Convento di Montauto
Dopo avere ricevuto le sacre
Stimmate, nel settembre 1224,
S. Francesco, desiderando tornare
alla Porziuncola, si dispose a lasciare
il sacro monte della Verna, col
presentimento che non l'avrebbe mai più riveduto.
La partenza fu stabilita per la fine del mese.
Visitata Chiusi - ove fu ospite
del conte Orlando -, lo Stimmatizzato
continuò per il castello di Montauto
(presso Anghiari).
Là trovò il conte Alberto
dell'antichissima famiglia dei Barbolani di
origine longobarda. Vi arrivò stanco, sfinito dal lancinante
dolore che le sacre piaghe gli procuravano, e con un abito
da far pietà.
Il conte Alberto lo accolse con
indicibile gioia; lo volle suo ospite il più a lungo
possibile, e al momento di lasciarlo partire, gli offrì
in dono un nuovo saio in cambio
di quello che indossava, macchiato dal sangue delle Stimmate
e ricucito, negli strappi, con steli di ginestra.
Francesco accettò.
Il conte, felicissimo, conservò
quella preziosissima reliquia, avvolta in un panno di seta,
inizialmente nel suo maniero, poi costruì una cappella
minuscola in onore del Santo, salito al cielo
da qualche anno e agli onori degli altari.
Lo stesso conte si fece subito Terziario
francescano e il Martirologio dell'Ordine
ne commemora la morte (il 25 novembre 1266): «In
Tuscia B. Alberti confessori tertiatii».
La tradizione tramanda che il conte Alberto,
prima di congedarsi da Francesco,
avesse promesso all’Assisiate che avrebbe edificato
un “locus” per i suoi
seguaci, ma occorsero ben tre secoli prima che si concretizzasse
detto impegno.
Infatti, a detta delle cronache, molto tempo dopo il Santo,
non essendosi dimenticato della promessa ricevuta, apparve,
insieme a S. Antonio, ad un discendente
del conte Alberto, che ricevette
così anche indicazione di dove costruire chiesa e convento.
Il conventino venne presto edificato.
Tornando alla preziosa reliquia,
si narra che gli steli con i quali il saio era stato rammendato,
fiorissero ad ogni primavera.
La storia aggiunge che nel 1502, quando la città di
Arezzo si ribellò alla Signoria
di Firenze, i fiorentini inviarono a calmare
la sommossa il conte Francesco di Montauto,
con un forte nucleo di truppe; ma il conte, venendo meno al
suo mandato, si buttò dalla parte dei facinorosi, incoraggiandone
l'autonomia.
In quella circostanza operava in Arezzo
Vitellozzo Vitelli (ucciso poi alla
fine dell'anno a Senigallia, per voler di Cesare Borgia).
Anche il conte Francesco fu fatto
prigioniero e punito dai fiorentini: il castello
di Montauto fu abbattuto e il territorio agganciato
al Vicariato di Anghiari.
Fu in quella circostanza che i fiorentini portarono via la
preziosa tunica di S. Francesco.
Da quando il conte Francesco Barbolani
dovette consegnare la reliquia a
Firenze, essa reliquia
ebbe varia venerazione, attraverso un pellegrinaggio che,
prima di raggiungere Firenze, vide
Laterina, Montevarchi,
S. Giovanni, Figline, Incisa
(sfidando l’inclemenza del tempo dal 22 al 29 gennaio
1503), per raggiungere il Convento
francescano di S. Salvatore di Monte alle Croci,
il 3 febbraio 1504.
Allora, lo storico francescano Mariano da Firenze
poté assistere e descriverne le cerimonie con cui fu
celebrato l’evento.
Altra processione, sotto un baldacchino, guidata dall’arcivescovo,
il clero, i frati, i magistrati e gli ufficiali della città,
unitamente ad un incredibile concorso di popolo, giunse sino
al battistero di S. Giovanni, ci
fu il 6 maggio 1571, quando il duca
Cosimo I volle trasferire quel sacro
abito da S. Salvatore al Monte
alla chiesa di Ognissanti in Firenze.
Da pochi anni, la preziosa reliquia,
dopo una lunga assenza, è tornata nel Santuario
francescano della Verna ("Cappella
delle Stimmate"), unitamente ad altri oggetti appartenuti
al Santo assisiate: una cintola
e un bicchiere di legno, il suo bastone da viaggio
e un panno intriso di sangue.
L’abito è
intessuto di lana filata a mano, di colore grigio naturale,
un po’ bianca e un po’ marrone.
Misura un metro e venticinque centimetri di altezza; mentre
la circonferenza, in basso, raggiunge i due metri e trentasei
centimetri. Il cappuccio, di forma quadrata è completamente
staccato dalla tonaca.
Mancano ambedue le maniche e la parte opposta del petto.
Anche la parte ora visibile presenta dei vari tagli, usati
per rilasciare reliquie (si pensi soprattutto al petto, con
le macchie di sangue del costato).
Il Convento di Monteauto, risparmiato dalle
distruzioni belliche susseguitesi nel corso dei secoli, restato
privo della famiglia francescana, dal 1960
è abitato dalle “Suore di Nostra
Signora del Cenacolo” ed è strutturato
per accogliere ospiti in camerette a ridosso del suo bosco
e del “leccio” secolare a fianco della chiesa.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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