2- Il lebbrosario dei SS. Tommaso e Lazzaro
D. Aurelio Bonaca (Le memorie francescane di Trevi, Estratto da "Studi Francescani", Anno XIII, n° 1, Firenze, 1927), scrive:
«Era comune nel medio evo la costruzione, lungo le strade principali, di locali destinati a raccogliere i lebbrosi.
I lebbrosari eran veri luoghi di umiliante isolamento
per i poveri malati, che venivano abbandonati da tutti.
S. Francesco "non solamente serviva
volentieri a cancerosi, ma oltre questo avea ordinato che li frati del
suo Ordine, andando o stando per lo mondo, servissero ai leprosi per amor
di Cristo, el quale volse per noi essere reputato leproso".
Il Santo vedeva in quegli infelici l’immagine
del Salvatore, e perciò li aveva quanto mai cari, per essi spendeva
una buona parte della sua attività, e "omnes leprosos
qui essent multum plagati plurimum recommendaverat". E con i
lebbrosi fraternamente trattava e non disdegnava toccare e curare le loro
piaghe e li chiamava dolcemente col nome di "fratelli cristiani".
Da principio però aveva ribrezzo di essi.
Un giorno, cavalcando presso Assisi, ne incontrò
uno, e sebbene provasse grande ripugnanza, scese da cavallo e, vinto se
stesso, abbracciò e baciò quell’infelice. Fu tale
e tanta la gioia che ne provò, che alcuni giorni dopo volle ripetere
l’atto, andò al lebbrosario, e,
dopo aver distribuito elemosine, baciò le mani e la bocca degli
infermi.
Da allora i lebbrosi diventarono i suoi prediletti, e quando incontrava
un lebbrosario, picchiava alla porta, chiedeva
ospitalità e vi pernottava prestando l’opera sua caritatevole
e santa.
Sulla strada romana, presso la località detta di Pietra Rossa, nel territorio di Trevi, esisteva l’ospedale dei SS. Maurizio e Lazzaro per i lebbrosi ed incurabili ed anche questo fu oggetto di cure per S. Francesco e per i suoi Discepoli.
L’istituto era retto da un sindaco e da santesi, i quali alla loro volta dipendevano dal Magistrato e dalle risoluzioni del Consiglio Generale. Costoro però attendevano più che altro alla parte amministrativa, ed i poveri ammalati eran lasciati in balìa di se stessi, con gli inevitabili disordini che è facile immaginare. Ciò portò ben presto necessariamente alla chiusura del lebbrosario, che fu trasformato in beneficio ecclesiastico a collazione della Dataria.
Nel 1487 sorse lite per i beni
di quell’ospedale tra Pierfrancesco di Francischino, Conte di Pierfrancesco
Lucarini e Francesco di Ser Giacomo Valenti; il Comune allora ricorse
a Mons. Maurizio Cibo, Arcivescovo di Cosenza e Governatore di Perugia,
e a Mons. Francesco Mari, Vescovo di Viterbo, luogotenente generale della
Provincia, in quel tempo dimorante a Trevi.
Il Comune chiese di poter unire l’antico ospedale
o alla Chiesa di S. Emiliano, o a quella delle Lacrime, oppure a S. Martino
o S. Francesco, adducendo per ragione le ruberie che venivano fatte a
danno dell’istituto.
E veramente queste ruberie dovevano essere ben gravi e scandalose, se
il Beato Bernardino da Feltre, predicando in
Trevi nel 1487, ne fece oggetto
di un suo discorso e minacciò che i ladri sarebbero diventati "lebbrosi
come quelli poveri". E Durastante Natalucci lasciò scritto:
"Non ho voluto per degni rispetti nominare ne’ capi precedenti
li Attori dell’Ospedale di S. Tomasso, attesochè alcuni di
essi a’ giorni miei hanno miserabilmente finito gli anni loro".
Nel 1500 il Comune, temendo
che la Dataria vi rimettesse le mani, tornò ad occuparsi di quell’ospedale
e dei suoi beni; nominò perfino un suo procuratore, ma finì
poi col cedere tutto alla Chiesa delle Lacrime.
Dopo altre vicende il vecchio lebbrosario passò
ai Cavalieri dei SS. Maurizio e Lazzaro (1731)
e nel secolo passato alla Congregazione di Carità di
Trevi, che alcuni anni fa trasformò la Chiesa in
granaio, facendo così scomparire le ultime tracce di uno storico
e pio istituto.
Ai tempi di S. Francesco il disordine era certamente uguale a quello lamentato più tardi, ma ciò non fece che aumentare l’affetto del Poverello per gli infelici, che erano spesso da lui visitati.
E le visite del Santo non si limitavano ad una cosa fugace e di poco conto; egli si fermava a lungo, curava quei poverelli, che portava poi poco lungi, presso la Chiesa di S. Maria di Pietra Rossa, ove esisteva dell’acqua con la quale lavava le loro piaghe, ed in tal modo li consolava e li guariva.
La "Legenda antiqua S. Francisci", che secondo il P. Delorme fu opera di Frate Leone ed è certamente antichissimo documento francescano, ha occasione di accennare ad una di queste visite e con la solita semplicità dice: "Et hospitati sunt in hospitali leprosorum de Trevio". E la Legenda ci fa sapere anche che: "illis temporibus erat destructum castrum Trevii", e quindi la visita avvenne certamente dopo il 1214.
Delle lavande fatte ai lebbrosi in Pietra Rossa non esistono, che io sappia, documenti scritti molto antichi, ma una tradizione ininterrotta, mantenutasi costante tra il nostro popolo sta a provarne la verità.
Che nella località Pietra Rossa sorgesse nell’antichità la Città di Trevi è leggenda e favola; Trevi è stata sempre dove sorge oggi. Sarebbe fuor di luogo esporre qui le ragioni che sostengono la mia affermazione; dirò soltanto che gli scrittori che hanno sostenuto il contrario non hanno portato mai un argomento attendibile, quand’anche, come fa il Natalucci, non siano ricorsi all’autorità di qualche poetastro.
Poter stabilire pertanto quello che fu nell’antichità Pietra Rossa è cosa molto importante ai fini del nostro studio e di interesse che va oltre la storia di Trevi. Non dispiacerà quindi al lettore se ci intratterremo alquanto sull’argomento.
Prendiamo per punto di partenza la bellissima lettera
in cui il Plinio il giovane parla all’amico
Romano del fiume Clitunno.
L’elegante scrittore latino comincia col descrivere le sorgenti
da cui ha origine il Clitunno; poi parla del
fiume, che dice tanto ampio da essere navigabile. Le ripe del fiume sono
coperte di frassini; si ammira un "templum priscum et religiosum",
in cui sta il dio Clitunno; all’intorno
sono altri tempietti, in ciascuno dei quali si venera una divinità.
Andando più oltre si incontra un ponte, che divide la parte sacra
del fiume dalla profana. Prima di arrivare al ponte, cioè nella
parte sacra, in cui si può navigare, abbiamo visto i tempi degli
dèi; nella parte profana, nella quale è permesso fare i
bagni, lo scrittore è colpito da qualche cosa di grandioso, dal
"balineum" (bagno), già donato da Augusto agli
Ispellati, i quali "praebent et hospitium". Né
mancano le ville, che seguono l’amenissimo corso del fiume.
Questa è la fedele descrizione delle fonti e del
corso del Clitunno tramandataci da Plinio.
Prendiamo ora come oggetto del nostro studio il "balineum"
degli Ispellati e trascuriamo tutto il resto.
E' chiaro che il "balineum" trovasi nella parte profana del fiume, al disotto del ponte; supporre che potesse essere al di sopra, nella parte sacra, sarebbe un errore, perché Plinio dice che vi eran proibiti i bagni.
Il ponte divisore era nel mezzo del territorio di Trevi,
nel punto in cui da molti secoli esistono i molini
detti oggi della Faustana, chiamati nei documenti più antichi i
molini di "ponte maggiore".
Il "balineum" non doveva distare molto dal ponte, perché
Plinio lo nomina subito, come la cosa che più
lo ha colpito nella parte profana; accenna soltanto alle superbe ville
di piacere, che eran sparse un po’ da per tutto, ma non accenna
ad altro. Se avesse visto altre cose degne di nota, Plinio l’avrebbe
detto; perciò il "balineum" era l’edificio
più grande o l’insieme di più edifici che egli poté
ammirare nella sua imponenza.
Ma dove sorgeva esso?
La tradizione, che spesso è l’unica guida
nelle ricerche storiche ed archeologiche, non indica nessun luogo in cui
sorgesse il "balineum"; ci dice soltanto che a Pietra
Rossa, nell’antichità, fu fabbricato qualche
cosa di grande, forse una città, forse Trevi stessa.
Questo ci dice la tradizione, formatasi però troppo tardi per esser
presa sul serio. Infatti se a Pietra Rossa fosse
stata una città Plinio ne avrebbe parlato;
il suo silenzio, in questo caso, conferma che doveva esserci laggiù
qualche cosa di maestoso, ma non una città.
Che si trattasse di grandi edifici lo provano i ruderi che vengono fuori
anche ai giorni nostri, scavando in quei luoghi.
Ma se non si tratta di avanzi di una città, a
che appartennero quei ruderi?
A me sembra non possa mettersi in dubbio che in Pietra Rossa
esistesse il grandioso "balineum"
degli Ispellati.
Tracce evidenti del "balineum" dovevano
esistere fino al 1400 e anche dopo, se il Mugnoni
parlando della Chiesa di Pietra Rossa, dice
senz’altro: "dove c’è facta quilla maestà
et dove ce sonno quilli bagni".
Di quali bagni parla qui il
Mugnoni?
Egli ricorda prima l’immagine della Madonna, che tutti vedono e
tutti venerano ed adopera un linguaggio che non ammette dubbi: "dove
c’è facta quilla maestà".
Seguita poi adoperando la stessa forma precisa, assoluta, indiscutibile:
"dove ce sonno quilli bagni".
Si trattava quindi di una cosa visibile a tutti. Che cosa impedisce pensare
che avanzi di antichi bagni si vedessero ancora,
forse anche qualche sala? Supporre si trattasse di bagni
costruiti in quei tempi, sarebbe pensare all’assurdo; eran cose
che non si usavano più. Dunque eran bagni dell’epoca
romana, e siccome Plinio ricorda lungo il Clitunno
solo il "balineum" degli Ispellati,
è chiaro che questo sorgeva dove oggi è Pietra
Rossa.
L’atto altamente pietoso e cristiano che S.
Francesco compiva facendo lavare i lebbrosi
nelle acque di Pietra Rossa è una prova
di quanto io sostengo. Infatti, perché per quelle lavande non si
serviva dell’acqua del pozzo dell’Ospedale,
che esisteva allora, come oggi, proprio di fronte al fabbricato e preferiva
invece andare a Pietra Rossa, cioè ad
una distanza non indifferente per un povero lebbroso?
Evidentemente in quel luogo il Poverello trovava
una comodità maggiore, forse poteva servirsi di qualche vasca,
di qualche sala dell’antico "balineum".
Oggi nulla più esiste all’infuori della
Chiesa della Madonna, edificio certamente antichissimo
e fatto con materiali di edifici preesistenti; esistono ancora due pozzi,
uno sulla piazzetta della Chiesa ed uno poco lungi.
Il nostro popolo, che il 24 giugno accorre numeroso per celebrare in quel
luogo la festa e la fiera di S. Giovanni Battista,
va ancora ad attingere acqua in questo secondo pozzo e con essa si lava
per devozione, e ne porta, per lo stesso fine, una certa quantità
a casa. E quell’acqua è chiamata l’acqua santa,e questo
nome non le è stato dato in tempi recenti, ma lo ha avuto sempre
attraverso i secoli.
La Chiesa di Pietra Rossa è
certamente dedicata alla Madonna; però
alla devozione a Maria vediamo associata quella
a S. Giovanni Battista e l’acqua santa
è detta anche oggi del pozzo di S. Giovanni Battista.
E’ facile dedurre da ciò che, come era costume della Chiesa,
si volle santificare il luogo pagano con l’idea di un rito cristiano,
ed ai bagni, già ritrovo di mondanità e ricettacolo di vizi,
fu sostituito il culto a S. Giovanni Battista,
il purissimo Precursore che nelle acque del Giordano compì la cerimonia
che annunziava il Sacramento del Battesimo.
Mi fu già detto che la mia tesi, essere stato in Pietra Rossa il "balineum" degli Ispellati, sia basata su deduzioni e non abbia in proprio sostegno alcuna prova. Ciò non è vero, come abbiamo visto, ma anche se lo fosse, il mio non sarebbe dissimile da ragionamenti di questo genere fatti per importanti monumenti archeologici da persone che si sono specializzate nella materia.
Io non dubito affatto che in Pietra Rossa esistessero i grandiosi bagni di cui parla Plinio, e formulo il voto che prossimi scavi, che riusciranno certo interessantissimi, vengano a confermare la mia tesi.
Nel lebbrosario di Trevi, secondo me,
avvenne la conversione del lebbroso impenitente,
di cui parlano i Fioretti con la solita semplicità
(cap. XXV).
Noto subito che l’aureo libretto non nomina, come è suo costume,
il luogo in cui il fatto avvenne, ma l’analogia tra alcune frasi
dei Fioretti ed altre della "Legenda
Antiqua", le circostanze che che emergono dalla narrazione,
non fanno dubitare punto di quanto io dico.
In un luogo, narrano i Fioretti,
presso il quale allora dimora S. Francesco,
esisteva un lebbrosario, in cui i frati prestavano
l’opera loro.
Un lebbroso "impaziente, incomportabile
e protervo" non faceva altro che bestemmiare contro Dio e la
Madonna, ed imprecare contro chi lo serviva.
I Frati sopportavano ogni cosa con pazienza, ma un bel giorno finirono
con l’andare a dir tutto a S. Francesco.
Ed il Santo accorse al capezzale dell’infelice,
e appena lo vide, lo salutò cristiano: "Dio ti dia la
pace". Ma l’altro rispose altezzosamente, pronunciando
parole contro Dio e contro i Frati.
S. Francesco si avvide che solo la misericordia
di Dio poteva muovere quel cuore indurito; si ritirò e si mise
a pregare.
Poi tornò al lebbroso e si offrì
egli stesso a curarlo.
L’infermo fu lieto di ciò e: "Io voglio che tu mi
lavi tutto quanto" disse imperiosamente. Ed il Poverello
con ogni carità lo lavò e man mano che procedeva nella lavanda
la lebbra scompariva; in tal modo quel poveretto rimase guarito nel corpo
od anche nell’anima.
Dopo quindici giorni il graziato "infermò d’altra
infermità, e fornito di Sacramenti ecclesiastici si morì
santamente".
Tale è il racconto dei Fioretti.
Vediamo ora dove trovare le prove che il fatto sia avvenuto nell’Ospedale
dei Santi Tommaso e Lazzaro.
La "Legenda Antiqua"
dice: "manebant fratres in hospitalibus leprosorum".
Queste parole sono accompagnate dall’affermazione che S.
Francesco e Frate Pacifico erano
ospitati nell’Ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro;
segno evidente che i Frati prestavano l’opera loro anche in questo
lebbrosario.
I Fioretti dicono: "I Frati servivano
ai servi di Cristo cancerosi e infermi".
L’affermazione fatta dai due documenti quasi con le stesse parole
fa supporre con ragione che la fonte da cui i due racconti furon fatti
sia stata l’unica, quasi si sia trattato di una serie di racconti
di ciò che S. Francesco aveva operato
nel lebbrosario di Trevi.
D’altra parte sappiamo che S. Francesco
andò più volte a Bovara e dimorò
tra le rovine dell’Abbazia, come vedremo più avanti; è
facile quindi mettere questo fatto in relazione con le parole dei Fioretti:
"in un luogo appresso di quello là ove San Francesco stava
allora".
Di modo che si deve concludere, a parer mio, che quando i Frati, non potendone
più per gli improperi e per le bestemmie del lebbroso,
andarono ad avvisare S. Francesco, questi stava
in Bovara e il fatto, che si svolse poi, avvenne nell’ospedale
dei SS. Tommaso e Lazzaro.
In nessun altro luogo, ch’io sappia, troviamo una
così precisa tradizione dei bagni fatti fare ai lebbrosi,
come quella che riguarda Pietra Rossa.
Soltanto qui rimane memoria di guarigioni operate da S. Francesco
mediante i lavacri con quell’acqua, che il popolo ancor oggi chiama
"acqua santa".
Il lebbroso dei Fioretti chiese per prima cosa
di esser lavato tutto quanto, e S. Francesco
lo lavò ed in tal modo lo guarì.
Memorie precise di avvenimenti di tal genere riguardano le località
da noi indicate e non altre; qui adunque avvenne la guarigione del lebbroso,
che era certamente ricoverato nell’ospedale dei SS. Tommaso
e Lazzaro.
Non tutti forse approveranno il mio modo di ragionare
e faranno bene se ne diranno il perché; a me sembra che esso sia
giusto e le conclusioni corrispondenti a verità.
Comunque sia, è per me ragione di grande compiacimento poter indicare
nel territorio di Trevi i luoghi precisi in cui S.
Francesco compì opere di misericordia tanto grandi
e tanto meritorie».
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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