La Leggenda di S. Chiara d'Assisi
Introduzione
La Leggenda di S. Chiara Vergine, giunta a
noi anonima, fu redatta per ingiunzione del pontefice Alessandro IV da un frate
Minore, dopo la canonizzazione della "Pianticella di Francesco"
(proclamata nella cattedrale di Anagni, tra l'agosto
e l'ottobre del 1255, con la "bolla": "Clara
claris praeclara").
E' datata comunemente 1256.
Dapprima edita dai Bollandisti (vd. "Acta
Sanctorum", Augusti II, p. 749 e ss.) sulla base di un Codice,
che si rivelò poi tra i meno autorevoli, fu ripubblicata nel 1910, ad
Assisi, da F. Pennacchi: Legenda S. Clarae
virginis, che seguì fondamentalmente la lezione del famoso Codice
338 della Biblioteca Comunale di Assisi.
Dal 1910, tuttavia, molti altri manoscritti, oltre
ai dodici non collazionati dal Pennacchi, sono stati via via segnalati in riviste
scientifiche francescane; ciò fa sentire maggiormente la carenza di una
edizione critica della Leggenda di S. Chiara: senza
la quale ogni possibile discorso su stadi intermedi nella sua redazione e sul
suo autore non potrà mai essere definitivo.
In base alle argomentazioni fornite dal Pennacchi,
riprese ampiamente da F. Casolini anche nella seconda
edizione della sua traduzione della Leggenda (Vita di santa
Chiara vergine d'Assisi, S. Maria degli Angeli-Assisi 1962, pp. 6-14 ),
si vuole vedere nell'autore della Leggenda,
frate Tommaso da Celano, lo stesso biografo di S.
Francesco.
Anche l'autorevole E. Grau (Leben und Schriften
der heiligen Klara, Werl/Westf. 1960, pp. 13-16), sulla base degli stessi
argomenti, attribuisce la Biografia al Celanese.
E' innegabile, però, che si avverte un certo disagio nell'assegnare la
Leggenda semplicemente a Tommaso da Celano.
Il vero problema, stando ai critici, è a monte della Leggenda:
nel nucleo originario che sottostà, unico, a tutti questi documenti,
in ordine cronologico: la Leggenda versificata di santa Chiara
(redatta prima della canonizzazione della Santa); la Bolla di canonizzazione
(1255); e, ultima in ordine di tempo, la Leggenda di santa Chiara
nella redazione edita dal Pennacchi, che presentiamo
tradotta.
***
Lettera di introduzione
Indirizzata al Sommo Pontefice
sulla Leggenda di Santa Chiara Vergine
Come se il mondo invecchiato fosse oppresso dal peso degli anni, si era annebbiata la visione di fede, si era fatta incerta ed oscillante la condotta di vita e languiva nel fervore ogni virile attività. Anzi, alle scorie lasciate dallo scorrere del tempo, si aggiungevano anche le scorie lasciate dai vizi.
Ed ecco, Dio che ama gli uomini, dal segreto della sua misericordia
provvide a suscitare nella Chiesa nuovi Ordini religiosi, procurando per loro
mezzo un sostegno alla fede come pure una norma per riformare i costumi.
Non esiterei a chiamare i nuovi fondatori, con i loro veri seguaci, luce del
mondo, indicatori della via, maestri di vita: in loro, infatti, spuntò
sul mondo che si avviava al tramonto quasi un fulgore di sole al mezzodì,
onde veda la luce chi cammina nelle tenebre.
Anche al sesso più debole conveniva avere un aiuto:
perché, incappato nel gorgo della libidine, era trascinato al peccato
da non minore volontà, anzi maggiormente ve lo sospingeva la fragilità
sua propria.
Perciò Dio misericordioso suscitò la venerabile vergine Chiara
e in lei fece splendere alle donne una chiarissima lampada: e tu, Padre beatissimo,
ascrivendola al novero dei Santi, spinto dalla forza e dall'evidenza dei miracoli,
hai posto questa lampada sul candelabro, perché faccia luce a tutti quelli
che sono nella casa.
Te onoriamo come padre di questi Ordini; in te riconosciamo colui che li ha
fatti crescere; te veneriamo come protettore e signore: te, che sei sollecito
del governo universale della massima nave, senza trascurare la cura particolare
e premurosa anche della piccola navicella.
Piacque dunque alla signoria vostra ingiungere a me, per quanto
dappoco, di compilare il testo da leggere della vita di santa Chiara, dopo averne
esaminati gli Atti: un'opera, veramente, che avrebbe spaventato la mia imperizia
nello scrivere, se l'autorità del Pontefice non mi avesse di persona
più e più volte ribadito il comando. Disponendomi, quindi, ad
eseguire quest'ordine, non ritenni metodo sicuro attenermi solo agli elementi
datimi da leggere, che trovavo incompleti: perciò mi rivolsi ai compagni
del beato Francesco e allo stesso monastero delle vergini di Cristo, meditando
frequentemente in cuor mio quella norma, che non è possibile redigere
in modo conforme a verità una storia se non a coloro che ne sono stati
testimoni oculari, o almeno che l'hanno sentita raccontare da testimoni diretti.
Costoro, ripeto, mi hanno informato più ampiamente, nel rispetto della
verità e nel timore del Signore: e raccolte alcune notizie, omessene
molte altre, ho steso l'insieme in uno stile facile e piano: perché,
quando farà piacere alle vergini leggere le meraviglie della vergine
Chiara, non avvenga che l'intelligenza, non affinata da cultura, si sperda nella
tortuosità del linguaggio.
Seguano dunque gli uomini i nuovi seguaci del Verbo Incarnato:
imitino le donne Chiara, impronta della Madre di Dio, nuova guida delle donne.
A voi, poi, santissimo Padre, come rimane in tale materia piena autorità
di correggere, togliere e aggiungere, cosi in tutto e per tutto la mia volontà
si sottomette, concorda con la vostra e la sollecita con insistenza.
Che il Signore Gesù Cristo vi conceda salute e prosperità, ora
e in avvenire. Amen.
***
Capitolo I
E per primo la sua nascita
Capitolo II
Il suo modo di vivere nella casa paterna
Capitolo III
Conoscenza e amicizia con il beato Francesco
Capitolo IV
Come per opera del beato Francesco mutò vita e passò dal mondo
alla vita religiosa
Capitolo V
Come resistette con ferma perseveranza alla violenza dei familiari
Capitolo VI
La fama delle sue virtù si diffonde all'intorno
Capitolo VII
La fama della sua bontà si estende anche in lontane contrade
Capitolo VIII
La sua santa umiltà
Capitolo IX
La santa e vera povertà
Capitolo X
Miracolo della moltiplicazione del pane
Capitolo XI
Altro miracolo: dono divino di olio
Capitolo XII
La mortificazione della carne
Capitolo XIII
La pratica della santa orazione
Capitolo XIV
I prodigi della sua preghiera: e in primo luogo, i saraceni miracolosamente
volti in fuga
Capitolo XV
Un secondo miracolo ancora: la liberazione della città
Capitolo XVI
L'efficacia della sua preghiera nella conversione della sorella
Capitolo XVII
Un altro miracolo: sconfitta di demoni
Capitolo XVIII
La sua mirabile devozione al sacramento dell'altare
Capitolo XIX
Una consolazione veramente mirabile che il Signore le donò nella
malattia
Capitolo XX
Il suo ardentissimo amore per il crocifisso
Capitolo XXI
Memoriale della passione del Signore
Capitolo XXII
I diversi miracoli che operava con il segno e la potenza della croce
Capitolo XXII
Il quotidiano ammaestramento delle sorelle
Capitolo XXIV
La sua sollecitudine per ascoltare la parola della santa predicazione
Capitolo XXV
La sua grande carità verso le sorelle
Capitolo XXVI
Le sue malattie e il prolungato sfinimento
Capitolo XXVII
Come il signor papa Innocenzo la visitò ammalata, l'assolse e la
benedisse
Capitolo XXVIII
Come rispose alla sorella in lacrime
Capitolo XXIX
Il suo supremo transito e ciò che avvenne o apparì in quel
punto
Capitolo XXX
La curia romana alle esequie in un grande affluire di folla
Secondo opuscolo
Capitolo XXXI
I miracoli di Santa Chiara dopo la sua morte
Capitolo XXXII
Liberazione di ossessi
Capitolo XXXIII
Un altro miracolo
Capitolo XXXIV
Guarigione di un pazzo furioso
Capitolo XXXV
Un uomo liberato da mal caduco
Capitolo XXXVI
Un cieco riacquista la vista
Capitolo XXXVII
Risanamento di una mano perduta
Capitolo XXXVIII
I rattrappiti
Capitolo XXXIX
Guarigione di rigonfiamenti alla gola
Capitolo XL
Liberazione dai lupi
Capitolo XLI
La canonizzazione di Santa Chiara Vergine
***
Incomincia la Leggenda di Santa Chiara Vergine
Capitolo I
E per primo la sua nascita
La mirabile donna, Chiara di nome e chiara per virtù,
nacque nella città di Assisi, da stirpe assai nobile: fu prima concittadina
del beato Francesco in terra, per regnare poi con lui in cielo.
Suo padre era cavaliere, e tutta la famiglia, da entrambi i rami, apparteneva
alla nobiltà cavalleresca. La sua casa era ricca e le sue sostanze, in
relazione alle condizioni generali del paese, erano doviziose.
Sua madre, di nome Ortolana - destinata a partorire nel campo
della Chiesa una pianticella ricca di frutti - era, lei stessa, dotata di buoni
e abbondanti frutti.
Benché, infatti, legata in matrimonio, benché vincolata alle cure
della famiglia, si dedicava tuttavia, quanto più poteva, al culto divino
e con assiduo zelo si applicava ad opere di pietà.
Per devozione, appunto, si recò oltremare in pellegrinaggio e visitò
quei luoghi eccezionali, che Dio fatto uomo ha santificato con le sue sacre
orme, ritornandone infine indietro nella gioia. Per pregare andò anche
a San Michele Arcangelo e con fervente devozione visitò le tombe degli
Apostoli.
A che altre parole? Dal frutto si conosce l'albero e il frutto
trae pregio dall'albero. L'abbondanza della grazia divina si riversò
preveniente nella radice, perché nel ramoscello fiorisse copiosa la santità.
Infine, mentre la donna, gravida e ormai vicina a partorire, pregava intensamente
il Crocifisso in chiesa, davanti alla croce, che la salvasse dai pericoli del
parto, udi una voce che le diceva: Non temere, donna, perché sana e salva
darai al mondo una luce, che aggiungerà chiarore alla luce stessa.
Illuminata da questa profezia, volle che la neonata, rinascendo al fonte battesimale,
si chiamasse Chiara, sperando che si realizzasse in qualche modo in seguito
la chiarezza di luce promessa, conformemente al disegno d'amore della divina
volontà.
Capitolo II
Il suo modo di vivere nella casa paterna
Da poco data alla luce, ancora piccolina Chiara cominciò
presto a risplendere di chiarore nell'oscurità del mondo e a rifulgere,
fin dai teneri anni, per la bontà del suo vivere.
Con cuore docile, anzitutto, ricevette dalle labbra della madre i primi rudimenti
della fede; e in pari tempo ispirandola e istruendola interiormente lo Spirito,
quel vaso veramente purissimo si rivelò un vaso di grazie.
Stendeva volentieri la mano ai poveri e dall'abbondanza della
sua casa traeva di che supplire all'indigenza di moltissimi.
E affinché il suo sacrificio fosse più gradito a Dio, sottraeva
al suo corpicciolo i cibi delicati e li mandava di nascosto, a mezzo di persone
incaricate, come ristoro agli orfani. Così crescendo con lei fin dall'infanzia
la misericordia, aveva un animo sensibile alla sofferenza altrui, e si piegava
compassionevole sulle miserie degli infelici.
Aveva il gusto della santa orazione e la coltivava assiduamente:
e impregnandosi spesso della soave fragranza della preghiera, vi imparava poco
a poco a condurre una vita verginale.
Non avendo filze di grani da far scorrere per numerare i Pater Noster, contava
le sue preghierine al Signore con un mucchietto di pietruzze.
Quando dunque cominciò ad avvertire i primi stimoli
del santo amore, ritenne spregevole il perituro e falso fiore della mondanità,
istruita dall'unzione dello Spirito Santo ad attribuire scarso valore alle cose
che ne hanno poco. E infatti sotto le vesti preziose e morbide portava nascostamente
un piccolo cilicio, apparendo al di fuori adorna per il mondo, ma rivestendosi
interiormente di Cristo.
Infine, volendola i suoi accasare nobilmente, non acconsentì in alcun
modo: ma, fingendo di voler rimandare a più tardi le nozze terrene, affidava
al Signore la sua verginità.
Tali furono nella casa paterna i saggi della sua virtù,
tali le primizie dello spirito, tali i preludi della santità. Perciò,
abbondando di cosi intensi profumi, come una cella di aromi, quantunque chiusa
si tradiva con la sua stessa fragranza. A sua insaputa cominciò infatti
ad essere lodata dalla bocca dei vicini e a spargersi veridica fama sulle sue
opere segrete: così che si divulgava tra il popolo la notizia della sua
bontà.
Capitolo III
Conoscenza e amicizia con il beato Francesco
Udendo poi parlare di Francesco, allora già celebre,
che come uomo nuovo, con nuove virtù rinnovava la via della perfezione
ormai sparita dal mondo, tosto desidera sentirlo e vederlo, spinta a fare ciò
dal Padre degli spiriti, da cui entrambi, benché in modo diverso, avevano
ricevuto le prime ispirazioni.
Né minore è il desiderio di lui - che a sua volta ha sentito decantare
la fanciulla così ricca di grazia - di incontrarla e di parlarle: per
vedere se in qualche modo gli sia dato di strappare dal mondo perverso questa
nobile preda e rivendicarla al suo Signore, lui che era tutto proteso a conquiste
di tal genere ed era venuto per devastare il regno del mondo.
La visita, dunque, e più spesso è lei a visitarlo, regolando la frequenza dei loro incontri in modo tale che quella divina attrattiva potesse passare inosservata agli occhi degli uomini e non nascessero pubbliche mormorazioni a macchiarla. Accompagnata infatti da una sola persona a lei familiare, la fanciulla usciva dalla casa paterna e si recava di nascosto ad incontrare l'uomo di Dio, le cui parole le sembravano di fiamma e le opere sovrumane.
Il padre Francesco la esorta a disprezzare il mondo, dimostrandole con linguaggio ardente che sterile è la speranza fondata sul mondo e ingannatrice ne è l'apparenza; instilla nelle sue orecchie la dolcezza delle nozze con Cristo, persuadendola a serbare intatta la gemma della castità verginale per quello Sposo beato, che l'amore ha incarnato tra gli uomini.
Ma perché dilungarmi in molte parole? Di fronte alla
sollecitudine del padre santissimo che si occupa di lei con la cura di un fedelissimo
mediatore, la vergine non rinvia a lungo il suo consenso.
Tosto si spalanca davanti alla sua anima la visione della gioia eterna, a confronto
della quale perde valore il mondo intero; per il cui desiderio il suo essere
si strugge e vien meno, per il cui amore anela alle nozze eterne.
Accesa infatti da fiamma celeste, cosi profondamente ripudiò la vanità
della gloria terrena, che nulla più del fasto mondano poté in
qualche modo intaccare il suo cuore. Anche le lusinghe della carne disprezza
e si propone di tenersi lontana dal talamo di colpa, desiderando di fare del
suo corpo un tempio per Dio solo e attenta a meritare con la pratica della virtù
le nozze col gran Re.
E si affida allora completamente al consiglio di Francesco,
scegliendolo come sua guida, dopo Dio, nella via da seguire Da quel momento
in poi la sua anima è tutta legata ai suoi santi consigli ed accoglie
con cuore ardente ciò che egli le va insegnando intorno a Gesù
buono.
Sopporta ormai con fastidio l'eleganza degli ornamenti mondani e considera spazzatura
ogni cosa che attira esternamente l'ammirazione, al fine di guadagnare Cristo.
Capitolo IV
Come per opera del beato Francesco
mutò vita e passò dal mondo alla vita religiosa
Ben presto, perché la polvere del mondo non abbia ad appannare lo specchio di quell'anima tersa e il contatto con la vita mondana non ne contagi la pura giovinezza, il padre santo si affretta a sottrarre Chiara dalle tenebre del mondo.
Era prossima la solennità delle Palme, quando la fanciulla
con cuore ardente si reca dall'uomo di Dio, per chiedergli che cosa debba fare
e come, ora che intende cambiare vita.
Il padre Francesco le ordina che il giorno della festa, adorna ed elegante,
vada a prendere la palma in mezzo alla folla, e la notte seguente, uscendo dall'accampamento,
converta la gioia mondana nel pianto della passione del Signore.
Venuta dunque la domenica, la fanciulla entra in chiesa con le altre, radiosa
di splendore festivo tra il gruppo delle nobildonne. E li avvenne - come per
un significativo segno premonitore - che, affrettandosi tutte le altre a prendere
la palma, Chiara, quasi per un senso di riserbo, rimane ferma al suo posto:
ed ecco che il vescovo discende i gradini, va fìno a lei e le pone la
palma tra le mani.
La notte seguente, pronta ormai ad obbedire al comando del Santo, attua la desiderata fuga, in degna compagnia. E poiché non ritenne opportuno uscire dalla porta consueta, riuscì a schiudere da sola, con le sue proprie mani, con una forza che a lei stessa parve prodigiosa, una porta secondaria ostruita da mucchi di travi e di pesanti pietre.
Abbandonati, dunque, casa, città e parenti, si affrettò
verso Santa Maria della Porziuncola, dove i frati, che vegliavano in preghiera
presso il piccolo altare di Dio, accolse la vergine Chiara con torce accese.
Lì subito, rinnegate le sozzure di Babilonia, consegnò al mondo
il libello del ripudio; lì, lasciando cadere i suoi capelli per mani
dei frati, depose per sempre i variegati ornamenti.
Né sarebbe stato giusto che, alla sera dei tempi, germogliasse
altrove l'Ordine della fiorente verginità, se non lì, nel tempio
di colei che, prima tra tutte e di tutte la più degna, unica fu madre
e vergine.
Questo è quel famoso luogo nel quale ebbe inizio la nuova schiera dei
poveri, guidata da Francesco: così che appare chiaramente che fu la Madre
della misericordia a partorire nella sua dimora l'uno e l'altro Ordine.
Poi, dopo che ebbe preso le insegne della santa penitenza
davanti all'altare di santa Maria e, quasi davanti al talamo nuziale della Vergine,
l'umile ancella si fu sposata a Cristo, subito san Francesco la condusse alla
chiesa di San Paolo, con l'intenzione che rimanesse in quel luogo finché
la Volontà dell'Altissimo non disponesse diversamente.
Capitolo V
Come resistette con ferma perseveranza alla violenza dei familiari
Raggiunti a volo dalla notizia dell'avvenimento, i parenti,
col cuore straziato, condannano il proposito messo in atto dalla vergine; e
riunitisi in gruppo, accorrono al luogo, nel tentativo di ottenere l'impossibile.
Ricorrono a tutto: alla violenza impetuosa, a trame avvelenate, a lusinghiere
promesse, pur di persuaderla a recedere da quella condizione di umiliata bassezza,
che né si addice alla nobiltà del casato, né ha precedenti
nella contrada.
Ma ella, aggrappandosi stretta alle tovaglie dell'altare, si scopre il capo
rasato, affermando che in nessun modo si lascerà strappare dal servizio
di Cristo. Col crescere della lotta ostile dei suoi, cresce il suo coraggio,
e nuove forze le infonde l'amore stimolato dalle offese.
Ostacolata così per più giorni nella via del Signore e soffrendo
l'opposizione dei suoi familiari al suo proposito di santità, non vacillò
l'animo, non svigorì il suo fervore: anzi, tra le parole ingiuriose,
ella tempra il suo spirito alla speranza, finché i parenti, sconfitti,
si danno per vinti e si placano.
Trascorsi pochi giorni, si trasferì alla chiesa di
Sant'Angelo di Panzo; ma non trovando lì il suo spirito piena pace, passò
infine, per consiglio del beato Francesco, presso la chiesa di San Damiano.
Qui, fissando l'ancora del suo spirito come in un porto sicuro, non ondeggia
più nell'incertezza di ulteriori mutamenti, non esita per l'angustia
del luogo, non si lascia impaurire dalla solitudine.
E' questa la famosa chiesa per il cui restauro Francesco si affaticò con mirabile zelo e al cui sacerdote aveva offerto denaro per ripararla. E' la chiesa nella quale mentre Francesco pregava, una voce discesa dal legno della croce suonò così: «Va', Francesco, e ripara la mia casa che, come vedi, va tutta in rovina».
Nella prigione di questo minuscolo luogo, la vergine Chiara
si rinchiuse per amore dello Sposo celeste. Qui incarcerò il suo corpo,
per tutta la vita che aveva innanzi, celandosi dalla tempesta del mondo.
Ponendo il suo nido, quale argentea colomba, nelle cavità di questa rupe,
generò una schiera di vergini di Cristo, fondò un monastero santo
e diede inizio all'Ordine delle Povere Donne.
Qui frange le zolle delle sue membra nella via della penitenza, qui semina semi
di perfetta giustizia, qui col suo proprio passo segna la via per le sue future
seguaci. In questo angusto eremitaggio per quarantadue anni spezza l'alabastro
del suo corpo con i flagelli della disciplina, perché l'edificio della
Chiesa si riempia della fragranza degli unguenti.
La vita gloriosa da lei condotta in questo luogo sarà l'oggetto della
nostra narrazione, più avanti: ma per prima cosa si narrerà qui
di seguito quante e quali anime per suo mezzo siano venute a Cristo.
Capitolo VI
La fama delle sue virtù si diffonde all'intorno
La fama della santità della vergine Chiara si sparge
di lì a poco, infatti, per le contrade vicine, ed è un accorrere
da ogni parte di donne, dietro la fragranza del suo profumo.
Le vergini, sul suo esempio, si affrettano a mantenersi tali per Cristo; le
sposate si studiano di vivere più castamente. Donne nobili ed illustri,
abbandonati i loro vasti palazzi, si costruiscono angusti monasteri e reputano
grande gloria vivere nella cenere e nel cilicio , per amore di Cristo.
Perfino l'impeto ardente dei giovani viene spronato a questa gara nella via
della purezza ed è stimolato a disprezzare le false lusinghe della carne
da questi esempi di fortezza del sesso più debole.
Molti coniugi, infine, si vincolano in mutuo accordo al patto di continenza
e i mariti entrano in Ordini religiosi, le mogli in monasteri. La madre invita
a Cristo la figlia e la figlia la madre; la sorella attira le sorelle e la zia
le nipoti. Tutte, emulandosi nel fervore, bramano porsi al servizio di Cristo.
Tutte aspirano a partecipare a questa vita angelica che, attraverso Chiara,
manda luce ovunque.
Innumerevoli vergini, spronate dalla fama di Chiara, avendo qualche impedimento
per abbracciare la vita claustrale in monastero, si studiano di vivere nella
loro casa paterna, pur senza regola, secondo lo spirito della regola.
Tali e tanti furono i germi di salvezza partoriti col suo esempio dalla vergine
Chiara, che parve adempirsi in lei il detto del profeta: Più numerosi
sono i figli dell'abbandonata che non di quella che ha marito.
Capitolo VII
La fama della sua bontà si estende anche in lontane contrade
Intanto, perché la vena sorgiva di questa celeste benedizione
scaturita nella valle Spoletana, non rimanga circoscritta in angusti confini,
per opera della Provvidenza divina si allarga in un'ampia corrente, così
che l'impeto del fiume rallegri tutta la città di Dio, che è la
Chiesa.
La novità di così grandi avvenimenti si sparse infatti in lungo
e in largo per il mondo, ed ebbe per effetto di guadagnare ovunque anime a Cristo.
Continuando a rimanere rinchiusa, Chiara incomincia a diffondere chiarore in
tutto il mondo e risplende chiarissima per meritati elogi.
La fama della sua virtù riempie gli appartamenti di donne illustri, raggiunge
i palazzi di duchesse, penetra perfìno nelle stanze delle regine. Il
vertice della nobiltà si piega a seguire i suoi passi e per santa umiltà
rinnega l'orgoglio del sangue e della schiatta.
Alcune, pur degne di nozze ducali e regali, invitate dal pubblico elogio di
Chiara, si danno a dura penitenza e quelle che già si erano unite in
matrimonio con potenti, imitano anch'esse Chiara, secondo la possibilità
della loro condizione. Si adornano di monasteri innumerevoli città; e
perfino le campagne e le contrade montane si decorano della costruzione di questi
celesti edifici.
Si moltiplica nel mondo l'osservanza della castità: Chiara santissima
è la guida che apre la via e ritorna d'attualità lo stato verginale,
come richiamato a nuova vita.
Di questi beati fiori, sbocciati da Chiara, oggi felicemente s'infiora la Chiesa,
lei che domanda d'esserne sorretta, dicendo: Sostenetemi con fiori, rinfrancatemi
con pomi, perché sono malata d'amore.
Ma torni ormai la penna al suo proposito iniziale, affinché sia noto
quale sia stata la sua pratica di vita.
Capitolo VIII
La sua santa umiltà
Chiara, pietra primaria e nobile fondamento del suo Ordine,
fìn dal principio si studiò d'impostare l'edificio di tutte le
virtù sul fondamento della santa umiltà.
Promise infatti santa obbedienza al beato Francesco, e mai si scostò
in alcun modo da questa promessa.
Così, tre anni dopo la sua conversione, rifiutando il nome e la carica
di abbadessa, avrebbe voluto umilmente sottostare, piuttosto che essere a capo,
e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita.
Ma, costretta dal beato Francesco, assunse infine il governo delle Donne: e
da ciò nel suo cuore nacque timore, non arroganza; e vi crebbe non l'indipendenza,
ma lo spirito e la pratica del servizio.
Quanto più, infatti, si vede innalzata da queste apparenze di superiorità,
tanto più in basso si ritrova nella propria stima, più pronta
al dovere, più umile anche nell’aspetto esteriore.
Da allora non respinse più alcuna incombenza servile,
al punto che, per lo più, era lei a versare l'acqua sulle mani delle
sorelle, se ne stava in piedi per assisterle mentre esse sedevano e le serviva
a tavola mentre mangiavano.
Malvolentieri imparte appena qualche ordine: ma fa da sé spontaneamente,
preferendo eseguire lei stessa piuttosto che comandare alle sorelle.
Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore.
Molto spesso lavava i piedi delle servigiali che tornavano da fuori e, lavatili, li baciava. Una volta lavava i piedi di una di queste servigiali: e, mentre stava per baciarli, quella, non sopportando un'umiliazione così grande, ritrasse il piede e nel gesto colpì col piede in viso la sua signora. Ma ella riprese con dolcezza il piede della servigiale e vi impresse, sotto la pianta, ben aderente un bacio.
Capitolo IX
La santa e vera povertà
La povertà dello spirito, che è la vera umiltà,
era un aspetto della sua assoluta povertà di ogni cosa.
Prima di tutto, all'inizio della sua nuova vita, fece vendere l'eredità
paterna che aveva ricevuto e, senza trattenere per sé neppure la più
piccola parte del ricavato, tutto distribuì ai poveri.
Da quel momento, lasciato fuori il mondo e arricchita interiormente nell'anima,
corre libera e leggera, senza borsa, dietro a Cristo.
Così forte patto, infine, strinse con la santa povertà
e talmente la amò, che nulla volle avere, se non Cristo Signore; nulla
alle sue figlie permise di possedere.
Era convinta, infatti, che la preziosissima perla del desiderio del cielo, che
aveva acquistato vendendo ogni cosa, non si può assolutamente possedere
insieme con l'inquietante preoccupazione dei beni temporali.
Ripetendolo frequentemente, inculca nelle sue sorelle la convinzione che la
loro comunità allora sarà gradita a Dio, quando sarà ricca
di povertà e che resterà salda per sempre se difesa sempre dalla
torre dell'altissima povertà.
Le esorta a conformarsi, nel loro piccolo nido di povertà, a Cristo povero, che la Madre poverella depose piccolino in un angusto presepio. E questo particolare ricordo, quasi gioiello d'oro, tiene sempre appuntato al petto, perché la polvere delle cose terrene non trovi passaggio per entrare.
Volendo che la sua famiglia religiosa si nominasse con il
nome della povertà, impetrò da Innocenzo III di buona memoria
il privilegio della povertà.
Quell'uomo magnifico, rallegrandosi dell'ardore così grande della vergine,
sottolineò la singolarità del proposito, poiché mai era
stato richiesto alla Sede Apostolica un privilegio di tal genere. E, per rispondere
con insolito favore all'insolita petizione, il Pontefice in persona, di sua
propria mano, scrisse con grande letizia la traccia del privilegio richiesto.
Il signor papa Gregorio, poi, di felice memoria, uomo degnissimo
della Sede quanto venerabile per meriti personali, ancora più intensamente
amava con affetto paterno questa Santa. E si studiava di persuaderla che acconsentisse
a possedere qualche proprietà, per far fronte ad ogni eventuale circostanza
e ai pericoli del mondo; ed anzi, gliene andava offrendo lui stesso generosamente.
Ma ella si oppose con decisione incrollabile e in nessun modo si lasciò
convincere. E quando il Pontefice le replicò: «Se temi per il voto,
Noi te ne dispensiamo», «Santo Padre - ella rispose - a nessun patto
e mai, in eterno, desidero essere dispensata dalla sequela di Cristo!».
Accoglieva con grande letizia i frammenti di elemosina, i
tozzi di pane che i questuanti riportavano e, quasi triste per i pani interi,
era felice invece per quei pezzetti. A che moltiplicare le parole? Attendeva
a conformarsi in perfettissima povertà al Crocifisso povero, così
che nessuna cosa transitoria separasse l'amante dall'Amato, o ritardasse la
sua corsa col Signore.
Ma ecco che mi vengono a proposito, qui, due miracoli, che questa innamorata
della povertà meritò di operare.
Capitolo X
Miracolo della moltiplicazione del pane
C'era un solo pane, in monastero, e già incalzavano
l'ora del desinare e la fame. Chiamata la dispensiera, la Santa le comanda di
dividere il pane e di mandarne una parte ai frati, di trattenere l'altra dentro,
per le sorelle.
Da questa seconda metà serbata, ordina di tagliare cinquanta fette, quale
era il numero delle Donne, e di presentarle loro sulla mensa della povertà.
E alla devota figlia che le rispondeva: «Occorrerebbero gli antichi miracoli
di Cristo, per poter tagliare cosi poco pane in cinquanta fette», la Madre
replicò, dicendole: «Fa' sicura quello che ti dico, figlia!».
Si affretta dunque la figlia ad eseguire il comando della Madre; e si affretta
la Madre a rivolgere pii sospiri al suo Cristo, per le sue figlie. E per grazia
divina quella scarsa materia cresce tra le mani di colei che la spezza, così
che risulta una porzione abbondante per ciascun membro della comunità.
Capitolo XI
Altro miracolo: dono divino di olio
Un giorno era venuto a mancare completamente l'olio alle ancelle
di Cristo, al punto che non ve n'era neppure come condimento per le ammalate.
Donna Chiara prende un vasello e, maestra d'umiltà, lo lava lei stessa
con le sue mani; poi mette il vaso vuoto da parte, perché lo venga a
prendere il frate questuante. E viene chiamato anche il frate, perché
vada a provvedere l'olio.
Si affretta il devoto fratello a soccorrere tanto grande indigenza e corre a
prendere il vasello.
Ma non dipende dalla volontà dell’uomo né dagli sforzi di
colui che corre, ma da Dio che usa misericordia.
Infatti, per solo intervento di Dio, quel vaso si ritrova colmo d'olio: la preghiera
di santa Chiara ha prevenuto, a sollievo delle povere figlie, il servizio del
frate. Veramente, quel frate, credendo di essere stato chiamato per nulla, mormorando
tra sé e sé disse: «Per burlarsi di me mi hanno chiamato
queste Donne! perché ecco che il vaso è pieno».
Capitolo XII
La mortificazione della carne
Forse, piuttosto che parlarne, converrebbe passare sotto silenzio
la mirabile sua mortificazione della carne: perché ella ha compiuto penitenze
tali che lo stupore, in chi le sente raccontare, lotta incredulo con la verità.
Non era gran cosa che coprisse il suo fragile corpo, più che riscaldarlo,
con una semplice tunica e un vile mantello di panno rozzo; né fa meraviglia
che ignorasse completamente l'uso delle calzature. Neppure il suo continuo digiuno,
in ogni tempo dell'anno, è cosa straordinaria, né che si servisse
di un piccolo giaciglio senza morbidezza.
Per queste mortificazioni, infatti, non meriterebbe forse lodi particolari,
perché anche le altre, nel suo stesso monastero, praticavano simili penitenze.
Ma quale mai connessione vi poteva essere tra la carne verginale
e un cilicio di cuoio di porco? Questa vergine santissima si era infatti procurata
un indumento di cuoio di porco e lo indossava segretamente sotto la tonaca,
con le ispide setole tagliate volte verso la propria carne.
Usava pure talvolta un duro cilicio, intrecciato con crini di cavallo e nodoso,
stringendoselo alla persona, da una parte e dall'altra, con rudi cordicelle.
Una volta prestò questo indumento ad una delle figlie che glielo aveva
chiesto: ma, indossatolo, subito vinta da tale asprezza, in tutta fretta dopo
tre giorni lo restituì con gaudio maggiore di quando lo aveva chiesto.
La terra nuda e talvolta dei sarmenti di vite erano il suo letto; un duro legno sotto la testa le faceva da guanciale. In seguito, poi, indebolitosi il corpo, stese a terra una stuoia e si concesse sotto il capo, in via di clemenza, un poco di paglia. E alla fine, quando il suo corpo trattato così duramente contrasse una lunga malattia, per ordine del beato Francesco fece uso di un saccone pieno di paglia.
Nei digiuni, poi, era tale il rigore della sua astinenza,
che a stento il suo fisico avrebbe potuto sopravvivere con un simile esiguo
sostentamento, se non l'avesse sorretto una forza d'altro genere.
Finché fu in salute, infatti, digiunava a pane ed acqua la quaresima
maggiore e la quaresima di san Martino vescovo, gustando solo la domenica un
po' di vino, se ne aveva.
E ammira, o lettore, ciò che non potresti imitare: per tre giorni di
ogni settimana, cioè il lunedì, il mercoledì e il venerdì,
durante quelle quaresime, si asteneva completamente da qualunque cibo.
Cosi, l'uno dopo l'altro, si alternavano successivamente giorni di scarso nutrimento
e giorni di completa astinenza: quasi che la vigilia di digiuno perfetto si
rilassasse in un giorno festivo a pane ed acqua.
Non fa meraviglia se tanto rigore, mantenuto per lungo tempo, abbia predisposto
Chiara alla malattia, ne abbia consumato le forze, ne abbia svigorito il fisico.
Perciò le figlie, devotissime della santa madre, soffrivano per lei e
deploravano con lacrime quelle morti quotidiane a cui volontariamente si sottoponeva.
Infine il beato Francesco e il vescovo di Assisi, proibirono a santa Chiara quell'esiziale digiuno di tre giorni, ordinandole che non lasciasse passare alcun giorno senza mangiare almeno un'oncia e mezza di pane.
E mentre avviene di solito che un'aspra macerazione fisica
produce per conseguenza depressione di spirito, ben diverso era l'effetto che
splendeva in Chiara: in ogni sua mortificazione manteneva infatti un aspetto
gioioso e sereno, cosi che sembrava non avvertire o ridere delle angustie del
corpo.
Da ciò si può chiaramente intuire che traboccava all'esterno la
santa letizia di cui abbondava il suo intimo: perché ai flagelli del
corpo toglie ogni asprezza l'amore del cuore.
Capitolo XIII
La pratica della santa orazione
E come, nella carne, era già morta alle esigenze della
carne, così era del tutto estranea al mondo, con l'anima continuamente
impegnata in sante preghiere e lodi divine. Aveva ormai fissato nella Luce lo
sguardo ardentissimo del desiderio interiore e, trascesa la sfera delle vicissitudini
umane, spalancava in tutta la sua ampiezza il campo del suo spirito alla pioggia
della grazia.
Per lunghi tratti dopo Compieta prega con le sorelle, e i fiumi di lacrime che
la inondano eccitano al pianto anche le altre. Poi, quando tutte le altre erano
andate a ristorare sui duri giacigli le membra stanche, ella rimaneva, vigilante
e invitta, in orazione, per accogliere furtivamente le vene del divino sussurro,
mentre le altre giacevano nel sonno.
Spessissimo prostrata in orazione col volto a terra, bagna il suolo di lacrime
e lo sfiora con baci: cosi che pare avere sempre tra le braccia il suo Gesù,
i cui piedi inondare di lacrime, su cui imprimere baci.
Mentre una volta piangeva, in piena notte, le apparve l'angelo
delle tenebre in forma di nero fanciullo, e cosi la ammoni: «Non piangere
tanto, perché diventerai cieca!». Ma, rispondendogli lei subito:
«Non sarà cieco chi vedrà Dio», confuso si allontanò.
La stessa notte, dopo Mattutino, mentre Chiara pregava bagnata, come sempre,
da un rivolo di pianto, il consigliere fraudolento le si accostò: «Non
piangere tanto - le ripeté - se non vuoi che ti coli alla fine dalle
narici il cervello liquefatto: perché poi ne avrai il naso storto».
Alla pronta risposta di lei: «Nessuna deformazione subisce chi serve il
Signore», tosto fuggendo svanì.
Quanta forza e sostegno riceva nella fornace della preghiera
ardente, quanto le sia dolce la bontà divina in quella fruizione, lo
testimoniano comprovati indizi. Allorché infatti ritornava nella gioia
dalla santa orazione, riportava dal fuoco dell'altare del Signore parole ardenti,
tali da infiammare il cuore delle sorelle.
Esse constatavano infatti con ammirazione che si irradiava dal suo volto una
certa dolcezza e che la sua faccia pareva più luminosa del solito.
Certamente, nella sua dolcezza, Dio aveva dato convito alla poverella e, dopo
averle inondato l'animo nell'orazione con la sua Luce vera, lo manifestava al
difuori sensibilmente.
Così nel mondo mutevole unita immutabilmente al suo nobile Sposo, trova
continua delizia nelle cose superne; così, sostenuta da ferma virtù
nel volgersi della mobile ruota del mondo e racchiudendo in un vaso d'argilla
un tesoro di gloria, con il corpo dimora quaggiù sulla terra, ma con
lo spirito nell'alto.
Era solita, per Mattutino, prevenire le giovinette e, svegliandole
senza rumore con cenni, le invitava alle lodi di Dio. Spesso, mentre tutte dormivano
ancora, accendeva le lampade; spesso suonava lei stessa, con le sue mani, la
campana.
Non v'era posto nel suo monastero per la tiepidezza, non v'era posto per l'accidia
lì dove la pigrizia era scossa da un pungente impulso a pregare e a servire
il Signore.
Capitolo XIV
I prodigi della sua preghiera: e in primo luogo,
i saraceni miracolosamente volti in fuga
Piace a questo punto raccontare i portenti delle sue orazioni,
con altrettanta aderenza alla verità quanto sono degni di venerazione.
In quel periodo travagliato che la Chiesa attraversò in diverse parti
del mondo sotto l'impero di Federico, la valle Spoletana beveva più spesso
delle altre il calice dell' ira. Erano stanziate lì, per ordine imperiale,
schiere di soldati e nugoli di arcieri saraceni, fitti come api, per devastare
gli accampamenti, per espugnare le città. E una volta, durante un assalto
nemico contro Assisi, città particolare del Signore, e mentre ormai l'esercito
si avvicina alle sue porte, i Saraceni, gente della peggiore specie, assetata
di sangue cristiano e capace di ogni più inumana scelleratezza, irruppero
nelle adiacenze di San Damiano, entro i confini del monastero, anzi fin dentro
al chiostro stesso delle vergini.
Si smarriscono per il terrore i cuori delle Donne, le voci si fanno tremanti
per la paura e recano alla Madre i loro pianti. Ella, con impavido cuore, comanda
che la conducano, malata com'è, alla porta e che la pongano di fronte
ai nemici, preceduta dalla cassetta d'argento racchiusa nell'avorio, nella quale
era custodito con somma devozione il Corpo del Santo dei Santi.
E tutta prostrata in preghiera al Signore, nelle lacrime parlò
al suo Cristo: «Ecco, o mio Signore, vuoi tu forse consegnare nelle mani
di pagani le inermi tue serve, che ho allevato per il tuo amore? Proteggi, Signore,
ti prego, queste tue serve, che io ora, da me sola, non posso salvare».
Subito una voce, come di bimbo, risuonò alle sue orecchie dalla nuova
arca di grazia: «Io vi custodirò sempre!». «Mio Signore
- aggiunse - proteggi anche, se ti piace, questa città, che per tuo amore
ci sostenta». E Cristo a lei: «Avrà da sostenere travagli,
ma sarà difesa dalla mia protezione».
Allora la vergine, sollevando il volto bagnato di lacrime, conforta le sorelle
in pianto: «Vi dò garanzia, figlie, che nulla soffrirete di male;
soltanto abbiate fede in Cristo!». Né vi fu ritardo: subito l'audacia
di quei cani, rintuzzata, è presa da spavento; e, abbandonando in tutta
fretta quei muri che avevano scalato, furono sgominati dalla forza di colei
che pregava.
E subito Chiara ammonisce quelle che avevano udito la voce di cui sopra ho parlato,
dicendo loro severamente: «Guardatevi bene, in tutti i modi, dal manifestare
a qualcuno quella voce finché io sono in vita, figlie carissime».
Capitolo XV
Un secondo miracolo ancora: la liberazione della città
In altro tempo Vitale d'Aversa, uomo assetato di gloria e
coraggioso in battaglia, guidò l'esercito, di cui era capitano, contro
Assisi. Per la qual cosa spogliò la contrada di alberi, devastò
tutte le vicinanze e infine pose stabile assedio alla città.
Con minacciose parole dichiara che non se ne andrà in alcun modo di lì,
finché non si sia impadronito della città stessa. E già
si era pervenuti a tal punto che si temeva imminente la caduta della città.
Quando lo venne a sapere Chiara, serva di Cristo, fu scossa da profondo dolore
e, chiamate a sé le sorelle, disse: «Da questa città riceviamo
ogni giorno molti beni, carissime figlie: sarebbe grande empietà non
portarle soccorso, come possiamo, ora che è il momento opportuno».
Comanda di portare della cenere, comanda alle sorelle di scoprirsi il capo.
E lei per prima, scopertosi il proprio, lo cosparge di molta cenere; poi depone
la cenere sulla testa delle altre. «Andate dal Signore nostro - dice -
e domandategli con tutto il cuore la liberazione della città».
A che soffermarmi sui singoli particolari? a che ricordare le lacrime delle
vergini, le preghiere violente?
Dio misericordioso, il mattino seguente, dà con la tentazione, anche
la via d'uscita: in modo che, tutto disperso l'esercito, anche quell'uomo superbo
è costretto ad andarsene, contrariamente ai suoi disegni, e a smettere
di tormentare oltre quella terra. Egli stesso, infatti, il capitano di guerra,
poco dopo fu ucciso di spada.
Capitolo XVI
L'efficacia della sua preghiera nella conversione della sorella
Veramente, non si deve seppellire nel silenzio neppure quel
mirabile effetto della sua preghiera, che, ancora nei primi tempi della sua
conversione, volse a Dio un'anima e, convertitala, la protesse.
Aveva infatti una sorella, giovinetta, a lei sorella per nasata e per purezza:
e desiderandone la conversione alla vita religiosa, tra le primizie delle preghiere
che offriva a Dio con tutti i sentimenti del cuore, questo domandava con maggiore
intensità, che quella concordia e affinità d'animo che aveva avuta
nel mondo con la sorella, divenisse ormai unione di volontà tra di loro
nel servizio di Dio.
Prega dunque con insistenza il Padre della misericordia che agli occhi della
sorella Agnese, lasciata a casa, il mondo perda ogni attrattiva, le divenga
dolce Dio e la converta talmente dal proposito delle nozze carnali al suo amore,
che insieme con lei si sposi allo Sposo di gloria in perpetua verginità.
Era radicato, infatti, in entrambe un meraviglioso mutuo affetto, che aveva
reso all'una e all'altra doloroso, benché per sentimenti diversi, l'insolito
distacco.
La divina maestà accondiscende prontamente alla preghiera dell'eccezionale
orante e si affretta a concederle quel primo dono domandato sopra ogni altro
e che più piace a Dio di elargirle.
Infatti, sedici giorni dopo la conversione di Chiara, Agnese, mossa dallo Spirito
divino, si affretta a raggiungere la sorella e, svelandole l'intimo segreto
della sua volontà, le confessa di volersi porre senza riserve al servizio
di Dio. E Chiara, abbracciandola piena di gioia: «Ringrazio Dio, sorella
dolcissima - le dice - perché mi ha esaudita nella mia sollecitudine
per te».
Alla meravigliosa conversione segui un'assai mirabile difesa
della conversione stessa.
Mentre infatti le sorelle, felici, seguivano i passi di Cristo presso la chiesa
di Sant'Angelo di Panzo e quella che più sperimentava il Signore istruiva
la sua novizia e sorella, d'improvviso si scatena contro le fanciulle un nuovo
attacco dei parenti. Venendo infatti a sapere che Agnese si era trasferita da
Chiara, il giorno seguente corrono al monastero dodici uomini infuriati e, dissimulando
all'esterno l'inganno architettato, fingono una visita pacifica.
Poi, rivolti ad Agnese - perché, quanto a Chiara, avevano ormai perse
prima le speranze -: «Perché sei venuta in questo luogo? - le dicono
-. Sbrigati a tornare subito a casa con noi!». Ma lei risponde di non
volersi separare dalla sua sorella Chiara: allora le si scaglia addosso un cavaliere
d'animo crudele e, senza risparmiare pugni e calci, tenta di trascinarla via
per i capelli, mentre gli altri la spingono e la sollevano a braccia. A ciò
la giovinetta grida, mentre viene strappata dalla mano del Signore, come in
preda a leoni: «Aiutami, sorella carissima, e non permettere che io sia
tolta a Cristo Signore!».
Or dunque, mentre quei violenti predoni trascinavano lungo la china del monte
la giovinetta che si dibatteva, ne laceravano le vesti e segnavano la via con
i suoi capelli strappati, Chiara, gettandosi a pregare tra le lacrime, implora
che alla sorella sia data fermezza di proposito, supplica che la forza di quegli
uomini sia superata dalla potenza divina.
E all'improvviso, invero, il corpo di Agnese giacente in terra
pare gravarsi di tanto peso che parecchi uomini, con tutti i loro sforzi, non
riescono in alcun modo a trasportarla oltre un certo ruscello. Accorrono anche
altri da campi e vigne ad aiutarli: ma, per quanto facciano, non riescono a
sollevare quel corpo da terra.
E costretti a desistere dal tentativo, commentano scherzando il prodigio: «Ha
mangiato piombo tutta la notte, non c'è da meravigliarsi se pesa!».
E anche messer Monaldo, suo zio paterno, che preso da una rabbia incontenibile,
voleva schiacciarla con un pugno mortale, fu colto all'improvviso da un atroce
dolore nella mano alzata per colpire e per lungo tempo ne portò un tormento
doloroso.
Ed ecco, dopo questa lunga battaglia, arrivare Chiara sul posto e pregare i
parenti di desistere ormai da una tale lotta e di andare alle sue cure Agnese,
quasi esanime per terra. Mentre quelli si allontanavano con amarezza per l'insuccesso
dell'impresa, Agnese si rialzò lieta e godendo ormai della croce di Cristo,
per il quale aveva combattuto in questa prima battaglia, si consegnò
per sempre al servizio divino. Allora il beato Francesco di sua mano le tagliò
i capelli e, insieme con la sorella, l'ammaestrò nella via del Signore.
Ma, poiché non potrebbe un breve discorso illustrare la magnifica perfezione
della sua vita, si riprenda a trattare di Chiara.
Capitolo XVII
Un altro miracolo: sconfitta di demoni
Non c'è da stupirsi se la preghiera di Chiara è
potente contro la malizia degli uomini, essa che riusciva a incenerire perfino
la forza dei demoni.
Una devota donna della diocesi di Pisa si recò infatti una volta al monastero
per ringraziare Dio e santa Chiara per essere stata liberata, grazie ai suoi
meriti, da cinque demoni. Mentre venivano scacciati, i demoni confessavano infatti
che le preghiere di santa Chiara li bruciavano e li costringevano a uscire dal
vasello posseduto.
Non senza motivo il signor papa Gregorio aveva straordinaria
fiducia nelle preghiere di questa Santa, avendone conosciuto per esperienza
l'efficacia.
Spesso, invero, al sorgere di qualche nuova difficoltà, come comunemente
accade, sia ai tempi in cui era vescovo d'Ostia, sia dopo essere stato innalzato
alla somma potestà apostolica, si rivolgeva supplice per lettera alla
medesima vergine, domandandone l'aiuto di preghiera, sperimentandone il soccorso.
Atto d'umiltà, questo, veramente degno di considerazione come d'essere
devotamente imitato: il Vicario di Cristo sollecita aiuto dalla serva di Cristo
e si raccomanda alle sue virtù!
Certo sapeva che cosa può l'amore e quanto libero sia per le vergini
pure l'accesso al concistoro della Maestà divina. Se infatti il Re dei
re dona se stesso a chi lo ama ardentemente, che cosa mai vi può essere
che non conceda, se è cosa conveniente, a chi lo prega con devozione?
Capitolo XVIII
La sua mirabile devozione al sacramento dell'altare
Quanto intenso fu l'amore devoto di santa Chiara verso il
Sacramento dell'altare, lo dimostrano i fatti. Poiché, in quella grave
malattia che la confinò al giaciglio, si faceva sollevare e sorreggere
dietro con sostegni: e, stando seduta, filava tessuti delicatissimi.
Da questi tessuti ricavò più di cinquanta paia di corporali e,
racchiusili in buste di seta o di porpora li destinava a varie chiese per la
piana e per i monti d'Assisi. Quando poi stava per ricevere il Corpo del Signore,
versava prima calde lacrime e, accostandosi quindi con tremore, temeva Colui
che si nasconde nel Sacramento non meno che il Sovrano del cielo e della terra.
Capitolo XIX
Una consolazione veramente mirabile che il Signore le donò nella
malattia
Inoltre, come lei nella sua malattia ben si ricordava del suo Cristo, così anche Cristo la visitava nelle sue infermità.
In quell'ora del Natale, quando il mondo giubila con gli angeli
per il Bambino appena nato, tutte le Donne si avviano per il Mattutino al luogo
della preghiera, lasciando sola la Madre gravata dalle infermità.
E, avendo cominciato a pensare a Gesù piccolino e a dolersi molto di
non poter partecipare al canto delle sue lodi, sospirando gli dice: «Signore
Iddio, eccomi lasciata qui sola per Te!». Ed ecco, all'improvviso, cominciò
a risuonare alle sue orecchie il meraviglioso concerto che si faceva nella chiesa
di San Francesco.
Udiva i frati salmeggiare nel giubilo, seguiva le armonie dei cantori, percepiva
perfino il suono degli strumenti. Il luogo non era affatto così vicino
da consentire umanamente la percezione di quei suoni: o quella celebrazione
solenne fu resa divinamente sonora fino a raggiungerla, oppure il suo udito
fu rafforzato oltre ogni umana possibilità.
Anzi, cosa che supera questo prodigio di udito, ella fu degna di vedere perfino
il presepio del Signore.
Quando, al mattino, le figlie andarono da lei, la beata Chiara disse: «Benedetto
il Signore Gesù Cristo, che non mi ha lasciata sola, quando voi mi avete
abbandonata! Ho proprio udito, per grazia di Cristo, tutte quelle cerimonie
che sono state celebrate questa notte nella chiesa di Santo Francesco».
Capitolo XX
Il suo ardentissimo amore per il crocifisso
Le è familiare il pianto della passione del Signore:
a lei che, ora, attinge dalle sacre ferite sentimenti di amara mirra, ora ne
sugge più gaudiosa dolcezza.
Il pianto di Cristo sofferente la rende come ebbra e la memoria continuamente
le ripresenta Colui che l'amore le ha impresso ben profondamente nel cuore.
Insegna alle novizie a piangere Cristo crocifisso e ciò che va insegnando con le parole, lo esemplifica insieme coi fatti: poiché spesso, mentre le esortava singolarmente a questo, il suo pianto preveniva le parole.
Tra le Ore del giorno, a Sesta e a Nona è presa per solito da maggiore compunzione, volendo immolarsi col Signore immolato. Così accadde una volta che, mentre pregava nella sua celletta all'Ora di Nona, il diavolo la colpì sulla mascella e le soffuse di sangue un occhio, le illividì una guancia.
Per nutrire poi ininterrottamente la sua anima con le gioie
ineffabili del Crocifisso, meditava assai frequentemente l'orazione delle cinque
Piaghe del Signore. Imparò l'Ufficio della Croce, come l'aveva composto
san Francesco, l'amante della croce, e fu solito recitarlo con pari amore. Si
cingeva sulla carne, sotto le vesti, una cordicella annodata con tredici nodi,
come segreto memoriale delle ferite del Salvatore.
Capitolo XXI
Memoriale della passione del Signore
Era giunto, una volta, il giorno della Cena santissima, nella
quale il Signore amò i suoi fino alla fine.
Verso sera, avvicinandosi l'agonia di Cristo, Chiara si chiuse, triste ed afflitta,
nel segreto della cella. E accompagnando in preghiera il Signore in preghiera,
la sua anima triste fino alla morte si imbevve dell'angosciosa tristezza di
Lui e la memoria, poco a poco, si compenetrò pienamente della cattura
e di tutta la derisione: sì che cadde riversa sul giaciglio.
Tutta quella notte e per tutto il giorno seguente rimane così assorbita,
così fuori di se stessa che, con gli occhi assenti, sempre fissa ad un'unica
visione, sembra inchiodata con Cristo e del tutto insensibile.
Torna più volte da lei una figlia familiare, per vedere se per caso desideri
qualche cosa, e sempre la trova immobile nella stessa posizione.
Venendo poi la notte dopo il venerdì, la figlia devota accende una candela
e con un cenno, non con le parole, ricorda alla Madre il comando di san Francesco.
Il Santo le aveva ordinato, infatti, di non lasciar passare giorno alcuno senza
cibo. E, mentre le stava in piedi davanti Chiara, come ritornando da un altro
luogo, proferì queste parole: «Che bisogno c'è della candela?
Non è forse giorno?». «Madre - le risponde quella - il giorno
è passato ed è ritornata un'altra notte »
E a lei Chiara: «Sia benedetto questo sonno, carissima figlia; perché,
dopo averlo tanto desiderato, mi è stato dato in dono. Ma guardati dal
raccontare di questo sonno a qualcuno, finché vivo in questo corpo».
Capitolo XXII
I diversi miracoli che operava con il segno e la potenza della croce
Il Crocifisso amato ricambia l'amante e colei che tanto è
infiammata d'amore per il mistero della Croce, è per virtù della
Croce resa luminosa da segni e miracoli. Quando infatti traccia il segno della
vivificante Croce sui malati, allontana prodigiosamente da loro le malattie.
Dei molti episodi ne evocherò qualcuno.
Un certo frate, di nome Stefano, impazzito, fu inviato dal beato Francesco a Donna Chiara, perché lo segnasse col segno della santissima Croce. Conosceva, infatti, la sua grande perfezione e venerava in lei la grande virtù. La figlia dell'obbedienza lo segna, secondo l'ordine del Padre, e lo lascia dormire un poco nel luogo dove lei stessa era solita pregare. Ma egli, poco dopo, destatosi dal sonno, si rialza risanato e torna al Padre liberato dalla follia.
Un bambino di tre anni, di nome Mattiolo, della città
di Spoleto, si era ficcato un sassolino nelle narici; nessuno riusciva ad estrarglielo
dal naso, né lui stesso a gettarlo fuori.
In grave pericolo e panico angoscioso viene condotto a Donna Chiara: e mentre
lei lo segna col segno della croce, tosto la pietruzza viene espulsa e il bambino
liberato.
Una altro fanciullo di Perugia, che aveva tutto un occhio velato da una macchia,
fu condotto alla santa serva di Dio Ed ella, toccato l'occhio del bambino, vi
tracciò il segno della croce e disse: « Conducetelo da mia madre,
perché anch'ella ripeta su di lui il segno della croce ».
Sua madre, intendo Donna Ortolana, seguendo la sua pianticella, era entrata
nell'Ordine dietro la figlia e nel giardino chiuso con le vergini, serviva,
vedova, il Signore. Ed ecco, ricevuto da lei pure il segno della croce, l'occhio
del fanciullo fu purificato dalla macchia così da vedere chiaramente
e distintamente. Chiara afferma quindi che il bambino è stato liberato
per merito di sua madre; ma la madre ricusa il compenso della lode, a favore
della figlia, e si dichiara indegna di così straordinario evento.
Una delle sorelle, di nome Benvenuta, aveva sofferto per quasi dodici anni la piaga di una fistola sotto un braccio, dalla quale scolava pus per cinque lesioni. Avendone compassione, la vergine di Dio Chiara le applicò quel suo particolare unguento, che era il segno della salvezza. E subito, al segno della croce, riebbe sanità perfetta da quella vecchia ulcerazione.
Un'altra tra le sorelle, di nome Amata, era a letto affetta da idropisia da tredici mesi e per giunta aveva febbre, tosse e male da un lato. Su di lei Donna Chiara, mossa da pietà, ricorre a quel nobile sistema della sua arte medica. La segna con la croce nel nome del suo Cristo e subito le ridona piena salute.
Un'altra ancella di Cristo, nativa di Perugia, aveva da due anni perduto la voce, a tal punto che a stento poteva formulare parole esternamente comprensibili. Ora avvenne che, nella notte dell'Assunzione della Nostra Signora, le fu mostrato in visione che Donna Chiara l'avrebbe liberata: per cui aspettava con desiderio il giorno. Appena fu l'alba, si affretta dalla Madre, le domanda il segno di croce e, appena segnata, riacquista la voce.
Una sorella, chiamata Cristiana, che soffriva da lungo tempo di sordità ad un orecchio, aveva tentato invano molti rimedi contro quel male. Donna Chiara le segna benignamente la testa, le tocca l'orecchio e quella riacquista immediatamente la facoltà di udire.
V'era, in monastero, un gran numero di sorelle malate, affette
da diversi malanni. Chiara va da loro, come soleva, con la sua medicina usuale
e, fatto cinque volte il segno della croce, risana all'istante cinque sorelle
dai loro mali.
Da questi fatti appare chiaro che nel petto della vergine era piantato l'albero
della croce che, mentre col suo frutto rinnova interiormente l'anima, con le
sue foglie offre la medicina esteriore.
Capitolo XXIII
Il quotidiano ammaestramento delle sorelle
Come maestra di giovani da formare e come colei che nel palazzo
del gran Re è preposta alla cura delle fanciulle, le educava con tale
pedagogia e le cresceva con tale delicato amore, che nessuna parola potrà
esprimerlo compiutamente.
Le istruisce anzitutto ad allontanare dall'abitazione della mente ogni rumore,
per poter aderire unicamente alle profondità del mistero di Dio.
Insegna loro a non lasciarsi più influenzare dall'amore dei parenti secondo
la carne e a dimenticare la casa paterna, per piacere a Cristo.
Le esorta a non tenere conto delle esigenze della fragilità del corpo
e a tenere a freno, col dominio della ragione, le quisquilie della carne.
Dimostra loro come il nemico insidioso tenda alle anime pure occulti agguati,
e come in un modo tenti i santi, in un altro chi è legato al mondo.
Infine vuole che in ore determinate attendano a lavori manuali, in modo tale, tuttavia, che secondo il desiderio del Fondatore, rinnovino il fervore con l'esercizio della preghiera e, rifuggendo dal torpore della negligenza, scuotano col fuoco del santo amore il gelo dell'indevozione.
Mai, in alcun luogo, fu maggiore l'osservanza del silenzio; mai più splendida la parvenza e la sostanza di un vivere casto. Non v'è lì loquacità a rivelare un animo indisciplinato, né leggerezza di parole a tradire leggerezza d'affetti La stessa maestra, invero, parca di parole, stringe in brevità di discorsi la ricca ispirazione della mente.
Capitolo XXIV
La sua sollecitudine per ascoltare la parola della santa predicazione
Provvede alle figlie, mediante devoti predicatori, l'alimento della Parola di Dio, della quale riserva per se stessa una larga porzione. Da tale gioia, infatti, è pervasa nell'ascolto della santa predicazione, tanto è il gaudio che prova nel ricordare il suo Gesù che una volta, mentre predicava frate Filippo da Atri, apparve accanto alla vergine Chiara un bellissimo bambino, e per gran parte della predica la vezzeggiò con graziose moine. Alla vista di questa apparizione, la sorella che meritò di avere tale visione della Madre ne provò una dolcezza ineffabile.
E, per quanto non fosse coltivata nelle conoscenze letterarie,
godeva di ascoltare un sermone dotto, pensando che dentro il guscio delle parole
si nasconde la mandorla, che ella sapeva penetrare con acutezza, assimilandone
tutto il sapore e il gusto.
Dal discorso di qualsiasi oratore sapeva trarre fuori ciò che giova all'anima,
convinta che spiccare talvolta il fiore da uno sterpo spinoso non è minore
sapienza che mangiare il frutto di un albero pregiato.
Una volta, avendo il signor papa Gregorio proibito che qualsiasi frate si recasse ai monasteri delle Donne senza sua autorizzazione, la pia Madre si rammaricò che le sorelle avrebbero avuto più raramente il cibo della sacra dottrina e gemendo disse: «Ce li tolga tutti, ormai, i frati dopo che ci ha tolto quelli che ci davano il nutrimento di vita!». E immediatamente rimandò tutti i frati al ministro, non volendo avere a disposizione i questuanti per provvedere il pane materiale, quando non avevano più chi provvedeva loro il pane dello spirito. Ma, quando lo venne a sapere papa Gregorio, subito rimise il divieto in potere del ministro generale.
Capitolo XXV
La sua grande carità verso le sorelle
Non solo le anime delle sue figlie ama questa venerabile Abbadessa,
ma anche i loro corpi serve con meraviglioso zelo di carità.
Infatti assai spesso nel freddo della notte di propria mano le ricopre mentre
dormono: e vuole che quelle che vede incapaci di osservare l'austerità
comune, si accontentino di un regime meno severo.
Se qualcuna era turbata da una tentazione, se qualcuna, come può avvenire,
era presa da mestizia, chiamatele da parte le consolava piangendo.
Talvolta si prostra ai piedi delle afflitte per alleviare con materne carezze
la violenza del dolore.
E le figlie, non ingrate ai suoi atti di bontà, la ricambiano con totale dedizione. Accettano il suo amore affettuoso di madre; rispettano in lei il dovere di superiorità come maestra; seguono fedeli il suo retto procedere come guida, e in tutte queste cose ammirano la sua prerogativa di santità, come sposa di Cristo.
Capitolo XXVI
Le sue malattie e il prolungato sfinimento
Per quarant'anni aveva corso nello stadio dell'altissima povertà, quand'ecco che si trovò vicina al premio della chiamata del cielo, preceduta da diverse infermità. Mentre infatti l'austera penitenza aveva fiaccato il suo corpo nel primo periodo della sua vita religiosa, gli anni seguenti furono contrassegnati da una grave infermità, quasi che, come da sana si era arricchita con i meriti delle opere, si dovesse arricchire, da inferma, con i meriti delle sofferenze. La virtù, infatti, si fa perfetta nella malattia.
E come la sua meravigliosa virtù venisse perfezionata
nella malattia, da ciò è provato: che in ventotto anni di continua
sfinitezza, non si ode una mormorazione, non un lamento, ma sempre dalla sua
bocca proviene un santo conversare, sempre il ringraziamento.
E benché, oppressa dal peso delle malattie, paresse avviarsi rapidamente
alla fine, piacque invece a Dio disporre la sua morte per quel tempo in cui
potesse venire esaltata con degni onori dalla Chiesa Romana, di cui era creatura
e figlia a titolo speciale. Mentre dunque il sommo Pontefice insieme con i cardinali
si tratteneva a Lione, Chiara cominciò a peggiorare nella sua malattia,
sì che la spada di un dolore smisurato tormentava gli animi delle figlie.
Subito dopo una serva di Cristo, vergine consacrata a Dio
del monastero di San Paolo dell'Ordine di san Benedetto, ebbe questa visione:
le sembra di trovarsi, insieme alle sue consorelle, a San Damiano, per assistere
Donna Chiara ammalata; e le sembra che Chiara giaccia in un letto prezioso.
E mentre piangono attendendo in lacrime il trapasso della beata Chiara, appare
una bella signora a capo del letto e si rivolge a loro in pianto: «Non
piangete, o figlie dice - chi ancora ha da vivere: non potrà infatti
morire, finché non verrà a lei il Signore con i suoi discepoli
».
Ed ecco, poco tempo dopo, giunge a Perugia la Curia Romana.
Avuta la notizia del suo aggravarsi, il Signore di Ostia si affretta da Perugia
a visitare la sposa di Cristo, di cui era stato per ufficio padre, per sollecitudine
come colui che nutre, per affetto purissimo sempre amico devoto.
Nutre l'ammalata con il Sacramento del Corpo del Signore; le altre pure nutre
con l'esortazione di un sermone salutare. Ella supplica con lacrime il Padre,
soltanto raccomandandogli l'anima sua e le anime delle altre Donne nel nome
di Cristo. Ma, soprattutto, una grazia gli chiede: che egli impetri per lei
dal signor Papa e dai cardinali la conferma del Privilegio della povertà:
cosa che egli, fedele protettore dell'Ordine, come promise con la parola, cosi
mantenne con i fatti.
Passato l'anno, il signor Papa con i cardinali si trasferì da Perugia ad Assisi, così che la visione già narrata circa la morte della vergine si avverò nella realtà. La persona del Sommo Pontefice, infatti, in quanto più in là di ogni uomo e al di qua della Divinità, rappresenta la persona del Signore e, nel tempio della Chiesa militante, gli sono più strettamente accanto, come i discepoli, i signori cardinali.
Capitolo XXVII
Come il signor papa Innocenzo la visitò ammalata, l'assolse e la
benedisse
Accelera ormai la divina Provvidenza il compimento del suo
disegno nei riguardi di Chiara; si affretta Cristo ad innalzare la povera pellegrina
al palazzo del regno celeste. Ormai ella arde e sospira nel desiderio di essere
liberata da questo corpo di morte e di vedere Cristo regnare nelle eterne dimore,
dopo averlo seguito povero in terra con tutto il cuore, da poverella.
Ecco che, sulle sue sante membra consunte dall'annosa malattia, grava nuova
debilitazione, che indica prossima la chiamata del Signore, come pure prepara
la via della salute eterna.
Si affretta il signor papa Innocenzo IV di santa memoria a
visitare l'ancella di Cristo insieme con i cardinali; e come ne aveva approvata
la vita più di quella di ogni altra donna del nostro tempo, non esita
a onorarne la morte con la sua presenza papale. Entrato nel monastero, si dirige
al piccolo giaciglio e accosta alla bocca della malata la mano da baciare. Ella
la prende con somma gratitudine e chiede di baciare, con supremo rispetto, anche
il piede del Papa.
E il Signore, salito su uno sgabello di legno, cortesemente si degna di porgerle
il piede, che ella bacia sopra e sotto appoggiandogli riverentemente il viso.
Poi, con espressione angelica, chiede al Sommo Pontefice la remissione di tutti i peccati. Ed egli, esclamando: «Avessi io bisogno solo di altrettanto perdono!», le impartisce il dono della piena assoluzione insieme alla grazia di un'ampia benedizione.
Quando tutti se ne furono andati, poiché quel giorno aveva anche ricevuto dalla mano del ministro provinciale l'Ostia santa, levati gli occhi al cielo e giunte le mani a Dio, dice piangendo alle sue sorelle: «Lodate il Signore, figliole mie, perché oggi Cristo si è degnato di farmi un dono tale, che non potrebbero ripagarlo cielo e terra! Oggi - spiega - ho ricevuto Lui stesso, l'Altissimo e ho meritato di vedere il suo Vicario!».
Capitolo XXVIII
Come rispose alla sorella in lacrime
Il letto della madre è circondato dalle figlie che
stanno per diventare presto orfane: e la loro anima è trapassata da una
spada di acerbo dolore.
Non le ritrae il sonno, non le smuove di lì la fame: ma, dimentiche dei
giacigli e della mensa, solo di piangere notte e giorno sembrano contente.
Tra di loro la devota vergine Agnese, inebriata di salse lacrime,
scongiura la sorella di non andarsene abbandonandola. E a lei Chiara risponde:
«Piace a Dio, sorella carissima, che io parta; ma tu smetti di piangere,
perché presto verrai al Signore dietro a me; e, prima che io mi separi
da te, ti verrà concessa dal Signore una grande consolazione».
Capitolo XXIX
Il suo supremo transito e ciò che avvenne o apparì in quel
punto
Da ultimo la vedono agonizzare per parecchi giorni prima della
fine: e cresce in questo tempo la fede della gente e la devozione popolare.
Ogni giorno è anche onorata, come già santa, dalla visita assidua
di cardinali e di prelati.
E, ciò che è evento meraviglioso ad udirsi, pur non potendo prendere
alcun cibo per diciassette giorni, fu dal Signore sostenuta con tanta fortezza
che era lei a confortare, esortandoli al servizio di Cristo, tutti quelli che
venivano a visitarla.
Infatti, esortandola il buon frate Rainaldo alla pazienza nel lungo martirio di così gravi infermità, con voce perfettamente libera da forzature gli rispose: «Da quando ho conosciuto la grazia del Signore mio Gesù Cristo per mezzo di quel suo servo Francesco, nessuna pena mi è stata molesta, nessuna penitenza gravosa, nessuna infermità mi è stata dura, fratello carissimo!».
Poi, facendosi più vicino il Signore e già quasi
stando sulla soglia, Chiara vuole che le stiano accanto sacerdoti e frati spirituali,
che le ripetano la Passione del Signore e sante parole. E appena tra di essi
le appare frate Ginepro, famoso per saper vibrare ardenti giaculatorie al Signore,
con calde parole dal cuore, animata da rinnovata letizia gli chiede se abbia
lì pronto qualcosa di nuovo riguardo al Signore.
Ed egli, aprendo la bocca, dalla fornace del cuore ardente libera fiammeggianti
scintille di parole, e la vergine di Dio trova grande consolazione nelle sue
parabole.
Infine si volge alle figlie in lacrime, raccomandando loro
la povertà del Signore e ricorda lodando i benefici divini. Benedice
devoti e devote sue e implora larga grazia di benedizione su tutte le Donne
dei monasteri poveri, sia presenti che futuri.
Chi potrebbe narrare il resto, senza piangere?
Sono lì presenti quei due benedetti compagni del beato Francesco, dei quali uno, Angelo, lui stesso in lacrime, consola le afflitte; l'altro, Leone, bacia il giaciglio di Chiara morente.
Piangono le figlie desolate il distacco dalla loro pia madre
e la accompagnano con le lacrime mentre se ne va, sapendo che non la vedranno
più. Si dolgono con immensa amarezza che, insieme con lei, sparisca ogni
loro consolazione e che, lasciate nella valle delle lacrime, non saranno più
consolate dalla loro maestra.
A stento il pudore, esso solo, trattiene la mano dal ferire i corpi e la vampa
del dolore è resa ancora più acerba dal fatto che non le si permette
di sfogare in manifestazioni esterne di cordoglio. Il rigore claustrale impone
il silenzio, la violenza del dolore strappa gemiti e singhiozzi. Le gote sono
tumefatte per le lacrime e ancora la piena del cuore, straziato dal dolore,
alimenta il rivolo del pianto.
Volgendosi poi a se stessa, la vergine santissima parla silenziosamente
alla sua anima: «Va' sicura - le dice - perché hai buona scorta,
nel viaggio. Va', perché Colui che t'ha creata, ti ha santificata e sempre
guardandoti come una madre suo figlio, ti ha amata con tenero amore».
«E tu, Signore - soggiunge - sii benedetto, che mi hai creata».
Interrogandola una delle sorelle a chi stesse parlando, rispose: « Io
parlo all'anima mia benedetta ».
E ormai quella gloriosa scorta non era molto lontana. Volgendosi infatti a una
figlia, le domanda: «Vedi tu il Re della gloria, che io vedo, o figlia?»
Su un'altra pure si posò la mano del Signore e con
gli occhi del corpo vide tra le lacrime una beatificante visione. Trafitta invero
dal dardo di un profondo dolore, volge lo sguardo verso la porta della casa:
ed ecco, entra una schiera di vergini in bianche vesti e tutte hanno ghirlande
d'oro sul capo.
Si avanza tra loro una più splendente delle altre, dalla cui corona,
che appare alla sommità come un turibolo traforato, s'irradia un tale
splendore da mutare in luce del giorno l'oscurità della notte tra le
pareti della casa.
Si avvicina al lettuccio, dove giace la Sposa del Figlio e, chinandosi su di
lei con tenerissimo amore, le dona un dolcissimo abbraccio. Le vergini distendono
un pallio di meravigliosa bellezza e, tutte a gara servendo, rivestono il corpo
di Chiara e ne adornano il talamo
Indi, il giorno successivo alla festa del beato Lorenzo, quella
santissima anima esce dalla vita mortale, per essere premiata con l'alloro eterno;
e, disfatto il tempio del la carne, il suo spirito passa beatamente al cielo.
Benedetto quest'esodo dalla valle della miseria, che fu pel lei ingresso nella
vita beata!
Ormai, in cambio della penuria del cibo, si rallegra al convito dei cittadini
del cielo; ormai, in cambio dell'umile cenere, beata nel regno dei cieli, è
resa splendente dalla stola della gloria eterna.
Capitolo XXX
La curia romana alle esequie in un grande affluire di folla
Immediatamente la notizia della morte della vergine, con il
mirabile racconto dei fatti, si sparge e scuote tutto il popolo in città.
Accorrono al monastero uomini, vi accorrono donne ed è un tale affluire
di gente che la città sembra restare deserta. Tutti la proclamano santa,
tutti la dicono cara a Dio e tra le voci di lode non pochi sono quelli che piangono.
Accorre il Podestà con una torma di cavalieri e una moltitudine di uomini
d'arme, e in quella sera e per tutta la notte dispongono diligenti turni di
guardia, perché non s'abbia per caso a subire qualche danno a riguardo
di quel prezioso tesoro che è in mezzo a loro.
Il giorno seguente si muove l'intera Curia: il Vicario di Cristo raggiunge il luogo con i cardinali e tutta la cittadinanza si dirige verso San Damiano.
Si era giunti al momento di iniziare le divine celebrazioni,
quando, incominciando i frati l'ufficio dei morti, il signor Papa all'improvviso
afferma che non l'ufficio dei morti si deve celebrare, ma quello delle vergini:
così che pareva volerla canonizzare prima ancora della sepoltura del
corpo. L'eminentissimo signore Ostiense, però, obietta che in questa
materia si deve procedere con alquanta prudente lentezza e viene celebrata la
Messa dei defunti.
Poi, assisosi il Sommo Pontefice e con lui i cardinali e il gruppo dei prelati,
il vescovo d'Ostia, scegliendo come argomento il tema «vanità delle
vanità», elogia in un nobile sermone questa straordinaria spregiatrice
della vanità.
Con devota degnazione i preti cardinali circondano la santa spoglia e compiono attorno al corpo della vergine le esequie di rito.
Infine, si ritiene che non sia né sicura né degna cosa che un pegno così prezioso resti tanto lontano dai concittadini: perciò, in mezzo al risuonare di inni e di lodi, allo squillare di trombe e giubilo solenne, viene sollevato di lì e condotto con tutti gli onori a San Giorgio. Questo poi è quel luogo, appunto, dove era stato deposto in un primo tempo il corpo del santo padre Francesco: come se egli, dopo avere aperto a lei viva la via della vita, quasi per un presagio le avesse preparato dopo la morte anche il luogo per la sua spoglia mortale.
Da lì in poi fu un accorrere di molte folle al tumulo della vergine, che lodavano Dio e dicevano: «Veramente santa, veramente gloriosa regna con gli angeli, ella che tanto onore riceve dagli uomini sulla terra. Intercedi per noi presso Cristo, o prima fra le Donne Povere, tu che hai guidato tanti alla penitenza, tanti alla vita! ».
Pochi giorni dopo Agnese, chiamata alle nozze dell'Agnello,
segui la sorella Chiara al gaudio eterno: dove entrambe, figlie di Sion, sorelle
per natura, per grazia e per regno, esultano nella gioia di Dio senza fine.
E veramente Agnese ricevette, prima di morire, quella consolazione che Chiara
le aveva promesso. Infatti, come era passata dal mondo alla croce preceduta
dalla sorella, così, dietro a lei, mentre già Chiara risplendeva
per segni e miracoli, Agnese dalla luce del mondo che finisce presto si destò
in Dio, per volontà del Signore nostro Gesù Cristo, che vive e
regna con il Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.
Secondo opuscolo
Capitolo XXXI
I miracoli di Santa Chiara dopo la sua morte
Questi sono i veri segni meravigliosi dei Santi, queste le
testimonianze degne di venerazione dei miracoli: la santità dei costumi
e la perfezione delle opere.
Giovanni non fece alcun miracolo: e tuttavia non saranno più santi di
Giovanni coloro che compiono prodigi.
Perciò basterebbe, per la santa vergine Chiara, a testimoniarne la santità,
l'elogio della sua vita in tutto perfetta, se altro non richiedesse talora sia
la tiepidezza come la devozione pubblica.
Dunque Chiara, mentre era in vita, rifulgeva per la luce dei suoi meriti: ed
ora, che è inabissata nella chiarità senza fine, non di meno risplende
tuttora, per la meravigliosa luce dei miracoli, fino alle estremità della
terra.
La sincera verità, cui sono legato con giuramento, mi costringe a narrarne
molti; la loro abbondanza, ad ometterne moltissimi.
Capitolo XXXII
Liberazione di ossessi
Un bambino di nome Giacomino, di Perugia, appariva non tanto
ammalato, quanto piuttosto posseduto da un pessimo demonio. Ora, infatti, si
gettava disperatamente nel fuoco, ora si dibatteva a terra, ora mordeva pietre
fino a rompersi i denti, così da ferirsi miseramente la testa e insanguinarsi
il corpo. Storcendo la bocca, sporgeva fuori la lingua e così facilmente
si raggomitolava in tutte le membra da accavallare spesso una gamba sul collo.
Per due volte ogni giorno questa follia tormentava il bambino, e due persone
non riuscivano a impedirgli di denudarsi.
Si cerca un rimedio tra gli esperti di medicina, ma non si trova nessuno che
sia in grado di provvedervi.
Il padre, di nome Guidolotto, non avendo trovato tra gli uomini rimedio alcuno
a tanta grave disgrazia, si rivolge ai meriti di santa Chiara. «O vergine
santissima - prega - o Chiara venerata dal mondo, a te offro in voto il misero
mio figlio, da te imploro con ogni supplica la sua guarigione».
Si affretta, pieno di fede, al suo sepolcro e, ponendo sulla tomba della vergine
il bambino che aveva recato con sé, subito, mentre domanda soccorso,
lo ottiene. Il bambino viene infatti immediatamente liberato da quella infermità
e da lì in poi non è più tormentato da simile male.
Capitolo XXXIII
Un altro miracolo
Alessandrina della Fratta, nella diocesi di Perugia, era tormentata
da un pessimo demonio. L'aveva talmente ridotta in suo potere, che la faceva
volteggiare come un uccellino su un'alta rupe che si ergeva sul bordo del fiume,
e la faceva scendere lungo un sottilissimo ramo d'albero sporgente sul Tevere
e librarsi lì, nel vuoto, come per gioco.
In più, per i suoi peccati, aveva perso completamente l'uso del lato
sinistro e aveva una mano rattrappita: e a nulla le giovavano le medicine spesso
tentate.
La donna si reca, con cuore compunto, alla tomba della gloriosa vergine Chiara;
e, invocati i suoi meriti contro quella sua triplice disgrazia, riceve il benefico
effetto di un unico rimedio. Infatti la mano rattrappita si distende, il lato
ritorna sano ed è liberata dall'ossessione diabolica. Un'altra donna
della medesima località, in quello stesso periodo, davanti al sepolcro
della Santa ottiene il dono della liberazione dal demonio e da molti dolori.
Capitolo XXXIV
Guarigione di un pazzo furioso
Un giovinetto francese, al seguito della Curia, era stato colto da pazzia furiosa, che gli aveva tolto l'uso della parola e gli sconvolgeva il corpo con mostruosa irrequietezza. Nessuno riusciva a trattenerlo, anzi si dibatteva più orribilmente tra le mani di chi tentava di tenerlo fermo. Lo si lega con funi ad un cataletto; i suoi compatrioti lo conducono renitente alla chiesa di Santa Chiara e lo depongono davanti al suo sepolcro: e subito, per la fede di coloro che lo presentano, viene liberato completamente dal male.
Capitolo XXXV
Un uomo liberato da mal caduco
Valentino di Spello era tanto soggetto a quella disgrazia
che è il mal caduco, che sei volte al giorno cascava per terra ovunque
si trovasse.
Oltre a ciò, colpito anche da contrazione ad una gamba, non poteva camminare
liberamente.
Viene condotto su un asinello al sepolcro di santa Chiara, dove rimane a giacere
due giorni e tre notti: il terzo giorno, senza che alcuno lo toccasse, la sua
gamba risuonò fragorosamente ed egli fu all'istante guarito da ambedue
le infermità.
Capitolo XXXVI
Un cieco riacquista la vista
Giacomello, soprannominato il figlio della Spoletina, colpito
da dodici anni di cecità, era costretto a camminare con uno che gli facesse
da guida; senza guida non poteva andare in alcun luogo, pena il cadere. Una
volta, infatti, lasciato solo per poco da un ragazzo, precipitò, fratturandosi
un braccio e ferendosi il capo.
Costui, mentre una notte dormiva presso il ponte di Narni, gli apparve in sogno
una Donna, che gli disse: «Giacomello, perché non vieni da me ad
Assisi, e sarai liberato?». Alzatosi, al mattino racconta tremante ad
altri due ciechi la visione. Gli rispondono: «Abbiamo sentito che ad Assisi
è morta da poco una Donna, e si dice che la mano del Signore onori il
suo sepolcro con grazie di guarigioni e molti miracoli ».
Sentito questo, si affretta senza indugio a mettersi in viaggio; e la notte,
ospitato vicino a Spoleto, ha di nuovo la medesima visione. Ancora più
in fretta allora, come volando, si dà a correre per amore della vista.
Ma, giunto ad Assisi, trova così grande folla assembrata
davanti al mausoleo della vergine, che non può assolutamente entrare
fino alla tomba. Si mette una pietra sotto il capo e con grande fede, ma addolorato
per non essere riuscito ad entrare, si addormenta davanti alla porta.
Ed ecco che, per la terza volta, la voce gli dice: «Ti benedirà
il Signore, Giacomo, se riuscirai ad entrare!». Svegliandosi supplica
perciò con lacrime la folla, gridando e raddoppiando le invocazioni,
che per amore di Dio gli lascino il passaggio. Ottenutolo, getta via le calzature,
si spoglia delle vesti, si cinge il collo con una correggia e così, toccando
con umiltà il sepolcro, si addormenta di un sonno leggero.
«Alzati - gli dice la beata Chiara - alzati, che sei liberato!».
Subito alzatosi in piedi, scossa ogni cecità, dissipata ogni caligine
dagli occhi, mentre chiaramente per intervento di Chiara vede la chiarità
della luce, lodando Dio rende gloria ed invita tutta la gente a benedire Dio
per la meraviglia di cosi grande portento.
Capitolo XXXVII
Risanamento di una mano perduta
Un uomo di Perugia, chiamato Bongiovanni di Martino, era andato
con i suoi concittadini in guerra contro i Folignati. Scatenatosi tra le due
parti un grave scontro, un colpo di pietra gli fratturò malamente una
mano.
Desiderando intensamente guarire, spende molto denaro per i medici; ma nessun
rimedio della medicina gli può essere di giovamento ad evitargli di portare
la mano come una cosa inutile e del tutto incapace di operare.
Avvilito perciò di portare il peso di quella destra quasi non sua e di
non poterla usare, più volte esprime il desiderio che gli venga troncata.
Ma sentendo raccontare ciò che il Signore si degnava palesare per mezzo
della sua serva Chiara, fa un voto e si affretta al sepolcro della vergine;
offre una mano di cera e si distende sulla tomba di santa Chiara.
E subito, prima di uscire dalla chiesa, la sua mano ritorna sana.
Capitolo XXXVIII
I rattrappiti
Un certo Petruccio del castello di Bettona, consumato da tre
anni da una malattia, appariva come tutto disseccato dal lungo consumante languire.
E per la violenza di quel male era talmente rattrappito ai reni, che sempre
curvo e piegato verso terra, poteva a stento muoversi con un bastone.
Il padre del ragazzo esperimenta l'abilità di molti medici, soprattutto
di specialisti nella cura delle fratture ossee. Era pronto a spendere tutti
i suoi averi pur di ricuperare la salute del fanciullo. Ma, poiché tutti
gli rispondevano che non v'era rimedio della medicina che potesse risanare quella
malattia, si volse a chiedere soccorso alla nuova Santa, di cui sentiva raccontare
meraviglie.
Il ragazzo viene portato al luogo dove riposano le preziose spoglie della vergine;
e rimanendo per poco lì davanti al sepolcro, riceve la grazia della completa
guarigione. Immediatamente, infatti, si alza su ritto e sano, camminando e saltando
e lodando Dio ed invita il popolo accorrente a lodare santa Chiara.
V'era un bambino di dieci anni a Villa di San Quirico, nella
diocesi di Assisi, storpio fin dalla nascita; aveva le tibie sottili e camminava
irregolarmente perché buttava i piedi di traverso, poteva appena tirarsi
in piedi che subito cadeva.
Sua madre più volte lo aveva offerto in voto al beato Francesco, senza
averne tuttavia l'aiuto di qualche miglioramento. Ma, sentendo che la beata
Chiara splendeva della luce di recenti miracoli, portò il bambino al
suo sepolcro. Dopo alcuni giorni, le ossa delle tibie scricchiolarono e le membra
ritornarono nella loro posizione corretta: e ciò che san Francesco, implorato
con molte preghiere, non aveva concesso, per volere divino lo elargì
la sua discepola Chiara.
Un cittadino di Gubbio, di nome Giacomo di Franco, aveva un
bambino di cinque anni che, per debolezza dei piedi, non aveva mai camminato
né poteva camminare: si rammaricava, per questo bambino, come per una
macchia deforme della sua casa e un obbrobrio della sua carne.
Il bambino era solito giacere a terra, si strascinava nella polvere e cercava
di sollevarsi di tanto in tanto, appoggiandosi a un bastone, senza riuscirci:
la natura gli aveva dato il desiderio di camminare, ma gliene aveva negato la
possibilità.
I genitori votano il bambino ai meriti di santa Chiara e, per usare la loro
stessa espressione, vogliono che sia «uomo di santa Chiara», se
per suo merito guarirà. Tosto, formulato il voto, la vergine di Cristo
risana il «suo uomo», ridonando la libera possibilità di
camminare al bambino a lei offerto.
Subito allora i genitori si affrettano col bambino alla tomba della vergine,
offrendolo al Signore saltellante e lieto.
Una donna del castello di Bevagna, di nome Pleneria, avendo
a lungo sofferto di una contrazione alle reni, non poteva camminare se non appoggiandosi
a un bastone. Ma, pur con quel sostegno, non poteva raddrizzare il corpo incurvato
e trascinava alla meglio, come poteva, i passi vacillanti.
Un certo venerdì si fece portare alla tomba di santa Chiara: dove, pregando
con tutta la devozione, ottenne in fretta quello che aveva domandato con fede.
Il giorno seguente, sabato, completamente guarita tornò a casa coi suoi
propri piedi, lei che era stata trasportata lì da altri.
Capitolo XXXIX
Guarigione di rigonfiamenti alla gola
Una ragazza di Perugia aveva da molto tempo - e le procuravano
grande dolore - quei rigonfiamenti di ghiandole in gola, che comunemente si
chiamano scrofole. Se ne potevano contare venti nella sua gola: e per questo
la sua gola pareva ben più grossa della stessa testa.
Sua madre la condusse spesso alla memoria della vergine Chiara, dove implorava
con somma devozione il beneficio della Santa E una volta che la ragazza stette
tutta una notte davanti al sepolcro, cominciò a sudare abbondantemente
e quelle enfiagioni cominciarono ad ammorbidirsi e a smuoversi un po' dalla
loro posizione.
In seguito, a poco a poco, per i meriti di santa Chiara scomparvero, così
da non lasciare alcun segno.
Un male simile aveva nella gola una delle Sorelle, di nome
Andrea, mentre ancora era in vita la vergine Chiara. E' certo cosa strana che,
in mezzo a pietre infuocate, si nascondesse un'anima così fredda e, tra
le vergini prudenti, commettesse sciocchezza una stolta.
Questa, invero, una notte si strinse la gola fin quasi a soffocare, per espellere
dalla bocca quel gonfiore, volendo da se stessa sorpassare la volontà
divina. Ma Chiara seppe ciò immediatamente, per suggerimento dello Spirito.
«Corri - disse ad una sorella - corri in fretta al piano di sotto e da'
a suor Andrea da Ferrara un uovo riscaldato da bere, e insieme con lei sali
da me ». Quella si affretta e trova la detta Andrea priva di parola e
vicina all'asfissia per la stretta delle sue stesse mani.
La risolleva come può e la conduce con sé dalla Madre La serva
di Dio le dice: « Misera, confessa al Signore i tuoi pensieri, che ho
conosciuto bene anch'io. Ecco, quello che avresti voluto risanare, lo risanerà
il Signore Gesù Cristo. Ma tu cambia in meglio la tua vita, perché
non ti rialzerai da un'altra malattia che dovrai soffrire ».
A queste parole ebbe compunzione di spirito e cambiò vita sensibilmente
in meglio. Di lì a poco, poi, guarita dalle scrofole, morì di
altra infermità.
Capitolo XL
Liberazione dai lupi
La selvaggia ferocia di lupi crudeli di continuo riempiva
di terrore la contrada: perché essi attaccavano perfino gli uomini e
si nutrivano spesso di carne umana.
Ora, una donna di nome Bona, di Monte Galliano nella diocesi di Assisi, la quale
aveva due figli, aveva appena finito di piangerne uno, rapito dai lupi, quand'ecco
che anche il secondo viene attaccato con pari ferocia. Infatti, mentre la madre
stava in casa, impegnata in faccende domestiche, un lupo afferra il bambino
che passeggiava di fuori, mordendolo alla nuca, e con questa preda si rimbosca
quanto più velocemente può. Udendo le urla del bambino, certi
uomini che erano nelle vigne, gridano alla madre: «Guarda se hai tuo figlio,
perché abbiamo udito poco fa dei pianti insoliti ».
La madre, accorgendosi che il figlio era stato rapito da un lupo, innalza fino
al cielo le grida e riempiendo l'aria di urli, invoca la vergine Chiara dicendo:
«Santa e gloriosa Chiara, restituiscimi il mio misero figlio. Rendimi
- ripete - rendi il figliolino alla sua infelice madre. Mi affogherò,
se non lo farai »
Intanto i vicini, correndo dietro al lupo ritrovano il fanciullino abbandonato
dal lupo nella selva e, accanto a lui, un cane che gli leccava le ferite.
La bestia selvaggia lo aveva prima afferrato col morso alla cervice poi, per
portare più comodamente la preda, aveva afferrato il piccino ai lombi
con le fauci e qua e là aveva lasciato i segni della presa non lieve.
Esaudita nel suo voto, la donna insieme ai vicini si affrettò a recarsi
dalla sua soccorritrice e mostrando le varie ferite del bambino a quanti le
volevano vedere, rese vive grazie a Dio e a santa Chiara.
Una ragazza del paese di Cannara sedeva in un campo di pieno
giorno e un'altra donna le aveva reclinato il capo in grembo.
Ed ecco un lupo a caccia di uomini si avvicina furtivamente alla preda. La fanciulla,
veramente, lo vide, ma credendolo un cane, non ne ebbe paura. E mentre continuava
ad ispezionare i capelli dell'altra, la bestia sanguinaria piomba ferocemente
su di lei e, addentandola al viso con le fauci spalancate, trascina via la preda
verso la selva. L'altra donna s'alza di scatto sbalordita e, ricordandosi di
santa Chiara, si mette a gridare: « Aiuto, santa Chiara, aiuto! a te adesso
affido questa fanciulla! ». E quella stessa - incredibile cosa! - che
era trascinata dai denti del lupo, si mette a inveire contro di lui, dicendo:
« Mi porterai oltre tu, ladrone, se sono raccomandata a questa vergine?».
Confuso da tale invettiva, subito il lupo depose dolcemente la fanciulla per
terra e, come un ladro colto sul fatto, si affrettò ad allontanarsi.
Capitolo XLI
La canonizzazione di Santa Chiara vergine
Occupava il soglio di Pietro il clementissimo principe, il
signore Alessandro IV, amico di ogni santità, difensore dei religiosi
e ferma colonna degli Ordini, quando, diffondendosi rapidamente il racconto
di questi fatti e di giorno in giorno risuonando sempre più vasta la
fama delle virtù della vergine, il mondo stesso attendeva ormai con desiderio
la canonizzazione di una vergine tanto grande.
Infine il detto Pontefice, quasi spinto ad insolita decisione dal numero di
cosi grandi miracoli, cominciò a trattare con i cardinali circa la sua
canonizzazione.
Si affida a persone degne e discrete l'esame dei miracoli; si affidano pure
da analizzare i fatti meravigliosi della sua vita.
Risulta che Chiara, durante la sua esistenza, fu chiarissima per la pratica
di tutte le virtù; e dopo la morte la si constata degna di ammirazione
per autentici e provati miracoli. Dunque, in un giorno prefissato per questo,
convenuto il collegio dei cardinali, adunatasi l'assemblea degli arcivescovi
e dei vescovi, alla presenza del clero e dei religiosi e di moltitudine grandissima
di dotti e di potenti, avendo il Sommo Pontefice proposto pubblicamente quella
salutare questione e chiesto il giudizio dei prelati, tutti prontamente esprimono
il loro favorevole assenso, affermando degna di essere chiarificata in terra
Chiara, da Dio onorata di chiara gloria in cielo.
Era vicino l'anniversario del suo passaggio al Signore, trascorsi due anni dalla
sua morte, quando, convocata una moltitudine di prelati e di tutto il clero
e premesso un discorso, il felice Alessandro, cui il Signore aveva riservato
questa grazia, tra grande moltitudine di folla ascrisse riverentemente Chiara
al novero dei santi e stabilì che in tutta la Chiesa se ne celebrasse
solennemente la festa, che egli per primo con tutta la Curia celebrò
nella più grande solennità.
Tutto ciò avvenne ad Anagni nella cattedrale, nell'anno 1255 dall'Incarnazione
del Signore e primo del Pontificato del signore Alessandro: a lode del nostro
Signore Gesù Cristo, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo
nei secoli dei secoli.
Amen.
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