I Fioretti di S. Chiara d'Assisi
«Ella era stata forte, rigettando tutti gli attacchi alla
sua regola.
Aveva rifiutato privilegi e respinto concessioni.
La povertà assoluta costituiva, per lei come per Francesco, l'arma
invincibile e la forza irresistibile della santità».
Un racconto, quello dei "Fioretti di S. Chiara d'Assisi",
«semplice ed elementare» della vita della giovane umbra.
Il linguaggio permette a piccoli e grandi di comprendere la vita della Santa
ed intuire in essa la forza data ai princìpi francescani di povertà,
umiltà e carità.
***
INDICE
CAPITOLO 1
La Domenica delle Palme
CAPITOLO 2
La Porta del Morto
CAPITOLO 3
L'ostaggio del Paradiso
CAPITOLO 4
La figlia di Favarone
CAPITOLO 5
Lo zio Monaldo
CAPITOLO 6
Agnese
CAPITOLO 7
Madonna Povertà
CAPITOLO 8
Il pranzo nel bosco
CAPITOLO 9
Il bacio alla servigiale
CAPITOLO 10
Le rose
CAPITOLO 11
Ortolana
CAPITOLO 12
La cenere
CAPITOLO 13
Il volto nel pozzo
CAPITOLO 14
La volontà di Dio
CAPITOLO 15
Frate Egidio
CAPITOLO 16
Il pianto di Chiara
CAPITOLO 17
Il Cantico delle Creature
CAPITOLO 18
L'ultimo incontro
CAPITOLO 19
La difesa della Povertà
CAPITOLO 20
La Croce sul pane
CAPITOLO 21
Il pane degli Angioli
CAPITOLO 22
I Saraceni di Federico II
CAPITOLO 23
Infermità e tribolazione
CAPITOLO 24
La Bolla pontificia
CAPITOLO 25
Il corteo delle Vergini
CAPITOLO 26
Santa Chiara
***
CAPITOLO 1
La Domenica delle Palme
La Domenica delle Palme, 27 marzo 1211, Chiara, con altre fanciulle d'Assisi,
si era recata in Duomo.
Il Duomo era nell'antica chiesa di San Rufino, dove il Vescovo officiava con
grande solennità.
I paramenti della Chiesa erano di viola, perché con la Domenica delle
Palme s'entrava nella settimana santa, che la liturgia chiama la "grande
settimana".
Per tempo le fanciulle d'Assisi avevano varcato le soglie delle loro case,
perché bisognava giungere presto in Duomo, per la benedizione delle
palme.
La primavera, timidamente, già carezzava la rosea pietra del Subasio,
e qualche rondine nera volava intorno alle quattro torri della Rocca.
Della torre del comune non c'era neppure il segno. Doveva essere fondata l'anno
dopo.
Le fanciulle d'Assisi avevano riposto le pesanti vesti di lana nei cassoni
di quercia, per indossare i broccatelli dorati e gli sciamiti fioriti. Lungo
le stradette in salita, s'udiva il tacchettio dei loro passi svelti e brevi.
La liturgia della Domenica delle Palme era lunga. Prima si doveva procedere
alla benedizione delle palme, poi alla distribuzione delle stesse. Ci sarebbe
poi stata la processione; infine la Messa, col "Passio", cioè
con la narrazione, secondo il Vangelo di San Matteo, di tutta la Passione
di Gesù, dal complotto degli Anziani alla sepoltura.
Durante tutto il racconto della Passione, i fedeli dovevano stare in piedi.
La funzione cominciò con l'"Osanna al figlio di David! Benedetto
colui che viene in nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!".
Si ripeteva, liturgicamente, l'entrata di Gesù in Gerusalemme, sulla
groppa di un asinello, mentre gli uomini stendevano sulla strada un tappeto
fatto coi loro mantelli e i fanciulli, stroncati rami d'olivo e di palma,
gli andavano incontro e poi lo seguivano col grido di "Osanna",
che era il grido del trionfo.
Dopo letture, responsori, preghiere e benedizioni, il Vescovo si mise a distribuire
i rami di palma, prima al clero, poi ai fedeli, che si recavano a riceverlo
in ginocchio, baciando la palma e la mano che l'offriva.
Le fanciulle furono le ultime ad avvicinarsi, modeste e raccolte, sotto il
cosiddetto "velo", che era una specie di tovagliolo di lino. Andavano,
s'inginocchiavano, baciavano, tornavano al posto, con la palma sul braccio.
Quando fu il turno di Chiara, la fanciulla non si mosse. Restò seduta,
con la testa china. Non si capiva se fosse estatica o vergognosa; se pregasse
o languisse.
Il Vescovo, nella fila delle fanciulle, notò quella assenza. Guardò
Chiara, che non lo guardava. Dietro allo sguardo del Vescovo andò lo
sguardo dei fedeli scandalizzati.
Ma quello del Vescovo non era sguardo di rimprovero. Neppure di paterna tristezza.
Esprimeva dolce accondiscendenza. Come ispirato, il Vescovo, s'alzò
dalla sedia, scese i gradini della cattedra, andò verso Chiara ancora
immobile.
Le diede la palma; la benedisse, mentre tutta la chiesa seguiva, con meraviglia,
la scena.
Tornato all'altare, il Vescovo continuò l'officiatura. I fedeli cantarono:
"Gloria, lode e onore a Te, Re, Cristo Redentore! Il coro di fanciulli
grida con slancio d'amore: Osanna!".
Chiara, col ramo di palma stretto al seno, guardava innanzi a sé, muta,
e non pareva ancora sveglia dal suo stupore.
CAPITOLO 2
La porta del Morto
Quasi tutte le case d'Assisi avevano due porte, che davano sulla strada in
pendio. Una più grande e larga, con lo scalino basso; l'altra più
piccola e stretta, con lo scalino altissimo.
Le due porte, vicinissime tra loro, non stavano in simmetria sulla facciata,
perché diverse di forma e di livello.
Per uscire della porta maggiore, bastava fare un passo. Per uscire dalla porta
minore, occorreva fare un salto.
Mentre però la porta grande restava quasi sempre aperta a chi entrava
e a chi usciva, la porta stretta sempre chiusa e nessuno vi passava.
Era la cosiddetta "porta del morto", che si apriva soltanto per
far passare la bara di chi usciva, piedi in avanti, dalla casa, per non farvi
più ritorno.
Un'usanza, leggermente superstiziosa, voleva che il morto non passasse dalla
porta dei vivi, e, viceversa, impediva ai vivi di passare dalla porta del
morto.
Perciò si aveva ben cura di tenere la porta del morto sprangata fino
a che non si desse la dolorosa necessità d'usarla. Neppur per errore
un vivo doveva passar dalla porta del morto, per timore del malaugurio!
Non solo dunque la porticina veniva solidamente sprangata, ma tra un funerale
e l'altro vi si accumulava contro ogni sorta di materiale.
La casa dormiva, la sera della Domenica delle Palme, quando Chiara scese dalla
sua camera e s'avviò, a tentoni, verso la porta del morto.
Voleva uscire segretamente ed era certa di non incontrare nessuno sulla soglia
di quella porta.
Trovò l'apertura ingombra di molti attrezzi, che rimosse con le sue
mani delicate. Quando finalmente giunse ai chiavacci e alle sprangature si
sentì stanca.
Con sforzo tentò di far scorrere i paletti della porta, ma i chiavacci
le resistettero. Dalla morte del padre, la porta non era stata riaperta e
i ferri arrugginiti non scorrevano più negli anelli.
Chiara allora s'inginocchiò. Appoggiò la fronte al ferro della
porta e rivolse a Dio una preghiera.
Poi si rialzò sicura di sé. Sotto la sua mano i chiavacci scorsero
senza un cigolio, come se fossero stati unti di fresco. La porta s'aprì
senza stridere e apparve la strada, in basso, illuminata dalla luna. Pacifica
di Guelfuccio, la fida compagna, l'attendeva in un angolo d'ombra.
Chiara rimase un attimo dritta sull'alta soglia. Poi, senza neppure volgersi
indietro, spiccò un salto leggero.
Aveva oltrepassato la soglia del morto. Si era divisa irreparabilmente dalla
famiglia. Non avrebbe fatto più ritorno alla sua casa. Chiara era perduta.
Chiara era morta. Chiara andava verso un'altra vita.
CAPITOLO 3
L'ostaggio del Paradiso
Santa Maria degli Angeli si chiamava così, perché si diceva
che quattro pellegrini vi avessero udito i canti degli Angeli.
Sorgeva dentro un bosco, ai piedi di Assisi, ed era una chiesina piccola,
ritrovo dei primi compagni di Francesco.
Tutto l'insieme, bosco e chiesina, formava una piccola particella, di proprietà
dell'abate benedettino del Subasio. Perciò si chiamava Porziuncola,
al confronto dei grandi terreni appartenenti all'Abbazia che i monaci benedettini
avevano rimboschito e bonificato.
Francesco aveva restaurato con le propie mani la chiesetta malandata, e, coi
compagni, vi aveva costruito attorno alcune capanne di frasche, all'ombra
del bosco.
Pagava in affitto ogni anno ai benedettini, un canestrello di pesci, pescati
nel vicino torrente Tescio.
Di giorno, quando Francesco e i suoi compagni se ne andavano a predicare e
a lavorare, Santa Maria degli Angeli restava deserta.
Di notte veniva illuminata con rami di pino accesi e risonava di lodi a Maria.
E ancor più illuminata era la notte di quella domenica, quando Chiara,
accompagnata da Pacifica di Guelfuccio, scese da Assisi verso la Porziuncola.
L'attendevano, sul limitare del bosco, Filippo e Bernardo, con fiaccole accese.
Vestite ancora coi panni della festa, precedute dai due frati silenziosi,
le fanciulle s'inoltrarono nel folto.
I pruni trattenevano le lunghe sottane a strascico, e pareva che invisibili
mani cercassero d'impedire il loro cammino attraverso il bosco.
Qualche uccello notturno, spaventato dalle fiaccole, sfiorava il velo scomposto
sulla fronte delle due fuggitive.
Sulla porta della chiesina, Francesco, col viso scavato dall'ombra, gli occhi
bruciati dalla veglia e dal fumo della resina, fissò Chiara, che gli
si inginocchiava dinanzi.
Alle sue spalle s'accalcavano altri uomini incappucciati e barbuti.
A un estraneo sarebbe parsa una scena brigantesca. Egli avrebbe creduto che
le due fanciulle fossero cadute in un covo di predatori. Infatti mani apparentemente
rapaci tolsero a Chiara gioielli e ornamenti preziosi. La spogliarono della
sopravveste di broccatello. Le sfilarono le scarpette di raso. La rivestirono
di una sottana grossa. La legarono alla vita con una corda e capestro.
Così avvinta e a piedi nudi, venne introdotta nella bassa chiesina
ogivale. Fasci di ginestre fiorite adornavano Santa Maria degli Angeli, ma
tutto quell'oro silvestre veniva incupito dalla luce rossastra delle fiaccole
e dal fumo che emanava la resina ardente.
La condussero ai piedi dell'altare, in ginocchio, come una condannata nel
capo.
Francesco tolse una lama. L'avvicinò all'esile collo di Chiara. Tagliò
deciso.
Le trecce della fanciulla, più d'oro che le ginestre, caddero sullo
scalino dell'altare.
Francesco gettò sopra il capo devastato un panno nero di ruvida fattura.
E mentre si compiva lo scempio di tanta mondana bellezza, gli uomini dalle
ispide teste, dai ruvidi sai e dalle voci aspre, cantavano forte l'officio
dei morti per la fanciulla predata al mondo e presa in ostaggio del Paradiso.
CAPITOLO 4
La figlia di Favarone
Chiara era sui diciott'anni. Francesco sui trenta.
Chiara usciva da una famiglia nobile. Francesco era uscito da una famiglia
di mercanti.
Ad Assisi le famiglie nobili si potevano contare sulle dita d'una mano. C'erano
i Compagnani, i Tibaldi, i Corani, i Ghislerio, i Fiumi, dai quali usciva
Madonna Ortolana, la madre di Chiara.
Per il padre s'è fatto a lungo il nome degli Scifi, ma si sa soltanto
che si chiamava Favarone di Offreduzzo. Era morto, lasciando a casa cinque
donne: la moglie Ortolana; le figlie Penenda, Chiara, Agnese, Beatrice, tutte
nubili e quasi tutte in età da marito.
A quei tempi le donne andavano a nozze quasi bambine. Qualcuno brontolava:
"Le maritano nella culla!".
Non aveva torto, perché si davano casi di fanciulle spose a dodici
anni, a quattordici e a sedici.
Dopo i sedici anni, le madri sollecite cominciavano a temere per la sorte
delle loro figliole. Sembravano già zitelle.
Di solito non erano le fanciulle a scegliersi lo sposo. Ci pensavano i parenti
a "prometterle", non al fidanzato, ma ai parenti del fidanzato.
Qualcuna veniva promessa davvero quand'era in culla e più d'un fidanzamento
venne stretto e festeggiato quando la promessa sposa non aveva che quattro
anni!
I parenti, nell'assortire le coppie dei fidanzati, tenevano conto delle condizioni
delle famiglie; consideravano l'onore del parentado, la ricchezza della casa,
la nobiltà del sangue.
Si cercava di far nascere l'amore, parlando bene del giovane alla giovane
e viceversa, facendoli incontrare nelle feste della città. E l'amore,
sollecitato, di solito scaturiva felicemente, come divampa il fuoco abilmente
attizzato.
Più volte anche a Chiara avevano parlato dei giovani nobili della città,
ma la fanciulla aveva lasciato sempre cadere il discorso.
Chiedeva piuttosto notizie di quello strano tipo che suscitava tanto scandalo
nella classe dei mercanti.
I mercanti appartenevano ad altro ceto di quello dei nobili. Di solito erano
uomini di bassa nascita, intelligenti, intraprendenti; molto spesso spregiudicati.
La loro fortuna era dovuta ai traffici. Invece di rimanere a parlottare sullo
sporto delle loro botteghe artigiane, costoro avevano affrontato i rischi
di viaggi malsicuri, per comprare e per vendere in lontani mercati, oltre
le mura della città, oltre i confini del Comune, oltre i limiti della
regione, oltre anche i monti, fin nella Francia e nella Fiandra.
C'era il pericolo di tornare coi basti scarichi e anche di non tornare mai,
perché i briganti assalivano le carovane dei muli. Ma se l'impresa
andava bene, di colpo, la fortuna era fatta e quegli uomini avventurati prendevano
il nome di "grandi mercanti".
Uno di essi era stato Pietro di Bernardone, che aveva ribattezzato il figlio
Giovanni col nome di Francesco, cioè "francese", in ricordo
dei suoi fortunati viaggi sui mercati della Francia.
I nobili d'Assisi da prima avevano guardato dall'alto in basso i mercanti
arricchiti. Poi il luccichio dell'oro aveva fatto impallidire anche i blasoni
nobiliari. Francesco, per esempio, era stato accolto nelle brigate dei giovani
nobili, quasi a pari, fino al giorno nel quale il figlio del mercante non
aveva preferito la compagnia dei lebbrosi a quella dei gentiluomini.
Tutta Assisi parlava delle stravaganze di Francesco. Chiara era commossa.
Aveva voluto sapere di lui, della sua vita.
Aveva anche cercato d'incontrarlo, uscendo dalla città, accompagnata
da un'altra compagna, Bona di Guelfuccio. Aveva parlato con lui, mentre tutti
lo sfuggivano.
Francesco, fissando la fanciulla chiara come una stella, le aveva detto:
- Bisogna saper morire!
- Come? - domandò Chiara.
- Sulla croce, con Cristo.
E quando, la Domenica delle Palme cominciò la Passione di Gesù,
Chiara, fin dal mattino, fra gli "Osanna" della liturgia, aveva
deciso di morire come le aveva consigliato Francesco.
CAPITOLO 5
Lo zio Monaldo
Madonna Ortolana era vedova con quattro figlie nubili, ma non si poteva dir
sola. I fratelli del marito morto, gli zii delle fanciulle, le erano molto
vicino, specialmente il maggiore e più autorevole, Monaldo.
Proprio gli zii, con a capo Monaldo, si davan d'attorno, per procurare alle
nipoti un buon matrimonio.
La loro famiglia era nobile e ricca. Nobili e ricchi dovevano essere i fidanzati
delle figlie di Favarone.
Per quanto orfane, non c'erano ad Assisi fanciulle meglio guardate di Penenda,
Chiara, Agnese e Beatrice. Zii e cugini facevano continuamente la guardia
alle orfane di padre.
Perciò quando Monaldo seppe che Chiara era fuggita, perse il lume degli
occhi, come se avesse ricevuto, sulla pubblica piazza, uno schiaffo dal suo
peggior nemico.
Quel manigoldo di Francesco, non contento d'aver rubato al padre, ora rubava
in casa sua; dopo aver disonorato il mercante, ora disonorava il nobile; dopo
aver impoverito Bernardo, ora rovinava Chiara.
Monaldo raccolse in armi l'intero parentado. Ancora non era giorno alto, e
già il bosco della Porziuncola veniva battuto.
Ma Francesco, subito dopo il taglio dei capelli, aveva affidato Chiara alle
monache di San Paolo.
Un monastero femminile era una fortezza. Nessuno vi poteva entrare con la
forza.
Monaldo minacciò, strepitò. Poi, visto che con la violenza non
poteva nulla cambiò tono, cercando di allettare la nipote.
Le fece considerare, per interposta persona, quanto dolore avesse arrecato
la sua fuga alla madre; le fece presente i danni che ne potevano ricevere
le sorelle.
Le promise perdono pieno; grandi doni.
Chiese di poterle parlare. Chiara acconsentì, ma scelse la chiesa come
luogo dell'incontro. Vicino all'altare si sarebbe sentita più sicura.
Monaldo, i parenti e i servitori entrarono in chiesa, lasciando le armi di
fuori dalla porta.
Cercarono di dare al loro sdegno il volto della mansuetudine. S'inginocchiarono
davanti all'altare, facendosi il segno della croce. Si rialzarono, quando
Chiara uscì dal coro.
La fanciulla salì rapidamente gli scalini e afferrò con la destra
la bianca tovaglia dell'altare.
Era quello il gesto di tutti coloro che, in quei tempi di violenza, chiedevano
alla chiesa il diritto d'asilo.
Come un bambino si sente sicuro se stringe nella sua mano la veste della mamma,
così il fuggiasco e il perseguitato, si sentiva, ed era veramente sicuro,
se riusciva ad afferrare un lembo della madre Chiesa, rappresentato dalla
tovaglia dell'altare.
Nessuna forza al mondo avrebbe potuto strappare Chiara da quella leggera tovaglia.
Monaldo e gli altri parenti capirono il gesto di Chiara. Attesero che almeno
parlasse.
La fuggitiva, sempre stringendo con la destra la trina della tovaglia, con
la sinistra si tolse di capo il panno nero.
Apparve la devastazione dei suoi biondi capelli, che diede agli uomini un
senso di dolore.
Chiara così scoperta si guardò intorno come volesse farsi ammirare.
Poi si tirò nuovamente il velo nero nella fronte. Lasciò la
presa della tovaglia. Disparve nell'ombra del coro.
CAPITOLO 6
Agnese
Il monastero femminile, dove Francesco aveva messo in serbo Chiara, era quello
di San Paolo.
Dopo pochi giorni la cavò di lì e la ripose nel monastero femminile
di sant'Angelo di Panzo, sulle pendici del Subasio.
Ogni giorno, la sorella minore di Chiara, Agnese, l'andava a trovare. Una
sera non fece più ritorno in famiglia e mandò a dire che anch'essa
intendeva restare in convento.
Lo zio Monaldo andò di nuovo sulle furie. Chiara aveva diciotto anni,
ma Agnese ne aveva soltanto quindici e si trovava ancora sotto la patria potestà.
Andò a riprenderla, con la scorta dei servitori armati. A pugni e a
calci la condussero via, mentre la fanciulla gridava:
- Aiutami, sorella Chiara!
Chiara non mosse dito. Pregava e si sarebbe detto che non le importasse nulla
della sorella trascinata fuori dal convento.
I rapitori presero vie traverse, per luoghi selvaggi, pieni di pruni e di
sassi. Spingevano a furia la fanciulla, che ad ogni pietra lasciava una traccia
di sangue e ad ogni pruno un capello biondo.
Dopo un lungo tragitto, Agnese cadde per terra, tramortita dalla stanchezza
e dai maltrattamenti.
Monaldo ordinò che fosse presa di peso e trasportata a sacco.
Fecero allora per sollevarla, ma le braccia robuste dei portatori non ci riuscirono.
- Costei ha mangiato piombo tutta la notte - dicevano, drizzandosi sulle reni
indolenzite.
Infatti il corpo di Agnese, più pesante del piombo, non si staccava
dalla terra su cui giaceva.
Mosso dall'ira, lo zio Monaldo si fece largo col pugno alzato, per colpire
la nipote, ma il braccio gli restò a mezz'aria paralizzato.
Monaldo urlava dal dolore che gl'intormentiva il braccio, e gli uomini del
suo seguito, spauriti di quel castigo, si dispersero per la campagna. Anche
lo zio Monaldo, sempre urlando, corse via verso Assisi.
Il corpo di Agnese rimase come morto fra sterpi e pietre, abbandonato da tutti.
Ed ecco Chiara uscire dal monastero.
Seguì per terra le tracce del sangue, si fece guidare dai capelli d'oro
che luccicavano tra i pruni, e giunse così sul luogo dove giaceva la
sorella.
La prese pietosamente per mano e le disse:
- Sta' su, sorella mia Agnese. Andiamo a servire il nostro dolce sposo Gesù
Cristo.
E Agnese s'alzò da terra, pulita e fresca, come se avesse dormito nel
suo letto, tutta la notte, e ora si risvegliasse al primo chiarore dell'alba.
CAPITOLO 7
Madonna Povertà
Di lì a poco Francesco tolse anche dal monastero di Sant'Angelo la
sua seguace e la destinò alla clausura di San Damiano.
Nella chiesa quasi diruta di San Damiano, il Crocifisso aveva parlato a Francesco,
dicendo:
- Francesco, va' e ripara la mia Chiesa che è tutta guasta e vien meno.
Il giovane aveva creduto che il comando valesse per le mura materiali. Le
riparò, perciò, con pietre e calcina. Poi capì che il
comando di Cristo valeva per altra cosa e che la Chiesa era il corpo stesso
di Gesù agonizzante sulla Croce.
Gettò ogni ricchezza, rinunziò ad ogni ambizione, si fece volontariamente
umile e povero. Sposò - come egli diceva - Madonna Povertà.
San Damiano era rimasto, anche restaurato dalle mani inesperte di Francesco,
un luogo povero. La chiesa somigliava a quella di Santa Maria degli Angeli,
piccola, oscura, con la volta ad ogiva. Le costruzioni d'intorno potevano
adattarsi a convento di poche donne, e più che altro di "povere
donne".
A San Damiano così nacque il Secondo Ordine francescano, quello femminile,
che fu chiamato delle "Povere Donne".
"Povere donne", e basta, senza nessun'altra denominazione.
"Povere donne", che vivevano d'elemosina, mangiavano pane accattato,
e i più dei giorni digiunavano.
Francesco aveva sposato volontariamente la povertà. Chiara volle essere
la povertà stessa, la povertà in persona.
In questo senso ella si unì a Francesco, nell'assoluta povertà,
voluta, accettata, perseguita per amore del grande povero, padrone e signore
dell'universo, Gesù.
La vecchia chiesa, dominata dal grande Crocifisso, venne ornata da mazzi di
fiori campestri.
Dietro l'abside, il coro delle "povere donne", fatto di tavole rozze,
neppure piallate. Infisso, tra le pietre dell'impiantito, un palo, attorno
al quale girava il leggio rudimentale, illuminato da una lucerna ad olio.
Una finestra inferriata dava sulla chiesa, e, attraverso le sbarre di ferro,
come recluse, le povere donne ricevevano la Comunione.
Da un piccolo chiostro, retto da pilastri senza capitelli, si passava al refettorio
basso e scuro. Tavole grezze giravano attorno, senza tovaglia. Lì,
ringraziando il Signore, le "povere donne" mangiavano quello che
ricevevano in elemosina.
Chiara preferiva i tozzarelli di pane.
Un pane intero le sembrava ricchezza troppo grande. Viveva di avanzi, chiedeva
gli scarti. Un pane intero era invece dono completo.
Un'unica camerata, al piano superiore, accoglieva le "povere donne".
Uno stanzone nudo e freddo, sotto le travi del tetto. Per letto, un fascio
di sarmenti. Per guanciale, un tronchetto di legno. Lenzuoli di canapa rustica
e coperte di pezze imbastite.
Piedi nudi ogni stagione; vestiti grossi, legati con corda; testa rasa, coperta
da un panno bianco e uno nero.
Sotto le vesti, Chiara portava un cilicio, fatto di pelle di porco, con le
setole contro la carne.
"Povere donne" come più povere non ce ne potevano essere.
In San Damiano Chiara volle il primato della povertà. Non ci doveva
essere al mondo una donna più povera di lei.
Nulla era suo; ogni cosa prestata; ogni dono volontario.
Povertà volontaria, non solo accettata, ma desiderata come il più
ambito dei privilegi.
Povertà lieta, contenta di sé; povertà ilare, festosa,
non ripugnante né dolente.
Povertà priva di spine, ma che fioriva come la rosa: sorrideva, gioiva
sotto il sole della Grazia.
Nessun lamento, nessun sospiro si levava da San Damiano. La povertà
in quel tugurio non doleva, la penuria su quella mensa non faceva languire,
il disagio su quei letti non tormentava.
Chiara voleva essere la povertà stessa. Era dunque contenta di sé
quanto più povera si faceva; era lieta del suo stato quanto più
povera si sentiva.
CAPITOLO 8
Il pranzo nel bosco
Francesco andava e veniva da Santa Maria degli Angeli, mentre Chiara si trovava
come incarcerata a San Damiano.
Sapeva di non sbagliare, facendosi sempre più povera, ma desiderava
parlare con Francesco che chiamava suo padre e suo sostegno.
Quando sapeva che Francesco, di ritorno dai suoi viaggi, si trovava a Santa
Maria degli Angeli, gli chiedeva di farsi vedere in San Damiano.
Francesco invece girava al largo da quel convento femminile. Non voleva che
la gente prendesse scandalo della sua presenza e frequenza tra le donne.
In modo particolare, Chiara avrebbe volentieri mangiato una volta con lui.
Non c'e amico o parente che non desideri mangiare insieme con l'amico o col
parente. Quello del cibo è un bisogno quasi umiliante, che accomuna
ai bruti anche l'uomo più spirituale.
In compagnia, l'atto del cibarsi diventa invece quasi un rito, che affratella
ed eleva.
Gesù stesso accettò di porsi a mangiare persino coi pubblicani.
Ai suoi discepoli, poi, lasciò se stesso come cibo comune della Mensa
Eucaristica.
Chiara dunque desiderava mangiare una volta con Francesco, Francesco rimandava
sempre l'incontro.
I compagni ebbero pietà di Chiara. Parlarono a Francesco quasi in tono
di rimprovero.
- Padre - gli dissero - a noi non pare che questo tuo modo d'agire sia secondo
la carità. Chiara ha abbandonato ogni ricchezza del mondo. È
una pianta del tuo giardino spirituale. Perché non la vuoi contentare
in una così piccola cosa, com'e quella di mangiare con te?
Francesco, in cuor suo riconosceva il rigore eccessivo, ma voleva il consiglio
degli amici. Temeva che la simpatia per Chiara gli turbasse il giudizio. Perciò
disse:
- Pare a voi che io la debba esaudire?
- Sì, Padre, Chiara si merita questa e altre consolazioni.
Francesco allora disse:
- Se a voi pare così, pare anche a me.
Ma non si recò lui a San Damiano. Invitò Chiara a Santa Maria
degli Angeli.
- Ella è stata per lungo tempo in San Damiano - disse Francesco con
tenerezza di vero padre - Le gioverà uscire un po' fuori e rivedere
di giorno il luogo dove, nella notte, le furono tagliati i capelli. Mangeremo
nel bosco nel nome di Gesù Cristo.
E Chiara finalmente poté scendere alla Porziuncola. S'inginocchiò
dinanzi all'altare della Vergine, poi Francesco le fece vedere il luogo, sparso
di capanne, all'ombra del bosco.
A piedi nudi, Chiara percorse i viottoli sassosi. Vide le siepi basse che
segnavano i confini. Si fermò sulle rive del torrentello. Il sole macchiettava
la selva, il vento frusciava fra i rami e gli uccelli festeggiavano la primavera.
All'ora di desinare si posero per terra, attorno ad una pietra pulita. La
compagna di Chiara e il compagno di Francesco servirono i tozzarelli di pane
e la brocca dell'acqua fresca.
Ma prima di portare il cibo alla bocca, Francesco si mise a parlare del Signore
e della sua carità. La carità di cui Francesco parlava era come
una fiamma, che da prima invase l'anima dei commensali e li trasse in estasi.
Poi si dilatò nel bosco, con tale luce, che il sole ne fu vinto.
La Porziuncola fu tutta un bagliore e da Assisi sembrava che il bosco bruciasse.
La gente accorse di lontano, cercando il fuoco. Ma nulla ardeva nel bosco
pieno di luce.
Addentrandosi dove più vivo era il bagliore, la gente finalmente trovò
Chiara e Francesco, con la loro compagnia, rapiti in estasi, attorno alla
mensa di pietra.
Un alone di fuoco immateriale li avvolgeva, e tutta le selva attonita era
ferma, con gli uccelli incantati sugli alberi e immobili.
Lentamente la luce s'attenuò, si restrinse, si spense. La gente, con
rispetto, si disperse; gli alberi stormirono leggermente; il torrente riprese
a fluire; gli uccelli rivolarono liberi.
Infine, Chiara e Francesco, coi loro commensali, s'alzarono lieti e satolli
del cibo spirituale, senza aver neppure assaggiato una briciola di quello
materiale.
CAPITOLO 9
Il bacio alla servigiale
Tornata a San Damiano, Chiara continuò a far luce attorno a sé.
Scendevano a visitarla le sue amiche della città.
Ella ripeteva loro le parole di Francesco:
- Povertà calca ogni cosa coi piedi; ella, dunque, di tutto è
regina.
Molte restavano a San Damiano, con lei.
Vi restò Pacifica di Guelfuccio, che l'aveva accompagnata la notte
della Domenica delle Palme alla Porziuncola. Era tornata poi in città,
ma da quella notte non ebbe più pace, finché non s'unì
a Chiara e ad Agnese.
Poi fu la volta di altre due giovanissime sorelle: Benvenuta e Filippa, figlie
di Leonardo di Ghislerio: anch'esse nobili, anch'esse ricche, anch'esse belle.
A loro s'unirono Illuminata, Angeluccia, Cristiana, Lucia, Benedetta, Beatrice.
Tutte le migliori famiglie d'Assisi vivevano in ansia. Le fanciulle più
care al mondo non resistevano al richiamo di San Damiano. Regalavano la loro
dote ai poveri, si scalzavano, offrivano i loro capelli al taglio delle forbici,
s'incarceravano nel conventino.
Al di là di quelle mura, nella povertà più assoluta,
provavano la letizia invano cercata nei conviti; trovavano la pace negata
dal mondo. Si sentivano felici.
Vivevano come sorelle, o come allora si diceva, "suore", senza invidie
e senza gelosie.
Francesco le aveva chiamate "povere donne", ma già il popolo
le chiamava diversamente: "Damianite" oppure "Clarisse".
Chiara era infatti la loro guida. Da lei veniva il buon esempio in ogni cosa.
A un certo momento, però, Francesco volle che anche le "povere
donne" avessero la loro Regola di vita, e che Chiara assumesse l'autorità
d'Abbadessa.
Per tre anni, sentendosi troppo giovane, rifiutò di fare da superiora,
ma quando toccò i ventun'anni, dovette cedere.
Trovò il modo di convertire la sua autorità in un aumento di
sacrificio.
Impose alle sorelle di farsi servire da lei, a mensa e in dormitorio. E valendosi
della sua facoltà, s'alzava prima delle altre, spazzava, lavava.
Curava le ammalate, vegliando la notte quelle più gravi. I servizi
più umili e ripugnanti erano di sua spettanza.
Come superiora, volle avere alcuni privilegi, che consistevano nel lavorare
di più e nel mangiare di meno.
Per obbedienza imponeva alle suore di mangiare fino all'ultimo tozzarello
di pane, quando l'elemosina era stata scarsa. Toccava a lei restar digiuna.
Toccava a lei lavare i piedi alle cosiddette "servigiali", alle
suore cioè addette ai servizi esterni del convento.
Tornavano coi piedi scalzi o motosi o polverosi, e Chiara voleva che fosse
riservato a lei il privilegio di lavarli.
S'inginocchiava dinanzi alle servigiali, compiva la lavanda in un piccolo
bacile, asciugava i piedi tumefatti o screpolati con un panno di lino, poi
li baciava di sopra.
Un giorno una servigiale, per vergogna, volle sottrarre il suo piede al bacio
dell'Abbadessa. Con mossa brusca ritirò il piede, ma prese male le
misure. Il piede sbatté violentemente sulla bocca di Chiara.
Un filo di saliva sanguigna apparve fra le labbra di Chiara, mentre, per il
dolore, due lacrimoni scaturirono prepotentemente dai suoi occhi.
La servigiale chiedeva perdono, e si sarebbe voluta gettare in ginocchio.
Ma Chiara sorrideva, nonostante le involontarie lacrime. Riprese il piede
della servigiale, accarezzandolo. Poi vi avvicinò di nuovo le labbra;
lo ribaciò, ma questa volta, di sotto, sulla pianta callosa.
CAPITOLO 10
Le rose
Chiara avrebbe voluto vedere più spesso Francesco. Aveva da chiedergli
tante cose! Poteva fare a meno del cibo materiale, ma non di quello spirituale,
che le veniva dalla parola del maestro.
Francesco invece si teneva lontano da San Damiano. Diceva ai suoi frati:
- Guardatevi dal dolce veleno della dimestichezza con le donne!
Chiara non era veleno e non poteva essere una tentazione per Francesco, uomo
di penitenza. Ma Francesco voleva dare l'esempio agli altri, allontanandosi
per primo da San Damiano ed evitando di parlare con le "povere donne".
Chiara se ne doleva. I suoi lamenti venivano riportati a Francesco.
- Non crediate, - egli rispondeva, - ch'io non le ami con perfetta dilezione.
Soltanto voglio dare a voi un esempio e dovete imitarmi.
Le amava tutte, quelle "povere donne", che seguivano i suoi insegnamenti.
E sopra alle altre amava Chiara. Pregava per lei, perché si mantenesse
fedele a Cristo e alla povertà.
Chiara era il suo capolavoro; era la stella splendidissima del suo firmamento.
E come le stelle, doveva essera ammirata di lontano.
Ma Chiara aveva bisogno, specie nei primi tempi, d'esser guidata. Temeva di
non sapersi dirigere, da sola, sulla via della perfetta povertà. Sollecitava
perciò una visita del maestro.
Francesco, di quando in quando la visitava. Le sue apparizioni a San Damiano
erano fugaci. Bussava alla porta, salutava dicendo:
- Pace e bene.
Dava un'occhiata d'intorno. Vedeva che il convento era la "torre fortificata
della sovrana povertà". Nulla d'inutile e di futile. Nulla di
fastoso e di superfluo.
E nulla neppure di squallido e di triste. Povertà lieta e pulita. Serenità
accogliente.
Tutto era chiaro dov'era Chiara; tutto era grazioso dov'era la Grazia di Dio.
Un giorno d'inverno Francesco stava per partire com'era venuto, senza accettare
nessun conforto, oltre a quello che gli veniva dalla perfetta povertà
e dalla perfetta letizia di quelle giovani recluse.
S'avviò così alla porta. Fuori il vento fischiava voltando e
rivoltando i rami degli olivi. Il nevischio turbinava sul sagrato. A piedi
nudi Francesco s'inoltrò sulla neve.
Chiara lo seguì, indietro di qualche passo. Voleva trattenerlo. Almeno
voleva la promessa d'un'altra prossima visita.
Francesco si tirò il cappuccio sulla fronte:
- Sorella Chiara, è bene, per la faccia del mondo, dividersi. Ti lascio
alle tue cure.
Chiara, nel chiarore della neve che copriva la terra, si sentì smarrita:
- Che farò senza di te? Tu mi guidi e m'illumini.
Francesco alzò gli occhi al cielo livido:
- Il Signore ti guiderà.
- E non ci rivedremo più?
Francesco si guardò attorno. Misurò il tempo, scorgendo un cespuglio
di spini ricoperto di neve.
- Ci rivedremo quando rifioriranno le rose.
Era il principio dell'inverno e le rose non sarebbero fiorite che a primavera
inoltrata. Francesco voleva mettere tra sé e Chiara un'intera stagione.
- Sia fatta la tua volontà, insieme con quella del Signore - rispose
Chiara abbassando la testa.
Francesco fece per allontanarsi, ma un inatteso rossore lo fermò. Sul
cespuglio, improvvisamente, miracolosamente, era fiorito un cespo di rose.
Chiara, sotto il suo doppio velo, sorrideva, e quando Francesco sparì,
verso Spello, nel turbinio della neve, ridiscese verso San Damiano, con un
fascio di rose in mano, che depose ai piedi del Crocifisso.
CAPITOLO 11
Ortolana
Ortolana dei Fiumi, vedova di Favarone, avrebbe desiderato per le proprie
figlie un onorato matrimonio.
Per ognuna aveva preparato, nel grande palazzo di pietra del Subasio, un cassone
di biancheria ricamata a punto umbro. In un altro cassone, cosparsa di pepe
contro le tarme, serbava la lana più soffice, comprata nel fondaco
di Pietro di Bernardone.
Ma ora le figlie, ad una ad una, seguendo l'esempio di Chiara, erano uscite
di casa, lasciandola sola, a guardia di tutta quell'inutile ricchezza.
Chiara, Agnese, Beatrice avevano scelto tesori che la ruggine non poteva intaccare
e le tarme non potevano rodere.
I cassoni, nel palazzo cittadino, sembravano arche di morte, mentre, a San
Damiano, l'assoluta povertà spandeva profumo di vita santa.
E un giorno, anche la vedova di Favarone distribuì ai bisognosi i corredi
gelosamente conservati; fece rinunzia del suo stato sociale; abbandonò
il suo palazzo e a piedi nudi uscì dalla Porta.
Scese per la viottola tra gli olivi, bussò al convento di San Damiano
e chiese alla propria figlia di accoglierla come una figlia.
Chiara divenne così la madre della propria mamma. Una madre premurosa
e servizievole, ma insieme inflessibile nei riguardi della Regola.
Ortolana, per quanto anziana, al confronto di Chiara sembrava una bambina
impacciata. Nel mondo aveva contratto abitudini e preconcetti che a quando
a quando le riaffioravano sotto il velo.
Chiara la metteva dolcemente in guardia contro il risorgente orgoglio o la
rinascente ambizione di gentildonna.
Annesso al convento si trovava un piccolo appezzamento di terreno. "E
quel terreno - diceva la Regola - non si coltivi se non come orto per il bisogno
delle suore".
Ortolana fu addetta a quel terreno. Divenne ortolana di fatto, ella che era
stata nel mondo Ortolana di nome.
Le sue mani aristocratiche s'indurirono di calli, il suo volto delicato s'incosse
al sole, ma tra le rughe, come tra i solchi dell'orto, anche per la vecchia
signora, fiorì la letizia dell'anima finalmente in pace.
A volte Ortolana s'inquietava per una pianticina uccisa dal gelo o per un
ramo stroncato dal vento, ma Chiara la confortava a fidarsi della Provvidenza.
Nell'orto si rinnovava continuamente il miracolo della creazione, e nel convento
altri miracoli avvenivano, provocati dalla fede assoluta che Chiara aveva
nella diretta assistenza del Signore.
Un giorno già era sonata l'ora della cena e in convento non si trovava
che un solo pane. La suora addetta al refettorio non si decideva a scuotere
la campanella. Chiara domandò il perché di quel ritardo.
- Stasera faremo digiuno - le rispose la suora - Non abbiamo che un solo pane.
Non basterà neppure ai due frati che stanno fuori.
- Va' figliola mia, - disse Chiara - e rompilo. Metà dallo ai frati
e dell'altra metà fanne cinquanta pezzi quante noi siamo.
- Com'è possibile sminuzzare mezzo pane in cinquanta pezzi? - rispose
la dispensiera. - Non ne toccherebbe una mollica per una.
Ma Chiara, sicura di sé, ripeté l'ordine.
- Va', figliola mia, fa' quello che ti ho detto, e abbi buona confidenza nella
Provvidenza di Dio.
E mentre la dispensiera spezzava il pane, Chiara pregava, e il pane aumentava,
diventando sufficiente alla fame delle cinquanta suore digiune.
Fuor del convento, mandati da Francesco e scelti tra i più sicuri dei
compagni, stavano sempre alcuni frati addetti alla questua.
Frate Bentivenga era il più assiduo. S'affacciava al muro dell'orto
e chiedeva se avevano bisogno di nulla.
- Siamo senz'olio - gli disse un giorno Ortolana.
- Preparatemi l'orciolo e mettetelo sul muro. Passerò più tardi
a toglierlo.
Chiara stessa pensò a preparare il recipiente, passandoci cenere e
acqua bollente. Pose, con le sue mani, l'orciolo sul muro.
Di lì a poco Fra Bentivenga ripassò a prender l'orciolo. Fece
per toglierlo di sul muro, ma lo sentì più pesante del solito.
Vi guardò dentro. L'orciolo era pieno d'olio finissimo e limpido. Una
fogliolina d'olivo vi galleggiava sopra, verde, sul liquido verdastro.
CAPITOLO 12
La cenere
Chiara insisteva, perché Francesco visitasse più spesso le "povere
donne" di San Damiano.
Il suo convento era la rocca fortificata dell'umiltà, della povertà
e della castità. I tre voti francescani, in San Damiano, venivano rispettati
nella maniera più assoluta e costante.
La fedeltà di Chiara a Francesco consisteva nell'osservanza perfetta,
volontaria e lieta di quei tre voti, che le "povere donne" osservavano
con estrema delicatezza.
Francesco lo sapeva. Conosceva l'integrità della sua "colomba
argentata". Chiara era la più riuscita immagine del suo ideale
evangelico. Non ci poteva essere che una donna capace di sacrifici estremi
e di totali dedizioni. E quella donna era Chiara.
Dal momento che la figlia di Ortolana aveva scavalcato la soglia della propia
casa, nessuna incertezza e nessun pentimento l'aveva sfiorata.
Procedeva sicura e spedita sulla via della perfezione, che Francesco le aveva
appena accennato.
Francesco era sicuro e contento di lei. Ma Chiara avrebbe voluto essere ancora
guidata e istruita da lui.
Chiedeva insistentemente consigli, desiderava assistenza spirituale. La mancanza
del pane non la sgomentava, e del vino faceva a meno. L'orciolo dell'olio,
che Fra Bentivenga ritirava di sul muro, si riempiva sempre o per la misericordia
dei benefattori o per la carità del Signore.
Sentiva però bisogno d'una parola; soffriva la penuria di un'assidua
assistenza spirituale.
Francesco invece pareva che volesse sempre più lasciarla sola, con
la sua penitenza e con la sua preghiera, affidata completamente alle mani
di Dio. Chiara aveva rotto gli ormeggi del mondo. Poteva navigare sicura nell'immenso
e tranquillo seno della Provvidenza divina.
Non solo cessò di visitare la sua prediletta, ma disse ai frati di
diradare la loro assistenza spirituale alle donne di San Damiano.
Fra Bentivenga s'affacciava ancora al muro del convento, ma per chiedere soltanto
di che cosa avessero bisogno le "povere donne", per la loro vita
materiale.
Ortolana era pronta a porgergli la sporta del pane e l'orciolo dell'olio,
ma Chiara, un giorno, dispose di non voler più nulla dalle mani dei
cercatori.
- Se possiamo privarci del pane spirituale, - disse con fermezza ma senza
risentimento - possiamo fare a meno anche di quello corporale.
La rocca fortificata della sovrana povertà ritirò così
ogni ponte levatoio col mondo.
Francesco capì il significato di quelle parole. Chiara e le sue compagne
attendevano da lui una lezione di vita spirituale. Volevano udire dalle sue
labbra uno di quei discorsi che incendiavano le anime. Forse speravano che
si rinnovasse fra gli olivi di San Damiano il prodigio dell'incendio mistico
del bosco.
Prese dunque il sentiero che da Santa Maria degli Angeli saliva a San Damiano.
Bussò al convento.
La notizia che il padre finalmente si era commosso e giungeva fra loro corse
per tutto il convento. Le povere donne si raccolsero ansiose attorno a lui.
Francesco muto assente pareva che meditasse.
Chiara fece cenno alle compagne di sedersi in ascolto. Tra poco dalla voce
del padre sarebbero uscite le parole che "passavano le midolla delle
ossa".
Francesco non aveva doti d'oratore. La sua lingua specialmente all'inizio
del dire pareva legata. Poi s'infervorava, saltava sui piedi nudi, come se
la terra scottasse. Le sue parole erano "abbreviate" e sofferte.
Soltanto quando pronunziava il nome di Gesù la sua voce diventava straordinariamente
dolce. Si passava la lingua sulle labbra come se quel nome avesse il sapore
del miele.
Chiara nel silenzio di San Damiano attendeva che le parole di Francesco scaturissero
a un tratto, con incontenibile irruenza.
Invece Francesco taceva, assorto. Pareva che attendesse l'ispirazione dall'alto.
E l'ispirazione venne.
Quasi scuotendosi dalla meditazione, chiese che gli venisse portata della
cenere. Ne fece un cerchio attorno a sé, sul pavimento. Se ne cosparse
il capo, poi, con voce dolente, intonò il Miserere:
"Pietà di me, Signore, secondo la tua gran bontà e secondo
la tua misericordia cancella il mio peccato.
Lavami abbondantemente delle mie iniquità, dal mio peccato mondami".
Terminato il salmo del pentimento e della penitenza, Francesco uscì
rapidamente dal cerchio della cenere e dal convento.
CAPITOLO 13
Il volto nel pozzo
Chiara capì la lezione. Anche Francesco non era che cenere, e cenere
era essa, pur così chiara e casta.
La superbia spirituale poteva essere ruggine per le anime delle penitenti
e tarlo per i cuori amanti di Gesù.
Francesco, intonando il Miserere, aveva riconosciuto la sua miseria e la sua
debolezza. Anche l'uomo più grande e più forte non poteva nulla
senza l'aiuto del Signore.
Bisognava dunque pregare, perché l'orgoglio, scacciato dalla porta
della mondanità, non tornasse a tentare l'anima dalla parte della spiritualità.
Chiara perciò pregava. Pregava alle ore canoniche, in coro; pregava
nel lavoro; pregava nel mangiare; pregava nella notte, sollevandosi dal suo
giaciglio di sarmenti.
La perpetua preghiera dava al suo volto riflessi di luminosità. "Quand'essa
tornava dall'orazione - scrisse una sua compagna - la faccia sua pareva più
chiara e più bella del sole".
Era quello che voleva Francesco, il quale, pur lontano da San Damiano, pensava
a Chiara e alle sue "povere donne". Temeva che la loro lucentezza
si velasse, e il loro splendore si oscurasse.
Egli sapeva che non bastava aver rinunziato al mondo. Bisognava rinunziare
a Satana. E Satana è soprattutto orgoglio.
Il primo voto francescano non era quello della povertà o quello della
castità: era quello dell'umiltà, che, bene intesa, si portava
dietro gli altri due voti come necessaria conseguenza.
E l'umiltà non poteva essere conservata che con la costante, sincera
preghiera. Per questo Francesco in San Damiano, aveva intonato il Miserere,
cioè la preghiera dell'umiltà e della penitenza. Diceva:
"Riconosco la mia iniquità
e il mio peccato è sempre dinanzi a me.
Contro Te solo ho peccato
e ho fatto male ai tuoi occhi".
Chiara, dopo la lezione della cenere, aumentò le penitenze e intensificò
la preghiera.
Francesco, lontano da lei, pregava per lei, perché la sua chiarità
si facesse sempre più limpida.
Nella notte, stando in preghiera, alzava gli occhi alle stelle, e chiedeva
al Signore, per le sue "povere donne", lo splendore di quelle creature
lucenti.
Ma il firmamento palpitava lontano. Guardare così in alto poteva essere
presunzione. Francesco ebbe allora la conferma della perfetta umiltà
e purezza di Chiara, guardando in basso.
In una notte di plenilunio, in compagnia di Fra Leone "pecorella di Dio"
attraversava le crete senesi.
Giunsero stanchi a un pozzo scoperto. Francesco vi si affacciò, rimanendo
lungamente a guardare in basso, come attratto dalla voragine buia.
Quando si staccò dal parapetto, sembrava estatico. Non chiese da bere,
ma continuò il cammino, cantando e lodando il Signore.
Poi, quasi sentendo dietro di sé lo stupore di Fra Leone, si fermò
e disse al compagno:
- Frate Leone, che credi che abbia veduto in fondo a quel pozzo, riflessa
sull'acqua?
- Padre mio, - rispose fra Leone - avrai veduto la luna che splende nel cielo.
- No, frate Leone, vi ho veduto il volto di nostra sorella Chiara, che temevo
in tribolazione o tentazione. Ell'era invece tutta rilucente e serena. Per
questo il mio cuore si è messo in pace per lei e sono pieno di gioia
e di riconoscenza verso il Signore.
Chiara, nell'umiltà e nella preghiera, diventava sempre più
chiara. Francesco poteva dire:
- Dopo Dio e il firmamento, Chiara!
CAPITOLO 14
La volontà di Dio
Ora Francesco si rivolgeva a Chiara per consigli e pareri. Ell'era ormai fonte
di tale luce, che in lei Francesco vedeva un riflesso della Divina Sapienza.
Come la luna riceve il suo candore dai raggi del sole, così Chiara
riceveva il suo splendore dalla Grazia di Dio.
Francesco, quando voleva sapere quale fosse la volontà del Signore,
ne chiedeva alla carcerata di San Damiano.
Fin dall'inizio della sua conversione, Francesco era stato combattuto tra
il desiderio della contemplazione e il dovere della predicazione.
La chiamata di Dio non gli si presentò chiara. Il Signore lo voleva
romito o lo voleva missionario? Lo chiamava alla vita contemplativa o alla
vita attiva? Doveva pregare, tra boschi e dirupi, o doveva predicare sulle
piazze e nei castelli?
Di tratto in tratto questo dubbio l'assaliva, tra le selve d'alberi, dove
coglieva frutti dolcissimi per la sua anima contemplativa, o tra le selve
degli uomini, dove coglieva frutti fragranti per le anime del prossimo assetato
di carità.
Per risolversi e tagliare ogni dubbio, ci voleva un segno preciso della volontà
del Signore.
Francesco avrebbe potuto chiedere questo segno, direttamente, a Dio. Invece
si rivolse a Chiara. Ella sarebbe stata la sicura messaggera della volontà
del Signore.
Francesco chiamò a sé frate Masseo e gli disse: - Va' da suor
Chiara, e dille che con alcune delle sue più spirituali compagne preghi
il Signore di rivelarle che cosa sia meglio per me, o predicare o pregare.
Poi va' da frate Silvestro e digli la stessa cosa.
Silvestro era l'unico sacerdote della prima brigata dei penitenti. Passava
le sue giornate in preghiera, lungo un canalone del Subasio. Per questo Francesco
aveva per lui gran rispetto e venerazione.
Frate Masseo si recò dunque a San Damiano e fece la sua ambasciata
a Chiara.
Ella raccolse le compagne e si pose in preghiera dinanzi al Crocifisso che
già aveva parlato a Francesco.
Intanto Masseo salì verso il Subasio, in cerca di Silvestro. Il primo
sacerdote francescano aveva già avuto visioni dalle quali si poteva
facilmente dedurre quale fosse la missione di Francesco. Per esempio, un giorno,
stando in preghiera, vide uscire dalla bocca di Francesco una croce d'oro
che s'allungava e s'allargava fino a comprendere tutto il mondo e salire al
cielo.
Ciò significava che la predicazione di Francesco si sarebbe estesa
su tutta la terra e sarebbe giunta fino al cielo.
La risposta di Silvestro fu esplicita:
- Questo dice Iddio, che tu dica a frate Francesco: il Signore non l'ha chiamato
per se stesso, ma per le anime che per lui saranno salvate.
Frate Masseo ridiscese a San Damiano. Anche Chiara aveva ricevuto la risposta,
ed era la stessa di Silvestro:
- Di' al padre che Dio lo vuole predicatore in mezzo al mondo.
Quando Masseo fece ritorno alla Porziuncola, Francesco gli andò incontro
con grande sollecitudine. Gli lavò i piedi sudici dal camminare. Gli
apparecchiò il desinare, perché si riavesse dalla stanchezza.
Lo servì con umiltà.
Poi lo condusse in un luogo solitario, in mezzo al bosco. Gli s'inginocchiò
dinanzi, si trasse il cappuccio, e facendo croce delle braccia, non gli chiese
che cosa avessero risposto Chiara e Silvestro, ma disse:
- Che comanda ch'io faccia il mio Signor Gesù Cristo?
Chiara e Silvestro eran per lui gli oracoli di Gesù. Masseo rispose:
- A suor Chiara e a frate Silvestro il Signore ha rivelato la sua volontà:
che tu vada per il mondo a predicare, perché Egli non ti ha eletto
per te solo, ma per la salute degli altri.
Allora Francesco si levò da terra e con impeto disse ai compagni:
- Andiamo, nel nome di Dio.
Prese il bastone e s'inoltrò nella campagna, in direzione di Montefalco.
CAPITOLO 15
Frate Egidio
A San Damiano le "povere donne" potevano fare a meno delle visite
di Francesco, ma non di quelle dei sacerdoti, confessori e direttori spirituali.
Dalla grata del rustico coro, ogni mattina, le donne ascoltavano la Messa,
e tra le sbarre delle mistiche recluse passava il pane delle anime, l'ostia
consacrata sull'altare, dalle mani del sacerdote.
Francesco aveva cura di destinare al servizio divino di San Damiano i sacerdoti
più degni e i confessori più delicati.
Più tardi, dopo la morte del Padre, fu posto alla direzione spirituale
delle "povere donne" un inglese di rara dottrina e di finissima
intuizione spirituale. Si chiamava Alessandro d'Ales, e portava nel suo limpido
sguardo di settentrionale la serena calma di un'anima contemplativa.
Parlava in maniera ordinata e tranquilla, con delicate immagini ed espressioni
lucidissime, nel cui specchio tersissimo si potevano riflettere le anime sensibili
di Chiara e delle sue compagne.
Quand'egli parlava, nell'oscura chiesetta di San Damiano, pareva che dalla
volta affumicata trasparisse il celeste del cielo, e i gigli dell'altare emanassero
profumi di paradiso.
L'accompagnava al convento delle donne frate Egidio, un autentico contadino,
che aveva udito sul campo l'invito di Francesco e portava nel gruppo dei primi
francescani il rude buon senso dell'uomo della campagna.
Incolto, quanto Alessandro d'Ales era istruito; rude, quanto Alessandro d'Ales
era delicato, pareva che la coppia fosse stata scelta per mostrare come l'ideale
evangelico potesse accomunare due uomini di diversissima natura e di varia
educazione.
In una sola cosa erano uguali, se addirittura il contadino italiano, non superava
lo studioso inglese: nel fervore dell'anima, che in Alessandro d'Ales si traduceva
in un linguaggio delicato e compito; in frate Egidio invece si traduceva in
detti bruschi e in proverbi popolareschi.
Mentre l'inglese parlava, frate Egidio se ne stava accoccolato in un angolo
della chiesa, con le gambe incrociate e la testa tonduta sulle ginocchia.
Pareva che dormisse, ma invece ascoltava e meditava. La parola melliflua di
Alessandro d'Ales aveva una dolcezza spirituale che lo riempiva di gaudio.
Ma appunto per questo, egli temeva che le donne, al di là della grata,
ne ricevessero troppa consolazione.
E allora lo interrompeva:
- Cessa di parlare maestro, perché voglio parlare io!
S'alzava da terra, pesantemente, e con gesti goffi usciva in qualcuna delle
sue sentenze:
- La via di andare in su, è andare in giù. Oppure, con la sua
aspra voce di villano, diceva:
- Potessimo portare addosso una macina pesante, che tenesse chino sempre il
nostro capo!
Altre volte diceva:
- Quando uno litiga con te, se vuoi vincere, tu perdi. Perciò la strada
per vincere è quella di perdere.
E ancora, ricordando il suo antico stato di contadino:
- Questo mondo è una campagna tale, che chi ha il podere più
grosso ha il peggiore.
Rivolgendosi alle donne dietro la grata, gridava:
- La nostra carne è il bosco dove il diavolo fa legna.
Alessandro d'Ales interrompeva umilmente il suo discorso, per ascoltare anche
lui le parole del contadino.
Qualche volta gli pareva che frate Egidio, con la sua grossolana ma solida
saggezza, sgarrasse un po' come quando diceva:
- Tra tutte le virtù, io sceglierei la santa castità.
Allora il dottore interveniva, discreto:
- Non è più grande virtù la carità?
Il contadino guardava il dottore con aria furbesca e ribatteva:
- E quale cosa è più casta della carità?
Alessandro d'Ales sorrideva e abbassava la testa dinanzi all'irruenza dei
motti egidiani.
E la più bella lezione ch'egli lasciava alle "povere donne"
di San Damiano, era quella dell'umiltà, nel tacere al comando del contadino
e nell'annuire ai suoi detti pieni di semplicità, ma ispirati da una
sapienza che faceva dotti anche i più rozzi.
CAPITOLO 16
Il pianto di Chiara
Quando le visite dei padri spirituali diradavano e nella chiesetta non risonava
la lezione del maestro, Chiara ricorreva al Maestro dei maestri e al Signore
delle anime.
Si poneva dinanzi al Crocifisso e meditava i cinque discorsi delle piaghe
sanguinolente. Anche in questo seguiva fedelmente l'esempio di Francesco.
Pareva sapesse già, per miracoloso avvertimento, che quelle piaghe
si sarebbero impresse nel corpo del suo maestro terreno e che sarebbero diventate
il sigillo del francescanesimo.
La passione di Gesù era il testo nel quale Chiara continuamente leggeva
e rileggeva la lezione della santità.
Anche quando lavorava, anche quando mangiava, aveva dinanzi a sé l'immagine
di Cristo paziente, cioè che pativa. Si richiamava alla mente tutti
i tormenti della vittima divina, soffrendo con Cristo serenamente e volontariamente.
Specie la sera, tra l'ora di sesta e l'ora di nona, la sua partecipazione
alla passione di Gesù si faceva più acuta e dolorosa. Era l'ora
nella quale Gesù morì sulla croce.
L'aria trascolorava sugli olivi di San Damiano, i rumori s'attutivano nel
recinto del convento, e nel silenzio di viola, Chiara sentiva scendere nell'anima
una segreta voglia di piangere sulla reclina testa del Redentore.
Allora inaspriva le sue penitenze, si stringeva sui fianchi il cilicio setoloso
e dava libero sfogo alla sua commossa pietà.
"Li suoi occhi - scrive il primo biografo - parevano due vene di acqua".
Piangeva dinanzi al Crocifisso, e "tutto il viso e il petto le si bagnava
di lacrime".
I suoi bellissimi occhi s'arrossavano.
A poco a poco le lacrime le scavarono due solchi lungo le gote.
Di ciò colse l'occasione il tentatore, che credeva di trovare in Chiara
ancora un resto di femminile vanità.
Le apparve sotto forma d'un fanciullo e con melliflua voce le disse:
- Perché piangi tanto? Vedi, i tuoi occhi si guastano e presto diventerai
cieca.
Ma Chiara rispose:
- Non potrà mai diventar cieco chi ha Dio nell'anima.
Piangeva anche di notte, con la testa appoggiata al tronco di legno che si
bagnava di lacrime e la mattina appariva scuro come fosse restato fuori alla
pioggia.
Anche allora il tentatore non la lasciava, e nel buio del dormitorio le andava
sussurrando:
- Perché piangi tanto? Tu farai sì, che il cervello ti si corromperà
e ti uscirà dal naso. Tutto il tuo volto sarà distrutto e la
tua mente verrà a mancare.
Chiara rispondeva a quella insinuante voce:
- Io piangerò sempre la passione del mio Signore e il cervello non
si corromperà, né la mente verrà meno, se la Grazia del
mio Signore e Creatore mi assisterà nel dolore e nel pianto.
Il pianto infatti era come un lavaggio benefico sulla sua anima mantenuta
pura dalla Grazia. E sul volto, che era stato bello per virtù naturale,
appariva sempre di più e sempre più luminosamente la serena
compostezza della beltà soprannaturale.
Chiara piangeva, ma tra le lacrime brillava, come alcune volte fa il sole
tra la pioggia di primavera, la sua anima innamorata di Gesù.
Nel vedere che a nulla approdavano le sottili seduzioni, il maligno ricorse
allora alla violenza materiale.
Un giorno che Chiara piangeva sulle piaghe del Redentore, la colpì
con un fortissimo ceffone. Piangesse almeno, non di pietà, ma pel dolore
fisico!
Il ceffone fu così violento che dagli occhi, dal naso e dalla bocca
di Chiara uscì sangue, mischiato a siero.
Ma, contrariamente alle previsioni del maligno, invece di piangere più
forte per il dolore provato, Chiara sorrise di gioia.
Era contenta di ricevere un'offesa materiale e di soffrire una pena corporale
che le veniva direttamente dal nemico della sua anima.
CAPITOLO 17
Il Cantico delle Creature
Chiara pregava e piangeva dinanzi al Crocifisso.
Francesco diventava egli stesso un vivente Crocifisso. Sul Monte della Verna,
dove si recava, alla fine dell'estate, a meditare fra i sassi spaccati e a
pregare tra gli alberi della foresta, Francesco, nel 1224, aveva ricevuto
le stimmate.
Nelle mani e nei piedi e nel costato gli si erano formate le cinque piaghe
del Crocifisso, dalle quali colava sangue vivo.
Così ferito, era disceso dal monte, sopra un asino, e lentamente, dolorosamente,
si era avviato in direzione d'Assisi.
"Addio, monte di Dio, monte santo. Addio, monte Alvernia. Dio Padre,
Dio Figlio, Dio Spirito ti benedica. Restati in pace, che più non ci
rivedremo".
Disse queste parole dalla cima del Monte Casella, girato verso la Verna, ma
con lo sguardo vago, perché ormai non ci vedeva quasi più.
Quello che il tentatore aveva predetto a Chiara, si era avverato in Francesco.
I suoi occhi arrossati e dolenti erano quasi ciechi.
Giunse a Foligno mezzo morente.
Da Rieti, dove si trovava in quel momento la corte pontificia, furono chiamati
alcuni medici.
Un chirurgo pensò di guarirlo bruciandogli le tempie. Francesco si
lasciò tormentare, senza lagnarsi.
Disse al fuoco: "Sii benigno in quest'ora; sii con me gentile, già
che ti ho amato nel Signore".
Ma le cure non gli portavano nessun sollievo. Il corpo, ch'egli chiamava "frate
asino", era tutto un dolore. Dolevano gli occhi, nei quali la vista era
come una scheggia di vetro che feriva la pupilla. Doleva il petto squarciato
dalla ferita, lo stomaco ulcerato da digiuni e la milza distrutta dalla fatica.
Dolevano le mani piagate, le gambe gonfie e i piedi aperti dal dorso alle
piante.
In quelle condizioni Francesco, nell'estate del 1225, desiderò di riposarsi
a San Damiano. Ora che era diventato simile al Crocifisso poteva recarsi tra
le sue "povere donne" senza nessun timore.
"Ecce homo" poteva ripetere di sé. E Chiara lo vide giungere
stremato, macilento, ferito, brancolante nel sole violento che gli faceva
nera anche l'ultima scintilla di luce.
Francesco non poteva essere ospitato nel convento delle "povere donne".
Perciò Chiara gli fece costruire nell'orto una capanna di canne. Per
letto Francesco non volle che paglia.
Tra gli olivi di San Damiano, sul tronco dei quali strillavano le cicale,
Francesco venne curato da Chiara. Di giorno le "povere donne" gli
erano attorno, cercando di portargli sollievo.
Chiara e le sue compagne ricevevano dalla presenza di Francesco dolore e consolazione.
Quel vivente Crocifisso le teneva in tenera ansia.
Francesco sorrideva, accettando le loro cure, ma durante il giorno non diceva
quanto tormentosa gli fosse la notte.
Quando, per obbedienza alla Regola, le porte del convento venivano chiuse,
Francesco, rimasto fuori, nella sua capanna di canne, non riusciva a riposare.
Topi famelici sbucavano di sotto la paglia, addentandogli le dita dei piedi.
Francesco, piagato e dolente, non trovava requie, girandosi da un fianco all'altro.
Ma invece di lamentarsi e di rattristarsi, sentiva l'anima invasa da una grande
letizia. Ogni dolore gli si mutava in gioia, perché gli veniva dal
Signore, che aveva sofferto per la salvezza di tutti.
Ogni cosa era bella ed era buona, perché opera del Signore, e anche
il dolore e le infermità erano sante, se accettate nel nome di Gesù
e della sua passione.
Soffrire con Gesù, soffrire cioè con Dio: ecco il grande privilegio,
che dava a Francesco un'incontenibile gioia.
E una mattina, dopo una nottata più tribolata del solito, mentre l'alba
biancheggiava sugli olivi di San Damiano, Francesco, dritto all'entrata della
capanna, accolse Chiara col cantico della riconoscenza a Dio, al quale faceva
eco tutto il creato:
"Altissimo, onnipotente, bon Signore,
tue son le laudi, la gloria e l'onore e ogni benedizione.
A te solo, Altissimo, si confanno
e nullo omo è degno di te mentovare.
Laudato sii, mio Signore, con tutte le tue creature,
specialmente messer lo frate Sole,
lo quale è giorno, e illumini noi per lui.
Ed ello è bello e radiante con grande splendore,
di te, Altissimo, porta significazione.
Laudato sii, mio Signore, per suora Luna e le Stelle:
in cielo l'hai formate, clarite e preziose e belle.
Laudato sii, mio Signore, per frate Vento
e per Aere e Nuvolo e Sereno e ogni tempo,
per lo quale alle tue creature dai sostentamento.
Laudato sii, mio Signore, per suora Acqua,
la quale è molto utile ed umile e preziosa e casta.
Laudato sii, mio Signore, per frate Foco,
per lo quale illumini la notte.
Ed ello è bello e giocando e robusto e forte.
Laudato sii, mio Signore, per suora nostra madre Terra,
la quale ne sostenta e governa
e produce frutti con coloriti fiori ed erba".
Chiara ascoltava rapita e commossa, lodando con Francesco, Dio e le sue
opere. E forse si sentiva chiara e preziosa come le stelle, umile e casta
come l'acqua.
Ma più la sua anima splendeva, in quella mattina di luce, quando Francesco
con la voce rotta dal pianto cantava:
"Laudato sii, mio Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore
e sostengono infirmitate e tribolazione.
Beati quelli che lo sosterranno in pace,
che da Te, Altissimo, saranno incoronati".
Questa era la grande lezione che Chiara riceveva con immensa gioia e che avrebbe
conservato con perfetta fedeltà. Perdonare per amore di Gesù;
sostenere in pace e letizia tribolazioni e infermità.
L'ultimo verso del cantico era come la consegna che Francesco affidava a tutti
i suoi e particolarmente a Chiara.
"Laudate, benedicete mio Signore e ringraziate
e servitelo con grande umiltà".
Il convento di San Damiano si risvegliava. In quell'angolo di Paradiso, le
"povere donne" di Chiara avrebbero sempre servito il Signore con
grande letizia e "con grande umiltà".
CAPITOLO 18
L'ultimo incontro
Anche malato, anche cieco. Francesco non poteva stare fermo. Ripartì
dunque da San Damiano, solo. A chi lo voleva accompagnare, disse:
- Vidi già un cieco che non aveva altra guida che un cane. Non voglio
apparire migliore di lui.
Camminava a stento, e andava dicendo al corpo stanco:
- Rallegrati, frate asino, e perdonami. Fra poco ti riposerai.
Al fine riprese la via di Assisi. Tornò a morire nella sua città.
Fu ospite del Vescovo. Nell'attesa della morte, cantava.
Ma quando sentì che la sorella morte gli era vicina, chiese di essere
portato alla Porziuncola. Voleva morire in Santa Maria degli Angeli.
I compagni lo deposero sopra una barella e lo trasportarono fuor di città.
A mezza strada, si fece posare per terra, rivolto verso la città, che
benedisse.
Quando Chiara seppe che Francesco era tornato alla Porziuncola per morirvi,
desiderò di rivederlo e d'assisterlo nell'agonia. Il convento di San
Damiano ora le sembrava davvero una prigione. Avrebbe voluto aprirne la porta
e correre, attraverso il bosco, a Santa Maria degli Angeli, come aveva fatto
quando era fuggita di casa.
Francesco fu irremovibile. Non le permise di uscire dal convento. Ma immaginando
il dolore di Chiara e delle sue "povere donne", disse a un frate
d'andarla a visitare.
- Va' e di' a suora Chiara che deponga ogni dolore e tristezza per non potermi
ora rivedere. Tanto essa che le sue sorelle mi vedranno dopo morto e ne saranno
consolate.
Invece desiderò che giungesse alla Porziuncola un'altra donna, la vedova
romana Jacopa dei Settesoli.
Chiara e Jacopa erano per Francesco quello che per Gesù furono Maria
e Marta. Chiara era la donna della preghiera e della contemplazione. Jacopa,
la donna dell'azione e dell'assistenza. Da lei Francesco accettava doni di
panno, di cera e anche di certi "mostaccioli" fatti con farina e
miele.
La considerava quasi un uomo. Infatti, mentre chiamava Chiara suor Chiara,
chiamava Jacopa, frate Jacopa.
Prima d'entrare in agonia, Francesco si fece togliere il saio e distendere
nudo sulla nuda terra. Il guardiano della Porziuncola volle che si rivestisse,
e Francesco obbedì, chiedendo in prestito un saio. Voleva morire con
nulla di suo indosso. Rinnovò cosi, disteso per terra, le nozze con
la Povertà.
Era il tramonto del 3 ottobre 1226, quando spirò, e nel momento della
sua morte la capanna della Porziuncola venne avvolta da uno stormo d'allodole
trillanti.
Francesco aveva sempre amato quelle creature, perché gli sembravano
l'immagine dei suoi frati. Vestite di grigio, senza nessun ornamento, vivevano
per terra, ma appena il sole appariva all'orizzonte, s'alzavano a volo, pazze
di gioia. Anche i suoi frati, vestiti di bigello, dovevano vivere miseramente
nel mondo, cantando però con gran letizia l'inno della riconoscenza
al Signore, sole dell'anima.
Frate Jacopa compose la salma di Francesco e depose sul volto del morto una
pezzuola ricamata.
Chiara invece pianse e pregò tutta la notte, nel rozzo coro di San
Damiano.
Il giorno dopo, da tutti i paesi vicino, accorse gente a Santa Maria degli
Angeli. Da Assisi scese popolo e clero.
Cominciava la glorificazione del povero volontario. Il suo corpo fu tolto
dalla Porziuncola, per trasportarlo immediatamente in città.
Ma invece di ripercorrere in salita la strada che pochi giorni prima la barella
aveva fatto in discesa, il corteo funebre girò da un'altra parte, passando
da San Damiano.
Francesco aveva promesso a Chiara che lo avrebbe riveduto. Ecco che tornava
verso di lei, a piedi innanzi, seguito dal clero con torce accese e dal popolo
con rami d'albero stroncati per via.
A San Damiano le "povere donne" attendono, dietro la grata. Chiara,
con gli occhi bruciati, guarda la porta della chiesa.
Vengon di fuori i canti degli accompagnatori. Poi il silenzio. La bara è
giunta dinanzi a San Damiano; avanza coi portatori nella chiesa. Ecco i piedi
feriti; ecco le mani piagate; ecco il petto aperto; ecco il volto di cera
composto nella solenne pace della morte.
Di là dalla grata le povere donne singhiozzano. Vengono tolte le sbarre
di ferro. È l'ultimo incontro, sulla terra, di Chiara col suo crocifisso.
Non piange. Pallida sotto il velo nero, bacia le piaghe dei piedi, bacia le
piaghe delle mani, bacia la piaga del costato. Poi si ritira dietro le "povere
donne", che fanno altrettanto.
Quando si riscuote dal suo muto dolore, la chiesa è ritornata vuota.
Si ode lontano lo scalpiccio del corteo, che sale verso la città.
Ma San Damiano non è rimasto deserto. Gesù Crocifisso è
ancora là. Francesco è morto, ma il suo Maestro e Salvatore
agonizza ancora sulla Croce per sempre e per tutti gli uomini.
CAPITOLO 19
La difesa della Povertà
Il Papa è ad Assisi. È ad Assisi, per proclamare a tutta la
cristianità che Francesco, figlio di Pietro Bernardone, è Santo.
Siamo nel 1228. Non son passati che due anni da quando, disteso sulla nuda
terra, il perfetto povero è spirato alla Porziuncola.
E son bastati due anni per aprire e per chiudere il suo processo di beatificazione.
La Chiesa non ha avuto bisogno di molto tempo per stabilire, in maniera infallibile,
la santità di Francesco.
E meno ancora ne ha avuto bisogno il popolo, che ha subito venerato Francesco,
portando il suo corpo, "frate asino", in città, nella chiesetta
di San Giorgio.
Su quel corpo c'erano già i sigilli della santità, impressi
da Gesù; le cinque piaghe delle mani, dei piedi e del costato; le cosiddette
stimmate.
Ora il papa Gregorio IX era venuto apposta, per confermare con la sua autorità
quei sigilli miracolosi e per innalzare il povero, giullare di Dio, scalzo,
macero, ferito, alla gloria degli altari.
Gregorio IX era sommo pontefice soltanto da un anno. Prima dell'elezione era
Cardinale, il Cardinale Ugolino, della famiglia degli Orsini.
Da Cardinale aveva conosciuto Francesco; l'aveva anzi aiutato alla compilazione
e all'approvazione della Regola. Sapeva dunque tutto di lui. E sapeva tutto
anche di Chiara e delle sue "povere donne".
Volle visitare San Damiano. Volle vedere quali fossero nella vita pratica
gli effetti di quella Regola di povertà che aveva a lungo discusso
con Francesco.
A Roma le domande di Francesco e di Chiara erano sembrate sempre molto ardite.
Mentre tanta gente chiedeva privilegi e favori, Francesco e Chiara non chiedevano
che di vivere in povertà.
Quando gli venne sottoposta la domanda di Chiara, che chiedeva per sé
e per le sue "povere donne" il permesso di non possedere nulla e
di campare d'elemosina, il Papa d'allora, Innocenzo III, aveva esclamato:
- Non fu mai domandato alla Sede Apostolica un siffatto privilegio, di vivere
in tanta povertà.
E ora un altro Papa, Gregorio IX, scendeva tra gli olivi, fuor dalla porta
d'Assisi, per andare a vedere personalmente come si potesse vivere in quella
povertà.
Scende per la ripida stradicciola, seguito da Cardinali, da Prelati e da Cavalieri;
bussa al conventino cinto di mura senza intonaco.
Il Papa può toglier la clausura in ogni momento, e passa dentro, in
mezzo alle "povere donne" inginocchiate.
Chiara gli fa da guida. Questa è la chiesina restaurata da Francesco
con le proprie mani; questo è il coro, con la grata che fu tolta perché
le "povere donne" potessero baciare le stimmate del Santo. Questo
è il chiostro col pozzo; questo è il refettorio; questa, al
piano di sopra, è l'infermeria, e questo è il dormitorio. In
ultimo, l'orto grande come un fazzoletto.
Gregorio IX guarda e medita. Vede i sedili del coro di legno rozzo, vede le
tavole grosse del refettorio, i sacconi di sarmenti, i guanciali di legno.
Osserva le vesti pulite, ma piene di rammendi rattoppi, i piedi nudi, le mani
deformate. Misura l'orto dove non crescono che due cespugli di ramerino e
pochi rametti di salvia.
Come si può vivere in questo stato di povertà? E di dove vien
il sostentamento delle "povere donne"? Tutti i monasteri e i conventi
hanno sempre avuto campi e poderi per le rendite necessarie alla vita delle
religiose.
A San Damiano, invece, oltre al muro della clausura, le "povere donne"
non hanno nessuna proprietà.
- Come potete vivere?
- D'elemosina, Santo Padre.
- Ma se vengono tempi forti, guerre, carestie, chi vi potrà sostentare?
- La Provvidenza, Beato Padre.
- La vostra Regola è troppo stretta. Madre Chiesa non può permettere
che le sue figlie predilette abbiano ad essere esposte al bisogno, senza nessuna
difesa.
- La nostra difesa è Cristo crocifisso e il suo Vicario in terra.
Gregorio IX fissa il volto intrepido di Chiara. Pare che voglia scrutare un
suo segreto pensiero.
Le dice lentamente, per dare alla donna forte il tempo di riflettere:
- Figliola, se temi del voto già fatto della santa povertà,
io te ne posso sciogliere. Tu sai che Gesù ha dato al suo Vicario il
potere di sciogliere e di legare. E quello che egli scioglie in terra è
sciolto anche in cielo.
Cardinali e Prelati annuiscono. Essi trovano molto saggio il discorso del
Papa. È opportuno render la Regola più blanda.
I Cavalieri del seguito si rasserenano. Lo spettacolo dell'estrema povertà
li ha turbati. È necessario mitigare le asprezze di queste donne.
Chiara impallidisce alle parole del Papa come dinanzi a una minaccia. Gli
occhi le si empiono di lacrime, come avesse ricevuto una punizione.
Cade in ginocchio dinanzi al Papa, e con voce strozzata dalla commozione,
implora:
- Padre Santo, io non temo per il voto che ho fatto. So bene che Voi me ne
potete sciogliere e assolvere.
Fa una pausa, poi con voce più ferma prosegue:
- Padre Santo, dai miei peccati assolvetemi, dalle mie colpe scioglietemi,
ma non dal privilegio della santa povertà dalla quale non voglio esser
sciolta in eterno.
E tutte le "povere donne", fedeli all'insegnamento di Francesco,
sono d'accordo con Chiara. Chiedono al Vicario di Cristo l'assoluzione dei
loro peccati e la conferma dei loro voti di povertà.
CAPITOLO 20
La Croce sul pane
Gregorio IX si trattenne qualche tempo ad Assisi e prima di partire volle
tornare a San Damiano.
La città era piena di frati, accorsi da ogni parte del mondo, per la
beatificazione di Francesco.
La Chiesa ormai riconosceva la virtù eroica del poverello d'Assisi.
Francesco era Santo. Attorno alla testa del figlio di Pietro di Bernardone
splendeva l'aureola del Paradiso.
E come la sua luce di Santo si rifletteva su tutta la chiesa, così
i suoi seguaci si spargevano su tutta la terra. In pochi anni l'Ordine dei
Minori, chiamati comunemente "francescani", si era enormemente dilatato
in ogni parte del mondo.
Moltissimi seguivano, a piedi scalzi, le orme di San Francesco.
Ma sopra a tutti, più di tutti e meglio di tutti, era Chiara che si
manteneva fedele all'insegnamento del Santo, mantenendosi fedele alla più
assoluta povertà.
Il Papa Gregorio IX aveva ripensato più volte alla risposta che Chiara
gli aveva dato in San Damiano: "Padre Santo, scioglietemi dai peccati,
ma non dal voto della povertà".
Questo significava aver capito lo spirito di San Francesco; questo significava
seguire fedelmente l'esempio del poverello d'Assisi.
Il Papa non poteva ripartire senza tornare tra gli olivi di San Damiano, dove
si respirava la pura aria del francescanesimo.
Avvertita per tempo, questa volta Chiara, aiutata dalle compagne, aveva ornato
di fiori la chiesa, aveva unto di olio le tavole della mensa, e cosparso di
rami d'olivo la stradicciola che scendeva al convento.
Anche povera, voleva fare onore al Vicario di Gesù. Guai se la sua
perfetta povertà l'avesse fatta insuperbire. La povertà superba
e sdegnosa è come pane ammuffito: non nutre più, anzi avvelena.
Il Papa benedisse le povere donne di San Damiano e rivolse loro un discorso
da padre a figlie.
Chiara lo stava ad ascoltare, estatica. Per quanto ella fosse molto avanti
nella pietà e nella devozione, ogni parola del Papa le pareva un dono
inestimabile.
Il Papa era Gesù in terra. Così le aveva insegnato San Francesco,
sempre ligio all'insegnamento della Chiesa. E Chiara, vera figlia di San Francesco,
chiamava Gregorio IX, Padre Santo.
Dal canto suo, Gregorio IX desiderava che anche Chiara parlasse, e stava ad
ascoltarla con ammirazione, quand'ella discorreva "delle cose celestiali
e divine".
Intanto il tempo passava e già l'ora di mezzogiorno era da un pezzo
scoccata, quando Chiara s'accorse che ormai il Sommo Pontefice non poteva
tornare ad Assisi per il desinare.
Confusa, ma pronta, fece immediatamente preparare la mensa. Non c'era però
che pane; pane duro ricevuto in elemosina.
Chiara fece disporre le pagnotte sulle rozze tavole del refettorio, e, inginocchiata,
pregò il Papa di benedire la mensa.
Il Papa rispose:
- Suor Chiara fedelissima, io voglio che benedica questo pane tu, facendovi
sopra il segno della croce di Cristo.
- Santissimo Padre, - ribatté Chiara, - perdonatemi, ma sarei degna
di rimprovero, se, dinanzi al Vicario di Cristo, io, che sono una povera donna,
presumessi di fare questa benedizione.
Ma il Papa rispose ancora:
- Perché ciò non sia creduta tua presunzione, ma merito d'obbedienza,
io ti comando, per santa obbedienza, che sopra questo pane tu faccia il segno
della croce, benedicendolo nel nome di Dio.
Chiara non si poteva rifiutare all'ordine del Sommo Pontefice. Si alzò
in piedi e con la mano destra tracciò in aria una gran croce, invocando
il nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Allora il Papa vide, e videro i Cardinali, i Prelati del seguito e le "povere
donne" che erano intorno, come sopra ogni pagnotta fosse apparso, per
miracolo, un segno profondo: una croce quasi intagliata nella dura crosta
del pane.
CAPITOLO 21
Il pane degli Angioli
Il pane, condito con un po' d'olio, era spesso l'unico cibo delle "povere
donne" di San Damiano. Qualche volta mancava anche quello, se non interveniva
Chiara con qualche miracolo.
Ma quello che non mancava mai era il pane degli Angioli, il pane dell'Eucaristia.
Chiara poteva star senza il pane comune, ma non poteva fare a meno di quello
che il sacerdote consacrava sull'altare e distribuiva attraverso la grata
di ferro.
Anche in questo Chiara si dimostrava buona discepola di San Francesco, il
quale non si stancava di dire e di scrivere ai suoi frati: "Prego tutti
voi, fratelli, baciandovi i piedi e con quanto ardore posso, di tributare
tutta la riverenza e tutto l'onore che potete al Santissimo Corpo e al Sangue
del Signor nostro Gesù Cristo".
Diceva anche ai compagni:
- Se mi accadesse d'incontrare nel medesimo tempo un Santo disceso dal cielo
e un povero sacerdote, farei prima di tutto onore al sacerdote, correndo a
baciargli le mani. Direi al Santo: Oh, aspetta, San Lorenzo, perché
le mani di costui toccano il Verbo di vita, e possiedono un potere sovrumano.
E qual'era il potere sovrumano dei sacerdoti? Era quello di mutare nel corpo
di Gesù un pezzetto di pane, cioè quello d'amministrare l'Eucaristia.
Chiara aveva una grande devozione per l'Eucaristia e un grande rispetto per
i sacerdoti ai quali Gesù, nell'ultima cena, diede il potere di consacrare
il pane e il vino. Quand'era malata, si faceva tirar su, a sedere sul letto
di sarmenti o di paglia. Appoggiata a un sacconcello posto alle sue spalle,
chiedeva lino, che filava, tesseva e cuciva, per far corporali. Li mandava
poi in regalo ai sacerdoti poveri, perché tenessero pulita la biancheria
dell'altare e specialmente quella del calice.
Lasciare una Comunione era per Chiara un grande dolore, specialmente nei giorni
di festa.
Un anno si trovò nella triste condizione di non poter ricevere l'Eucaristia
nella notte di Natale. Natale era per lei, come per San Francesco, la festa
più commovente dell'anno, perché Dio, padrone dell'universo,
si era fatto, in quel giorno, povero tra i poveri, nascendo in una stalla.
- Se io potessi parlare all'Imperatore, - diceva un giorno San Francesco -
vorrei pregarlo di emanare un comando generale, perché tutti coloro
che lo possono, spargano per le vie frumento e granaglie nel giorno di Natale,
sicché in un giorno di tanta solennità gli uccelli abbiano cibo
in abbondanza.
E come gli uccelli erano desiderosi di beccare granelli di frumento, Chiara
desiderava di recarsi, nella notte di Natale, in chiesa per ricevere il cibo
dell'anima, cioè l'Eucaristia.
Ma quell'anno si trovava a letto, gravemente malata. Non volle che nessuno
restasse ad assisterla. Le "povere donne" di San Damiano dovevano
andare tutte in chiesa, alla Santa Messa di mezzanotte, a ricevere il pane
degli Angioli.
Chiara rimase sola, nel nudo e squallido dormitorio, distesa sull'aspro letto,
con le braccia incrociate sul petto e con lo struggente desiderio di partecipare
alle funzioni liturgiche di quella notte santa.
Le campane di Natale, nel grande silenzio ovattato dalla neve, avevano una
voce più profonda e più dolce del solito. Chiamavano la gente
lontana, invitandola all'alleluja del grande evento.
Chiara ascoltava quel suono, lento e gaudioso, con l'anima piena di amore
per il Bambino Gesù. E ripensava alla notte di Greccio, quando San
Francesco volle ricreare al vivo, nel bosco, dentro una vera grotta, la scena
della Natività.
La sua preghiera era un fervido atto d'amore verso Dio misericordioso, che
veniva al mondo per soffrire e salvare gli uomini dal peccato.
Con gli Angioli, ripeteva piangendo di gioia, il canto di ringraziamento e
di speranza: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace agli
uomini di buona volontà".
Passarono le ore. Il suono delle campane si spense, e dopo qualche tempo Chiara
udì i passi leggeri e cauti delle compagne che, precedute da una lucernina,
rientravano, dopo il mattutino, nel gelido dormitorio.
Esse erano ancora commosse dall'officiatura divina.
- O madre nostra, suora Chiara, - dissero all'ammalata - che grande consolazione
abbiamo avuto in questa santa notte della Natività! Fosse piaciuto
a Dio che anche voi foste stata con noi!
Chiara sorrise dal suo giaciglio e rispose alle compagne:
- Grazie e lode al Signore, sorelle mie carissime, perché questa notte
io ho ricevuto maggior consolazione di voi. Per intercessione del nostro padre
San Francesco, ho assistito ad ogni solennità di questa santissima
notte. Con le mie orecchie ho udito il canto, il suono e tutto l'Uffizio della
Messa. Ho veduto la Vergine e San Giuseppe. Ho assistito alla nascita del
Bambino Gesù, nel presepio di Betlemme. Non solo. Ho ricevuto una grazia
anche più grande, perché il Signore ha soddisfatto il mio più
vivo desiderio, porgendomi la Santa Comunione. Sia sempre benedetto nella
grande bontà per questa sua povera serva malata, che stanotte ha voluto
ricolmare di cibo spirituale.
CAPITOLO 22
I Saraceni di Federico II
Assisi non era stata soltanto la culla della povertà francescana, ma
era stata anche il nido della superbia ghibellina.
Si diceva, non si sa quanto a ragione, che sull'antica fonte di granito, nel
vecchio Duomo d'Assisi, fosse stato battezzato, dopo di Francesco, figlio
di Pietro di Bernardone, Federico, figlio di Enrico e nipote dell'imperatore
Barbarossa.
Non solo. Il giovane principe tedesco sarebbe stato lungamente ospite nella
Rocca d'Assisi, sotto la protezione del Papa.
Infatti il Papa aveva avuto una grande tenerezza per quel tenero e debole
virgulto della dinastia sveva. L'aveva difeso dai nemici, lo aveva allevato
gelosamente, lo aveva fatto istruire accuratamente e infine era riuscito a
farlo incoronare a soli diciotto anni di età.
Ma il giovanissimo sovrano, travolto dall'ambizione, non fu né riconoscente
né rispettoso verso il Papa. Appena gli fu possibile si volse contro
la Chiesa. Divenne scismatico, eretico, infedele.
Egli era intelligentissimo. Fu grande letterato e poeta amoroso.
I suoi ammiratori lo chiamavano il "chierico grande".
Era anche coraggioso e valoroso, quant'era ambizioso e prepotente. I suoi
nemici lo chiamavano il "martello del mondo".
Di sangue tedesco, ma innamorato dell'Italia, sognò un grande Regno
del sole, nella parte meridionale della penisola, dalla Puglia alla Sicilia:
una potenza ghibellina; uno stato nel quale la sua volontà fosse legge
e il suo piacere fosse sacro.
Un esercito di ventimila Saraceni era pronto al suo cenno; un esercito di
guerrieri disciplinatissimi e crudeli. Infedeli al vero Dio, ma fedelissimi
all'Imperatore, essi univano alla crudele freddezza dei settentrionali la
sanguinaria ferocia dei meridionali.
Denti bianchi, occhi celesti, carnagione olivastra, barba rada; altezza di
statura, snellezza di membra; non c'erano guerrieri più temibili dei
Saraceni, che Federico II spingeva dalla Sicilia verso Roma e oltre.
Quando, verso il 1240, giunse ad Assisi la notizia che i Saraceni di Federico
II risalivano la valle spoletana, la città fu percorsa da un lungo
brivido di terrore.
Le porte vennero chiuse precipitosamente, dopo il passaggio affannoso di tutti
coloro che, abitando fuor dalle mura, cercavano riparo in città.
Dalla Rocca le scolte vigilavano, esplorando con lo sguardo l'ampia vallata.
Soltanto le "povere donne" di Chiara erano rimaste in San Damiano,
senza nessuna difesa.
Prima d'investire le mura d'Assisi i Saraceni di Federico sarebbero passati
su quel povero convento sperduto tra gli olivi, senza nessun rispetto per
il luogo santo e per le devote abitatrici.
I Saraceni erano guerrieri infedeli d'un sovrano scismatico. Non c'era dunque
da aspettarsi nessun riguardo né da sperare nessuna pietà.
Sul fianco del Subasio, la città, chiusa dalle mura di pietra calcarea,
sembrava più pallida del solito. Nella campagna spopolata, la fronda
dell'olivo pareva più cinerea del consueto.
Il terrore dei Saraceni di Federico II si diffondeva dovunque, e dagli animi
spaventati si rifletteva sul paesaggio spaurito.
All'orizzonte già s'innalzavano i fumacchi degli incendi, mentre giungevano
le tristi notizie di saccheggi, uccisioni e rubamenti.
Le "povere donne" di San Damiano, dentro il convento, pregavano
e digiunavano. Chiara, sul suo aspro letto, giaceva gravemente malata, quando
le fu annunziato l'arrivo dei Saraceni.
Tra il pallido variare degli olivi si scorgeva il balenio degli elmetti ogivali
e lo svettare delle picche barbariche.
Già qualche volto olivastro, con gli occhi freddi e le labbra carnose,
s'affacciava al muro dell'orto.
Grandi colpi scotevano la porta del convento, e Chiara, quasi svegliandosi,
chiese che cosa fossero.
Le risposero, con la voce strozzata, che erano i Saraceni di Federico II.
S'alzò a fatica, dicendo che le fosse portata una teca d'avorio e d'argento,
dentro alla quale era tenuta l'Ostia consacrata.
Si fece, con quella in mano, alla grande finestra che dava sul sagrato, e
dal vano mostrò, alto levato, Gesù Eucaristico, ai guerrieri
infedeli dell'esercito anticristiano.
E intanto diceva:
- Pregoti, Signor mio, che ti piaccia che queste tue poverelle serve non vengano
alle mani e alla crudeltà d'infedeli e pagani.
Diceva ancora:
- Pregoti, o Signor mio, che guardi anche questa città e le persone
le quali per tuo amore sì ci aiutano e sostentano la vita nostra.
Dalla teca d'avorio e d'argento uscì allora una voce, quasi di bambino:
- Io per tuo amore guarderò te e loro sempre.
Passò qualche tempo. Dopo di che i volti dei Saraceni sparirono d'intorno
al convento. Tra gli olivi si spensero i bagliori degli elmetti e le scintille
delle lance.
Le scolte d'Assisi attesero a lungo l'assalto dei Saraceni, sotto le loro
mura. La notte non fu turbata da nessun grido di guerra.
E la mattina dopo, le porte poterono essere nuovamente riaperte. La gente
uscì, entrò, sostò tranquillamente.
Una mano, dall'alto, certo in virtù delle preghiere di Chiara, aveva
distolto i capitani di Federico II dall'assedio di Assisi e aveva condotto
l'esercito dei Saraceni per altre vie, lontano dal convento di San Damiano.
CAPITOLO 23
Infermità e tribolazione
Pareva quasi che, prima di morire, San Francesco avesse pensato anche a lei,
cantando nel giardinetto di San Damiano:
"Laudato sii, mio Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore
e sostengono infirmitate e tribolazione".
Chiara infatti rimase inferma per ventotto anni, da trentadue a sessant'anni.
Le giovani di San Damiano temevano sempre di perderla, ma ella le rassicurava:
- Figliole mie, non vuole Iddio che io muoia ancora, ma vuole che io stia
con voi per alquanto spazio di tempo in questo misero corpo.
Il suo giaciglio era diventato la sua cattedra. Di lì insegnava, specialmente
alle giovani, la rassegnazione e la pazienza.
Ormai San Damiano era diventato un richiamo irresistibile per molte anime.
Uno scrittore del tempo poteva dire: "Le giovani che corrono a Santa
Chiara sono più numerose delle api che in tempo di primavera si posano
sui fiori".
La sua prima compagna era stata Pacifica di Guelfuccio, poi la sorella Agnese,
quindi Benvenuta da Perugia. Poi eran venute Balvina, Cecilia, Filippa, Amata,
Cristina, Angeluccia, Lucia, Beatrice, Benedetta, Illuminata, Anastasia, Giacomina,
Mansueta, Benvenuta, Benricevuta, Bennata, Consolata, Chiarella, Pacifica,
Vertera, Massariola. Infine la madre Ortolana, con tantissime altre.
E non solo d'Assisi o dei dintorni, ma dal suo giaciglio Chiara teneva avvinte
donne d'ogni parte del mondo.
Il solito scrittore del tempo poteva scrivere: "Non fu reame né
terra di baronaggio, dove non fosse edificato un monastero sotto la Regola
e dottrina di Chiara".
Infatti, per amor di povertà, si fece tagliare i capelli e cinse la
corda francescana la figlia del Re di Boemia, la bionda principessa Agnese,
ch'era stata fidanzata con Federico II.
Chiara le scriveva: "Vergine povera, avvicinati a Cristo povero".
E Agnese le rispondeva: "Beata povertà, che vali eterne ricchezze
in coloro che ti abbracciano!".
Poi fu la volta di una regina: Elisabetta d'Ungheria che si fece terziaria,
poi d'altre ancora, come Ermentrude da Colonia che fu clarissa.
La povertà non sarebbe stata nulla, se non fosse stata inasprita dall'infermità.
E Chiara dava l'esempio di come si sopporti pazientemente "infirmitate
e tribolazione".
Pregava di continuo, e di continuo lavorava, quando la sua anima non era ratta
in contemplazione.
Alla discepola, che l'assisteva come una figliola, aveva detto:
- Quando tu vedi che io stia troppo fuori di me, vieni e non mi far motto,
se già non ti paressi in articolo di morte.
Specialmente nel giorno di venerdì, meditando la passione di Gesù,
"s'inebriava di dolore" e andava in estasi.
Una volta rimase fuori di sé tutto il giorno. Giunta la notte, la giovane
che l'assisteva si recò presso di lei con una candela accesa.
- Perché codesto lume? - disse l'inferma riaffiorando alla vita. -
È ancora mattina.
- Madre mia, - le rispose l'infermiera - è già passato tutto
il venerdì e ora siamo nella notte sul sabato e voi avete dormito quasi
ventiquattro ore.
Chiara si guardò attorno, poi disse, con un sospiro:
- Benedetto sia questo sonno, figliola mia.
Non era stato sonno. Né sogni eran le cose che elle vedeva e udiva
durante le sue estasi.
Seppe così che non sarebbe morta prima di rivedere il Papa, che si
era recato in Francia.
Infatti Innocenzo IV fece in tempo a tornare a Genova. Di lì andò
a Milano; da Milano a Bologna e finalmente giunse a Perugia, nel novembre
del 1252.
Quando seppe che Chiara era gravemente ammalata, prima le mandò il
Cardinale di Ostia, poi egli stesso giunse ad Assisi e si recò personalmente
a San Damiano.
Accostandosi al letticciolo, porse all'inferma la mano da baciare. Ma a Chiara
questo gesto sembrò di troppo privilegio.
- No, - disse - Signor mio, che siete il Vicario di Cristo e successore dell'Apostolo
Pietro. Non la mano, ma il piede mi date, se volete che io lo baci.
Il Papa, vedendo la sua grande devozione, la volle accontentare. Fece portare
un panchetto vicino al giaciglio di Chiara. Vi sedette sopra in modo che l'ammalata
potesse baciargli il piede.
Chiara baciò di sopra e di sotto, bagnando il piede con le lacrime.
Poi chiese al Papa l'assoluzione dei suoi peccati.
- Ne ho tanto bisogno - disse umilmente.
- Così piacesse a Dio che tanto ne avessi bisogno io! - disse il Papa.
Dinanzi a tanta umiltà, lo stesso Sommo Pontefice aveva sentito il
bisogno di umiliarsi!
CAPITOLO 24
La Bolla pontificia
Ogni volta che Chiara vedeva il Papa, gli chiedeva due cose: l'assoluzione
dei suoi peccati e la conferma della sua povertà.
La superiora di San Damiano desiderava dal Papa una bolla, cioè una
lettera ufficiale, scritta su cartapecora, col sigillo pontificio, formato
da un bollo di piombo, recante nel diritto lo stemma del Papa e sul rovescio
le figure dei Santi Pietro e Paolo.
La bolla che Chiara desiderava e chiedeva avrebbe dovuto contenere l'approvazione
della Regola da lei seguita in San Damiano, per ispirazione di San Francesco,
cioè la Regola che imponeva la perfetta e assoluta povertà,
senza eccezioni e senza attenuazioni.
Da diciassette giorni ormai Chiara non mangiava più, ridotta a un corpo
diafano, sul quale soltanto i due grandi occhi bruciavano nell'attesa di quell'ultima
grazia.
La corte papale si trovava ancora ad Assisi, e ogni giorno scendevano verso
San Damiano Cardinali e Vescovi, a due, a tre, a quattro, per vedere e per
udire la prediletta figlia di San Francesco.
Chiara li accoglieva con un dolce sorriso. Anche con lo sguardo alle loro
mani, sperando sempre di scorgere l'attesa bolla.
Non vedendola, abbandonava la testa da un lato, chiudeva gli occhi e mormorava
una preghiera al Vicario di Cristo: "Venite ad aiutarmi".
Prima di morire voleva lasciare alle sue povere donne, in eredità,
la bolla del Papa, perché nessuno, dopo la sua scomparsa, tentasse
mai di assalire, con le armi dell'umana compassione, la roccaforte della povertà.
Ella era stata forte, rigettando tutti gli attacchi alla sua Regola, aveva
rifiutato privilegi e respinto concessioni. La sua assoluta fedeltà
a San Francesco l'aveva resa invincibile. Fino a che ella era rimasta al comando,
pur sopra il letticciolo di sarmenti e di paglia, malata e tribolata, nessun
assedio di pietosa seduzione le aveva recato spavento. Si era sempre rifiutata
di considerare la povertà un pericolo o una debolezza. Al contrario,
la povertà assoluta costituiva, per lei come per San Francesco, l'arma
invincibile e la forza irresistibile della santità.
Ma ora che sentiva al suo capezzale sorella morte corporale, ora che stava
per abbandonare il suo posto di comando e di combattimento, voleva lasciare
alle sue donne un'altra arma che non fosse soltanto la sua inflessibile volontà.
Voleva che l'autorità del Vicario di Cristo prendesse il posto della
sua volontà. Chiedeva un documento ufficiale della Chiesa, nel quale
fosse confermata la Regola in tutta la sua integrità. Attendeva cioè
la bolla Pontificia.
Per questo andava collo sguardo alle mani dei Cardinali e dei Vescovi, che
venivano a visitarla. E non vedendo il rotolo di cartapecora con la bolla
pendente dal nastro, sospirava, reclinando la testa stretta dalle bende, chiudendo
gli occhi e rinnovando una muta preghiera.
Andavano a visitarla anche i vecchi superstiti compagni di San Francesco,
Fra Leone "pecorella di Dio", Fra Angelo "guerriero di Cristo"
e Fra Egidio "cavaliere della Tavola Rotonda".
Ad essi Chiara domandava:
- Avete voi alle mani cosa nuova del dolce Gesù?
Intendeva chiedere qualche parola nuova, accesa d'amore per Gesù, com'eran
capaci di trovare, nel loro ingenuo misticismo, i vecchi compagni di San Francesco.
Chiara chiedeva che pregassero per lei, i vecchi scalzi e rugosi come i tronchi
del primo boschetto francescano di Santa Maria degli Angeli. Ella non poteva
morire se prima a San Damiano non giungeva la bolla Papale!
E finalmente il documento pontificio giunse, un giorno dopo la firma del Papa.
Era il 10 Agosto 1253.
Accuratamente arrotolato, col sigillo intatto, fu portato al letto della morente.
Chiara baciò il sigillo dalle due parti, disse d'aprire il documento,
di leggerlo. Chiudendo gli occhi, per meglio seguirne le parole. La bolla
diceva:
"Innocenzo Vescovo, servo dei servi di Dio, alle sue figliuole carissime
in Gesù Cristo, Chiara Abbadessa e le altre suore del Monastero di
San Damiano in Assisi, salute ed apostolica benedizione.
Voi ci avete umilmente supplicato di sanzionare con la nostra apostolica autorità
la forma di vita che San Francesco vi ha data e voi avete spontaneamente abbracciata,
obbligandovi a vivere in comune nell'unione degli animi, col voto dell'altissima
povertà.
Noi volentieri, accondiscendendo ai desideri della vostra pietà, pienamente
ratifichiamo, con la nostra apostolica autorità e confermiamo".
Chiara aveva riaperto gli occhi. Due grandi lacrime dilatavano le sue luminose
pupille. Sembrava in estasi.
La lettera seguitava:
"Non sia a nessuno assolutamente permesso d'infrangere questo atto di
nostra autorità, o di contravvenirvi con audace temerità.
Se qualcuno oserà tentarlo, incorrerà all'istante nello sdegno
di Dio Onnipotente e dei suoi Apostoli Pietro e Paolo".
Chiara tese le mani. Fissò nel bollo di piombo le figure di San Pietro
con le chiavi e di San Paolo con la spada. Di lì innanzi avrebbero
difeso essi San Damiano e il privilegio della santa povertà.
Poi lesse la data:
"Dato in Assisi il 9 del mese d'Agosto, nell'undicesimo anno del nostro
pontificato".
Strinse al seno la pergamena, chiudendovi sopra le braccia in croce.
L'ora della della sua morte era ormai giunta.
CAPITOLO 25
Il corteo delle Vergini
Chiara poteva morire, con la bolla della Santa Povertà stretta sul
petto.
Poteva anch'essa cantare il suo "Nunc dimittis", ora che il Papa
aveva confermato e sanzionato la sua Regola di vita povera.
Sul giaciglio della sua lunghissima infermità, mormorava alla propria
anima, che si scioglieva dal corpo, reso diafano dalla penitenza e dalla malattia:
- In pace, e vanne lietamente a Colui che ti creò, ti santificò,
e sempre ti ha amata e custodita. Va' a colui che t'ha guardata.
Una della sue donne, che stava presso di lei, udendo quelle parole le chiese
premurosamente:
- Che dite voi, madre santa? A chi parlate?
- Io parlo all'anima mia benedetta - rispose Chiara.
Dopo poco riprese a mormorare.
- Benedetto sii tu, Signore mio, che mi creasti e con il tuo pietoso sangue
mi ricomprasti per darmi vita eterna, la quale sei Tu.
Sorridendo, si volse alla suora che l'assisteva e le disse:
- Vedi tu il Re della gloria come vedo io?
Inginocchiate attorno al giaciglio della loro madre, le "povere donne"
di San Damiano lacrimavano di dolore e di consolazione.
Chiara aveva ricevuto la bolla Papale il giorno prima, il 10 Agosto, giorno
di San Lorenzo.
Tutta la notte, dal cielo profondissimo, eran cadute le stelle, rigando la
notte d'un pianto silenzioso.
Ora s'alzava l'alba del nuovo giorno e spariva ogni traccia di dolore.
Dalle grandi finestre, alte sulla campagna, la luce mattinale entrava quasi
abbagliante. Chiara la raccoglieva nei grandi occhi splendenti.
Non era però luce naturale quella che entrava dalla porta. Chiara si
volse da quella parte e con lei si volsero tutte le suore, rapite più
che stupite.
Entrava dalla porta uno stuolo di vergini tutte vestite di bianco, e ciascuna
aveva in capo una corona d'oro.
In mezzo a loro veniva una Vergine più gloriosa e maggiore di tutte
le altre. La sua corona era di più grande splendore, come non fu mai
il sole in tutta la sua chiarezza.
La Regina delle Vergini si mise innanzi a tutte le altre e andò verso
il giaciglio di Chiara. Si piegò verso la morente, abbracciandola dolcemente.
E tenendola così abbracciata, fece cenno che le porgessero il pallio.
Era una tunica tutta d'oro, con pietre preziose, che alcune vergini portavano
sulle braccia.
La Vergine maggiore avvolse in quella veste l'anima benedetta di Chiara. Lasciò
sul giaciglio di sarmenti un povero corpo esamine. Partì, seguita dal
regale corteo, con l'anima gloriosa, verso la festa eterna del Paradiso.
CAPITOLO 26
Santa Chiara
Col crescer del giorno, la notizia che Chiara era morta si sparse dovunque.
Dalla campagna e dalla città, la gente corse a San Damiano. Tutti dicevano:
- O Santa Chiara, prega Iddio per noi!
Si mosse anche il Papa, con tutta la corte, per la sepoltura, e corse voce
ch'egli avesse voluto l'Uffizio delle Vergini, invece di quello dei morti.
Pare che fosse il Cardinale d'Ostia a frenare lo slancio del Papa, e a proporre
la normale officiatura, in attesa del processo di beatificazione.
Il Papa accettò, ma diede proprio al Cardinale d'Ostia il compito di
pronunziare il sermone in onore di Chiara già chiamata Santa dalla
voce del popolo.
Intanto era scesa da Assisi anche la Signoria, con fanti e cavalieri. Il convento
fu contornato d'armati, giorno e notte, a guardia del corpo venerato.
San Francesco era restato poco alla Porziuncola. Dopo il transito, i suoi
compagni, in grande fretta, ne avevano tolta la salma. Passando da San Damiano,
erano entrati in città, da Porta Nuova, e avevano riposto il corpo
del loro padre nella piccola Chiesa di San Giorgio.
Non era prudente lasciare una reliquia così preziosa in un luogo indifeso
e fuor dalle mura. I Perugini potevano portarlo via con un colpo di mano armata.
Il corpo del Santo valeva più di un tesoro.
Da San Giorgio poi, due anni dopo, il corpo di San Francesco era stato sprofondato
nelle viscere della nuova basilica, sorta, per volere di frate Elia, fuori
della città, ma con bastioni e muraglie, simile a una fortezza.
Gli stessi timori si ebbero per il corpo di Chiara. San Damiano si trovava
in aperta campagna, chiuso con muro da orto. Venne perciò recinto di
armati. La Signoria d'Assisi fece buona guardia, nel timore che quel tesoro
le fosse tolto.
Poi si pensò al trasporto, dentro le mura della città.
La chiesina di San Giorgio era di nuovo libera. Dov'era stato il padre, poteva
riposare la figlia.
E come in vita Chiara aveva seguito le orme di Francesco, così anche
da morta seguì il viaggio del suo maestro.
Anch'essa a piedi avanti, portata da Prelati e seguita da tutta la Corte papale,
salì l'erta del monte, entrò da Porta Nuova, mentre tutte le
campane d'Assisi suonavano a gloria.
Fu deposta in San Giorgio dov'era stato due anni anche Francesco. Sempre dietro
a lui, la donna fedele; sempre con lui, la donna forte. Nella vita e nella
morte, nella povertà e nella gloria, per sempre.
E sulla chiesetta di San Giorgio crebbe anche per lei una grande basilica,
spaziosa, bellissima, chiara, intitolata al nome suo di Chiara.
Fine
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