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Approfondimento Storico e Sacro

Eremo delle Carceri

L’Eremo delle Carceri di S. Francesco di Assisi si trova incastonato a mezza costa del monte Subasio ed immerso nel silenzio di un secolare bosco di sempre verde leccio.
Il Complesso conventuale e l’intera area sono tutelati da sempre dal vincolo paesaggistico. E da qualche tempo è non solo Parco, con il valore aggiunto di parco letterario, ma soprattutto di essere compreso tra i siti dell’Unesco.

Dalla Valle spoletana, che si geometrizza per il tramite di fazzoletti di frumento, di ordinati filari di ulivo, di cespugli di ginestre che s’inerpicano verso la splendida Assisi, si gode della vista di un gioiello architettonico ed ambientale che rimanda idealmente all’avventura di Francesco e dei suoi "fratres".
Meta privilegiata di pittori e scrittori, di pellegrini oranti e di curiosi turisti, di uomini di fede e di innamorati del silenzio valoriale, si staglia un monumento originale ed unico, che ha segnato la vita del Santo coopatrono d’Italia e dell’ecologia.
Il suggestivo oratorio che fu sicuramente costruito dai monaci benedettini, fu donato dai figli di S. Benedetto a Francesco all’inizio della sua avventura.
Le fonti francescane, che divergono sulle date della concessione (tra 1210 e il 1216), concordano sul fatto che il Poverello assisiate dedicasse il luogo di preghiera alla Madonna "Sancta Maria", come risulta dalla scritta del sec. XV, apposta sull’arco dell’entrata della chiesina: «Santo Francesco puose a questa chapella el nome di Santa Maria».
Lo storico assisano Antonio Cristofani scrive che «fu ceduta a S. Francesco nel 1210 la Porziuncola e l’eremo delle Carceri», mentre P. F. Angeli sostiene che sia stato dato al figlio di Bernardone nel 1216: «Idem patres Benedectini, qui Portiunculae fanum Sancto Patri Francisco dederunt, in monte Subasio Eremum (...) costruxerant (...) hunc locum Sanctus Pater (...) anno 1216 obtinuit (...)».

Il nome "Carceres", successivo alle presenze del Santo e dei suoi primi compagni, sembra derivi non solo dalla presenza di grotte che attorniano l’Eremo e che furono rifugio per la preghiera in completa solitudine per gli umili fraticelli, ma anche per il fatto che le grotte avessero a somigliare a delle vere celle.
Senza voler minimamente entrare nella querelle degli studiosi sulle controverse questioni in ordine alle attribuzioni di tempo e di persone, risulta inoppugnabile che il luogo, come quello della Porziuncola, fu donato dai monaci Cassinensi di S. Benedetto.
La studiosa che, recentemente, si è interessata con un lavoro organico, di rigore e di ampio respiro delle “Carceri” è Marcella Gatti. La stessa non manca di precisare che «Una sorgente (più tardi incanalata da S. Bernardino nel pozzo dinanzi alla chiesetta), fu fatta scaturire dalla viva roccia immediatamente a ridosso. Il luogo fu frequentato da Francesco e dai suoi primi frati per le esigenze della vita contemplativa e penitenziale che periodicamente si imponevano alle loro vaste battute apostoliche. La tradizione arriva a localizzare le grotte naturali che essi abitarono e santificarono: quella di san Francesco, con il letto di pietra e l’oratorio, sottostante all’oratorio comune e sovrastante il famoso “fosso”, con il ricordo della tentazione vittoriosamente superata presso il “buco del diavolo” e la maledizione del santo alle acque rumorose del torrente; la grotta di frate Rufino, di Bernardo di Quintavalle,di frate Egidio, Masseo, Silvestro, situando nel luogo quell’episodio chiarificatore di frate Silvestro, che segna l’inizio e l’originalità della vita mista francescana, e, più tardi, alcuni precisi episodi dei Fioretti».

L’Eremo di oggi non è quello delle origini. Ma ne resta tutto intatto il fascino.
La Gatti scrive che «le Carceri stanno come un nido, sui dirupi che si chiamarono, in antico, col nome sinistro di “Sassi del Maloloco”: una falda rocciosa imponente che, se anche, ormai, quasi del tutto domata e nascosta dalle costruzioni dell’eremo, si leva a picco su dal fondo del fosso e s’inerpica a gradoni per un’altezza di oltre una cinquanta di metri, fin sopra i tetti attuali, fasciando orizzontalmente d’una barriera di qualche centinaio di metri tutta l’ansa e il ciglione sinistro del fosso, fino a sbarrarlo, a destra, oltre il convento, con un dente di roccia invalicabile».
Il piccolo Romitorio che ha ospitato con continuità i figli di Francesco, si è trasformato nel tempo.
Ma la tradizione lo vuole uguale fino al sec. XV. Si presume che siano state costruite tra la metà del ‘200 e i primi del ‘300 poverissime costruzioni. Non difettano anche presenze pittoriche.
Le accelerazioni edificatorie vennero con l’avvento di Paoluccio Trinci e dell’Osservanza, vale a dire dal 1370 fino al 1602, anche se scarseggia la documentazione.
Ma non interessa più di tanto seguirne anche l’evoluzione durante i tempi della Riforma, che dovette intervenire per tutelarne la testimonianza e la fruibilità.
Indiscutibilmente, l’impegno della manutenzione e dei consolidamenti dovettero essere continui. Come quelle del 1609 e del 1687, del 1785 e del 1841.
Non di rado ci furono crolli e distruzioni, (anche per terremoti, usura, precarietà di materiali ed errori costruttivi), e rifacimenti.
Una parentesi dolorosa fu quella del Decreto Pepoli e della demaniazione, la cui applicazione non risparmiò neanche questo mirabile Eremo.
Si ebbe a vivere una lunga stagione di conflitto, una dolorosa pagina d’incomprensione tra il Comune e i frati, che per molto tempo dovettero abbandonare questo sacro luogo.
Dice la Gatti «fu finalmente nel 1921, cinquantacinque anni dopo la soppressione e dopo lunghe e non facili trattative durate alcuni anni, che si raggiunse un concordato tra i ministri provinciali, da una parte p. Bonaventura Marrani prima e p. Filippo Sensi poi, e il municipio di Assisi».
Oggi, trascorso il tempo della viscerale contrapposizione e cadute le incomprensioni tra Chiesa e Stato, tra frati e Municipio, l’Eremo delle Carceri del Subasio non solo ha recuperato il segno della spiritualità che gli assegnò Francesco, ma è divenuto luogo unico per la preghiera e per pause di riflessione esistenziali, dove ritrovare l’autenticità del sogno cristiano e francescano.
E’ monumento vincolato dalle leggi comunali, regionali, dello stato e dell’Unesco.
E’ sito, inserito nel Parco del Subasio e in quello Letterario.
Ma soprattutto è vincolato dalla coscienza di tutti gli uomini di buona volontà che, provenendo da tutti gli angoli della terra, si portano all’Eremo per vivere la dimensione di pace, d’amore, di fraternità e di perdono che Francesco ormai da otto secoli continua a gridare.

***

Chi vuole conoscere pienamente lo spirito di Francesco d'Assisi, non deve cercarlo nelle grandi Basiliche di S. Maria degli Angeli o di Assisi, ma soprattutto nel piccolo Romitaggio delle Carceri, perché è lassù che tutto è umile e povero, tutto è silenzio e preghiera, tutto è sorriso di terra e di cielo.
Lassù tutto parla arcanamente di lui, dal piccolo oratorio in cui si ritirava a pregare, alle foglie della fittissima selva, le quali pare che bisbiglino ancora il suo nome, invocandolo e benedicendolo.
Il nome di "Carceri" non si addice assolutamente a questo luogo, dove non esistevano "carcerati", ma "reclusi", vale a dire "eremiti", che si appartavano nella solitudine e nella preghiera.
Al tempo di Francesco esisteva, in loco, solo una piccola cappella, alcune grotte aperte nella roccia, e qualche "rifugio" costruito dai primi frati "in cannucce e fango".

L'Eremo sorge entro una splendida selva di lecci, a 791 m., sulle pendici del monte Subasio.
La prima cosa che si presenta, varcata la porta, è il "piccolo chiostro", che poi non è altro che una rustica terrazza triangolare, caratterizzata da due graziosi pozzi (uno dei quali, a detta della tradizione, fu fatto costruire da S. Bernardino da Siena, per raccogliervi l'acqua, che si vuole fatta scaturire da S. Francesco).
A destra del chiostrino s'innalza un muricciolo che serve da parapetto al sottostante abisso; di fronte è la chiesina col suo campanile a vela; a sinistra, il vecchio convento, fatto costruire, anche questo, in gran parte, da S. Bernardino, e prima di lui, dal beato Paoluccio Trinci da Foligno, indiscusso "padre" dell'Osservanza francescana.

Da questo lato si apre la porta del refettorio (al di sopra della quale, in calco di calce, è il monogramma bernardiniano: JHS): una specie di grotta scavata in parte nel masso.
Le rudi e tarlate panche ne rivelano l'antichità (si indica ancora il "posto" dove era solito sedere S. Bernardino da Siena, colui che «sarebbe stato famoso anche senza diventare Santo»).
Residui di affreschi cinque-seicenteschi (di uno soltanto si legge la data 1591), d'ignota mano, rivelano che la solitudine non inaspriva, ma apriva l'animo dei vecchi frati alla bellezza dell'arte «che a Dio quasi è nipote».
Sopra il refettorio è il dormitorio dei frati, anch'esso in gran parte addossato al vivo scoglio.

Dal cortile, si accede ad una piccola chiesa quattrocentesca, dalle pareti annerite dal tempo; il modesto altare dell'edificio ha per pala un bel Crocifisso affrescato sul muro, dai caratteri lineari del '400. La storia di quest'opera è aureolata di leggenda.
Alla destra della chiesa, accanto ad un armadietto a muro - che conserva varie reliquie e cimeli francescani -, si apre una porticina, che immette in una piccolissima cappella: è il primitivo oratorio che Francesco trovò nascosto - e forse abbandonato - alle Carceri, quando ebbe in dono questo luogo dai Benedettini del monte Subasio.
Viene additato come la «più piccola chiesa del mondo».
Dedicato a S. Maria, l'ambiente vede, sopra un piccolo altare, un cinquecentesco dipinto a fresco, di scuola umbra, raffigurante una devota e sorridente Madonnina col Bambino in braccio; sotto sono i resti di un affresco cimabuesco.
Dietro alla cappellina è una minuta sacrestia, con paratoio e spazio appena sufficiente a contenere un «sacerdote col suo servente». A sinistra della stessa, salendo due gradini, si giunge al "Coretto di S. Bernardino", in cui i frati, dal tempo del Santo toscano (sec. XV), recitano, tuttora, l'Ufficio.

Uscendo dalla chiesina di S. Maria, sulla destra è una specie di botola, attraverso la quale si discende, faticosamente, nella cosiddetta "Grotta di S. Francesco", costituita da due vani: nel primo è il letto a cataletto, scavato nella nuda roccia, dove l'Assisiate era solito riposare; nell'altro il suo oratorio, dove abitualmente si ritirava in orazione. Qui, sopra un rozzo altarino, è il Crocifisso usato dal Santo nei suoi viaggi apostolici.

Uscendo dalla "Grotta di San Francesco", ci si imbatte in un profondo abisso, sopra al quale gira un altissimo arco.
L'abisso si osserva anche attraverso una pietra traforata. Questo luogo è chiamato il "Buco del diavolo", perché è tradizione che da qui Francesco avesse ricacciato il «maligno tentatore».

Poco oltre, a destra, è un antichissimo leccio. E' il cosiddetto "Albero degli uccelli", sul quale si vuole che i nobili volatili si posassero, spesso, a far sentire i loro canti al Serafico Patriarca, e a ricevere la sua benedizione.
Il leccio s'innalza dal fondo di un arido torrente, protagonista di una vecchia leggenda.
Si narra, infatti, che le acque piovane raccolte nel suo letto, disturbassero con il loro rumore i frati che si ritiravano lassù a pregare. S. Francesco volle rimediare a tale inconveniente, chiedendo alle acque di non scorrervi più. Da allora, quando piove, le acque s'infiltrano dentro il monte, e se riaffiorano sul torrente, il «fatto vien considerato come presagio di sventura. L'avvenimento si registra nelle cronache del convento e si denuncia in Comune».

Attraversando il rustico ponte costruito sul leggendario torrente, si può percorrere il largo ed ombrato viottolo, che s'inoltra, per circa 400 metri, sino al termine della selva.
Sulla sinistra, come nascosto in un anfratto del monte, è il piccolo monumento in bronzo del Rosignoli, rappresentante S. Francesco e le tortore.
Discendendo, a destra, sino all'arido torrente, si possono visitare: la "Grotta del beato Antonio da Stroncone" (fulgida figura del francescanesimo quattrocentesco), a forma di cunicolo, e la "Grotta del beato Bernardo di Quintavalle".
Questo anfratto ricorderebbe il fatto narrato nel cap. III dei Fioretti ("Come per mala cogitazione che santo Francesco ebbe contro a frate Bernardo, comandò al detto frate Bernardo che tre volte gli andasse co' piedi in sulla gola e in sulla bocca").
Non lontana, oltre alla "Grotta di Egidio", è la "Grotta del beato Silvestro", presso la quale, secondo gli autori dello Specchio di perfezione e dei Fioretti, si sarebbe decisa la vocazione dell'Ordine francescano all'apostolato (cf. I Fioretti, cap. XVI).
Facendo pochi altri passi si può vedere la "Grotta del beato Andrea di Spello", nella quale il servo di Dio meritò di essere visitato da Gesù Cristo, sotto le sembianze di vezzoso bambino.
Al di sopra del convento possono visitarsi le "Grotti" del beato Rufino - fornita di un piccolo altare per la Santa Messa -, e del beato Masseo, entrambi stimatissimi compagni di S. Francesco.
Per recarsi presso queste, si passa davanti ad una cappellina isolata. E' la cappella dedicata a S. Maria Maddalena, edificata nel sec. XV. In essa è sepolto il beato Barnaba Manassei di Terni († 1474), fondatore dei locali Monti di Pietà. Nel corridoio è conservata la grande croce usata nelle missioni da S. Bernardino da Siena.

Prima di lasciare l'Eremo delle Carceri, debito accennare alla beata Anonima da Lucca, qui sepolta, in compagnia di uno stuolo di "santi frati": «Stando presso Assisi nel luogo chiamato le Carceri il santo frate Antonio da Fornaia, una monaca Cisterciense di Lucca (della quale non si conosce il nome e perciò chiamata Anonima) fu cacciata colle sue compagne dal monasterio di S. Cerbonio, al tempo che i Fiorentini assediavano quella città. Allora essa se ne fuggì, vestita da uomo, fino al Convento delle Carceri, ove domandò e vestì l'abito minoritico; ma dopo sei mesi di noviziato infermò gravemente. Prima di morire, ricevuti i sacramenti e fatta la solenne professione, confessò il suo segreto, che cioè era donna; indi si addormentò nel Signore, l'anno 1440, e fu seppellita nel sepolcro dei Frati» (Marco da Lisbona, Cronache).


Rapporti tra Eremo delle Carceri e S. Francesco d'Assisi:

- Le Carceri: I Cel., n. 71; Leg. maior, cap. X, n. 3; Leggenda dei tre Compagni, n. 12.
- Del comportamento dei frati negli eremi: Fonti Francescane, (Editio minor 1986), n. 136-138.

 


a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti:
redazione@sanfrancesco.com)

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