1- Francesco a Todi (a mo' di romanzo)
«Forse era stabilito che la città di
Todi fosse strettamente legata con
la sorte di bambini e fanciulli.
Già nel sec. VI, giunse a Todi,
dalla Francia, il vescovo Fortunato
e, tra l’altro, si rese famoso per aver riacquistato la libertà
per due fanciulli presi in ostaggio da un capitano goto.
Nonostante le tante preghiere del santo vescovo, il goto non
si commosse.
Ma san Fortunato insistette: “Lasciali
liberi, consegnali a me, altrimenti dovrai pentirti di questa
tua crudeltà”.
Le preghiere non valsero a nulla.
Il capitano consegnò i due fanciulli ai suoi soldati, li caricò
sui cavalli perché li trascinassero verso Ravenna.
Visto che i goti non si commuovevano, il santo vescovo ricorse
al Signore.
Pregò che pensasse lui a salvare dalle mani dei predatori
i due fanciulli innocenti.
Mentre ormai la soldataglia era quasi uscita dalla città,
trasportandosi dietro il bottino di argenti e di ori, e soprattutto
i due fanciulli prigionieri, il capitano goto, a cavallo,
passò per la città, bravando e irridendo le suppliche del
vescovo.
Ma, davanti alla chiesa dedicata all’apostolo san Pietro,
il cavallo s’imbizzarrì, cominciò a sollevare le gambe anteriori
e poi, rapidamente, quelle posteriori. Non riuscirono più
a frenarlo. Sobbalzò spaventando tutti i presenti e nitrendo
disperatamente. Si scosse di dosso il cavaliere, che cadde
a terra e fu calpestato.
Il goto si ricredette; cominciò a supplicare il vescovo che
gli perdonasse la ferocia, promise la restituzione dei due
fanciulli, purché lo risanasse dalle lancinanti ferite.
San Fortunato comandò
ad un suo diacono che, prima, andasse a recuperare i due innocenti
fanciulli che il goto prometteva di restituire, poi aspergesse
le ferite del capitano.
Appena l’acqua benedetta toccò le carni sanguinanti del capitano,
questi fu guarito, poté ritornare a cavallo e uscire dalla
città.
I due fanciulli furono invece educati presso la cattedrale
dal vescovo san Fortunato.
Erano trascorsi secoli da quel giorno.
Il santo vescovo ormai giaceva nella sua tomba; forse pochi
a Todi o altrove ricordavano questa
tenera sollecitudine per i fanciulli innocenti.
Fu durante un’altra guerra che accadde l’episodio che stiamo
per raccontare.
Altri soldati invasero Todi; ma
questa volta, più che interessarsi a rapire i fanciulli, ci
furono alcuni che, come capita, s’interessarono soprattutto
delle fanciulle, con i soliti stratagemmi e le solite promesse
di matrimonio.
Le ragazze, come normalmente capita, cercavano di schermirsi,
di fare le sostenute e le indifferenti, ma qualcuna abboccò
all’amo.
Una di queste, la Nocenzia (ironia del nome!) restò incinta,
attese che il giovanotto brillante e baldanzoso tornasse indietro
a mantenere la promessa di matrimonio.
Ma aspettò invano.
Erano ormai trascorsi inutilmente dei mesi; nel frattempo
le era nato un figlio; non sapeva decidersi ad abbandonarlo
davanti a qualche chiesa o presso qualche monastero. Ma non
aveva e non sapeva nemmeno come fare a mantenerlo, visto che
l'amico non si faceva più vedere.
Una notte, pur disperandosi nel maledire Tommaso (così si
chiamava il soldato voglioso e traditore), prese infine la
decisione peggiore: raccolse il bambino in una coperta, riempì
una cesta con panni, e prima che spuntasse il giorno, si avviò
al fiume Tevere.
Uscì da Porta Perugia proprio mentre sulla stessa strada,
solitario, sul far dell’alba, giungeva Francesco d’Assisi.
Il fraticello saliva lentamente verso Todi,
assorto nella preghiera.
Soltanto un’ispirazione lo poté distogliere dalla sua contemplazione
e fargli cadere l’attenzione sulla giovane donna.
La vide turbata, da quell’incontro imprevisto; era troppo
circospetta e titubante nel camminare.
Stava quasi inciampando sulla strada e non sapeva dove mettere
più i piedi.
Egli stesso cominciò a turbarsi, non dell’incontro con una
donna, ma di ciò che di quella donna gli ispirò il Signore
in quel momento.
Fu un attimo; si accostò dolcemente, la salutò con dolcezza:
“Il Signore ti dia pace, sorella”.
Ma la Nocenzia fece finta di non sentire e continuò a scendere,
accelerando il passo.
Frate Francesco sussultò.
Poteva anche non essere vero, pur se una voce interna gli
insinuava la triste verità. Allora accelerò lui stesso il
passo, quasi rincorrendo la donna: “Che cos’hai in quella
cesta, sorella?”. –“Panni che vado a lavare al fiume”.
– “Non puoi mentire così. Non puoi nemmeno accusare gli
altri della tua disgrazia. Tu avevi in potere il tuo corpo,
con il quale hai peccato”.
Ora era diventato eloquente, insinuante.
Continuò: “Tu avevi in tuo potere anche la mente con la
quale dovevi resistere alle seduzioni degli uomini.
Beato chi avrà tenuto in suo potere, sempre prigioniero, il
corpo, nostro vero nemico, guardandosi con sapienza da esso”.
Fece una pausa, di fronte a Nocenzia che
non sapeva se rispondere o continuare a correre.
Costei ebbe quasi la voglia di buttargli davanti ai piedi
il cesto con tutto il suo involucro.
Ma pensò che il bambino si sarebbe svegliato ed avrebbe cominciato
a piangere, qualcuno avrebbe potuto scoprirla.
Frate Francesco riprese: “Ora, tu vai
al fiume soltanto per liberarti del frutto del tuo peccato”.
Altra pausa.
Poi, risoluto: "Dai a me quel bambino. Non temere
per te. Soltanto, va’ in chiesa, confessati, pentiti e vivi
nella penitenza, perché il Signore ti usi misericordia”.
Scoperta così apertamente e all’improvviso, la Nocenzia sentì
il bisogno di gettarsi in ginocchio, a domandare perdono al
frate.
“Non sono sacerdote. Non posso assolverti. Ma ti prometto
di pregare perché il Signore ti cambi il cuore e tu possa
vivere in grazia di Dio”.
Frate Francesco prese il
fagotto con il bambino che la donna gli aveva consegnato e
si guardò attorno, per sapere cosa fare, a chi affidare il
bambino salvato dalle acque del Tevere.
Aspettò che la ragazza si fosse allontanata, in modo che nessuno
potesse sospettare di lei.
Intanto, si era fatto giorno.
Lì, fuori di Porta Perugia, c’erano delle capanne, dove si
erano rifugiate alcune famiglie di contadini poveri, che vivevano
dello scarso lavoro avventizio e di elemosine.
Decise di bussare ad una di quelle capanne.
Era solito ripetere: “Beato l’uomo che aiuta il prossimo
nella sua fragilità, con quanto, in casi simili, egli stesso
vorrebbe essere da lui aiutato”.
Lo ripeté anche alla donna che si trovò davanti, dentro la
capanna.
Consegnò il bambino e promise di tornare ad interessarsi di
lui.
Del resto, ai suoi frati aveva precisato che, per il mantenimento
proprio e per la manifesta necessità di altri, poveri, malati,
lebbrosi, era lecito andare a chiedere elemosine.
Lui stesso, in città, cominciò a chiederne,
ai benestanti e ai poveri.
Quando, soprattutto i poveri, seppero il motivo per il quale
stava stendendo la mano, fecero società e s’impegnarono a
mantenere quel bambino, pur nella povertà di quelle capanne.
E proprio tra quelle capanne, al di fuori delle mura di cinta
di Todi, sorse un nucleo ospitale,
voluto dai poveri, per i bambini poveri e abbandonati della
città e dei dintorni.
Col tempo, assistito dalle “pinzochere”
(o penitenti), qui fu costruito
un Ospedale della carità.
San Francesco aveva dato l’ispirazione di
cui Todi, la città di San Fortunato,
fu poi fiera» (L. Canonici, Leggende
francescane umbre, Porziuncola 1992).
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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