Santuario di Montecasale
A poca distanza da Sansepolcro
(7 chilometri), sulle pendici dell'Appennino, al confine tra
Toscana, Marche e Umbria, è l'Eremo e Santuario
francescano di Montecasale, piccolo gioiello dell'architettura
povera francescana, incastonato nel verde folto dei boschi.
Sin dall'epoca romana una via, inerpicandosi su queste alture,
adduceva alle Marche, attraverso il cosiddetto "Passo
delle Vacche" - toponimo legato evidentemente alla
transumanza -.
Il luogo era, quindi, un importante passaggio, controllato,
nei "felici" remoti, da una fortezza militare e
da un castello retto da piccoli e prepotenti feudatari.
Sorgeva solitario sui dirupi, a sinistra del torrente
Afra, affluente del Tevere;
apparteneva, a detta degli storici locali, alla famiglia dei
Bofolci, e fu presumibilmente abbattuto
nel 1187, quando una legge emanata dal Comune
di Sansepolcro, obbligò i feudatari del
contado, pena la totale distruzione dei propri castelli, a
trasferirsi nel Borgo.
Sulle rovine del castello e della fortezza, i monaci
camaldolesi dell'Abbazia di S. Giovanni Evangelista
in Sansepolcro, costruirono un ospizio
per i pellegrini che transitavano per la via montana: l'ospizio
di S. Maria di Montecasale.
Negli Annali Camaldolesi (tomo IV) si legge: «Riferisce
il Wadding che in quest'anno (1212) San Francesco
passò per il castello di Citerna nella
Valle Castellana presso il Borgo
San Sansepolcro. Riferiscono gli scrittori Burgensi,
che lo stesso Santo fu ospitato nel vicino ospizio
di Santa Maria dall'abate di San Giovanni Evangelista,
il quale volle che predicasse nella chiesa abbaziale e che
poi gli volle donare un luogo per costruirvi un "convegno"
del suo Ordine a Monte Casale sulle Alpi
(della Luna) a tre miglia dal Borgo, dove oggi si riscontra
l'abitazione dei Frati Minori Cappuccini ("
et dedit ei - l'abate - hospitalem S. Marie de Monte Casali")».
Stando agli Atti dell'Archivio Vescovile di Città di
Castello, non sarebbe stato l'abate camaldolese di Sansepolcro
a regalare a Francesco il luogo
di Monte Casale, bensì il vescovo
di Città di Castello: Giovanni.
Così afferma lo storico tifernate mons. Giovanni Muzi,
il quale cita i documenti di quella Curia.
Purtroppo non si ritrova più l'atto, poiché
il volume pergamenaceo, in quelle specifiche pagine, risulta
manomesso da ignoti sconosciuti.
Altri storici, inoltre, sostengono che il Santo
assisiate avesse visitato l'ospizio già
nel 1211, prima di partire per la
Spagna, e ancora l'anno seguente, tornando da Chiusi, dove
il Conte Orlando gli aveva fatto dono della sua montagna:
La Verna.
Francesco, ottenuto l'anzidetto
luogo, vi edificò un primitivo "conventino",
di "frasche e loto", definito dalle cronache:
«loco molto aspero et solitario et separato da la
gente».
Il Canonici ipotizza che in questo "locus",
«per i frati eremiti che vi sostavano, San Francesco
scrivesse le "Norme per gli abitatori degli eremi"».
Una lunga iscrizione latina, posta superiormente all'ingresso
del Convento, compendia in eleganti distici tutti i ricordi
francescani dell'eremo:
«Questo luogo è dedicato
a San Francesco, - ed è un tesoro per i suoi miracoli
e prodigi.
Qui è venerato il lettuccio del luminare Antonio da
Padova, - e c'è la cella col letto di San Bonaventura.
Qui la pisside e il calice di stagno e la patena di rame,
- di cui l'uno e l'altro Santo si servì celebrando
Messa.
Qui si venera l'immagine di Gesù Cristo e della Madre
sua, - l'una e l'altra deposta da San Francesco in questa
chiesa.
Nell'Oratorio scorgi una statua della Vergine dei dolori,
- che portata lontana ritornò per ministero degli angeli.
Qui tre ladroni abbracciarono la vita dei frati minori, -
di due dei quali una cassetta di legno conserva i teschi.
Qui la fonte, qui il letto di San Francesco, qui la spelonca
- in cui i frati dì e notte pregavano Iddio.
V'è l'orticello in cui il Santo ordinò a due
giovani in estate - di piantare i cavoli con le foglie sottoterra.
Qui in tempo d'inverno i frati abbisognavan di pane, - ed
im-mantinente San Pietro portò cibo alla porta.
Oh felice cenobio, e tre e quattro volte beato! - Non sarà
felice il vivere qui e quindi morirvi ?».
Attingendo dalle Fonti Francescane
le notizie riguardanti il Romitorio, testimonianti
la frequente presenza di S. Francesco
"in loco", si apprende: «Mentre
(Francesco) si trovava a Monte Casale,
in territorio di Massa (Massa Trabaria, regione montuosa
tra Marche ed Umbria, così chiamata dal passo appenninico
"Bocca Trabaria"), comandò ai
frati di trasportare con la massima riverenza le sante reliquie
da una chiesa completamente abbandonata alla loro casa.
Sentiva pena che già da troppo tempo fossero rimaste
senza venerazione. Ma, essendo egli partito di lì per
urgente motivo, i figli dimenticarono l'ordine del Padre e
non tennero in gran conto il merito dell'obbedienza.
Un giorno, mentre i frati si preparavano a celebrare la Messa,
tolsero, come d'uso, la coperta dell'altare: trovarono ossa
bellissime, che spandevano un soave profumo, e rimasero assai
stupìti a quello spettacolo mai visto.
Ritornato poco dopo il Santo, si informò diligentemente
se avevano eseguito il suo comando. Ma i frati confessarono
umilmente la loro colpa, di aver trascurata l'obbedienza,
e con la penitenza ottennero anche il perdono.
Il Santo esclamò: "Sia benedetto il Signore mio
Dio, che ha compiuto lui stesso ciò che avreste dovuto
fare voi!"» (II Cel., n. 202).
L'episodio più famoso riguardante Montecasale
è, senza dubbio, quello relativo ai "tre
ladroni" convertiti dal Santo
assisiate.
Narrano le fonti che, mentre S. Francesco
dimorava nel distretto di Borgo S. Sepolcro
(1213?), un giovane di nobile casato (si ipotizza appartenesse
alla famiglia dei Tarlati di Pietramala; l'autore de "La
Franceschina", infatti, scrive: «era de
li principali de la terra et de li più nobili et grande
parentado») chiese di essere accettato nell'Ordine.
Alle titubanze di Francesco, il
quale sospettava che il giovane non avrebbe potuto sostenere
le asprezze della "forma vitae" minoritica,
questi rispose: «Padre, non siete voi uomini come
me? Dunque, come le sostenete voi, così le sosterrò
io, con la grazia di Dio». Fu dunque ricevuto nell'Ordine,
e chiamato frate Angelo; dopo alcuni
anni sarà destinato guardiano a Montecasale.
Si narra che i giovani presentatisi a S. Francesco
fossero due; il Santo li avrebbe messi alla prova, facendo
loro piantare, nell'orticello di Montecasale,
i cavoli con le foglie all'ingiù.
Il giovane Tarlati obbedì in silenzio, mentre l'altro
irrise la ingenuità del Santo,
che avrebbe risposto: «Io cerco uomini obbedienti
e non quelli sapienti»; e respinse così
il secondo giovane.
Altra prova inflitta a frate Angelo,
fu la proposta di andare nudo per le strade di Borgo
S. Sepolcro, ad avvertire il popolo dell'orario
di predicazione di Francesco: frate
Angelo non si ribellò, ma ne provò
immenso rossore, soprattutto pensando ai parenti, che lo tormentavano
perché si era fatto frate; assicurato però dal
Santo sul grande merito spirituale
che ne avrebbe conseguito, si spogliò e si avviò
al paese; ma fu raggiunto da un confratello, che gli portò
la tonaca.
Così ebbe ugualmente il merito dell'obbedienza.
Era ancora guardiano a Montecasale, quando
tre terribili ladroni si presentarono
alla porta del Convento, a chiedere il vitto. Frate
Angelo, rimproverandoli aspramente, li respinse.
Tornato in Convento S. Francesco
e messo al corrente dell'accaduto, disse a frate
Angelo: «Con ciò sia cosa che
tu abbia fatto contro alla carità e contro al santo
Evangelo di Cristo, io ti comando per santa obbedienza che
immantanente tu prenda questa tasca del pane ch'io ho accattato
e questo vasello del vino; e va' loro dietro sollecitamente
per monti e valli tanto che tu li trovi e presenta loro tutto
questo pane e questo vino da parte mia; e poi t'inginocchia
loro innanzi e dì loro umilmente tua colpa della tua
crudeltà, e poi li prega da mia parte che non faccino
più male, ma temano Dio e non offendano il prossimo;
e s'egli faranno questo, io prometto loro di provvederli nei
loro bisogni e di dare loro continuamente da mangiare e da
bere».
Frate Angelo obbedì, cercò
e ritrovò i briganti, chiese loro perdono e riuscì
a portarli in convento, dove S. Francesco
li ammonì, li convertì e li ricevette all'Ordine.
Nella penitenza e nel digiuno continuo, perseverarono nella
vocazione.
Ed oggi, a Montecasale, sono venerati come
Santi.
Dopo S. Francesco (il quale, per
l'ultima volta, sostò a Montecasale
verso la fine di settembre, inizi di ottobre 1224,
al ritorno dalla Verna, ove aveva
ricevuto le stimmate. In quell'occasione operò un miracolo
a favore di un frate, malato di epilessia, che, dopo aver
mangiato una fetta di pane benedetta dal Santo,
istantaneamente guarì), il luogo, divenuto piccolo
Conventino, fu lustrato dalle presenze di S.
Antonio da Padova e S. Bonaventura
da Bagnoregio, Ministro generale dell'Ordine
(che, dimorando in questo luogo, avrebbe scritto la sua "Vita
di S. Francesco"), dei quali tuttora, nell'antica
costruzione conventuale, si mostrano le celle che li accolsero.
Nel 1268 i frati del Primo
Ordine lasciarono Montecasale,
per trasferirsi nel Convento più comodo di Sansepolcro.
Con il consenso del vescovo di Città di Castello, l'Eremo
fu ceduto ai Frati del Terzo Ordine,
che vi rimasero fino al 1531, quando
il luogo passò ai Cuppuccini,
i quali tuttora vi dimorano.
La notizia della presenza di comunità di Terziari
a Montecasale fin dal 1268,
è molto importante, poiché in genere si afferma
che queste comunità si siano costituite in Italia
solo dopo il 1290 e con influssi
francesi.
Nella pace di Montecasale si sono santificati
un gran numero di religiosi, i cui nomi costituiscono la gloria
più pura dell'Eremo. Basti solo ricordare
frate Antonio Corso, il martire
Giovanni delle Puglie, Vincenzo
da Foiano, il venerabile frate Ranieri
da Borgo S. Sepolcro, i padri Giovanni
da Fano e Giuseppe da Fermo,
e tanti altri.
***
L'eremo di Montecasale,
nel corso dei secoli, ha subito vari rimaneggiamenti, restauri
ed ampliamenti, che, tuttavia, non hanno tolto al luogo la
primitiva freschezza.
Attualmente si presenta come un articolato, piccolo e racchiuso
complesso, costituito da due piani:
- al piano terra sono il refettorio,
la cucina e la foresteria;
- al piano superiore le celle,
la biblioteca, il chiostro, la chiesa
e la sagrestia.
La chiesetta, dedicata alla Madonna,
è un piccolo edificio che ha conservato l'estrema semplicità
e povertà originarie; è ad unica navata, con
copertura a capriate e umilissimo campaniletto a vela.
All'interno, l'attenzione viene
attratta da una bella immagine in legno policromo della Madonna
col Bambino (sec. XIII-XIV), posta nel pregevole dossale
dell'altare maggiore, di noce, scolpito da un frate nel
sec. XVII; la tradizione vuole che essa sia stata portata
in questo luogo dallo stesso S. Francesco,
il quale l'avrebbe rinvenuta, nel 1213, tra le rovine del
castello.
Nel piccolo e raccolto coro si trovano
formelle policrome in ceramica del sec. XVII, raffiguranti
episodi di vita di S. Francesco e vicende riguardanti
Montecasale; inoltre è una pregevole tela cinquecentesca
raffigurante S. Francesco che si disseta al costato di
Cristo.
Nel corridoio che collega la chiesa al chiostro,
è la Cappella del Crocifisso;
in essa, sull'altare, è posto un bel Crocifisso
del '400, e nel Reliquiario si trovano i resti
di due dei tre ladroni convertiti (il terzo è
sepolto sotto un lastrone); la tonaca del beato Ranieri
della Montagna, ed ancora, sulla destra, in una nicchia,
una Pietà di creta che ricorda la Pietà
di Michelangelo, modellata probabilmente tra il sec.
XVII e il XVIII.
Il chiostro, «picciolo
e angusto fatto rozamente a tetto da due sole parti, e con
fenestre aperte invece di archi», è una
autentica oasi di serenità e di pace francescana.
Il Convento di Montecasale custodisce, inoltre:
- la fonte che lo stesso Francesco
avrebbe fatto scaturire dalla roccia (all'ingresso del romitaggio,
subito dopo la cosiddetta "Porta dei carri");
- una grotta con il letto di pietra del Santo, «dove
Sancto Francesco solea raccogliersi in oratione»,
(la si raggiunge dalla chiesetta, attraverso una breve galleria
scavata nella roccia);
- le celle con i rispettivi "lettucci",
in cui avrebbero dormito Antonio da Padova
e Bonaventura da Bagnoregio (contigue
al coro, nel dormitorio);
- una pisside, un calice e la patena
usati dagli anzidetti Santi per
la Celebrazione eucaristica (Reliquiario del Convento);
- l'orticello in cui Francesco ordinò a due
giovani di piantare i cavoli con le foglie all'ingiù.
La visita al sacro luogo, può terminare sull'ampio
terrazzo prospiciente il Convento, da dove è possibile
gustare un panorama "mozzafiato": in lontananza
si scorge la Valtiberina, incorniciata
dal verde profilo di austeri monti; alle spalle è la
roccia grigia del Poggio della Rocca;
giù per il monte, l'argentea striscia del torrente
Spiciolo, un filo d'acqua che rimbalza sulla
roccia del "Sasso Spicco",
immenso masso che sporge come una gigantesca tettoia, sul
vuoto di circa 60 m., somigliante all'omonimo masso della
Verna.
Si dice che qui S. Francesco gareggiasse
con l'usignolo nel cantare le lodi al Signore, e molti frati
minori Cappuccini scelsero questo luogo come abitazione, costruendovi,
sotto e all'intorno, le loro cellette con graticci e terra.
E' veramente un luogo di aspra solitudine e di interminabile
silenzio ristoratore!
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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