verso la Faustana.
Attraversarono il bosco di quercie, già sacro ai pagani; il canto degli uccelli, che salutavano il mattino, era per essi la laude delle creature osannanti a Dio.
Pregavano!
E' impossibile concepire il Poverello e i suoi Compagni senza sulle labbra la preghiera o parole riguardanti il Signore.
L’anima loro era piena della visione avuta nella chiesa di S. Pietro ed essi si sentivano come fuori dal mondo, pieni di una gaudio celestiale.

Il "re dei versi" fu il primo a rompere il silenzio.
Quando due anime sonno prese dallo stesso sentimento, l’una desidera riversare nell’altra ciò che sente, e lo scambio delle cose intime le fa esultare, le rende maggiormente sorelle, le fa, in un certo senso, una cosa sola.
E Frate Pacifico desiderava versare nel cuore del Padre, tutto quello che passava in lui, nella sua mente; ardeva dal desiderio di rivelare quello che aveva veduto.
Ma come fare? Era lecito a lui interrompere le alte meditazioni del Maestro? E non se ne sarebbe restata offesa la santa umiltà di lui?
Questi pensieri tenevano titubante il "re dei versi", il quale però finì col non poterne più, e rivolto al Santo parlò: "Che pensi, padre, di te stesso?". Abile e suggestiva domanda, che attendeva una risposta che avrebbe spiegato ciò che Frate Pacifico desiderava sapere.
Nessun altro forse avrebbe azzardato di interrogare il maestro, ma Frate Pacifico poteva far questo, perché era uno dei prediletti non solo, ma aveva sulla vita spirituale del Padre un ascendente che altri non possedeva.

La risposta fu semplice, corrispondente pienamente al concetto che il Santo aveva di sé, pur confessando che il Signore usava con lui cose grandi. E Frate Pacifico doveva ritrarre da quelle parole edificazione non solo, ma doveva avere la conferma di quel che era l’ideale di Frate Francesco nella conquista delle anime, nella santa riforma spirituale del mondo.
E Frate Francesco parlò. "A me sembra, disse, di essere il più grande dei peccatori, poiché se tanta misericordia divina fosse toccata ad uno scellerato, certo egli sarebbe dieci volte più spirituale di me".

Frate Pacifico comprese che il maestro era a parte della visione ch’egli aveva avuto poco prima, che la visione stessa era stata una realtà e non un sogno e che l’umilissimo Padre sarebbe un giorno sul trono perduto dalla superbia.
Ripensò allora forse all’altra visione, che fu la prima, là, sul piazzale del Monastero di Colporseto, in S. Severino, quando vide Frate Francesco come confitto in una croce formata da due lucentissime spade. Ora aveva visto il trono di gloria riservato al suo maestro; il suo cuore era riboccante di gioia, né altro più desiderava.

Il campanile della chiesa di Pietra Rossa già appariva tra la caligine mattutina, i tetti del lebbrosario già non erano più lontani. Frate Francesco e Frate Pacifico compresero che le cose terrene li attendevano, che i fratelli malati li chiamavano… Affrettarono il passo… La loro missione in sollievo degli infelici reclamava i suoi diritti; pienamente compresi del loro dovere, entrarono nel luogo del dolore».

***

La chiesa, restaurata negli anni Cinquanta del Novecento, conserva integro l’impianto originario della facciata e dell’interno, ad eccezione del presbiterio che è stato ricostruito nel 1622.

La facciata, che rispecchia la tripartizione interna, il portale, le due bifore ai lati e il rosone sono frutto di un ripristino ottocentesco (1886).
Il timpano e il rilievo sotto il rosone con girali vegetali (in gran parte originari) rivelano l’influenza del Tempietto del Clitunno.
L’iscrizione classicheggiante ricorda l’autore, il marmoraro Atto, cui si devono le facciate della chiesa di S. Lorenzo a Spello e del duomo del Foligno.

L’interno, che ha mantenuto l’impianto romanico (con navata centrale coperta a botte e navate laterali con volte a crociera e arco trionfale), conserva prevalentemente dipinti e arredi sei-settecenteschi e qualche rara testimonianza precedente.

Sulla parete destra, prima dell’arco trionfale, rimane un affresco votivo con S. Antonio abate, datato 1553 e recante il nome del committente. Il Santo, invocato contro molti mali, è raffigurato con il bastone, la fiamma e un maiale (qui reinterpretato dal pittore come un cinghiale).

Nella cappella della navata sinistra, riccamente decorata con stucchi barocchi, si trova un Crocifisso ligneo oggetto di grande venerazione.
Secondo la tradizione, S. Francesco, di passaggio a Bovara, pregò davanti a questa immagine sacra, e frate Pacifico qui ebbe la visione del Paradiso.
Il Crocifisso che oggi vediamo si data in realtà al sec. XIV, ed è quindi posteriore alla morte del Santo assisiate.

Adiacente alla chiesa è il chiostro dell’Abbazia (sec. XVI), circondato da un loggiato su due livelli, oggi di proprietà privata in seguito alla confisca dei beni ecclesiastici seguita all’Unità d’Italia.

 


a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti:
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