2- Convento di Montesanto in Todi
Il Convento di Montesanto
domina dall’alto di un verde e grazioso colle, situato ad
ovest della città di Todi.
La sua vera storia ha inizio il 24 ottobre 1235,
anno in cui il vescovo, monsignor Bonifacio,
unitamente al Capitolo della cattedrale, concesse, previa
richiesta di papa Gregorio IX,
il "privilegio" di innalzare su detto colle un Monastero
di monache dell’Ordine delle “Povere
Dame” (Clarisse).
Il "privilegio", rilasciato al B. Ruggero
da Todi, Ministro provinciale dei frati Minori
dell’Umbria, fu rinnovato per difetto di forma il 13
novembre 1236, nelle mani del cappellano del
papa: Giovanni di S. Germano (Cassino).
Il terreno per questo scopo, fu donato da Buono,
abate di S. Fortunato in Todi.
Nello stesso anno, Gregorio IX soppresse
l’abbazia di S. Leucio, adiacente
a S. Fortunato, donò al Monastero
di Montesanto l’ampio patrimonio di quell’abbazia,
e la chiesa e gli edifici passarono ai frati Domenicani,
che vi restarono sino al 1371, quando
l’intero complesso venne abbattuto per edificare la Rocca.
Nell’antichità quel luogo era conosciuto con il nome di “Monte
Mascarano”, cioè “Monte degli Spiriti”
(“mascha”, a detta degli esperti, significa: “strega”,
“larva”, “spirito”).
Si presuppone che al tempo degli Etruschi,
il colle sia stato un luogo sacro, una necropoli
con templi e sacelli dedicati a varie divinità, prime tra
tutte il dio Marte e la dea
Bellona.
Non esistono però testimonianze scritte al riguardo, ma solo
reperti archeologici rinvenuti presso le mura dell’attuale
Convento.
Nel 1834 vi sono stati ritrovati trenta grandi rottami di
colonna, e nel 1835 la famosa statua di Marte,
il dio venerato dagli Etruschi e dai Romani,
già protettore di “Tùtere”, antico
nome della città.
La statua è di bronzo, mutila dell’elmo e della lancia di
ferro spezzata nella mano sinistra; alta m. 1,42, è priva
dei bulbi, asportati perché, forse, d’argento.
La scultura, risalente ai primi decenni del sec. IV a.C.,
fu venduta, nel 1836, al Governo Pontificio per 1900 scudi,
e oggi, austera, si trova in una sala del Museo Vaticano.
Nel 1866, poi, nel mese di settembre, un contadino, mentre
arava con i buoi, non lontano dal colle, scoprì con il vomere
il coperchio in pietra di una tomba etrusca,
contenente un corpo femminile con “stola”, due lunghi orecchini
d’oro, un fermaglio, uno specchio in bronzo ed un piatto in
ceramica dipinta.
Il colle, con il procedere del tempo, per la santità di vita
delle monache, mutò nome: da “Monte Mascarano”
a “Montesanto” (Monastero di
S. Maria di Montesanto, o Monastero
Maggiore).
In pochi anni divenne prospero e popolato: nel 1248
aveva già 42 monache e 6 converse.
A tale edificio era annessa, secondo la Regola
e l’uso delle Clarisse, una casa per quattro
frati: un cappellano delle monache e alcuni inservienti.
E’ probabile che anche Iacopone da Todi,
una delle figure più interessanti del Medioevo ed il maggior
poeta religioso del giovane volgare italiano, abbia fatto
parte di questa comunità, poiché
un documento del 6 febbraio 1277
parla di un certo frate Iacopo,
converso del Monastero di Montesanto,
quale testimone in una causa delle monache, davanti all’uditore
pontificio in Viterbo.
Da certi aneddoti della sua vita, si desume che egli i dieci
anni da “bizzoco” di vita di penitente, li abbia
vissuti nei pressi della città.
Le prime notizie biografiche sul poeta tuderte le abbiamo
da Bartolomeo da Pisa (1386?), il
quale, nel suo libro “De Conformitate”, scrisse:
«Il santo Iacopo de’ Benedetti giace in Todi, non nel
luogo dei frati, ma nel monastero delle monache di Santa Chiara
di Montesanto».
Frate Mariano da Firenze († 3° decennio
del sec. XVI), nel suo “Liber Chronicarum”, afferma
che «Jacopo de’ Benedetti sia morto il 25 dicembre nel
luogo dei frati minori del monastero delle monache di Santa
Chiara di Montesanto, presso la stessa città
di Todi».
Anche lo storico Ludovico Jacobilli,
nel sec. XVII, affermò - correggendo il suo amico L. A. Petti
-, che Jacopone fu sepolto a Montesanto.
Il Leonj nelle “Cronache dei
Vescovi di Todi” scrisse: «Gli scrittori nostri ricordano
che (il vescovo Antonio di Anagni) trasferì le ossa
di Jacopone da Montesanto alla chiesa di
San Fortunato».
La notizia fu ripetuta all’inizio del secolo da un altro storico
locale: Pirro Alvi.
La traslazione delle ossa del B. Iacopone
da Montesanto a S. Fortunato
nel 1433, si rese necessaria per
il fatto che le monache avevano dovuto abbandonare definitivamente
il colle nel 1367, quando il Monastero
fu trasformato in Rocca dal cardinal
Egidio Albornoz.
Nel 1320 la comunità
era ancora costituita da circa 40 monache.
Il 1433, anno della suddetta traslazione,
potrebbe segnare l’abbandono definitivo del Monastero
da parte delle Clarisse, abbandono ratificato il 21
marzo 1438, da una bolla di papa Eugenio
IV.
Da Monastero a Rocca
Quando nella primavera del 1367
l’Albornoz, come ultimo atto di
riconquista della Stato Pontificio,
assediò e prese Todi, fece espellere
le religiose e trasformò il Colle in fortilizio.
Questa fortezza, di contro alle mura della città, faceva parte
della nuova strategia politica seguita dall’Albornoz,
chiamata appunto, politica “delle Rocche”, per scoraggiare
ogni tentativo di ribellione delle città, mentre lasciava
loro una certa libertà di amministrarsi a proprio modo.
Il Comune di Todi, sin quando la
città rimase soggetta alla Chiesa
e governata dal Luogotenente Ugolino da Montemarte, conservò
a Montesanto un castellano ed una guarnigione
di soldati con caserma, scuderia, magazzini; ma ben presto
la città tornò ad essere dilaniata dalle lotte tra le famiglie
degli Atti e dei Chiaravalle,
e Montesanto fu di nuovo punto militare strategico,
forse fortificato e rinnovato dal famoso Catalano
degli Atti.
Montesanto dovette subire ancora traversie
sotto i comandanti Malatesta di Pandolfo, Biordo Michelotti,
il re Ladislao di Napoli e Braccio Fortebraccio.
Intanto l’altra Rocca, iniziata da Ugolino da Montemarte sul
colle di Todi, prese sempre più
importanza strategica, ed il colle di Montesanto
fu gradualmente abbandonato.
Da Rocca a Convento
In questo stato di abbandono si doveva trovare
nel 1448, quando il famoso francescano
Roberto Caracciolo di Lecce venne a predicare a Todi,
ed invitò i priori ed il popolo della città a voler dare il
luogo di Montesanto ai frati
Minori, onde potervi edificare un Convento.
Il Consiglio generale, costituito da 478 membri, il 10 maggio
approvò la richiesta con 475 “lupini bianchi” contro
tre “lupini neri”.
Il Consiglio nominò alcuni ambasciatori da inviare subito
a Roma, per ottenere al più presto l’approvazione del papa.
Il 19 maggio 1448, papa
Nicolò V diede consenso, provocando la reazione
delle monache di S. Francesco, ancora
proprietarie del luogo, le quali reclamarono un certo compenso,
per poter restaurare il loro Monastero sito entro le mura
della città.
Il 15 luglio 1448 fu fatta la stima
dei beni; le monache di S. Francesco
la ratificarono, e dil giorno seguente il Procuratore delle
religiose consegnò le chiavi a Nicolò di Benedetto, rappresentante
ufficiale del Comune e dei frati Minori,
i quali si impegnarono a pagare, in tre rate, la cifra di
300 fiorini d’oro al suddetto Monastero.
Il Comune di Todi elesse due rettori
della “fabbrica” di Montesanto,
per risarcire, ampliare e migliorare il detto luogo, onde
ridurlo a Convento.
L’attuale edificio fu ricavato dalle rovine della
Fortezza, utilizzando al massimo quanto di essa
era ancora in piedi.
Della fortezza, è tuttora
visibile il quadrilatero ortogonale di oltre 50 m. di lato,
aperto ad U verso la città; il grande vano pianterreno coperto
da volte a botte, con finestrelle romaniche, e lungo quanto
tutto un lato del quadrilatero; una grande scalinata di 26
gradini che conduce al piano superiore; finestre monofore
in travertino con strombatura esterna al lato sud, adattato
ora a chiesa.
I frati Minori di S. Francesco si
trovano quindi a Montesanto dal 1448.
Vi hanno dimorato generalmente dai 25 ai 35 religiosi.
Il Convento ha ospitato per un periodo di
tempo il Noviziato, lo Studio
di S. Teologia con ottimi professori, e l’Infermeria
dei frati Minori dell’Umbria.
Inoltre possiede una pregevole biblioteca
ricca di codici pergamenacei, di incunaboli e di edizioni
rare provenienti anche dal convento di S. Giacomo,
materiale in parte oggi finito nella Biblioteca
Comunale di Todi e in quella della Provincia
serafica di Chiesa Nuova di Assisi.
Vi era anche una farmacia con fratelli
laici impegnati in un servizio di assistenza ai poveri.
Il cronista padre Cesario da Montegiove,
prima di iniziare a parlare dell’anno 1810,
esclama: «Passiamo, mio lettor, con mesto volto/ al secol
ladro, lussurioso e stolto».
Infatti, l'11 giugno del 1810, il
governo francese, guidato dall’imperatore Napoleone
Bonaparte, ordinò ai frati di fare l’inventario
di tutta la roba, e costrinse la famiglia religiosa
ad abbandonare il Convento, per far posto ad
un ospizio.
I frati dovettero abbandonare la casa religiosa per farvi
ritorno solo nel 1815, quando la
persecuzione della Chiesa da parte del governo francese cessò.
Il predetto cronista, prima di cominciare a parlare dell’anno
1860, così scrive: «Col cuore
afflitto e lacrimoso ciglio/ convienti, mio lettor, seguirmi
appresso/ per trentacinque replicato un miglio».
Egli allude, infatti, agli anni che vanno dal 1860
al 1895.
Nel 1860 il Governo italiano di
Vittorio Emanuele II, richiese i documenti dei religiosi,
che a quel tempo erano trenta, e l’inventario di tutte le
cose del Convento.
Nel 1863 il Governo dette ordine
di redigere l’inventario dei libri della biblioteca, e fece
rimuovere tutti quei religiosi che vi erano giunti dopo il
1860.
Nel 1864 il Governo proibì ai frati
di uscire dal proprio distretto senza il previo permesso della
Prefettura, e li obbligò a pagare la tassa della “manomorta”.
In compenso concesse loro il permesso di vendere il cavallo,
purché avessero passato i soldi al Governo italiano.
Il 12 dicembre 1866, il Demanio,
per mano del Signor Primo Ricci si recò a Montesanto,
per avvertire il padre Guardiano e i frati, ad essere tutti
pronti per la fine del mese, perché sarebbero stati cacciati
via, ed il Convento sarebbe
diventato proprietà del Governo.
Infatti il 31 dicembre 1866, alle
ore 2 pomeridiane, i frati furono cacciati via
violentemente, nonostante le proteste del padre
Superiore e di tutta la comunità religiosa, la chiesa fu «saccheggiata,
spogliata e derubata da un branco di mascalzoni». Il fabbricato
dopo tre mesi fu messo all’asta per l’affitto all’irrisoria
somma di lire 295 e fu aggiudicato ad «una società di scostumatissima
gente».
Quattro mesi dopo il Comune lo cedette, per pubblica beneficenza,
alla Congregazione di Carità, che
deliberò di trasferirvi due orfanotrofi femminili
riuniti.
I frati, nel frattempo, si stabilirono a pochi metri dalla
"clausura", in una casa colonica, che, pian piano,
trasformarono in Conventino e lì
rimasero sino al 1895.
La mattina del 4 ottobre del 1895,
festa solenne di S. Francesco,
alle ore 9,30 fu firmato il contratto con cui i frati ricompravano
il Convento di Montesanto, pagando, in cinque
rate, la cifra complessiva di lire 21.678,32.
In seguito, dal 1916 al 1970,
il fabbricato ospitò il Collegio Serafico,
cioè circa 100 ragazzi aspiranti alla vita francescana.
Dal 1 gennaio 1977 la chiesa
conventuale è divenuta chiesa parrocchiale
con il titolo: parrocchia di Maria SS.ma Assunta
in Montesanto.
La Chiesa
La chiesa, pur
risultando della fine del sec. XV , fu consacrata il
23 ottobre del 1633 dal Vescovo monsignor Ludovico
Cenci, come attesta l’iscrizione scolpita in
una pietra murata nella facciata esterna, ed è dedicata all'Assunzione
della Madonna e a S. Antonio da
Padova.
Nella prima cappella a destra, si
può ammirare un grande affresco del sec. XV-XVI con Presepe,
commissionato dalla famiglia Gentiloni.
E’ interessante, inoltre, il grande capitello, su
cui poggia l’altare, proveniente
dai dintorni di Todi.
Il fonte battesimale è stato ricavato
da un'urna cineraria rinvenuta nei pressi del Convento. La
chiusura in bronzo è opera di un frate Minore della Provincia
di Milano, padre Guglielmo Schiavina.
Sopra le scale del presbiterio,
a destra, in occasione della rimozione degli altarini lignei
laterali, è stato rinvenuto, nel 1956, un affresco raffigurante
il B. Bernardino da Feltre; il Beato ha sulla mano
sinistra i tre monti, simbolo dei “Monti di Pietà”,
istituzione da lui stesso fondata, e propagata nella città
di Todi. Nella preparazione di questo studio si è potuto accertare
che l'autore è Giovanni di Pietro,
detto lo "Spagna"; infatti
questo affresco trova riscontro nel ciclo dello stesso autore
dipinto nella “Cappella del Transito di S. Francesco”
nella Basilica di S. Maria degli Angeli in Assisi.
Questa recente scoperta riveste notevole importanza artistica
e sentimentale per la comunità dei frati, in quanto unico
segno visibile della presenza dello Spagna
in questo Convento, per il quale realizzò
la sua opera maggiore: L’incoronazione della Vergine,
attualmente conservata nella Pinacoteca Comunale
di Todi.
L’altare maggiore era la sede naturale
di questo capolavoro.
L'opera fu commissionata il 12 settembre 1507
dal padre Superiore, al prezzo di 200 ducati d'oro, tramite
Giovanni Rossi, sindaco apostolico dei frati Minori, come
risulta da un pubblico “Istrumento”, dell'archivio
conventuale di Montesanto.
L’opera richiese quattro anni di lavoro, infatti è datata
1511, e, per oltre tre secoli,
decorò l'altare maggiore della chiesa di Montesanto.
La tavola fu asportata all'epoca di Napoleone,
e poi restituita senza cornice originale e senza i tre quadretti
della predella, che ora si trovano al museo parigino
di Louvre, mentre i sei quadretti della cornice
sembra si trovino in America e in
Inghilterra.
L’opera, senza la cornice, misura m. 3,20 x 2,37, e comprende
72 figure disposte in due ordini.
Nella parte inferiore, al centro, è S. Francesco d'Assisi
con Santi e Sante in adorazione estatica del grande Mistero.
Forse, la persona alla destra di S. Francesco è Iacopone
da Todi.
Nella parte superiore troneggia la Vergine genuflessa,
che riceve dalle mani di Cristo la corona, circondata
da dieci Cherubini, otto Santi ed uno stuolo
di Angeli.
Al centro dell'abside, in alto,
è l'affresco della Crocifissione con la Vergine, S. Giovanni,
due Angeli e S. Francesco. L'opera è sicuramente di Scuola
folignate, forse dell’Alunno.
Nella parete sinistra è la “Cappella
della Crocifissione”. Questo oratorio fu fatto
edificare, a proprie spese, nel 1612,
dai signori Vici, antica e nobile
famiglia di Stroncone, da cui sono usciti due beati dell'Ordine
francescano: il B. Antonio Vici
e il B. Giovanni Vici, le cui immagini
possono essere ammirate ai lati dell'altare, dietro le colonne
della stessa cappella. Gli autori delle due tele ad olio sono
i pittori tuderti Pietro Paolo Sensini
ed Andrea Polinori.
Così pure è del Sensini il dipinto
ad olio su tela, che si trova in convento, raffigurante la
Madonna col Bambino e S. Francesco.
Il resto della cappella è stata
decorata, nel 1612, dal celebre
pittore assisiate Cesare Sermei
(1584-1668), sempre su commissione della famiglia Vici,
come si legge nell'iscrizione leggibile sotto il mistero della
Deposizione dalla Croce di Gesù Cristo.
Sull'altare vi sono sculture
lignee del sec. XVI: Gesù crocifisso,
Madonna, S. Giovanni Evangelista.
La statua del Cristo morto, scultura lignea policroma
degli inizi del ‘600, è posta dietro l'altare maggiore.
L'ultima cappella a sinistra, detta
della “XXIV stazione della Via Crucis”,
risale alla fine del sec. XVI.
Le 13 cappelline esterne della “Via
Crucis” furono costruite nel 1721,
riparate a cura del B. Leopoldo da Gaiche
nel 1787, e restaurate di nuovo
nel 1905.
La cappella detta della “XIV
stazione” fu ampliata e ridotta a forma esagonale
nel 1732. Attualmente è adibita
a presepio permanente.
***
Oggi il Convento
è aperto a tutti: i frati sono pochi, ma molte sono le attività
condotte dagli stessi.
Le cose da ammirare sono numerose: dal plurisecolare
tiglio posto all’ingresso, che la tradizione
fa risalire alla predicazione di S. Bernardino
da Siena a Todi, nel
1426, alla predetta
chiesa ricca di opere d’arte, che vanno dal
sec. XV, al sec. XVIII.
Una menzione particolare merita la grande e ben fornita biblioteca,
contenente manoscritti, incunaboli, oltre duecento cinquecentine,
libri di valore di ogni epoca, un “Erbario farmaceutico”
del 1746 con 412 esemplari di erbe, grandi corali in pergamena
con belle miniature, etc.
E’ da ricordare, inoltre, l’ultima opera realizzata nel 1983:
la restaurazione di un grande salone trecentesco.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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