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Approfondimento Storico e Sacro

Eremo di Buonriposo

Eremo di Buonriposo

Il Santuario di Buonriposo, a pochi chilometri da Città di Castello, si nasconde dietro il colle di S. Angiolino, alla destra del Tevere, tra folti boschi di castagneti, dai quali l’occhio spazia per l’alta Valle Tiberina: dalla Verna alle cupe forre di Bocca Trabaria, sino al Subasio.

Narra lo Iacobilli: «il Convento di santa Croce di Buonriposo, circa due miglia lontane da Città di Castello, eretto dal P. san Francesco nell’anno 1213» (Iacobilli, Vite, vol. II, p. 234).

Le “Cronache” tramandano che, nel 1213, peregrinando per quelle contrade - tappa obbligata per chiunque si fosse recato da Assisi alla Verna -, Francesco ottenne dal devotissimo Cristiano Guelfucci una cappellina con circostante “orto”, ove si stabilirono i frati Minori.
E’ tuttora indicata la stanza dove, nello stesso 1213, dimorò il Santo assisiate.

Più famosa risulta essere l'ultima sosta, qui addotta da Francesco nel 1224: «udendo la gente della contrada ch'egli passava, tutti traevano a vederlo e uomini e femmine e piccoli e grandi, i quali tutti con grande devozione e desiderio s'ingegnavano di toccarlo e baciargli la mano. E non potendole egli negare alla devozione delle genti, bench'egli avesse fasciate le palme, niente di meno per occultare più le stimmate si le fasciava ancora e copriva colle maniche, e solamente le dita scoperte porgea loro a baciare. Ma con tutto ch'egli studiasse di celare e nascondere il sacramento delle gloriose stimmate, per fuggire ogni occasione di gloria mondana, a Dio piacque per gloria sua mostrare molti miracoli per virtù delle dette stimmate, singularmente in quel viaggio dalla Verna a Santa Maria degli Angeli» (Della quarta considerazione delle sacre sante istimmate).

Quello di Buonriposo è un Conventino che ha conservato tutta la fisionomia d'un romitorio, all’interno del quale, tuttora, appaiono qua e là i nomi di Francesco, di Antonio da Padova, di Bonaventura da Bagnoregio e di Bernardino da Siena; questi, certamente verso il 1425 o 1426 (sotto il dominio della Casa di Braccio da Forteraccio di Città di Castello) predicò in città un suo indimenticabile "Quaresimale"; tanto che alla sua morte e alla sua canonizzazione, il cancelliere del Comune scrisse negli "Annali tifernati", che tutta la città propose di edificare una cappella in suo onore: «Si rallegrino i cieli ed esulti la terra, perché con noi Dio fece mostra della sua misericordia e ai nostri tempi manifestò grandi meraviglie dai tesori della sua santità. Dio infatti elevò il glorioso padre Bernardino alla sublimità della sua grazia, e lo diede Santo nella sua Chiesa ai nostri giorni. Noi lo vedemmo da vivo e con lui conversammo; per questo tutto l'orbe cristiano è ripieno di stupore per la sua glorificazione» (Annali tifernati, vol. 45, c. 153). (Nel 1459 l’anzidetta cappella di S. Bernardino era già funzionante, presso la chiesa di S. Francesco, distrutta però più tardi, quando si diede alla stessa chiesa, nell'intero, la forma barocca).

Il primitivo romitaggio di Buonriposo - al quale nel 1352 furono aggiunti chiesa e Convento - fu continuamente lustrato dalla presenza di santi frati, basti accennare al beato Paoluccio Trinci da Foligno († 1391), indiscusso “padre” dell’Osservanza francescana; al beato Paolo da Assisi, qui morto e sepolto nel 1499; al beato Francesco da Pavia († 1454), protagonista, in questo luogo, di «mirabilissimi prodigi» – debito accennare all’episodio al quale è stato dato il titolo: «Il bambino educato dai frati come Marcellino “Pane e Vino”»: un bimbo, nato da una illecita relazione, venne lasciato, in un rigido giorno invernale, alla porta del convento. “Adottato” dai frati, dopo un periodo di amorose cure fu affidato ad una devota donna del luogo. Per rivelazione di Gesù, il beato Francesco da Pavia, solito fare «alquanto careze et festa con quillo fanciullo», venne a conoscenza di come si svolsero i fatti (cf. G. Oddi, La Franceschina, vol. I, pp. 158-159) -.

Anche il convento di Buonriposo sarà investito dalla soppressione italica.
Nel 1864, infatti, il complesso venne demanializzato e la piccola famiglia francescana concentrata nel luogo di Citerna.
Convento e chiesa vennero chiusi e, successivamente venduti, unitamente agli orti e macchie a privati, che tuttora lo abitano.
E’ ancora intatta e visibile la chiesetta povera con l’altare e il coro, d’una semplicità tutta francescana, e pure la stanza del Santo, il refettorio e il minuscolo chiostro.

***

(Da una cronaca anonima).

S. Francesco
, quindi, nei suoi pellegrinaggi verso la Verna, aveva come via quasi obbligatoria, quella dell'Alta Valle del Tevere.
Passando da Città di Castello, era solito ritirarsi in preghiera in un luogo isolato, posto nella collina a destra del Tevere, sulle pendici del Monte Citerone.

Qui esisteva già un "romitorio", costituito da alcune grotte naturali, rifugio adatto alla preghiera e alla vita contemplativa.

Il luogo, chiamato "S. Croce di Nuvole", sembra abbia acquisito la denominazione attuale di Buonriposo, dalle parole dello stesso Francesco, il quale, quando si fermava per riposarsi un pò in quella pace, era solito esclamare: «Oh, che buon riposo».

Documenti giacenti nell'Archivio della Porziuncola di S. Maria degli Angeli (Assisi), fanno risalire al 1234 la costruzione della parte ovest del chiostro, allora collegato all'antico Eremo, e alla primitiva Cappellina francescana, sorta probabilmente sopra i resti di alcune casupole di proprietà di Capoleone Guelfucci, antico blasonato tifernate.

L'antico Eremo conserva ancora il pavimento in tavolato e il chiostro architravato.

Nel 1352 l'Eremo fu trasformato in Convento, con ampliamento del chiostro, che, nei lati opposti alla primitiva costruzione, presenta arcate ad ampio respiro, poggianti su pilastri realizzati in cotto.

Più tardi, nel 1402, fu aggiunta l'attuale chiesina, rimaneggiata nel 1641 da Pompeo dei Bourbon del Monte, feudatario della zona.

La chiesetta, nella sua forma attuale, è stata edificata nel 1641.
All'interno, le trasformazioni barocche hanno deturpato pregevoli affreschi quattrocenteschi, raffiguranti: una Crocifissione con S. Bernardino, probabilmente di scuola senese; una preziosa Madonna con Bambino, e un altro grande affresco di ispirazione giottesca.
Le sinopie di angeli, affiancate al portale d'ingresso, suscitano notevole interesse.

L'altare maggiore, fatto costruire da Pompeo del Monte, presenta una stupenda Crocifissione su tavola.
L'opera rivela la simmetrica composizione quattrocentesca con il Cristo al centro e ai lati la Vergine e i Santi, completata, in alto, da due Angeli svolazzanti.

La tavola, di un caldo cromatismo umbro, ricorda molto da vicino i dipinti di Raffaello, con il quale l'autore può essere venuto a contatto, quando l'artista urbinate soggiornò a Città di Castello.
Nella parte posteriore, l'opera presenta una stupenda deposizione manierista.

Il sacro edificio termina con un catino absidale, con copertura a vele, probabilmente antecedente alla costruzione della chiesa.
L'abside, in origine, conteneva un coro ligneo, oggi andato perduto.

Il primitivo Romitorio era formato da alcune grotte, che sono state nascoste dalla costruzione dell'Eremo francescano.
Attualmente è accessibile ai visitatori solo quella soprannominata la "Grotta del Diavolo".
Qui, stando alla tradizione, Francesco, in preghiera, sarebbe stato ripetutamente "tentato" da apparizioni demoniache.

Nella parte orientale della montagna, a sinistra dell'Eremo, si può percorrere un ombroso viale, fiancheggiato da cipressi secolari.
La pace e la tanquillità del luogo portano a credere che fosse la passeggiata consueta dei frati in preghiera.
Sembra quasi di udire gli echi delle lodi rivolte al Signore, che si perdono nella foresta, nel castagneto e nelle aspre balze di pietra.

Dal rifugio francescano, che quasi si nasconde dietro il colle di S. Angiolino, lo sguardo può spaziare per la splendida Valle solcata dal Tevere.
Il luogo veniva così descritto da Capoleone Guelfucci in una satira diretta alla poetessa Turina Bufalini, nel 1595:

«Nelle falde più basse in seno al monte
Buon Riposo vid'io, noto alle genti,
ove alzai per pietà l'alma e la fronte;
Conciosiachè ab antiquo i miei parenti
in onor dell'Altissima Regina
quel luogo edificar da' fondamenti».

Buonriposo "conserva", ancora, un olivo secolare; una credenza popolare tramanda il seguente episodio: «Il Beato Angelo da Assisi, di ritorno da un pellegrinaggio, conficca nel terreno il suo bastone di olivo, che rinverdisce e dà vita ad un vigoroso albero, che si può ammirare ancora oggi».

All'Eremo di Buon Riposo, durante scavi archeologici, sono stati ritrovati molti teschi, fra i quali due vicini fra loro.
Uno di essi era meglio conservato, e accurati studi hanno potuto stabilire che si trattava del teschio di un uomo; l'altro, più fragile, e più vecchio del precedente, apparteneva ad una donna. Si è quindi pensato che il primo fosse del B. Stefano da Castello e il secondo di sua madre, morta di parto.
Viene spontaneo chiedersi perché fossero sepolti vicini.
Le cronache religiose tramandano che il B. Stefano, profondamente colpito dal fatto che la madre fosse morta per darlo alla luce, portava sempre il tescho con sè, e volle farlo seppellire accanto a lui.
Questo, però, non si può stabiliere con certezza, in quanto i teschi ritrovati erano molti e questi due potrebbero essere stati vicini solo per una coincidenza.


a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti:
redazione@sanfrancesco.com)