10° PARTE - (cc. 110-112)
COME LA DIVINA PROVVIDENZA LO AIUTO'
NELLE NECESSITA' ESTERIORI
110.
COME IL SIGNORE PROVVIDE AI FRATI CHE SEDEVANO
A POVERA MENSA CON IL MEDICO
Francesco dimorava nell’eremo di Fonte Colombo, presso
Rieti, ed essendo malato di occhi, un medico venne un giorno a visitarlo.
L’oculista si trattenne un certo tempo e, al momento che stava per andarsene,
Francesco si rivolse a uno dei compagni: «Andate e date da mangiare bene
al medico». Gli rispose: «Padre, ci dispiace dirtelo: ma siamo adesso
tanto poveri, che ci vergogniamo di invitarlo a mangiare». Rispose il
Santo ai compagni: «O uomini di poca fede, non me lo fate ripetere!».
Intervenne il medico: «Fratello, per il fatto che sono poveri frati, più
volentieri ci tengo a mangiare con loro». Quel medico era molto ricco,
e, sebbene fosse stato varie volte invitato da Francesco e dai compagni, non
aveva mai voluto mangiare con loro.
I frati andarono a preparare la mensa e, vergognandosi, vi posero un po’di
pane e vino e dei legumi che avevano preparato per sé. Sedutisi alla
mensa poverella, avevano appena cominciato a mangiare, che sentirono bussare
alla porta del luogo. Uno dei frati si alzò e andò ad aprire:
c’era una donna con un canestro pieno di bel pane e pesce, un pasticcio
di gamberi, miele e uva, che la signora di un castello distante da quel luogo
quasi sette miglia, mandava in dono a Francesco.
Vedendo questo, i frati e il medico rimasero attoniti, e si rallegrarono considerando
la santità di Francesco, tutto attribuendo ai meriti di lui. Disse il
medico: «Cari fratelli né voi, come pur dovreste, né noi
conosciamo la santità di quest’uomo».
111.
DEL PESCE CHE DESIDERAVA DURANTE LA SUA MALATTIA
In altra occasione, quando era gravemente infermo nel palazzo
vescovile di Assisi, i frati lo pregavano di mangiare. Francesco rispose: «Non
ho voglia di mangiare; se però avessi di quel pesce che si chiama squalo,
forse lo mangerei».
Ebbe appena espresso questo desiderio, che si fece avanti un tale con un canestro
dove erano, ben cucinati, tre grandi squali, e pasticci di gamberi, che il Santo
mangiava volentieri. Glieli inviava frate Gerardo, ministro a Rieti.
I frati ammirarono la divina Provvidenza, lodando il Signore che aveva provveduto
al suo servo un alimento che, essendo inverno, non era possibile trovare in
Assisi.
112.
DEL CIBO E DEL PANNO CHE, PRESSO A MORIRE,
EGLI DESIDERAVA
Stava il Santo, infermo dell’ultima malattia che lo
portò a morte, nel luogo di Santa Maria degli Angeli. Un giorno chiamò
i suoi compagni e disse loro: «Voi sapete come Donna Jacopa de Settesoli
è vivamente devota a me e al nostro Ordine. Credo perciò ch’ella
considererà grande favore e consolazione se la informiamo del mio stato.
Domandatele specialmente che mi faccia avere del panno monacale color cenere
e, insieme, mi mandi anche di quel dolce che a Roma preparò per me più
volte». I romani chiamano quel dolce: mostaccioli, ed è fatto di
mandorle, zucchero e altri ingredienti.
Quella nobildonna era molto religiosa, una delle vedove più nobili e
ricche di Roma. Per i meriti e la predicazione di Francesco, aveva ricevuto
dal Signore la grazia di emulare, nelle lacrime e nel fervore, nell’amore
e nell’appassionata dedizione a Cristo, Maria Maddalena.
Scrissero dunque una lettera come aveva detto il Santo; e un frate andava cercando
un compagno che recapitasse alla nobildonna la lettera, quando fu picchiato
alla porta del luogo. Un frate aprì, ed ecco, lì in persona, Donna
Jacopa, venuta con gran fretta a visitare Francesco.
Un frate la riconobbe e si recò immediatamente da Francesco, annunziandogli
con grande gioia che Donna Jacopa era venuta da Roma con suo figlio e molto
seguito a fargli visita. Soggiunse: «Cosa facciamo, padre? Possiamo lasciarla
entrare da te?». Disse questo, perché per volontà di Francesco
era stato deciso che in quel luogo, per preservarne il decoro e il raccoglimento,
non vi entrasse alcuna donna. Ma il Santo disse: «Tale regola non va osservata
per questa nobildonna, che una grande fede e devozione ha fatto accorrere qui
da tanto lontano».
Così Donna Jacopa entrò dal beato Francesco, scoppiando in lacrime
davanti a lui. E, cosa mirabile, portava con sé il panno mortuario, color
cenere, per fare una tonaca, e le altre cose contenute nella lettera, come se
l’avesse ricevuta in antecedenza.
La signora disse ai frati: «Fratelli miei, mentre pregavo ebbi questa
ispirazione: – Va’a visitare il tuo padre Francesco; affrettati,
non indugiare; ché, tardando, non lo troveresti più vivo. E portagli
il tale panno per la tonaca e tali altre cose, per fargli quel dolce. Inoltre,
porta con te gran quantità di cera per farne delle candele, e anche dell’incenso
– -». Questo, tranne che l’incenso, era annotato nella lettera
che si stava per recapitarle.
E così avvenne che Colui, il quale ispirò ai re Magi di andare
con doni a onorare il Figlio suo nel giorno della sua nascita, ispirò
anche a quella nobile e santa signora di recarsi con doni a onorare il suo dilettissimo
servo nei giorni della sua morte, o meglio della sua vera nascita.
Preparò quella signora il cibo che il Santo desiderava mangiare, ma egli
ne mangiò ben poco, perché sempre più gli mancavano le
forze e si avvicinava alla morte.
Fece fare anche molte candele che, dopo la morte del Santo, ardessero intorno
alla sua salma; e con il panno, i frati confezionarono la tonaca con la quale
venne sepolto. Francesco stesso ordinò ai frati di cucirgli del sacco
sulla veste che portava, in segno ed esempio di umiltà e di sovrana povertà.
E in quella settimana in cui era venuta Donna Jacopa, il nostro santissimo padre
migrò al Signore.
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