1- S. Francesco predica a Trevi
D. Aurelio Bonaca (Le memorie francescane di Trevi, Estratto da "Studi Francescani", Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927), scrive:
«La piazza di Trevi doveva avere, ai tempi di S. Francesco, prima della distruzione della Città, presso a poco la stessa forma e la stessa struttura di oggi. Da un lato il palazzo del Comune, tutt’intorno case di nobili cittadini ed in fondo la torre. Una fontana, da cui zampillava freschissima acqua, abbelliva la piazza.
Quel luogo, per solito frequentato da poche persone e pieno di movimento soltanto nelle solennità e nelle fiere, prese un giorno l’aspetto delle grandi occasioni. Non solo i Cittadini di Trevi erano usciti dalle case e si erano riversati sulla piazza, ma da ogni luogo, dal monte e dal piano, la gente affluiva con un interessamento insolito, con un desiderio mai provato per l’innanzi.
La fama di quanto operava in ogni luogo il grande penitente di Assisi era giunta anche qui; le dicerie di cui il popolo circondava quello strano predicatore, le meraviglie che si raccontavano di lui e dei suoi seguaci, erano conosciute anche a Trevi; era perciò bastata la notizia del suo arrivo perché la gente accorresse.
E per di più si diceva che quell’uomo avrebbe predicato.
E predicò infatti. Il popolo da prima rumoroso, mosso da curiosità più che altro, fu in breve preso dalla parola del predicatore. Egli non diceva cose nuove, non usava un dire elevato, adoperava il linguaggio del popolo, eppure l’uditorio in breve fu conquistato; il silenzio si fece generale e nell’ampia piazza si sentiva soltanto la voce di Frate Francesco ed il mormorìo dell’acqua zampillante dalla fontana. E i cuori eran commossi ed il desiderio di seguire una via di umiltà e di perfezione si impadroniva pian piano, come sempre avveniva nelle prediche di lui, di quanti stavano ad ascoltare.
Ma mentre più infuocate uscivano le parole dalle labbra di Frate Francesco e l’uditorio più e più s’immedesimava in lui, un asino, lasciato in balìa di se stesso, invase ragliando la piazza. Fu un movimento, una protesta generale. Ma l’asino seguitava a correre all’impazzata, spaventato dalla presenza di tanta gente ed in special modo dalle grida di quelli che lo rincorrevano per fallo tacere.
Frate Francesco fece cenno con la mano che ognuno stesse al suo posto, e rivolto all’asino: "Fratello, disse, sta’ quieto e lascia ch’ io possa predicare". Ed ecco che la meraviglia si compie: l’asino si ferma, mette la testa tra le gambe e rimane così in silenzio fino alla fine della predica.
Colui che presso Bevagna predicò agli uccelli, che rimasero ad ascoltarlo, quel povero Frate che in Gubbio aveva mansuefatto un lupo e che dovunque vedeva in ogni animale una creatura di Dio, e quindi un fratello o una sorella, seppe a Trevi far tacere un giumento e costringerlo a star fermo quasi ascoltatore della parola di Dio.
Il fatto, così come è stato esposto, è narrato da Fra Bartolomeo da Pisa nella sua opera "De Conformitate"; la mancanza di testimonianze più antiche non costituisce una difficoltà per la verità storica del racconto.
Il Da Pisa scrisse nella seconda metà del 1300, quando cioè erano ancora viventi coloro che conobbero alcuni dei primi discepoli, che avevano tanto a cuore parlare del Maestro scomparso, ricordare i fatti della sua vita, rivelare le sue eroiche virtù. Le narrazioni quindi potevano essere ancora controllate nel modo più assoluto, ed il racconto perciò di Fra Bartolomeo da Pisa deve accettarsi, secondo me, senza discussione.
Né può mettersi in non cale il fatto che in Trevi, fino ai giorni nostri, si è tramandata immutata la tradizione dell’episodio miracoloso. Se il Da Pisa avesse raccontato una cosa non vera, quel racconto non sarebbe pervenuto fino a noi, né i nostri antenati lo avrebbero preso sul serio, fino al punto da far riprodurre il fatto in quadri e pitture.
Entrando nella Chiesa di S. Francesco in Trevi, sulla parete di fronte alla porta, un pochino a destra, vedesi l’Altare dedicato al Santo. E’ di stile barocco, ma di un barocco abbastanza buono. In alto, sotto al timpano, sta una tela rappresentante la gloria di S. Francesco; subito sotto, a grandi caratteri, si legge l’iscrizione: "Domine, decorasti me signis Redemptionis nostrae". Queste parole sono la illustrazione del quadro raffigurante il dono delle Stimmate, che campeggia in mezzo all’Altare.
Ai fianchi di questo grande quadro, stanno altri quadri minori fatti su tela a spina di pesce.
In "cornu Evangelii", nel quadretto più basso, è riprodotta nei minimi particolari la scena descritta da Fra Bartolomeo da Pisa. Vi si vede la piazza, parte del colonnato del palazzo comunale e vicino a questo colonnato S. Francesco che predica; in fondo alla piazza la fontana e vicino ad essa l’asino.
La mano che ha dipinto quel quadro è abbastanza buona; nell’insieme il lavoro non è disprezzabile.
L’Altare, e quindi anche il quadro, fu fatto nel 1598 per opera di Grifone Petroni, di cui si vede in alto lo stemma di famiglia e poco distante la tomba.
Quando nel 1645 i Frati Conventuali chiamarono il Cav. Gagliardi di Città di Castello per affrescare il nuovo chiostro del ricostruito Convento, non dubitarono affatto di ordinare fosse riprodotta la scena della predica sulla piazza di Trevi.
Queste due riproduzioni, dal punto di vista storico, hanno un grande valore, per quanto siano di circa quattrocento anni posteriori all’avvenimento. Esse stanno a dimostrare che per quattro secoli in Trevi si era mantenuto vivo il ricordo del prodigio, che si riteneva da non doversi discutere nemmeno, tanto da non dubitare di farlo riprodurre in quadri esposti al pubblico.
Abbiamo quindi una tradizione costante, continua, indiscussa che ci dice che il racconto di Fra Bartolomeo da Pisa non può essere messo in dubbio ed il fatto è veramente avvenuto».
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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