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Approfondimento Storico e Sacro

Scritti di S. Chiara di Assisi

La Vita di S. Chiara ed i suoi Scritti sono molto importanti per la conoscenza di S. Francesco e del suo Ordine, poichè, avendo seguito da vicino il "Poverello assisiate" nella nuova vita e nelle vicende degli inizi della sua istituzione, lei ne ha assimilato profondamente lo spirito. La sua testimonianza, quindi, è degna della più alta considerazione, alla pari di quella dei primi compagni del Santo; inoltre Chiara è al di fuori di ogni polemica, che possa velarne la veracità. Vive la stessa esperienza di fede di Francesco, non però in una dimensione parallela, ma complementare; quanto del "Giullare di Dio" la Santa ha in sé, e quanto di francescano comunica ai suoi Scritti, è stato da lei recepito attraverso incontri con Francesco, concretatisi anche in ammaestramenti scritti, purtroppo smarriti, tranne due frammenti. Gli Scritti di Chiara sono: la Regola, quattro Lettere e il Testamento. La "Regola" ebbe l'approvazione pontificia solo due giorni prima della morte della Santa e fu consegnata alla stessa alla vigilia del suo "transito"; Chiara ebbe appena il tempo di baciarla, ma morì lieta per avere finalmente ottenuto quanto, da decenni, desiderava. Si può considerare ultimata nel 1224, ed è la Regola del Primo Ordine adattata alla vita delle Clarisse. Le quattro "Lettere alla B. Agnese di Praga", sono la rivelazione dell'amore di Chiara per Cristo, ed è difficile trovare pagine di scrittori mistici che, con tanta semplicità e profondità, comunichino la loro esperienza. Il "Testamento" si rivela come uno degli scritti più aderenti al cuore ed all'anima di S. Chiara, ed è ricco di memorie autobiografiche. Per conoscere la vita e l'esperienza della "Pianticella di Francesco" ha enorme importanza anche il "Processo di canonizzazione", rinvenuto solo nel 1920; riporta infatti la testimonianza delle sorelle di Chiara, le quali, con grande vivezza, rispondono alle numerose domande dei giudici. Un'altra opera fondamentale per la conoscenza di Chiara è la "Leggenda di S. Chiara vergine", giunta a noi anonima. Redatta da un frate minore su incarico di papa Alessandro IV, è stata ultimata, probabilmente, nel 1256, e quindi subito dopo la canonizzazione della Santa, avvenuta nell'agosto del 1255. Molti sostengono che l'autore sia Tommaso da Celano, altri attribuiscono la biografia ad un certo "frate Marco", cappellano del Monastero di S. Damiano in Assisi.   Indice: BOLLA DI PAPA INNOCENZO IV Introduzione e testo TESTAMENTO DI S. CHIARA Introduzione e testo BENEDIZIONE DI S. CHIARA Introduzione e testo LETTERE DI S. CHIARA: - Le lettere alla B. Agnese di Praga Introduzione e testo * Lettera prima Introduzione e testo * Lettera seconda Introduzione e testo * Lettera terza Introduzione e testo * Lettera quarta Introduzione e testo - Lettera a Ermentrude di Bruges BOLLA DI CANONIZZAZIONE DI S. CHIARA VERGINE Introduzione e testo PRIVILEGIO DELLA POVERTA' Introduzione e testo *** BOLLA DI PAPA INNOCENZO IV Introduzione La Regola di S. Chiara del 1253, nota anche come "Forma di vita dell'Ordine delle Sorelle Povere di S. Damiano", di cui Chiara ebbe l'approvazione dalla Sede Apostolica solo due giorni prima della sua morte (9 agosto 1253), risulta essere il punto di arrivo di una serie di esperienze, attraverso le quali la "Comunità di S. Damiano" è passata, per decenni, scivolando sempre invitta attraverso pressioni esterne, per mitigare la povertà assoluta, in comune oltre che personale, che - come è il nucleo centrale della Regola definitiva (c. VI) - così fu certamente anche il primo fondamento della fraternità, nella "formula vitae" iniziale, data da S. Francesco al sorgere del nuovo Ordine e citata dalla Regola stessa al cap. VI, oltre che da altre fonti. Attraverso in "iter" complesso, variamente studiato, la "formula" iniziale data dal Santo assisiate al Monastero di S. Damiano (1211-1218), si evolve, senza nulla perdere, tuttavia, di quella ispisrazione fondamentale che ha determinato l'Ordine nella mente e nel cuore di Francesco. Per tale ragione, la Regola del 1253 - a ventisette anni dalla morte del "Poverello di Dio", - è detta, con piena verità, dalla Sede Apostolica «la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà che il beato padre vostro Francesco vi consegnò a voce e in scritto da osservare». Alla base della "forma di vita" di S. Chiara è l'esperienza dell'umiltà e della povertà del Figlio di Dio, il messaggio evangelico del «perdere la propria vita» (Mt. 10,39) sui passi di Cristo e della sua Madre poverella. Un retrocedere di sé, di fronte a un «dono» di grazia, la stessa di Francesco: «la grazia di fare penitenza... vivendo secondo la perfezione del santo Vangelo» (Regola, c. VI, 1-3). E, accanto a questa, l'altra grazia, ugualmente evangelica e francescana della fraternità, anch'essa «dono», in cui non più il singolo, ma l'intero gruppo fa esperienza di quell'amore che comunica e stringe, in un'unica volta, quanti da Dio sono nati. La divisione in capitoli non esiste nel testo originale, che si conserva tra le reliquie del Protomonastero di S. Chiara in Assisi. *** Testo: Innocenzo vescovo, servo dei servi di Dio. Alle dilette figlie in Cristo Chiara abbadessa e alle altre sorelle del monastero di San Damiano d'Assisi, salute e apostolica benedizione. La Sede Apostolica suole acconsentire ai pii voti e benevolmente favorire gli onesti desideri di coloro che chiedono. Ora, da parte vostra ci è stato umilmente richiesto che ci prendessimo cura di confermare con la nostra autorità apostolica la forma di vita, secondo la quale dovete vivere comunitariamente in unità di spiriti e con voto di altissima povertà, che vi fu data dal beato Francesco e fu da voi spontaneamente accettata, quella che il venerabile nostro fratello vescovo di Ostia e Velletri ritenne bene che fosse approvata, come è ampiamente contenuto nella lettera scritta a proposito dallo stesso vescovo. Noi pertanto, ben disposti ad accogliere la vostra supplica, ratificando di buon grado quanto sopra ciò è stato fatto dal medesimo vescovo, lo confermiamo col potere apostolico e l'avvaloriamo con l'autorità del presente scritto, nel quale facciamo inserire parola per parola il testo della stessa lettera, che e questo: Rinaldo, per misericordia di Dio vescovo di Ostia e Velletri, alla sua carissima in Cristo madre e figlia Donna Chiara abbadessa di San Damiano in Assisi, e alle sorelle di lei, presenti e future, salute e paterna benedizione. Poiché voi, figlie dilette in Cristo, avete disprezzato le vanità e i piaceri del mondo e seguendo le orme dello stesso Cristo e della sua santissima Madre, avete scelto di abitare rinchiuse e di dedicarvi al Signore in povertà somma per potere con animo libero servire a Lui, noi, encomiando nel Signore il vostro santo proposito, di buon grado vogliamo con affetto paterno accordare benevolo favore ai vostri voti e ai vostri santi desideri. Per questo, accondiscendendo alle vostre pie suppliche, con l'autorità del signor Papa e nostra, confermiamo in perpetuo per voi tutte e per quelle che vi succederanno nel vostro monastero e con l'appoggio della presente lettera avvaloriamo la forma di vita e il modo di santa unità e di altissima povertà, che il beato padre vostro Francesco vi consegnò a voce e in scritto da osservare e che è qui riprodotta. Ed è questa: I NEL NOME DEL SIGNORE INCOMINCIA LA FORMA DI VITA DELLE SORELLE POVERE La Forma di vita dell'Ordine delle Sorelle Povere, istituita dal beato Francesco, è questa: Osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Chiara indegna serva di Cristo e pianticella del beatissimo padre Francesco, promette obbedienza e riverenza al signor papa Innocenzo e ai suoi successori, canonicamente eletti e alla Chiesa Romana. E, come al principio della sua conversione, insieme alle sue sorelle, promise obbedienza al beato Francesco, cosi promette di mantenerla inviolabilmente ai suoi successori. Le altre sorelle siano tenute ad obbedire sempre ai successori del beato Francesco e a sorella Chiara e alle altre abbadesse, che le succederanno mediante elezione canonica. II DI COLORO CHE VOGLIONO ABBRACCIARE QUESTA VITA E COME DEVONO ESSERE RICEVUTE Quando qualcuna, per divina ispirazione, verrà a noi con la determinazione di abbracciare questa vita, l'abbadessa sia tenuta a chiedere il consenso di tutte le sorelle e se la maggioranza acconsentirà, la possa accettare, dopo aver ottenuto licenza dal signor cardinale nostro protettore. Se le sembrerà idonea ad essere accettata, la esamini con diligenza, o la faccia esaminare intorno alla fede cattolica e ai sacramenti della Chiesa. E se crede tutte queste cose, ed è risoluta a confessarle fedelmente e ad osservarle con fermezza sino alla fine; e non ha marito, o se l'ha, ha già abbracciato la vita religiosa con l'autorità del vescovo diocesano ed ha già fatto voto di continenza; e se, inoltre non è impedita dall'osservare questa vita da età avanzata o da qualche infermità o deficienza mentale, le si esponga diligentemente il tenore della nostra vita. E se sarà idonea, le si dica la parola del santo Vangelo: che vada e venda tutte le sue sostanze e procuri di distribuirle ai poveri. Se ciò non potesse fare, basta ad essa la buona volontà. Si guardino però l'abbadessa e le sue sorelle dal preoccuparsi per le cose temporali di lei, affinché ne disponga liberamente, come le verrà ispirato dal Signore. Se tuttavia domandasse consiglio, la indirizzino a persone prudenti e timorate di Dio, col consiglio delle quali vengano distribuiti i suoi beni. Poi, tosati i capelli in tondo e deposto l'abito secolare, le conceda tre tonache e il mantello. Da quel momento non le è più lecito uscire fuori di monastero, senza un utile, ragionevole, manifesto e approvato motivo. Finito poi l'anno della prova, sia ricevuta all'obbedienza, promettendo d'osservare sempre la vita e la forma della nostra povertà. Non si conceda a nessuna il velo durante il tempo della prova. Le sorelle possono avere anche le mantellette per comodità e convenienza del servizio e del lavoro. L'abbadessa poi le provveda di vestimenti con discrezione, secondo la qualità delle persone, i luoghi e i tempi e i paesi freddi, conforme vedrà essere richiesto dalla necessità. Le giovanette, accolte in monastero prima della legittima età, siano tosate in tondo e, deposto l'abito secolare, indossino un abito da religiosa, come parrà all'abbadessa. Raggiunta poi l'età legittima, vestite alla maniera delle altre, facciano la loro professione. Ad esse, come alle altre novizie, l'abbadessa assegni con sollecitudine una maestra tra le più assennate del monastero, la quale le istruisca con cura intorno al modo di vivere santamente da religiose e alle oneste costumanze secondo la forma della nostra professione. Le medesime norme si osservino nell'esame e nell'accettazione delle sorelle che presteranno il loro servizio fuori del monastero; esse però potranno usare calzature. Non si ammetta nessuna a dimorare con noi in monastero se non sia stata ricevuta secondo la forma della nostra professione. E per amore del santissimo Bambino, ravvolto in poveri pannicelli e adagiato nel presepio, e della sua santissima Madre, ammonisco, prego caldamente ed esorto le mie sorelle a vestire sempre indumenti vili. III DELL'UFFICIO DIVINO E DEL DIGIUNO. DELLA CONFESSIONE E COMUNIONE Le sorelle che sanno leggere celebrino l'ufficio divino secondo la consuetudine dei frati minori, e perciò potranno avere i breviari, leggendo senza canto. Se qualcuna, per un motivo ragionevole, a volte non potesse recitare leggendo le sue Ore, le sia lecito dire i Pater noster, come le altre sorelle. Quelle invece che non sanno leggere, dicano ventiquattro Pater noster per il Mattutino, cinque per le Lodi per prima, terza, sesta e nona, per ciascuna di queste Ore, sette; per il Vespro dodici; per Compieta sette. Inoltre dicano ancora per i defunti sette Pater noster con il Requiem per il Vespro e dodici per il Mattutino, quando le sorelle che sanno leggere sono tenute a recitare l'Ufficio dei morti. Alla morte poi di una sorella del nostro monastero, dicano cinquanta Pater noster. Le Sorelle digiunino in ogni tempo. Ma nel Natale del Signore, in qualunque giorno cada, possano rifocillarsi due volte. Con le giovanette, le deboli e le sorelle che servono fuori del monastero, si dispensi misericordiosamente, come parrà all'abbadessa. Ma in tempo di manifesta necessità, le sorelle non siano tenute al digiuno corporale. Si confessino almeno dodici volte l'anno, con licenza dell'abbadessa. E devono guardarsi allora dal frammischiare altri discorsi che non facciano al caso della confessione e della salute dell'anima. Si comunichino sette volte l'anno, cioè: nel Natale del Signore, nel Giovedì santo, nella Resurrezione del Signore, nella Pentecoste, nell'Assunzione della beata Vergine, nella festa di san Francesco e nella festa d'Ognissanti. Per comunicare le sorelle, sia sane che inferme, è lecito al cappellano celebrare all'interno. IV DELLA ELEZIONE E DELL'UFFICIO DI ABBADESSA. DEL CAPITOLO, DELLE RESPONSABILI DEGLI UFFICI E DELLE DISCRETE Nella elezione dell'abbadessa le sorelle siano tenute ad osservare la forma canonica. Esse si procurino con sollecitudine di avere il ministro generale o provinciale dell'Ordine dei frati minori, il quale mediante la parola di Dio le disponga alla perfetta concordia e ala utilità comune nelle elezioni da farsi. E non si elegga se non una professa. E se fosse eletta una non professa o venisse data in altro modo non le si presti obbedienza se prima non avrà fatta la professione della forma della nostra povertà. Alla sua morte, si faccia l'elezione di un'altra abbadessa. E se talora sembrasse alla generalità delle sorelle che la predetta non fosse idonea al servizio e alla comune utilità di esse, le dette sorelle siano tenute ad eleggerne, quanto prima possono e nel modo sopraddetto, un'altra per loro abbadessa e madre. L'eletta poi consideri qual carico ha accettato sopra di sé e a Chi deve rendere conto del gregge affidatole. Si studi anche di presiedere alle altre più per virtù e santità di vita che per ufficio, affinché le sorelle, provocate dal suo esempio, le obbediscano più per amore che per timore. Si guardi dalle amicizie particolari, affinché non avvenga che, amando alcune più delle altre, rechi scandalo a tutte. Consoli le afflitte. Sia ancora l'ultimo rifugio delle tribolate perché, se mancassero presso di lei i rimedi di salute, non abbia a prevalere nelle inferme il morbo della disperazione. Conservi la vita comune in tutto, ma specialmente in chiesa, in dormitorio, in refettorio, nell'infermeria e nelle vesti. E ciò è tenuta a fare allo stesso modo anche la sua vicaria. L'abbadessa sia tenuta a convocare a Capitolo le sue sorelle almeno una volta la settimana. Ivi, tanto lei quanto le sorelle debbano accusarsi umilmente delle comuni e pubbliche mancanze e negligenze. Ivi ancora discuta con le sue sorelle circa le cose da fare per l'utilità e il bene del monastero. Spesso infatti il Signore manifesta ciò che è meglio al più piccolo. Non si contragga alcun debito grave, se non di comune consenso delle sorelle e per manifesta necessità, e questo per mezzo del procuratore. Si guardi poi l'abbadessa con le sue sorelle dal ricevere alcun deposito in monastero, poiché da ciò nascono spesso disturbi e scandali. Allo scopo di conservare l'unita della scambievole carità e della pace, tutte le responsabili degli uffici del monastero vengano elette di comune consenso di tutte le sorelle. E nello stesso modo si eleggano almeno otto sorelle delle più assennate, del consiglio delle quali l'abbadessa è obbligata a servirsi in ciò che è richiesto dalla forma della nostra vita. Se qualche volta sembrasse utile e conveniente, le sorelle possano anche e debbano rimuovere le responsa-bili e le discrete ed eleggerne altre al loro posto. V. DEL SILENZIO, DEL PARLATORIO E DELLA GRATA Le sorelle osservino il silenzio dall'ora di compieta fino a terza, eccettuate le sorelle che prestano servizio fuori del monastero. Osservino ancora silenzio continuo in chiesa, in dormitorio e in refettorio soltanto quando mangiano. Si eccettua l'infermeria, dove, per sollievo e servizio delle ammalate, sarà sempre permesso alle sorelle di parlare con moderazione. Possano tuttavia, sempre e ovunque, comunicare quanto è necessario, ma con brevità e sottovoce. Non sia lecito alle sorelle accedere al parlatorio o alla grata, senza licenza dell'abbadessa o della sua vicaria; e quelle che ne hanno licenza, non ardiscano parlare nel parlatorio, se non alla presenza e ascoltate da due sorelle. Non presumano poi di recarsi alla grata, se non siano presenti, assegnate dall'abbadessa o dalla vicaria, almeno tre di quelle otto discrete che furono elette da tutte le sorelle come Consiglio dell'abbadessa. Questa forma nel parlare siano tenute ad osservarla per conto proprio anche l'abbadessa e la sua vicaria. E quanto si è detto per la grata avvenga molto di rado; alla porta poi non si faccia in nessun modo. A detta grata sia applicata dalla parte interna un panno, che non sia tolto se non quando si predica la divina parola o alcuna parli a qualcuno. Abbia inoltre una porta di legno, ben difesa da due differenti serrature in ferro, da imposte e chiavistelli, affinché, specialmente di notte, sia chiusa con due chiavi, una delle quali la tenga l'abbadessa e l'altra la sacrestana; e rimanga sempre chiusa, fuorché quando si ascolta il divino ufficio e per i motivi sopra esposti. Non è lecito assolutamente a nessuna parlare ad alcuno alla grata prima della levata del sole o dopo il tramonto. Al parlatorio poi, vi sia sempre, dalla parte interna, un panno che non deve essere rimosso per nessun motivo. Durante la quaresima di san Martino e la quaresima maggiore nessuna parli al parlatorio, se non al sacerdote per motivo di confessione o di altra manifesta necessità Ciò è riservato alla prudenza dell'abbadessa o della sua vicaria. VI. LE PROMESSE DEL BEATO FRANCESCO E DEL NON AVERE POSSEDIMENTI Dopo che l'altissimo Padre celeste si degnò illuminare l'anima mia mediante la sua grazia perché, seguendo l'esempio e gli insegnamenti del beatissimo padre nostro Francesco, io facessi penitenza, poco tempo dopo la conversione di lui, liberamente, insieme con le mie sorelle, gli promisi obbedienza. Il beato padre, poi, considerando che noi non temevamo nessuna povertà, fatica, tribolazione, umiliazione e disprezzo del mondo, che anzi l'avevamo in conto di grande delizia, mosso da paterno affetto, scrisse per noi la forma di vita in questo modo: “Poiché per divina ispirazione vi siete fatte figlie e ancelle dell'Altissimo sommo Re, il Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere secondo la perfezione del santo Vangelo, voglio e prometto da parte mia e dei miei frati, di avere sempre di voi, come di loro, attenta cura e sollecitudine speciale”. Ciò che egli con tutta fedeltà ha adempiuto finché visse, e volle che dai frati fosse sempre adempito. E affinché non ci allontanassimo mai dalla santissima povertà che abbracciammo, e neppure quelle che sarebbero venute dopo di noi, poco prima della sua morte di nuovo scrisse per noi la sua ultima volontà con queste parole: “Io frate Francesco piccolino, voglio seguire la vita e la povertà dell'Altissimo Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre, e perseverare in essa sino alla fine. E prego voi, mie signore e vi consiglio che viviate sempre in questa santissima vita e povertà. E guardatevi molto bene dall'allontanarvi mai da essa in nessuna maniera per l'insegnamento o il consiglio di alcuno”. E come io, insieme con le mie sorelle, sono stata sempre sollecita di mantenere la santa povertà che abbiamo promesso al Signore Iddio e al beato Francesco, così le abbadesse che mi succederanno nell'ufficio e tutte le sorelle siano tenute ad osservarla inviolabilmente fino alla fine: a non accettare, cioè, né avere possedimenti o proprietà né da sé, né per mezzo di interposta persona, e neppure cosa alcuna che possa con ragione essere chiamata proprietà, se non quel tanto di terra richiesto dalla necessità, per la convenienza e l'isolamento del monastero; ma quella terra sia coltivata solo a orto per il loro sostentamento. VII. DEL MODO DI LAVORARE Le sorelle alle quali il Signore ha dato la grazia di lavorare, lavorino, dopo l'ora di terza, applicandosi a lavori decorosi e di comune utilità, con fedeltà e devozione, in modo tale che, bandito l'ozio, nemico dell'anima, non estinguano lo spiritodella santa orazione e devozione, al quale tutte le altre cose temporali devono servire. E l'abbadessa o la sua vicaria sia tenuta ad assegnare in capitolo, davanti a tutte, il lavoro che ciascuna dovrà svolgere con le proprie mani. Ci si comporti allo stesso modo quando qualche persona mandasse delle elemosine, affinché si preghi in comune per lei. E tutte queste cose vengano distribuite dall'abbadessa o dalla sua vicaria col consiglio delle discrete a comune utilità. VIII. CHE LE SORELLE NON SI APPROPRINO DI NULLA. DEL CHIEDERE L'ELEMOSINA E DELLE SORELLE AMMALATE Le sorelle non si approprino di nulla, né della casa, né del luogo, né d'alcuna cosa, e come pellegrine e forestiere in questo mondo, servendo al Signore in povertà e umiltà con fiducia mandino per la elemosina. E non devono vergognarsi, poiché il Signore si fece per noi povero in questo mondo. E questo quel vertice dell'altissima povertà, che ha costituto voi, sorelle mie carissime, eredi e regine del regno dei cieli, vi ha reso povere di sostanze, ma ricche di Virtù. Questa sia la vostra parte di eredità, che introduce nella terra dei viventi. Aderendo totalmente ad essa, non vogliate mai, sorelle dilettissime, avere altro sotto il cielo, per amore del Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre. Non sia lecito ad alcuna sorella mandare lettere, o ricevere o dare cosa alcuna fuori del monastero, senza licenza dell'abbadessa. Né sia lecito tenere cosa alcuna che non sia stata data o permessa dall'abbadessa. Che se le venga mandato qualche cosa dai parenti o da altri, l'abbadessa gliela faccia consegnare. La sorella poi, se ne ha bisogno, la possa usare; se no, né faccia parte caritatevolmente alla sorella che ne ha bisogno. Se poi le fosse stato mandato del denaro, l'abbadessa, con consiglio delle discrete, le faccia procurare ciò di cui ha bisogno. Riguardo alle sorelle ammalate, l'abbadessa sia fermamente tenuta, da sé e per mezzo delle altre sorelle, a informarsi con sollecitudine di quanto richiede la loro infermità, sia quanto a consigli, sia quanto ai cibi ed alle altre necessità, e a provvedere con carità e misericordia, secondo la possibilità del luogo. Poiché tutte sono tenute a provvedere e a servire le loro sorelle ammalate, come vorrebbero essere servite esse stesse nel caso che incorressero in qualche infermità. L'una manifesti all'altra con confidenza la sua necessità. E se una madre ama e nutre la sua figlia carnale, con quanta maggiore cura deve una sorella amare e nutrire la sua sorella spirituale! Quelle che sono inferme, potranno usare pagliericci e avere guanciali di piuma sotto il capo; e quelle che hanno bisogno di calze e di materasso di lana, ne possano usare. Le suddette inferme, poi, quando vengono visitate da quelli che entrano nel monastero, possano, ciascuna per proprio conto, rispondere brevemente con qualche buona parola a chi rivolge loro la parola. Le altre sorelle, invece, che pur ne hanno licenza, non ardiscano parlare a quelli che entrano nel monastero, se non alla presenza e ascoltate da due discrete, designate dalI'abbadessa o dalla sua vicaria. Questa forma nel parlare siano tenute ad osservarla anche l'abbadessa e la sua vicaria. IX. DELLA PENITENZA A IMPORRE ALLE SORELLE CHE PECCANO, E DELLE SORELLE HE PRESTANO SERVIZIO FUORI DEL MONASTERO Se qualche sorella, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente contro la forma della nostra professione e, ammonita due o tre volte dall'abbadessa o da altre sorelle, non si sarà emendata, mangi per terra pane e acqua in refettorio, alla presenza di tutte le sorelle, tanti giorni quanti sarà stata contumace, e, se l'abbadessa lo riterrà necessario, sia sottoposta a pena anche più grave. Frattanto, finché rimarrà ostinata, si preghi affinché il Signore disponga il suo cuore a penitenza. Tuttavia, l'abbadessa e le sue sorelle si guardino dallo adirarsi e turbarsi per il peccato di alcuna, perché l'ira e il turbamento impediscono la carità in se stesse e nelle altre. Se accadesse, il che non sia, che fra una sorella e l'altra sorgesse talvolta, a motivo di parole o di segni, occasione di turbamento e di scandalo, quella che fu causa di turbamento, subito, prima di offrire davanti a Dio l'offerta della sua orazione, non soltanto si getti umilmente ai piedi dell'altra domandando perdono, ma anche con semplicità la preghi di intercedere per lei presso il Signore perché la perdoni. L'altra poi, memore di quella parola del Signore: “Se non perdonerete di cuore, nemmeno il Padre vostro celeste perdonerà voi, perdoni generosamente alla sua sorella ogni offesa fattale”. Le sorelle che prestano servizio fuori del monastero, non rimangano a lungo fuori, se non lo richieda una causa di manifesta necessità. E devono andare per la via con onestà e parlare poco, affinché possano essere sempre motivo di edificazione per quanti le vedono. E si guardino fermamente dall'avere rapporti o incontri sospetti con alcuno. Né facciano da madrine a uomini e a donne, affinché per queste occasioni non nasca mormorazione o turbamento. Non ardiscano riportare in monastero le chiacchiere del mondo. E di quanto si dice o si fa dentro siano tenute a non riferire fuori dal monastero nulla che possa provocare scandalo. Se capitasse a qualcuna di mancare in queste due cose, per semplicità, spetta alla prudenza dell'abbadessa imporle con misericordia la penitenza. Se invece lo facesse per cattiva consuetudine, l'abbadessa, secondo la qualità della colpa, col consiglio delle discrete imponga una penitenza. X. DELLA AMMONIZIONE E CORREZIONE DELLE SORELLE L'abbadessa ammonisca e visiti le sorelle e le corregga con umiltà e carità, non comandando loro cosa alcuna che sia contro la sua anima e la forma della nostra professione. Le sorelle suddite, poi, ricordino che hanno rinunciato alla propria volontà per amore di Dio. Quindi siano fermamente tenute a obbedire alle loro abbadesse in tutte le cose che hanno promesso al Signore di osservare e che non sono contrarie all'anima e alla nostra professione. L'abbadessa poi, usi verso di loro tale familiarità che possano parlarle e trattare con lei come usano le padrone con la propria serva, poiché così deve essere, che l'abbadessa sia la serva di tutte le sorelle. Ammonisco poi, ed esorto nel Signore Gesù Cristo, che si guardino le sorelle da ogni superbia, vanagloria, invidia, avarizia, cura e sollecitudine di questo mondo, dalla detrazione e mormorazione, dalla discordia e divisione. Siano invece sollecite di conservare sempre reciprocamente l'unità della scambievole carità, che è il vincolo della perfezione. E quelle che non sanno di lettere, non si curino di apprenderle, ma attendano a ciò che soprattutto debbono desiderare: avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione, a pregarlo sempre con cuore puro e ad avere umiltà, pazienza nella tribulazione e nella infermità, e ad amare quelli che ci perseguitano, riprendono e accusano, perché dice il Signore: “Beati quelli che soffrono persecuzione a causa della giustizia, poiché di essi è il regno dei cieli. Chi persevererà fino alla fine, questi sarà salvo”. XI. DELLA CUSTODIA DELLA CLAUSURA La portinaia sia matura come condotta e prudente, e sia di età conveniente. Di giorno rimanga ivi in una cella aperta, senza uscio. Le si assegni anche una compagna idonea, la quale, la quale quando ci sarà bisogno, faccia in tutto le sue veci. La porta sia ben difesa da due differenti serrature in ferro, da imposte e chiavistelli, affinché, specialmente di notte, sia chiusa con due chiavi, una delle quali la tenga la portinaia, l'altra l'abbadessa. E di giorno non si lasci mai senza custodia e sia stabilmente chiusa a chiave. Badino poi, con ogni diligenza e procurino che la porta non rimanga mai aperta, se non il minimo possibile secondo la convenienza. E non si apra affatto a chiunque voglia entrare, ma solo a coloro cui sia stato concesso dal sommo pontefice o dal nostro signor cardinale. E non permettano che alcuno entri in monastero prima della levata del sole, né vi rimanga dopo il tramonto, se non l'esiga una causa manifesta, ragionevole e inevitabile. Qualora per la benedizione dell'abbadessa, o per la consacrazione a monaca di qualche sorella, o per qualche altro motivo, venga concesso a qualche vescovo di celebrare la Messa nell'interno del monastero, si accontenti del minor numero possibile di compagni e ministri che siano di buona fama. Quando poi fosse necessario introdurre nel monastero qualcuno per compiervi dei lavori, l'abbadessa con sollecitudine ponga alla porta una persona adatta, che apra solo agli addetti ai lavori e non ad altri. Tutte le sorelle si guardino, allora, con somma diligenza, che non siano vedute da coloro che entrano. XII. DEL VISITATORE, DEL CAPPELLANO DEL CARDINALE PROTETTORE Il nostro visitatore sia sempre dell'Ordine dei frati minori, secondo la volontà e il mandato del nostro cardinale. E sia tale che ne conosca bene l'integrità di vita. Sarà suo compito correggere, tanto nel capo che nelle membra, le mancanze commesse contro la forma della nostra professione. Egli stando in luogo pubblico, donde possa essere veduto dalle altre, potrà parlare a molte o a ciascuna in particolare, secondo riterrà più conveniente, di ciò che spetta all'ufficio della visita. Chiediamo anche in grazia, allo stesso Ordine, un cappellano con un compagno chierico, di buona fama, discreto e prudente, e due frati laici, amanti del vivere santo e onesto, in aiuto alla nostra povertà, come abbiamo avuto sempre misericordiosamente dal predetto Ordine dei frati minori; e questo per amore di Dio e del beato Francesco. Al cappellano non sia lecito entrare in monastero senza il compagno. Ed entrando, stiano in luogo pubblico, così che possano vedersi l'un l'altro ed essere veduti dagli altri. E' loro lecito entrare per la confessione delle inferme che non potessero recarsi in parlatorio, per comunicare le medesime, per l'Unzione degli infermi, per la raccomandazione dell'anima. Per le esequie poi, e le messe solenni dei defunti, o per scavare o aprire la sepoltura, o anche per rassettarla, possono entrare persone idonee a sufficienza, secondo il prudente giudizio dell'abbadessa. Inoltre le sorelle siano fermamente tenute ad avere sempre come governatore, protettore e correttore, quel cardinale della santa Chiesa romana che sarà stato assegnato ai frati minori dal Signor papa; affinché suddite sempre e soggette ai piedi della stessa santa Chiesa, salde nella fedecattolica, osserviamo in perpetuo la povertà e l'umiltà del Signore nostro Gesù Cristo e della santissima Madre, e il santo Vangelo, come abbiamo fermamente promesso Amen. Dato a Perugia, il settembre, l'anno decimo del pontificato del signor papa Innocenzo IV. Pertanto a nessuno sia lecito invalidare questa scrittura della nostra conferma od opporvisi temerariamente. Se qualcuno poi presumerà di attentarlo, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi beati apostoli Pietro e Paolo. Dato in Assisi, il 9 agosto, l'anno undicesimo del nostro pontificato.   ***   TESTAMENTO DI S. CHIARA Introduzione A lungo si è discusso circa la sua autenticità, poiché nessuna delle fonti antiche ne tramada il ricordo; il Testamento di S. Chiara, oggi, può finalmente poggiarsi ad una tradizione manoscritta di una rilevante consistenza, grazie al recente rinvenimento di Codici dei secc. XIV e XV, i quali costituiscono ben diversa garanzia rispetto alla tarda redazione di L. Wadding, sulla quale, finora, si sono basate tutte le edizioni. Il testo era ben noto, in "tosco-umbro", così come in "alto-tedesco", nel corso dei secc. XIV e XVI. Citato da Mariano da Firenze nel testo "Delle dignità et excellentie dell'Ordine della Seraphica madre delle povere donne di sancta Chiara de Assisi", era anche riportato, nella sua integrità, in una Vita di S. Chiara in "tosco-umbro" del 1500. Tutti rimandavano ad un «Memoriale antico» non meglio specificato; e ad un archetipo comune riportano ugualmente i Codici ora rinvenuti, in posizioni geografiche molto distanti tra loro, quali: Messina, Uppsala, Urbino, Madrid; tutti del sec. XIV-XV. Il punto di raccordo tra loro sarebbe un archetipo di provenienza umbra e, con verosimiglianza, uscito dallo «scriptorium» dell'antico Monastero di S. Maria di Monteluce in Perugia. Nessuno, ormai, dubita della sua autenticità; anche le ultime voci in ordine di tempo, tra le più autorevoli, lo considerano vera espressione dell'anima di Chiara. *** Testo: Nel nome del Signore. Amen. Tra gli altri benefici, che abbiamo ricevuto ed ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali siamo molto tenute a rendere a Lui glorioso vive azioni di grazie, grande è quello della nostra vocazione. E quanto più essa è grande e perfetta, tanto maggiormente siamo a lui obbligate. Perciò l'Apostolo ammonisce: «Conosci bene la tua vocazione». Il Figlio di Dio si è fatto nostra via; e questa con la parola e con l'esempio ci indicò e insegnò il beato padre nostro Francesco, vero amante e imitatore di lui. Dobbiamo, perciò, sorelle carissime, meditare gli immensi benefici di cui Dio ci ha colmate, specialmente quelli che Egli si è degnato di operare tra noi per mezzo del suo diletto servo, il beato padre nostro Francesco, e non solo dopo la nostra conversione, ma fin da quando eravamo ancora tra le vanità del secolo. Mentre infatti, lo stesso Santo, che non aveva ancora né frati né compagni, quasi subito dopo la sua conversione, era intento a riparare la chiesa di San Damiano, dove, ricevendo quella visita del Signore nella quale fu inebriato di celeste consolazione, sentì la spinta decisiva ad abbandonare del tutto il mondo, in un trasporto di grande letizia e illuminato dallo Spirito Santo, profetò a nostro riguardo ciò che in seguito il Signore ha realizzato. Salito sopra il muro di detta chiesa, così infatti allora gridava, a voce spiegata e in lingua francese, rivolto ad alcuni poverelli che stavano lì appresso: «Venite ed aiutatemi in quest'opera del monastero di San Damiano, perché tra poco verranno ad abitarlo delle donne, e per la fama e santità della loro vita si renderà gloria al Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa. Venite ed aiutatemi in quest'opera del monastero di San Damiano, perché tra poco verranno ad abitarlo delle donne, e per la fama e santità della loro vita si renderà gloria al Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa». Possiamo, dunque, ammirare in questo fatto la grande bontà di Dio verso di noi: Egli si è degnato, nella sovrabbondante sua misericordia e carità, di ispirare tali parole al suo Santo a proposito della nostra vocazione ed elezione. Non solo di noi, però, il beatissimo nostro padre predisse queste cose, ma anche di tutte le altre che avrebbero seguito questa santa vocazione, alla quale il Signore ci ha chiamate. Con quanta sollecita disponibilità e con quanta applicazione di spirito e di corpo dobbiamo perciò eseguire i comandamenti di Dio e del padre nostro Francesco, perché, con l'aiuto divino, possiamo riconsegnare a lui, moltiplicati, i talenti ricevuti! Infatti, proprio il Signore ha collocato noi come modello, ad esempio e specchio non solo per gli altri uomini, ma anche per le nostre sorelle, quelle che il Signore stesso ha chiamato a seguire la nostra vocazione, affinché esse pure risplendano come specchio ed esempio per tutti coloro che vivono nel mondo. Avendoci, dunque, Egli scelte per un compito tanto elevato, quale èquesto, che in noi si possano specchiare tutte coloro che chiama ad essere esempio e specchio degli altri, siamo estremamente tenute a benedire e a lodare il Signore, ed a crescere ogni giorno più nel bene. Perciò, se vivremo secondo la predetta forma di vita, lasceremo alle altre un nobile esempio e, attraverso una fatica di brevissima durata, ci guadagneremo il pallio della beatitudine eterna. Dopo che l'altissimo Padre celeste si fu degnato, per sua misericordia e grazia, di illuminare il mio cuore perché incominciassi a fare penitenza, dietro l'esempio e l'ammaestramento del beatissimo padre nostro Francesco, poco tempo dopo la sua conversione, io, assieme alle poche sorelle che il Signore mi aveva donate poco tempo dopo la mia conversione, liberamente gli promisi obbedienza, conforme alla ispirazione che il Signore ci aveva comunicata attraverso la lodevole vita e l'insegnamento di lui. Il beato Francesco poi, costatando che, nonostante la debolezza e fragilità del nostro corpo, non avevamo indietreggiato davanti a nessuna penuria, povertà, fatica e tribolazione, né ignominia o disprezzo del mondo, che, anzi, sull'esempio dei santi e dei suoi frati, tutto ciò stimavamo sommo diletto - cosa questa che lui stesso ed i suoi frati avevano potuto verificare più volte -, molto se ne rallegrò nel Signore. Perciò, mosso da un sentimento di paterno affetto verso di noi, obbligò se stesso e la sua Religione ad avere sempre diligente cura e speciale sollecitudine di noi, allo stesso modo che per i suoi frati. E così, per volontà del Signore e del beatissimo padre nostro Francesco, venimmo ad abitare accanto alla chiesa di San Damiano. Qui, in breve tempo il Signore, per sua misericordia e grazia, ci moltiplicò assai, perché si adempisse quanto egli stesso aveva preannunciato per bocca del suo Santo. Prima, infatti, avevamo dimorato, ma solo per poco tempo, in altro luogo. In seguito egli scrisse per noi una forma di vita, e principalmente che perseverassimo nella santa povertà. Né si accontentò, durante la sua vita terrena, di stimolarci con molte esortazioni e col suo esempio all'amore e alla osservanza della santissima povertà, ma anche ci lasciò molti ammaestramenti scritti, affinché, dopo la sua morte, non ci allontanassimo in nessun modo da essa, poiché anche il Figlio di Dio, mentre viveva sulla terra, mai volle allontanarsi da questa santa povertà. Né si accontentò, durante la sua vita terrena, di stimolarci con molte esortazioni e col suo esempio all'amore e alla osservanza della santissima povertà, ma anche ci lasciò molti ammaestramenti scritti, affinché, dopo la sua morte, non ci allontanassimo in nessun modo da essa; poiché anche il Figlio di Dio, mentre viveva sulla terra, mai volle allontanarsi da questa santa povertà. Ed il beatissimo padre nostro Francesco, seguendo le sue orme, scelse per sé e per i suoi frati questa santa povertà del Figlio di Dio, né mai, finché visse, se ne allontanò in nessuna maniera, né con la parola né con la vita. Ed io, Chiara, che sono, benché indegna, la serva di Cristo e delle Sorelle Povere del monastero di San Damiano e pianticella del padre santo, poiché meditavo, assieme alle mie sorelle, la nostra altissima professione e la volontà di un tale padre, ed anche la fragilità delle altre che sarebbero venute dopo di noi, temendone già per noi stesse dopo la morte del santo padre nostro Francesco - che ci era colonna e nostra unica consolazione dopo Dio e sostegno -, perciò più e più volte liberamente ci siamo obbligate alla signora nostra, la santissima povertà, perché, dopo la mia morte, le sorelle che sono con noi e quelle che verranno in seguito abbiano la forza di non allontanarsi mai da essa in nessuna maniera. E come io sono stata sempre diligente e sollecita nell'osservare io medesima, e nel fare osservare la santa povertà, che abbiamo promessa al Signore e al santo padre nostro Francesco, così le sorelle che succederanno a me in questo ufficio, siano obbligate ad osservarla e a farla osservare dalle altre fino alla fine. Ma ancora, per maggior sicurezza, mi preoccupai di ricorrere al signor papa Innocenzo, durante il pontificato del quale ebbe inizio il nostro Ordine, ed ai successori di lui, perché confermassero e corroborassero con i loro papali privilegi, la nostra professione della santissima povertà, che promettemmo al nostro beato padre, affinché mai, in nessun tempo ci allontanassimo da essa. Per la quale cosa, piegando le ginocchia e inchinandomi profondamente, anima e corpo, affido in custodia alla santa madre Chiesa romana, al sommo Pontefice, e specialmente al signor cardinale che sarà deputato per la Religione dei frati minori e nostra, tutte le mie sorelle, le presenti e quelle che verranno, perché, per amore di quel Signore, che povero alla sua nascita fu posto in una greppia, povero visse sulla terra e nudo rimase sulla croce, abbia cura di far osservare a questo suo piccolo gregge - questo che l'altissimo Padre, per mezzo della parola e dell'esempio del beato padre nostro Francesco, generò nella sua santa Chiesa, proprio per imitare la povertà e l'umiltà del suo diletto Figlio e della sua gloriosa Madre vergine -, la santa povertà, che a Dio e al beato padre nostro Francesco abbiamo promessa, e si degni ancora di infervorare e conservare le sorelle in detta povertà. Inoltre, come il Signore donò a noi il beatissimo padre nostro Francesco come fondatore, piantatore e sostegno nostro nel servizio di Cristo e in quelle cose che promettemmo a Dio ed al medesimo nostro padre, ed egli, finché visse, ebbe sempre premurosa cura di coltivare e far crescere noi, sua pianticella, con la parola e con le opere sue; così io affido le mie sorelle, presenti e future al successore del beato padre nostro Francesco e ai frati tutti del suo Ordine, perché ci siano d'aiuto a progredire sempre di più nel bene nel servizio di Dio e soprattutto nell'osservare meglio la santissima povertà. Se poi dovesse succedere in qualche tempo, che le dette sorelle lasciassero questo monastero di San Damiano e si trasferissero altrove, siano nondimeno tenute, ovunque abitassero dopo la mia morte, ad osservare la stessa forma della povertà, che abbiamo promessa a Dio e al beatissimo padre nostro Francesco. Tuttavia, tanto colei che sarà in ufficio [di abbadessa], quanto le altre sorelle, abbiano sempre sollecitudine e precauzione di non acquistare né accettare terreno attorno al sopraddetto monastero, se non in quella quantità che esigesse l'estrema necessità di un orto per coltivarvi degli erbaggi. Se poi in qualche tempo dovesse occorrere, per un conveniente isolamento del monastero, di avere un po' di terreno fuori del recinto dell'orto, non permettano d'acquistarne più di quanto richiede l'estrema necessità; detto terreno poi non sia lavorato né seminato, ma rimanga sempre inarato e incolto. Ammonisco ed esorto nel Signore Gesù Cristo tutte le sorelle, presenti e future, che si studino sempre di imitare la via della santa semplicità, dell'umiltà e della povertà, ed anche l'onestà di quella santa vita, che ci fu insegnata dal beato padre nostro Francesco fin dal principio della nostra conversione a Cristo. Per mezzo di queste virtù, e non per i nostri meriti, ma per la sola misericordia e grazia del Donatore lo stesso Padre delle misericordie, effondano sempre il profumo della loro buona fama su quelle che sono lontane, come su quelle che sono vicine. E amandovi a vicenda nell'amore di Cristo, quell'amore che avete nel cuore, dimostratelo al di fuori con le opere, affinché le sorelle, provocate da questo esempio, crescano sempre nell'amore di Dio e nella mutua carità. Ancora prego colei che sarà al governo delle sorelle, che si studi di presiedere alle altre più con le virtù e la santità della vita, che per la dignità, affinché, animate dal suo esempio, le sorelle le prestino obbedienza, non tanto per l'ufficio che occupa, ma per amore. Sia essa, inoltre, provvida e discreta verso le sue sorelle, come una buona madre verso le sue figlie; e specialmente si studi di provvedere a ciascuna nelle sue necessità con quelle elemosine che il Signore manderà. Sia ancora tanto affabile e alla portata di tutte, che le sorelle possano manifestarle con fiducia le loro necessità e ricorrere a lei ad ogni ora con confidenza, come crederanno meglio, per sé o a favore delle sorelle. Le sorelle poi, che sono suddite, ricordino che è per amore del Signore che hanno rinunciato alla propria volontà. Quindi voglio che obbediscano alla loro madre, come di loro spontanea volontà promisero a Dio; affinché la loro madre, osservando la carità, I'umiltà e l'unione che regna tra loro, trovi più leggero il peso che sostiene per ufficio e, per merito della loro santa vita, ciò che è molesto e amaro si tramuti per lei in dolcezza. Ma poiché stretta è la via e il sentiero, ed angusta la porta per la quale ci si incammina e si entra nella vita, pochi son quelli che la percorrono e vi entrano; e se pure vi sono di quelli che per un poco di tempo vi camminano, pochissimi perseverano in essa. Beati però quelli cui è concesso di camminare per questa via e di perseverarvi fino alla fine! E perciò noi, che siamo entrate nella via del Signore, guardiamoci di non abbandonarla mai, per nostra colpa o negligenza o ignoranza. Recheremmo ingiuria a così grande Signore, alla sua Madre vergine, al beato padre nostro Francesco, a tutta la Chiesa trionfante ed anche alla Chiesa di quaggiù. Sta scritto, infatti: Maledetti quelli che si allontanano dai tuoi comandamenti. Per questa ragione, io piego le mie ginocchia davanti al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, affinché, per i meriti della gloriosa santa Vergine Maria sua Madre, del beatissimo padre nostro Francesco e di tutti i santi, lo stesso Signore, che ci ha donato di bene incominciare, ci doni ancora di crescere nel bene e di perseverarvi fino alla fine. Amen. Questo scritto, perché sia meglio osservato, io lascio a voi, sorelle mie amatissime e carissime, presenti e future, in segno della benedizione del Signore, del beatissimo padre nostro Francesco e della benedizione della vostra madre e serva.   ***   BENEDIZIONE DI S. CHIARA Introduzione Pressoché uguali, nella sostanza, a questa Benedizione per tutte le «sorelle e figlie mie», sono le due Benedizioni che sono state tramandate, unitamente alle "Lettere alla b. Agnese di Praga" e alla "Lettera a Ermentrude di Bruges". Poiché l’unica variante visibile è la forma singolare - e naturalmente il periodo iniziale che indica i destinatari con una forma molto ampia in questa Benedizione per tutte -, è da ritenere superfluo riportarle per intero. Si notino, però, alcuni particolari riguardanti queste "Benedizioni di S. Chiara". Prima di tutto, l’"apertura" delle stesse, identica, Chiara l’ha desunta dal "Libro dei Numeri", ma tramite la forma più scarna, si potrebbe dire, con la quale Francesco ne trasse la "Benedizione per frate Leone". In secondo luogo, la "chiusura" di queste altre due Benedizioni, personali, si distacca - o almeno sembra, se si deve dare piena fede ai Codici che ce le hanno riportate - da quella a tutte le suore. Nella "Benedizione a Ermentrude di Bruges", Chiara conclude: «Sii sempre mia amica e della tua anima e di tutte le tue sorelle, e sii sempre sollecita di osservare quanto hai promesso a Dio». Ma alcuni Codici hanno, come nella "Benedizione per tutte le suore": «Esto semper amatrix Dei…». Nella "Benedizione alla B. Agnese di Praga", quale è conservata in una antica versione tedesca del sec. XIV, la formula conclusiva è la seguente: «Io resterò sempre l’amica dell’anima tua e di quelle delle tue sorelle. Ti supplico di essere fedele nel mantenere…». *** Testo: Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. II Signore vi benedica e vi custodisca. Mostri a voi la sua faccia e vi usi misericordia. Rivolga a voi il suo volto e vi doni la sua pace; a voi, sorelle e figlie mie, e a tutte coloro che verranno dopo di voi e rimarranno in questa nostra comunità e alle altre tutte, che in tutto l'Ordine persevereranno sino alla fine in questa santa povertà. Io, Chiara, serva di Cristo, pianticella del santo padre nostro Francesco, sorella e madre vostra e delle altre Sorelle Povere, benché indegna, prego il Signore nostro Gesù Cristo per la sua misericordia e per l'intercessione della sua santissima madre Maria, del beato arcangelo Michele e di tutti i santi Angeli di Dio, [del beato padre nostro Francesco] e di tutti i santi e le sante di Dio, perché lo stesso Padre celeste vi doni e vi confermi questa santissima benedizione in cielo e in terra: in terra, moltiplicandovi, con la sua grazia e le sue virtù, fra i suoi servi e le sue serve nella Chiesa militante; in cielo, esaltandovi e glorificandovi nella Chiesa trionfante fra i suoi santi e sante. Vi benedico in vita mia e dopo la mia morte, come posso e più di quanto posso, con tutte le benedizioni, con le quali lo stesso Padre delle misericordie benedisse e benedirà in cielo e in terra i suoi figli e le sue figlie spirituali, e con le quali ciascun padre e madre spirituale benedisse e benedirà i suoi figli e le sue figlie spirituali. Amen. Siate sempre amanti di Dio e delle anime vostre e di tutte le vostre sorelle, e siate sempre sollecite di osservare quanto avete promesso al Signore. Il Signore sia sempre con voi, ed Egli faccia che voi siate sempre con Lui. Amen.   ***   LETTERE DI S. CHIARA Introduzione: Le quattro "Lettere di S. Chiara alla B. Agnese di Praga" sono la rivelazione di un’esperienza d’amore: dell’amore di Chiara per Cristo, del suo modo di amare, della sua via e vita di contemplazione. La povertà radicale da lei scelta, sui passi del Figlio di Dio e della sua Madre poverella – povertà che ha i suoi apici nell’obbedienza e nella castità, come spogliamento di sé e dono completo all’amore –, crea nell’anima un vuoto, dove si riversano impetuose le acque del fiume che rallegra la città di Dio (Sal. 46, 5). Una Luce si accende, ed arde quieta e vivida nell’anima povera, la luce del Figlio di Dio che visita e pone la sua dimora nell’anima fedele, come nel grembo di Maria (Lett. III, 21-26). Il Cristo di Chiara è un Bambino «deposto nel presepe e avvolto in poveri pannicelli» (Lett. IV, 19). Ma è anche uno Sposo di sangue, «povero e crocifisso, inchiodato a un legno di croce» (Lett. IV, 23-27). Ma dove povertà è farsi «uno» con Cristo, dove è «nulla» umano e «tutto» di Dio, lì la stessa esperienza della sofferenza, dell’umiliazione, e del disprezzo, diviene esperienza di gioia: «Te felice!…» (Lett. IV, 9.11.27.32). Non ci sono, dunque, dubbi a riguardo dell’autenticità delle "Lettere alla B. Agnese di Praga", mentre ve ne sono per la "Lettera a Ermentrude di Bruges", che si conosce solamente dagli "Annales" di Luca Wadding.   *** LE LETTERE ALLA B. AGNESE DI PRAGA Introduzione Agnese di Praga (Boemia) era una delle donne più importanti di Europa. Figlia del re Otokar I di Boemia e di Costanza di Ungheria, da parte di madre era cugina di S. Elisabetta di Ungheria. L'amicizia tra questa figlia della più alta nobiltà di stirpe regale e la più modesta figlia di Favarone di Offreduccio, nobile di Assisi, rappresenta una delle pagine più belle della storia del Movimento religioso femminile del sec. XIII. Le due donne non si incontrarono mai. I loro contatti si limitarono allo scambio epistolare, che probabilmente fu più intenso di quanto le quattro lettere conservate testimonino. Eppure, malgrado questa rarefazione di rapporti, non vi è alcun dubbio che la loro amicizia fu determinante non solo per Agnese, ma anche per la stessa Chiara. *** Lettera prima Quando Chiara le scrisse la prima lettera (1234), Agnese era nel momento di svolta della sua vita. Essendo infatti stata allevata nella prospettiva di vantaggiose alleanze matrimoniali per la casa di Boemia, Agnese si era trovata, non molti anni prima, al centro di una contesa matrimoniale tra il re d'Inghilterra Enrico III e lo stesso imperatore Federico II. Le alterne vicende della politica europea, però, e soprattutto la morte del padre nel 1230, fecero fallire tutti questi progetti. In questi anni Agnese non era rimasta strumento passivo nella mano del padre e poi del fratello Venceslao, ma aveva mostrato doti e determinazione non comuni. La sua scelta religiosa trovò pieno compimento con l'incontro con i frati Minori, alla loro prima missione in Boemia. Agnese si preoccupò della loro sistemazione, provvedendo alla realizzazione di un ospedale e poi di un convento, vicino al nuovo monastero destinato ad accogliere una comunità di "Damianite". Le prime cinque monache seguaci di Chiara arrivarono a Praga nel 1233, ma non da Assisi, bensì da Trento, probabilmente perché la vicinanza geografica e linguistica consentiva un più facile inserimento in Boemia. Nel novembre dello stesso anno fecero ingresso nel nuovo Monastero le prime sette novizie boeme. Agnese, invece, aspettò ancora sei mesi, fino alla Pentecoste del 1234, giorno in cui, in una cerimonia tra le più solenni, alla presenza di sette vescovi e di tutta la famiglia reale, prese l'abito di S. Chiara. Di tutti questi episodi ci sono ampi riferimenti nella "Prima lettera di Chiara ad Agnese", che deve essere stata scritta poco prima o poco dopo. E' un primo contatto: Chiara, infatti, usa il "voi" (mentre nelle lettere successive userà un più familiare "tu"). E' allo stesso tempo una lettera molto rispettosa - come si conviene ad una missiva indirizzata ad una donna, che, seppure più giovane, è di rango sociale tanto elevato - ma anche molto esplicita nel presentare l'ideale di povertà proprio delle comunità di "Damianite". Ben 16 sui 35 versetti che costituiscono la lettera, infatti, contengono un bell'inno alla povertà, in cui tra l'altro Chiara mette in mostra una non banale sensibilità letteraria. Naturalmente non va trascurato il fatto che, con tutta probabilità, Chiara dettava i suoi testi, e che quindi uno o più copisti parteciparono alla redazione definitiva. I contenuti di questo "Inno alla povertà", come del resto l'insieme delle lettere, sono così tipicamente clariani, che nessuno oggi mette in discussione il fatto che Chiara ne sia la sostanziale autrice. *** Testo: Alla venerabile e santissima vergine, Donna Agnese, figlia dell'esimio e illustrissimo re di Boemia, Chiara, indegna serva di Gesù Cristo ed ancella inutile delle Donne recluse del monastero di San Damiano, sua suddita in tutto e serva, si raccomanda in ogni modo con particolare rispetto, mentre augura di conseguire la gloria della eterna felicità. All'udire la stupenda fama della vostra santa vita religiosa, che non a me soltanto è giunta, ma si è sparsa magnificamente su tutta quasi la faccia della terra, sono ripiena di gaudio nel Signore e gioisco; e di questo possono rallegrarsi non soltanto io, ma tutti coloro che servono o desiderano servire Gesù Cristo. Il motivo è questo mentre potevate più di ogni atra godere delle fastosità, degli onori e delle dignità mondane, ed anche accedere con una gloria meravigliosa a legittimi sponsali con l'illustre Imperatore, - unione che, del resto, sarebbe stata conveniente alla vostra e sua eccelsa condizione -, tutte queste cose voi avete invece respinte, e avete preferito con tutta l'anima e con tutto il trasporto del cuore abbracciare la santissima povertà e le privazioni del corpo, per donarvi ad uno Sposo di ancor più nobile origine, al Signore Gesù Cristo, il quale custodirà sempre immacolata e intatta la vostra verginità. Il suo amore vi farà casta, le sue carezze più pura, il possesso di Lui vi confermerà vergine. Poiché la sua potenza è più forte d'ogni altra, più larga è la sua generosità; la sua bellezza è più seducente, il suo amore più dolce ed ogni suo favore più fine. Ormai stretta nell'amplesso di Lui, Egli ha ornato il vostro petto di pietre preziose; alle vostre orecchie ha fissato inestimabili perle; e tutta vi ha rivestita di nuove e scintillanti gemme, come a primavera, e vi ha incoronata di un diadema d'oro, inciso col simbolo della santità. Perciò, sorella carissima, o meglio signora degna di ogni venerazione, poiché siete sposa, madre e sorella del Signor mio Gesù Cristo, insignita dello smagliante stendardo della inviolabile verginità e della santissima povertà, riempitevi di coraggio nel santo servizio che avete iniziato per l'ardente desiderio del Crocifisso povero. Lui per tutti noi sostenne il supplizio della croce, strappandoci dal potere del Principe delle tenebre, che ci tratteneva avvinti con catene in conseguenza del peccato del primo uomo, e riconciliandoci con Dio Padre. O povertà beata! A chi t'ama e t'abbraccia procuri ricchezze eterne. O povertà santa! A quanti ti possiedono e desiderano, Dio promette il regno dei cieli, ed offre in modo infallibile eterna gloria e vita beata. O povertà pia! Te il Signore Gesù Cristo, in cui potere erano e sono il cielo e la terra, giacché bastò un cenno della sua parola e tutte le cose furono create, si degnò abbracciare a preferenza di ogni altra cosa. Disse egli, infatti: Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i nidi, ma il Figlio dell'uomo, cioè Cristo, non ha dove posare il capo; e quando lo reclinò sul suo petto, fu per rendere l'ultimo respiro. Se, dunque, tale e così grande Signore, scendendo nel seno della Vergine, volle apparire nel mondo come uomo spregevole, bisognoso e povero, affinché gli uomini - che erano poverissimi e indigenti, affamati per l'eccessiva penuria del nutrimento celeste, - divenissero in Lui ricchi col possesso dei reami celesti; esultate e godete molto, ripiena di enorme gaudio e di spirituale letizia. Invero voi, che avete preferito il disprezzo del mondo agli onori, la povertà alle ricchezze temporali, e avete affidato i vostri tesori, piuttosto che alla terra, al cielo, ove non li corrode ruggine, non li consuma il tarlo, non li scoprono né rubano i ladri, voi riceverete abbondantissima ricompensa nei cieli, e avete meritato degnamente di essere chiamata sorella, sposa e madre del Figlio dell'Altissimo Padre e della gloriosa Vergine. Certamente voi sapete, - ne sono sicurissima - che il regno dei cieli il Signore lo promette e dona solo ai poveri, perché quando si amano le cose temporali, si perde il frutto della carità; e che non è possibile servire a Dio e a Mammona, perché o si ama l'uno e si ha in odio l'altro, o si serve il secondo e si disprezza il primo. E l'uomo coperto di vestiti non può pretendere di lottare con uno ignudo, perché è più presto gettato a terra chi offre una presa all'avversario; e neppure è possibile ambire la gloria in questo mondo e regnare poi lassù con Cristo; ed è più facile che un cammello passi per una cruna di un ago, che un ricco salga ai reami celesti. Perciò voi avete gettato le vesti superflue, cioè le ricchezze terrene, a fine di non soccombere neppure in un punto nella lotta e di poter entrare nel regno dei cieli per la via stretta e la porta angusta. E' magnifico davvero e degno di ogni lode questo scambio: rifiutare i beni della terra per avere quelli del cielo, meritarsi i celesti invece dei terreni, ricevere il cento per uno e possedere la vita beata per l'eternità. Per questo ho ritenuto opportuno supplicare con umili preghiere, nell'amore di Cristo, la vostra maestà e la vostra santità, per quanto io posso, a voler perseverare con coraggio nel suo santo servizio, progredendo di bene in meglio, di virtù in virtù, affinché Colui, al quale servite con tutto l'amore, si degni concedervi il desiderato premio. Vi scongiuro ancora nel Signore, come posso, di tener presenti nelle santissime vostre preghiere me, vostra serva, sebbene inutile, e con me tutte le altre sorelle di questo monastero, che tanto vi venerano, affinché, col soccorso di esse, possiamo meritarci la misericordia di Gesù Cristo e insieme con voi gioire dell'eterna visione. State bene nel Signore, e pregate per me. *** Lettera seconda Pochi mesi dopo la sua entrata in Monastero, Agnese aveva ottenuto da Gregorio IX, una "bolla" con la quale la Sede Apostolica si assumeva la proprietà dell'Ospedale e del Monastero da lei fondato. Era il primo passo della giovane principessa verso una vita di assoluta povertà. In seguito, per meglio uniformarsi allo "Spirito di S. Damiano", Agnese chiese al pontefice di poter seguire anche a Praga la "forma di vita" che Francesco aveva composto per Chiara e per le sue compagne. Gregorio IX si rifiutò, specificando che, a suo avviso, il Santo, con spirito materno, aveva dato a Chiara la piccola forma di vita (formula vita) come "latte da bere", ma che ora Agnese e le sue "sorores" avrebbero dovuto seguire la "Regola di Benedetto", con l'aggiunta delle "Costituzioni" da lui stesso preparate quando ancora era cardinale. Forse per venire incontro al desiderio di Agnese di legarsi intimamente alle "consuetudini di S. Damiano", il papa, in quella stessa occasione, concedeva anche al Monastero di Praga una sorta di "Privilegium paupertatis". La seconda delle lettere conservate, va collocata nel tempo intermedio tra la richiesta di Agnese (della quale probabilmente Chiara era a conoscenza) e la risposta del pontefice, in ogni caso, dunque, prima del 1238. Tutto il contenuto, ad iniziare dal saluto con cui Chiara augura «salutem et semper in summa vivere paupertate», è centrato sul tema della povertà, cui sono dedicati ben 24 versetti sui 26 complessivi. Il passaggio più controverso è quello riferito ad Elia, verso il quale Chiara mostra di avere grande rispetto e considerazione. Che Chiara, della quale sono noti i rapporti di amicizia con Leone e gli altri compagni di Francesco, possa esser stata in buona relazione anche con Elia, appare strano a chi legga la storia dei primi decenni francescani alla luce della successiva contrapposizione tra "Spirituali" e "Comunità". Ma questa profonda amicizia di Chiara con Elia non appare forse come un indizio di un qual certo legame tra i membri della prima generazione francescana, che furono accolti nell'Ordine da Francesco stesso? Tale legame fu forse più forte di quanto non appaia oggi nelle fonti, e Chiara sembra aver avuto, in seno a questa "prima generazione francescana", un ruolo non secondario. *** Testo: Alla figlia del Re dei re, alla serva del Signore dei dominanti, alla sposa degnissima di Gesù Cristo e perciò regina nobilissima Donna Agnese, Chiara, ancella inutile e indegna delle Donne Povere, invia il suo saluto e l’augurio di vivere sempre in perfetta povertà. Rendo grazie all'Autore della grazia, dal quale, come crediamo, viene ogni bene sommo ed ogni dono perfetto, perché ti ha adornata di tanti riconoscimenti di virtù e ti ha illustrata con segni di così alte perfezioni, che, fatta diligente imitatrice del Padre, in cui è ogni perfezione, meriti di divenire a tua volta perfetta, talmente che i suoi occhi non trovino in te nessun segno di imperfezione. E questa è la perfezione, per la quale il Re stesso ti unirà a sé nell'etereo talamo, dove siede glorioso su un trono di stelle, che tu, stimando cosa vile la grandezza di un regno terreno e sdegnando l'offerta di un connubio imperiale, per amore della santissima povertà, in spirito di profonda umiltà e di ardentissima carità, ricalchi con assoluta fedeltà le orme di Colui del quale hai meritato d'essere sposa. Ma ti so ricca d'ogni virtù, e perciò rinuncio ad un lungo discorso e non voglio aggravarti di troppe parole, anche se tu non troveresti nulla di superfluo in quelle parole che potrebbero arrecarti qualche consolazione. E giacché una sola è la cosa necessaria, di essa soltanto ti scongiuro e ti avviso per amore di Colui, al quale ti sei offerta come vittima santa e gradita. Memore del tuo proposito, come un'altra Rachele, tieni sempre davanti agli occhi il punto di partenza. I risultati raggiunti, conservali; ciò che fai, fallo bene; non arrestarti; ma anzi, con corso veloce e passo leggero, con piede sicuro, che neppure alla polvere permette di ritardarne l'andare, avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata. E non credere, e non lasciarti sedurre da nessuno che tentasse sviarti da questo proposito o metterti degli ostacoli su questa via, per impedirti di riportare all'Altissimo le tue promesse con quella perfezione alla quale ti invitò lo Spirito del Signore. Riguardo a questo, perché tu possa percorrere più sicura la strada dei divini mandati, attieniti ai consigli del venerabile padre nostro frate Elia, ministro generale, ed anteponili ai consigli di qualsiasi altro e ritienili più preziosi per te di qualsiasi dono. E se qualcuno ti dice o ti suggerisce altre iniziative, che impediscano la via di perfezione che hai abbracciata o che ti sembrino contrarie alla divina vocazione, pur portandoti con tutto il rispetto, non seguire però il consiglio di lui, ma attaccati, vergine poverella, a Cristo povero. Vedi che Egli per te si è fatto oggetto di disprezzo, e segui il suo esempio rendendoti, per amor suo, spregevole in questo mondo. Mira, o nobilissima regina, lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli uomini, divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato, e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce. Medita e contempla e brama di imitarlo. Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se con Lui piangerai, con Lui godrai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi, e il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita e diverrà famoso tra gli uomini. Perciò possederai per tutta l'eternità e per tutti secoli la gloria del regno celeste, in luogo degli onori terreni così caduchi; parteciperai dei beni eterni, invece che dei beni perituri e vivrai per tutti i secoli. Addio sorella e, a causa del Signore tuo Sposo, signora carissima. Abbi a cuore di raccomandare al Signore nelle tue devote orazioni me, assieme alle mie sorelle, che tutte godiamo per i beni che il Signore opera in te con la sua grazia. E raccomandaci con insistenza anche alle preghiere delle tue sorelle. *** Lettera terza Anche la terza lettera deve essere stata scritta più o meno nello stesso periodo della seconda. Questa volta, però, Chiara risponde ad un preciso quesito di Agnese riguardo al digiuno, e lo fa sotto l'autorità di uno scritto che Francesco stesso avrebbe lasciato per le "sorores" di S. Damiano (che purtroppo è andato perduto). Dalla lettera emerge il desiderio grande di Agnese di conformarsi, in tutto, alle consuetudini di vita di Chiara e delle sue "sorelle", e, al tempo stesso, la gioia di quest'ultima nel percepire tale determinazione di Agnese, al punto che non esita a dire: «per usare propriamente le parole dell'Apostolo stesso, ti considero adiutrice di Dio stesso e colei che solleva le membra cadenti del suo corpo ineffabile». Qui il riferimento è a 1 Cor. 3,9 e Rm. 16,3, laddove Paolo attribuisce il titolo di «collaboratore di Dio» allo stesso ministero apostolico. Il ragionamento di Chiara appare quanto mai forte: Agnese, rinunciando a vanità e superbia ed abbracciando umiltà e povertà, può essere considerata al pari degli Apostoli. E' forse la prima volta, nella storia della Chiesa, che un tale titolo viene applicato al femminile. *** Testo: Alla signora in Cristo, veneratissima e sorella degna d'amore più di tutte le creature mortali, Agnese, germana dell'illustre re di Boemia, ma ora soprattutto sorella e sposa del sommo Re dei cieli, Chiara, umilissima e indegna ancella di Cristo e serva delle "Donne Povere", augura salutare gaudio nell'Autore della salvezza e quanto di meglio essa possa desiderare. Le liete notizie del tuo benessere, del tuo stato felice e dei tuoi prosperi progressi nella corsa che hai intrapresa per la conquista del celeste palio, mi riempiono di tanta gioia; e tanto più respiro di esultanza nel Signore, perché so e ritengo che tu supplisci magnificamente alle imperfezioni che sono in me e nelle altre sorelle nella nostra imitazione degli esempi di Gesù Cristo povero ed umile. Davvero posso rallegrarmi, e nessuno potrebbe strapparmi da questa gioia, poiché ho raggiunto quello che ho desiderato sotto il cielo, dal momento che vedo te trionfare in una maniera, direi, terribile e incredibile, sostenuta da una prerogativa meravigliosa della sapienza che procede da Dio medesimo, sulle astuzie dello scaltro serpente, sulla superbia, che è rovina dell'umana natura, e sulla vanità, che rende fatui i cuori degli uomini. E ti ammiro ancora stringere a te, mediante l'umiltà, con la forza della fede e le braccia della povertà, il tesoro incomparabile, nascosto nel campo del mondo e dei cuori umani, col quale si compra Colui che dal nulla trasse tutte le cose. E, per avvalermi delle parole medesime dell'Apostolo, ti stimo collaboratrice di Dio stesso e sostegno delle membra deboli e vacillanti del suo ineffabile Corpo. Chi potrebbe, dunque, impedirmi di rallegrarmi per sì mirabili motivi di gaudio? Gioisci, perciò, anche tu nel Signore sempre, o carissima. Non permettere che nessun'ombra di mestizia avvolga il tuo cuore, o signora in Cristo dilettissima, gioia degli Angeli e corona delle tue sorelle. Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell'eternità, colloca la tua anima nello splendore della gloria, colloca il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza, e trasformati interamente, per mezzo della contemplazione, nella immagine della divinità di Lui. Allora anche tu proverai ciò che è riservato ai soli suoi amici, e gusterai la segreta dolcezza che Dio medesimo ha riservato fin dall'inizio per coloro che lo amano. Senza concedere neppure uno sguardo alle seduzioni, che in questo mondo fallace ed irrequieto tendono lacci ai ciechi che vi attaccano il loro cuore, con tutta te stessa ama Colui che per amor tuo tutto si è donato. La sua bellezza ammirano il sole e la luna; i suoi premi sono di pregio e grandezza infiniti. Voglio dire quel Figlio dell'Altissimo, che la Vergine ha partorito, senza cessare di essere vergine. Stringiti alla sua dolcissima Madre, la quale generò un Figlio tale che i cieli non lo potevano contenere, eppure ella lo raccolse nel piccolo chiostro del suo santo seno e lo portò nel suo grembo verginale. Chi non sdegnerebbe con orrore le insidie del nemico dell'umano genere, che facendo brillare innanzi agli occhi il luccicore delle cose transitorie e delle glorie fallaci, tenta annientare ciò che è più grande del cielo? Sì perché è ormai chiaro che l'anima dell'uomo fedele, che è la più degna di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. Mentre, infatti, i cieli con tutte le altre cose create non possono contenere il Creatore, l'anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora e soggiorno, e ciò soltanto a motivo della carità, di cui gli empi sono privi. E' la stessa Verità che lo afferma: «Colui che mi ama, sarà amato dal Padre mio, e io pure lo amerò; e noi verremo a lui e porremo in lui la nostra dimora». A qual modo, dunque, che la gloriosa Vergine delle vergini portò Cristo materialmente nel suo grembo, tu pure, seguendo le sue vestigia, specialmente dell'umiltà e povertà di Lui, puoi sempre, senza alcun dubbio, portarlo spiritualmente nel corpo casto e verginale. E conterrai in te Colui dal quale tu e tutte le creature sono contenute, e possederai ciò che è bene più duraturo e definitivo anche a paragone di tutti gli altri possessi transeunti di questo mondo. Come si ingannano, molte volte, al riguardo, re e regine di questo mondo! Quand'anche elevassero la loro superbia fino al cielo e toccassero quasi col capo le nubi, alla fine saranno dissolti nel nulla, come spazzatura. Passando ora al quesito che mi hai sottoposto, credo di poterti rispondere così. Tu mi domandi quali feste il gloriosissimo Padre nostro san Francesco ci raccomandò di celebrare con particolare solennità, pensando, se ben ho capito, che si possa in esse usare una certa maggior larghezza nella varietà dei cibi. Nella tua prudenza certamente saprai che, salvo le deboli e le inferme, - verso le quali ci insegnò e ci comandò di usare ogni discrezione con qualsiasi genere di cibo -, nessuna di noi, che sia sana e robusta, dovrebbe prendere se non cibi quaresimali, tanto nei giorni feriali che nei festivi, digiunando ogni giorno ad eccezione delle domeniche e del Natale del Signore, nei quali giorni possiamo prendere il cibo due volte. Ed anche nei giovedì, dei periodi non di digiuno, ciascuna può fare come le piace, cioè chi non volesse digiunare non vi è tenuta. Ma noi, che siamo in buona salute, digiuniamo tutti i giorni, eccetto le domeniche e il Natale. Non siamo però tenute al digiuno - così ci ha insegnato il beato Francesco in suo scritto -, durante tutto il tempo pasquale e nelle feste della Madonna e dei santi Apostoli, a meno che cadessero il venerdì. Ma, come ho detto sopra, noi che siamo sane e robuste, consumiamo sempre cibi quaresimali. Siccome però, non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito, anzi siamo piuttosto fragili e inclini ad ogni debolezza corporale, ti prego e ti supplico nel Signore, o carissima, di moderarti con saggia discrezione nell'austerità, quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata, affinché, vivendo, la tua vita sia lode del Signore, e tu renda al Signore, un culto spirituale ed il tuo sacrificio sia sempre condito col sale della prudenza. Ti auguro di stare sempre bene nel Signore, con la premura con la quale lo potrei augurare a me stessa. Raccomanda me e le mie sorelle nelle tue sante orazioni. *** Lettera quarta L'ultima lettera ad Agnese si riferisce invece agli ultimi tempi della vita di Chiara. Tra la prima e l'ultima sono passati, dunque, circa vent'anni, durante i quali l'amicizia tra le due donne, così lontane eppure così vicine, si è andata rafforzando. Non sempre la corrispondenza è stata serrata come avrebbero desiderato le due protagoniste, e di questo Chiara si scusa nell'inizio della lettera, dicendo: «non credere in alcun modo che l'incendio della carità verso di te arda meno soavemente nelle viscere di tua madre. Questo è l'impedimento: la mancanza di messaggeri e i manifesti pericoli delle strade». Quest'ultima missiva è quasi un testamento spirituale: sono predominanti i temi del martirio e delle nozze mistiche, che ricevono una luce particolare dalla circostanza che Chiara sente prossima la sua morte e quindi il suo incontro con il Signore. E' per questo stesso motivo, che questa lettera è anche lo scritto di Chiara con il più alto numero di citazioni del Cantico dei Cantici. La conclusione segna forse l'apice del sentimento affettuoso di Chiara verso Agnese: «O figlia benedetta, poiché la dilezione che ho verso di te in alcun modo si potrebbe esprimere più pienamente con lingua carnale, ciò che ti ho scritto incompiutamente, ti prego di accoglierlo benignamente e devotamente, badando in esso almeno all'affetto materno, del cui ardore di carità ogni giorno ardo per te e per le figlie tue, alle quali raccomanda molto me e le mie figlie in Cristo». Agnese di Boemia, proclamata Santa il 12 novembre 1989, ha conosciuto solo negli ultimi anni l'attenzione che meritava da parte degli studiosi. *** Testo: Alla metà dell'anima sua e allo scrigno dell'amore singolare del suo cuore, all'illustre regina, alla sposa dell'Agnello Re eterno, a donna Agnese, madre sua carissima e figlia fra tutte le altre speciale, Chiara, indegna serva di Cristo e ancella inutile delle sue ancelle che dimorano nel monastero di San Damiano di Assisi, salute e che con trono di Dio e dell'Agnello e che segua l'Agnello dovunque andrà. O madre e figlia, sposa del Re di tutti i secoli, benché non ti abbia scritto frequentemente, come la tua e la mia anima ugualmente desiderano e in certo modo bramano, non meravigliarti e non credere in alcun modo che l'incendio della carità verso di te arda meno soavemente nelle viscere di tua madre. Questo è l'impedimento: la mancanza di messaggeri e i manifesti pericoli delle strade. Ma ora, scrivendo alla tua carità godo ed esulto con te nel gaudio dello spirito, o sposa di Cristo, perché come l'altra vergine santissima, santa Agnese, sei stata meravigliosamente fidanzata all'Agnello immacolato, che toglie i peccati del mondo, abbandonate tutte le vanità di questo mondo. Felice certo colei a cui è dato di godere di questo sacro banchetto, per aderire con tutte le fibre del suo cuore a colui del quale tutte le beate armate dei cieli ammirano incessantemente la bellezza, il cui amore appassionata, la cui contemplazione ristora, la cui benignità sazia; la cui soavità riempie, la cui memoria brilla soavemente, al cui odore i morti rivivranno, la cui visione gloriosa renderà beati tutti i cittadini della celeste Gerusalemme; poiché egli è lo splendore dell'eterna gloria, il candore della luce eterna e lo specchio senza macchia. Questo specchio, guardalo ogni giorno, o regina, sposa di Gesù Cristo, e di continuo scruta attentamente in lui il tuo volto, cosicché interiormente ed esternamente tutta ti adorni, avvolta e cinta di vari colori, adornata pure con i fiori e le vesti di tutte le virtù, come conviene, figlia e sposa carissima del sommo Re. In questo specchio poi rigulge la beata povertà, la santa umiltà e l'ineffabile carità, come potrai contemplare in tutto lo specchio, con la grazia di Dio. Considera, dico, il principio di questo specchio, la povertà di colui che èstato posato in un presepe e avvolto in pannicelli. O ammirabile umiltà, o stupenda povertà! Il Re degli angeli, il Signore del Cielo e della terra posato nel presepe. In mezzo allo specchio poi considera l'umiltà, almeno la beata povertà, gli innumerevoli disagi e le pene che ha sostenuto per la redenzione del genere umano. Alla fine di questo stesso specchio contempla la carità ineffabile, per la quale ha voluto patire sull'albero della croce e morirvi con un genere di morte più turpe di ogni altro. Così lo stesso specchio, posto sul legno della croce, ammoniva egli stesso i passanti di ciò che là bisognava considerare, dicendo: «O voi tutti che passate per via, considerate e vedete se c'è un dolore pari al mio; rispondiamo, dice, d'un solo spirito, a colui che grida e si lamenta d'una sola voce: Nella mia memoria mi ricorderò e la mia anima in me si struggerà. Possa tu dunque, o regina del celeste Re, accenderti sempre più fortemente di questo ardore di carità. Contemplando inoltre le indicibili sue delizie, ricchezze e onori perpetui e sospirando per l'eccessivo desiderio e amore del cuore, proclami: «Trascinami dietro a te, corriamo seguendo l'odore dei tuoi unguenti, sposo celeste! Correrò e non verrò meno, finché tu non m'introduca nella cella del vino, finché la tua sinistra non sia sotto il mio capo e la tua destra non mi abbracci felicemente, e tu mi baci con il più felice bacio della tua bocca. Posta in questa contemplazione, abbi memoria della tua madre poverella, sapendo che io ho inciso inseparabilmente la tua felice memoria nelle tavole del mio cuore, avendoti tra tutti come la più cara. Che più? Nella dilezione di te taccia la lingua carnale; o piuttosto parli la lingua dello spirito. O figlia benedetta poiché la dilezione che ho verso di te, in alcun modo si potrebbe esprimere più pienamente con lingua carnale, ciò che ti ho scritto incompiutamente, ti prego di accoglierlo benignamente e devotamente, badando in esso almeno all'affetto materno, del cui ardore di carità ogni giorno ardo per te e per le figlie tue, alle quali raccomanda molto ma e le mie figlie in Cristo. Le medesime mie figlie, ma specialmente la prudentissima vergine Agnese, sorella nostra, per quanto possono, si raccomandano nel Signore a te e alle tue figlie. Sta bene, carissima figlia, insieme alle figlie tue fino al trono di gloria del grande Iddio e pregate per noi. Con la presente per quanto posso, raccomando alla tua carità i latori della medesima, i carissimi fratelli nostri frate Amato, amato da Dio e dagli uomini e il frate Bonagura. Amen. LETTERA A ERMENTRUDE DI BRUGES A Ermentrude, sorella carissima, Chiara d’Assisi, umile ancella di Gesù Cristo, augura salute e pace. Ho appreso, sorella carissima, che, con l’aiuto della grazia del Signore, sei fuggita dal fango di questo mondo; ne provo grande allegrezza e mi congratulo con te; e ancor più grande é la mia gioia perché so che tu e le tue figlie con coraggio camminate nella via della virtù. Rimani, dunque, o carissima, fedele fino alla morte a Colui, al quale ti sei legata per sempre. E certamente sarai da Lui coronata con la corona della vita. Il tempo della fatica quaggiù é breve, ma la ricompensa é eterna. Non ti abbaglino gli splendori del mondo, che passa come ombra. Non ti sorprendano le vuote immagini di questo mondo ingannatore; chiudi le tue orecchie ai sibili dell’inferno e spezza da forte le sue tentazioni. Sostieni di buona voglia le avversità, e la superbia non gonfi il tuo cuore nelle cose prospere; queste ti richiamano alla tua fede, quelle la richiedono. Rendi fedelmente a Dio quello che hai promesso con voto, ed Egli ti darà la ricompensa. Alza i tuoi occhi al cielo, o carissima, poiché é un invito per noi, e prendi la croce e segui Cristo che ci precede. Poiché dopo molte e varie tribulazioni, é Lui che ci introdurrà nella sua gloria. Ama con tutto il cuore Dio, e Gesù, suo Figlio crocifisso per noi peccatori, e non cada mai dalla tua mente il ricordo di Lui. Medita senza stancarti il mistero della croce e i dolori della Madre ritta ai piedi della croce. Sii sempre attenta e vigile nella preghiera. Porta alla sua consumazione il bene che hai incominciato, e adempi il mistero che hai abbracciato in santa povertà e in umiltà sincera. Non temere, o figlia: Dio che é fedele in tutta le sua promesse e santo nelle sue opere, effonderà su di te e su tutte le tue figlie la benedizione copiosa. Egli sarà il vostro aiuto, il vostro insuperabile conforto, come è il nostro Redentore e la nostra eterna ricompensa. Preghiamo Dio l’una per l’altra, e così, portando il giogo della carità vicendevole, con facilità adempiremo la legge di Cristo. Amen. ***   DOCUMENTI PAPALI BOLLA DI CANONIZZAZIONE DI S. CHIARA VERGINE Introduzione La "bolla" di canonizzazione di S. Chiara: «Clara claris praeclara», promulgata nella cattedrale di Anagni da papa Alessandro IV in una data imprecisata, che oscilla tra l'agosto e l'ottobre del 1255, è il documento conclusivo del "Processo informativo" istituito da Innocenzo IV, il 18 ottobre 1253, con la "bolla" «Gloriosus Deus» al vescovo Bartolomeo di Spoleto. Essa risponde, anche nella sua struttura, allo schema di inchiesta proposto nella «Gloriosus Deus»: «vita, conversio, conversatio» di Chiara, cioè la sua vita nel mondo, il suo passaggio al servizio totale di Cristo, la sua vita nel chiostro e, infine, i miracoli in vita e in morte. Il filo della narrazione si intreccia continuamente con il motivo luminoso e sapienziale della «chiarezza» (Sap. 6, 13 ss.; 7, 25 ss.) dell'anima casta (Sap. 4, 1), che è riflesso di luce eterna (Sap. 7, 25 ss. e 8), con un gioco di assonanze cui si presta a meraviglia il nome profetico di Chiara. La «prima pianticella delle povere sorelle di S. Damiano», quale è Chiara sulle labbra dei compagni di frate Francesco (Specchio di perfezione, 108), la «plantuncula» del Santo di Assisi (Testamento di S. Chiara, 37) diviene nella gloria dei Santi, un chiarore che è riflesso della luce senza fine. E' innegabile che qua e là il gioco retorico è pesante: ma è anche vero che sono incastonate nella "bolla" delle perle destinate a lasciare una traccia nel culto di Chiara per i secoli. Un testo abbastanza attendibile della "bolla", in quanto frutto di collazione di diverse edizioni del documento, è quello pubblicato dal Pennacchi ad Assisi, nel 1910, in appendice alla Legenda S. Clarae virginis. *** Testo: Alessandro vescovo, servo dei servi di Dio, a tutti i venerabili fratelli arcivescovi e vescovi, salute e apostolica benedizione. 1. Chiara, luminosa per chiari meriti, risplende in cielo per chiarità di gloria e in terra rifulge dello splendore di miracoli sublimi. Brilla, quaggiù in terra, l'austero ed alto Ordine fondato da Chiara, e lassù nel cielo irradia splendore la grandezza del premio eterno; e la sua potenza abbaglia i mortali per miracoli meravigliosi. A questa Chiara si intitolò in terra il privilegio della più rigida povertà; a lei in cielo è dato in ricompensa un inestimabile profluvio di tesori ed è tributata dai credenti universale devozione ed immenso onore. La pienezza della luce divina rende luminosa Chiara in cielo; le stupende meraviglie dei prodigi da lei operati la fanno risplendere quaggiù al popolo cristiano. 2. O Chiara, dotata di tali e tante prerogative di chiarezza! Sei stata, invero, chiara prima della tua conversione, più chiara nel tuo cambiamento di vita, luminosa nella tua vita claustrale, splendente infine di luce vivissima dopo il corso della presente esistenza! Da Chiara spuntò per il mondo un chiaro specchio di esempio; nel gaudio del cielo ella porge il fragrante giglio della verginità, e in terra si sperimenta in modo evidente il soccorso della sua protezione. 3. O meravigliosa e beata chiarezza di Chiara! Quanto maggiore è l'amore e la cura con cui si indaga questa luminosità nei singoli fatti particolari, tanto più luminosa la si riscontra in ciascuno! Ella veramente rifulse mentre viveva nel mondo, ma più vivida risplendette nella vita religiosa; brillò come raggio nella sua casa paterna, ma nel chiostro irradiò come un sole. Scintillò in vita, ma dopo morte splende radiosa; fu chiara in terra, ma in cielo rifulge di immenso chiarore. 4. Quanto vivida è la potenza di questa luce e quanto forte è il chiarore di questa fonte luminosa! Invero, questa luce si teneva chiusa nel nascondimento della vita claustrale, e fuori irradiava bagliori luminosi; si raccoglieva in un angusto monastero, e fuori si spandeva quanto è vasto il mondo. Si custodiva dentro: e si diffondeva fuori. Chiara, infatti, si nascondeva: ma la sua vita era nota a tutti. Chiara taceva: ma la sua fama gridava. Si teneva nascosta nella sua cella: eppure nelle città si predicava di lei. 5. Nulla di strano in questo: perché non poteva avvenire che una lampada tanto vivida, tanto splendente rimanesse occulta senza diffondere luce ed emanare chiaro lume nella casa del Signore; né poteva rimanere nascosto un vaso con tanti aromi, senza emanare fragranza e cospargere di soave profumo la casa del Signore. Ché anzi, spezzando duramente nell'angusta solitudine della sua cella l'alabastro del suo corpo, riempiva degli aromi della sua santità l'intero edificio della Chiesa. 6. Invero, vivendo essa ancora fanciulla nella vita secolare, fin dalla più tenera età si studiò di varcare per un sentiero di purezza questo mondo fragile e impuro; e sempre custodendo il prezioso tesoro della sua verginità con illibato pudore, si dedicava assiduamente ad opere di carità e di pietà, si che la sua fama si diffondeva grata ed encomiabile presso vicini e lontani: finché il beato Francesco, udito l'elogio della sua virtù, prese tosto ad esortarla inducendola al perfetto servizio di Cristo. 7. Ed ella, accogliendo pronta i suoi santi consigli e desiderando ormai rinunciare completamente al mondo e ai beni della terra per servire il Signore solamente in povertà volontaria, quanto prima poté mandò ad effetto questo suo ardente desiderio. E infine tutti i suoi beni alienò e distribuì a profitto dei poveri, per dispensare in elemosina, per amore di Cristo, quanto era di sua proprietà. 8. Volendo poi ritirarsi dal frastuono del mondo, si recò fuggendo in una chiesa campestre, dove dallo stesso beato Francesco ricevette la sacra tonsura; da lì si rifugiò poi in un'altra chiesa. Avvenne in quel luogo che, sforzandosi i suoi parenti di ricondurla via con loro, ella resistette con fortezza e costanza; abbracciò subitamente l'altare e, tenendosi stretta alle tovaglie, scoprì ad essi il capo tonsurato, volendo con ciò manifestare che, essendosi ormai, con tutto il cuore, sposata a Dio, non poteva permettere che la si strappasse dal servizio di Cristo. 9. Infine, essendosi portata per intervento dello stesso beato Francesco presso la chiesa di San Damiano, fuori della città di Assisi, nella quale terra aveva avuto i natali, lì il Signore, desiderando amore e culto assiduo del suo nome, le associò molte compagne. Da qui, invero, trasse salutare origine l'insigne e santo Ordine di San Damiano, già ampiamente diffuso per il mondo. Qui Chiara, per esortazione dello stesso beato Francesco, diede principio a questa nuova e santa osservanza; ella fu il primo e stabile fondamento di questo grande Ordine; fu la pietra angolare di questo sublime edificio. 10. Nobile di sangue, ma più nobile per la sua vita, conservò sotto questa regola di meravigliosa santità, la verginità, che già prima aveva custodita. In seguito anche sua madre, di nome Ortolana, tutta dedita ad opere di pietà, seguendo i passi della figlia, abbracciò devotamente in quest'Ordine la vita religiosa: nel quale, appunto, questa ottima ortolana, che aveva generato tale pianta nel campo del Signore, chiuse felicemente i suoi giorni. 11. Dopo qualche anno, invero, la beata Chiara, piegandosi all'insistenza di san Francesco, accettò il governo del monastero e delle sorelle. Questa fu l'albero alto, proteso verso il cielo, dai rami dilatati, che nel campo della Chiesa produsse soavi frutti di religione, e alla cui ombra piacevole e amena molte seguaci accorsero da ogni parte, e tuttora accorrono per gustarne i frutti. Questa fu la nuova donna della valle Spoletana, che aprì una novella sorgente di acqua vitale a ristoro e beneficio delle anime, la quale, già diramatasi per vari ruscelli nel territorio della Chiesa, rese prospero il vivaio della religione. 12. Questa fu l'eccelso candelabro di santità, che rifulge vividamente nel tabernacolo del Signore; al cui grande splendore accorsero, attratte, e tuttora accorrono moltissime, per accendere a quel lume le loro lampade. Questa, per vero piantò nel campo della fede e coltivò la vigna della povertà, dalla quale si raccolgono pingui e copiosi frutti di salvezza. Questa, nel territorio della Chiesa, coltivò il giardino dell'umiltà, adorno di ogni specie di povertà, nel quale fiorisce in abbondanza ogni virtù. 13. Questa fabbricò nella cittadella della religione una rocca di rigorosa astinenza, in cui si dispensa larga refezione di alimento spirituale. Questa fu la prima dei poveri, la guida degli umili, la maestra dei casti, l'abbadessa delle penitenti. Questa governò il suo monastero e la famiglia a lei affidata con ogni sollecitudine e prudenza, nel timore e nel servizio del Signore e secondo la perfetta osservanza dell'Ordine. Vigilante nel dovere, premurosa nell'adempimento del servizio a lei affidato, cauta nelle esortazioni, caritatevole nell'ammonire; nel correggere moderata, temperata nel co-mando, ammirevole per compassione, discreta nel tacere, assennata nel parlare e accorta in tutto quanto concerne il saggio governo; desiderosa più di servire che di comandare, e di onorare le altre, più che di essere onorata. 14. La sua vita era per le altre ammaestramento e scuola di sapienza. In questo libro di vita, tutte le altre appresero la loro regola di vita; in questo specchio di vita, tutte videro riflesso il sentiero della vita. Col corpo, infatti, era pellegrina sulla terra, ma con lo spirito dimorava in cielo; fu vasello di umiltà, arca di castità, fuoco di carità, dolcezza di bontà, fortezza di pazienza, mediatrice di pace e comunione d'amicizia: mite nelle parole dolce nell'azione e in tutto amabile e gradita. 15. Affinché, franto il corpo, diventasse più forte lo spirito - poiché ciascuno, appunto, diventa più forte quando è indebolito il suo nemico - aveva per letto la terra nuda e qualche volta dei sarmenti, e per guanciale un duro legno sotto il capo; era contenta di un'unica tonaca con un mantello di vile, rozzo ed ispido panno grossolano: e mentre con così umili vesti copriva il suo corpo, sulla nuda carne si cingeva talora di un aspro cilicio intrecciato con cordicelle di crine di cavallo. Parca nel cibo e sobria nel bere, a tale austerità giungeva la sua astinenza, che per lungo tempo in tre giorni della settimana, cioè il lunedì, il mercoledì e il venerdì, non prendeva affatto alcun cibo a sostegno del corpo; e nondimeno negli altri giorni a tal punto si riduceva la quantità di alimento, che le altre si meravigliavano di come potesse reggersi con un rigore di tale genere. 16. Assidua inoltre nelle veglie e intenta alla preghiera, in questo soprattutto spendeva la maggior parte del giorno e della notte. Travagliata, infine, da prolungate malattie, così che non le era dato di levarsi da se stessa per le occupazioni manuali, si faceva sollevare con l'aiuto delle sue sorelle e, sorretta alle spalle da appositi sostegni, lavorava con le sue mani, così da non stare oziosa neppure nell'infermità. Onde di quella tela di lino, frutto del suo amoroso lavoro, fece fare molti corporali per il sacrificio dell'altare e li fece distribuire per diverse chiese nella piana e per i monti di Assisi. 17. Fu soprattutto, però, un'innamorata e un'indefessa seguace della povertà; e tanto fissò al suo cuore questa virtù, tanto fu avvinta dal desiderio di possederla, che amandola sempre fermamente e sempre più ardendo nell'abbracciarla, mai si scostò per nessuna ragione dalla sua stretta e piacevole unione. E mai da alcuno, in nessun modo, poté essere persuasa ad acconsentire che il suo monastero possedesse qualche proprietà: quantunque papa Gregorio, di felice memoria, nostro predecessore, volendo provvedere con molta bontà ai bisogni di quel monastero, fosse intenzionato a dotarlo di possessioni sufficienti ed adeguate al sostentamento delle sorelle. 18. E per vero, poiché una luce grande e fulgida non può rimanere occultata senza irradiare chiarore, così anche durante la sua vita la potenza della sua santità rifulse in molti e svariati miracoli. Infatti, ad una delle sorelle del suo monastero restituì la voce, che aveva perso quasi completamente da lungo tempo; ad un'altra, priva del tutto dell'uso della lingua, rese sciolta la parola. Ad un'altra riaprì all'udito un orecchio affetto da sordità.Con un semplice segno di croce, ne risanò un'altra dalla febbre; un'altra enfiata per idropisia; un'altra ancora piagata da fistola e molte altre oppresse da diversi mali. E guarì un frate dell'Ordine dei Minori affetto da pazzia. 19. Una volta, poi. essendo venuto a mancare completamente in monastero l'olio, ella, fatto chiamare il frate che era addetto a questuare elemosine per il monastero, prese un orciolo e, dopo averlo lavato, lo collocò vuoto accanto alla porta del monastero, perché il frate lo portasse con sé per questuare l'olio. Ma, allorché tale frate andò per prenderlo, lo trovò colmo di olio, elargito per grazia della carità divina. 20. E ancora, non essendovi un altro giorno in tutto il monastero se non mezzo pane per il pasto delle sorelle, comandò che quel mezzo pane fosse tagliato a pezzettini e dispensato alle sorelle. Ma colui che è il pane vivo e provvede il cibo agli affamati, lo moltiplicò in modo tale fra le mani di colei che lo sminuzzava, che ne furono fatte cinquanta abbondanti porzioni e vennero dispensate alle sorelle già assise a mensa. 21. Per questi ed altri stupendi miracoli, manifestò, ancora vivente, l'eccellenza dei suoi meriti. Mentre poi si trovava agli estremi, fu visto entrare nel luogo dove la serva di Cristo giaceva, un luminoso stuolo di beate vergini, adorne di corone splendenti, tra le quali una appariva più maestosa e più bella delle altre. Esse avanzarono fino al lettuccio di lei, e attorniandola, le prestarono quasi sollievo di visitatrici e conforto di consolazione, con premurosa cura. 22. Dopo la sua morte, poi, fu condotto al suo sepolcro un malato di mal caduco, che non poteva camminare da sé per la contrazione di una gamba: e, ll davanti, la sua gamba risuonò fragorosamente, ed egli fu guarito dall'una e dall'altra infermità. Si videro persone incurvate nella schiena, rattrappite per malattia, pazzi furiosi in preda ad eccessi di demenza, riacquistare al sepolcro di lei perfetta sanità. Un tale che, per un grave colpo aveva perduto l'uso della mano destra, a tal punto che, resa del tutto inutile, non la poteva adoperare in alcun modo, per i meriti della Santa riacquistò completa sanità, riottenendo la sua mano come era prima. Un altro, che aveva perso la vista ed era da lungo tempo cieco, venuto al medesimo sepolcro accompagnato da un altro, vi ricuperò la vista e se ne ritornò senza bisogno di guida. 23. Per questi e per moltissimi altri fatti e meravigliosi miracoli, questa beata vergine diffuse luminoso chiarore, così che in lei si vide evidentemente avverata quella profezia che sua madre udi, a quanto si dice, mentre pregava gravida di lei: che cioè avrebbe partorito una luce tale da rischiarare grandemente l'universo. 24. Gioisca, dunque, la madre Chiesa, per aver generato ed educato una tale figlia, la quale, come madre feconda di tutte le virtù, generò alla religione, con la virtù dei suoi esempi, un gran numero di discepole, e con il suo compiuto ammaestramento, le formò al perfetto servizio di Cristo. Ne gioisca anche la turba devota dei fedeli, perché il Re e Signore dei cieli ha introdotto con tanta gloria nel suo eccelso e splendente palazzo la loro sorella e compagna, che Egli si era eletta per sua sposa. Cosi come giubilano in festa le schiere dei santi, celebrandosi nella loro celeste patria le nozze novelle della sposa del Re. Ora, poiché è conveniente che una vergine da Dio esaltata in cielo, sia venerata in terra dalla Chiesa universale, e poiché, dopo diligente ed attenta inquisizione e rigoroso esame e premessa una solenne discussione, non ci sono dubbi a riguardo della santità della sua vita e sui suoi miracoli; benché siano ormai assai note anche altrimenti, nelle vicine e lontane regioni, le sue chiare gesta, Noi di comune consiglio e assenso di tutti i nostri Fratelli e prelati, che si trovano attualmente presso la Sede Apostolica, confidando nell'onnipotenza divina, con l'autorità dei beati Pietro e Paolo Apostoli e Nostra, abbiamo ritenuto di doverla iscrivere nel catalogo delle sante vergini. 25. Pertanto, avvertiamo voi tutti ed espressamente vi esortiamo, ingiungendovelo tramite queste lettere apostoliche, di celebrare con ogni devozione e solennità la festa di questa vergine, il 12 di agosto, e di farla celebrare con la medesima devozione dai vostri fedeli, onde possiate meri- tare di averla presso Dio per vostra buona e sollecita protettrice. E affinché la moltitudine del popolo cristiano accorra al suo venerabile sepolcro con più ardore e in maggior numero, e la sua festa sia celebrata con maggiore concorso di popolo. Noi, per la misericordia di Dio onnipotente e confidando nell'autorità dei beati Pietro e Paolo Apostoli, accordiamo annualmente l'indulgenza di un anno e quaranta giorni a tutti coloro che, veramente contriti e confessati, si recheranno con devozione ed umiltà al sepolcro di questa vergine, nel giorno della sua festa o anche entro l'ottava, per chiedere la sua protezione. Dato ad Anagni, il 26 settembre, nell'anno primo del nostro pontificato.   PRIVILEGIO DELLA POVERTA' Introduzione Il cosiddetto "Privilegio della povertà", nella forma scritta attualmente posseduta, è datato 17 settembre 1228, ed è concesso e "bollato" da papa Gregorio IX. L'originale si conserva tra le reliquie del Protomonastero di S. Chiara in Assisi. Non è senza significato che S. Chiara abbia chiesto ed ottenuto proprio nel 1228, in forma scritta, questo documento, che assicura, alle «Povere Sorelle di S. Damiano», il diritto di vivere senza alcuna proprietà in questo mondo, «seguendo in tutto le orme di Colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita». E' questo, infatti, il momento in cui, asceso al papato Ugolino dei Conti Segni, col nome di Gregorio IX (1227-1241), prende vigore e si diffonde, tra i Monasteri delle Clarisse, quella "Regola Ugoliniana" del 1219, che conserva assoluto silenzio a riguardo della "Povertà in comune", e finirà anzi, ben presto, attraverso varie redazioni e tappe, per dare origine a un ramo dell'Ordine con "diritto a possedere". Si è discusso su una precedente concessione del "Privilegio della povertà" da parte di Innocenzo III, sulla scorta della testimonianza del "Testamento di S. Chiara". A parte l'ineludibile chiarezza delle due fonti del Testamento e della Leggenda, la richiesta del Privilegio ad Innocenzo III si spiega assai bene nel momento in cui - a seguito del Concilio Lateranense IV del 1215 e del suo can. XIII - il nuovo Ordine delle Povere Sorelle di S. Damiano è costretto ad appoggiarsi nominalmente alla Regola di S. Benedetto. Il Privilegio, richiesto in quel momento, avrebbe assicurato alle "Povere Sorelle" la fisionomia propria francescana del Monastero di S. Damiano e la fedeltà alla «formula» professata, al di là di ogni formale riferimento alla Regola benedettina. E' grazie al Privilegio che la Regola di S. Chiara è, per sempre, una «vita e forma di povertà» (Regola c. II,14). *** Testo: Gregorio Vescovo, servo dei servi di Dio, alle dilette figlie in Cristo Chiara e alle altre ancelle di Cristo, viventi in comune presso la chiesa di San Damiano, nella diocesi di Assisi, salute e apostolica benedizione. E' noto che, volendo voi dedicarvi unicamente al Signore, avete rinunciato alla brama di beni terreni. Perciò, venduto tutto e distribuitolo ai poveri, vi proponete di non avere possessioni di sorta, seguendo in tutto le orme di colui che per noi si è fatto povero, e via e verità e vita. Né, in questo proposito, vi spaventa la privazione di tante cose: perché la sinistra dello sposo celeste è sotto il vostro capo, per sorreggere la debolezza del vostro corpo, che con carità bene ordinata avete assoggettato alla legge dello spirito. E infine, colui che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non vi farà mancare né il vitto né il vestito, finché nella vita eterna passerà davanti a voi e vi somministrerà se stesso, quando cioè la sua destra vi abbraccerà con gioia più grande, nella pienezza della sua visione. Secondo la vostra supplica, quindi, confermiamo col beneplacito apostolico, il vostro proposito di altissima povertà, concedendovi con l'autorità della presente lettera che nessuno vi possa costringere a ricevere possessioni. Pertanto a nessuno, assolutamente, sia lecito invalidare questa scrittura della nostra concessione od opporvisi temerariamente. Se qualcuno poi presumesse di attentarlo, sappia che incorrerà nell'ira di Dio onnipotente e dei beati apostoli Pietro e Paolo. Dato a Perugia il 17 settembre, l'anno secondo del nostro Pontificato.   a cura di Paolo Rossi

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