Cantico delle Creature
«Altissimu, onnipotente,
bon Signore,
tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual'è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi' Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi' Signore, per sor'aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi' Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si', mi' Signore, per quelli ke perdonano
per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si', mi' Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate e benedicete mi' Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate».
***
(...) Francesco compose il Cantico nell’ultimo
periodo della propria esistenza terrena, quando ormai cecuziente, insofferente
della luce del sole e del fuoco, toccato dal malinconico, seppur gioioso
presentimento della propria morte, vedeva la realtà, senza danno
per la loro concretezza, in un universo diventato ormai un suo scenario
interiore.
Ma soprattutto il Poverello assisiate era reduce dalla sublime esperienza
mistica fatta a La Verna, con i segni delle Stimmate, e con la visione,
ormai chiara, del “fallimento” del suo iniziale progetto;
«Francesco - precisa con acutezza Bertrand Duclos -
annunzia tutto questo nel momento in cui ciò che egli ha cercato
di fare per affrettare la manifestazione della libertà dei figli
di Dio subisce una sconfitta. Al progetto evangelico si sostituisce
una “vita religiosa”. Al Vangelo si sostituisce la vita
monastica. Alle relazioni fraterne si sostituiscono le relazioni gerarchiche,
questo potere che provoca lo spezzarsi delle relazioni paritetiche.
Allora non gli rimane altro che la forza per annunciare, nel suo Cantico,
che verrà la terra nuova dove l’uomo, se sarà riconciliato
con se stesso, con gli altri, con la natura sarà riconciliato
anche con Dio» .
Il Cantico, supremo lavoro d’arte, è, quindi, l’intima
e sublime preghiera di Francesco.
Senza però il prologo di sofferenza e di abbandono sperimentati
dal Santo, è impossibile comprenderne a pieno il significato.
La composizione poetica e un’esplosione di gratitudine di una
anima liberata dall’oppressione dell’assenza di Dio, che
chiama tutto il creato a rendere lode all’Altissimo.
L’Amore, al quale il Santo si è unito, trasforma ogni cosa.
Solo così si può spiegare nel Cantico il silenzio di ogni
minaccia. Francesco nell’esplosione di gioia non è portato
a vedere, nelle forze della natura, cause di terrore e di distruzione
fra gli uomini.
Avverte che il suo Amore proietta su tutto l’universo la pace
e la bellezza conquistate dal suo spirito; rivela, ancora una volta,
la presenza immanente di Dio nella creazione.
La sua esperienza non può essere allora ridotta al mondo delle
pie meraviglie, perché rappresenta qualcosa di più: vive
la sua singolare esperienza solo perché vive un’altissima
penetrazione mistica del Divino.
Sul Cantico delle creature, storici e letterati, hanno continuato a
disquisire, ma nessuno di loro si è soffermato abbastanza sul
suo significato squisitamente religioso.
Come mai il Serafico vede veri fratelli e sorelle là dove altri
spiriti hanno visto soltanto dei simboli?
La sua visione riguarda il modo di atteggiarsi dell’uomo nei confronti
delle altre creature, viventi o no, ognuna con il proprio ruolo, nell’infinita
varietà dell’universo, ma tutte espressioni e partecipi
dell’amore di Dio e coinvolte nell’unica e indivisibile
avventura cosmica.
La sua è una visione teologica.
Si può concludere che, per comprendere e godere il Cantico, bisogna
incamminarsi, con le proprie deboli forze e confidando nel dono della
Grazia, a percorrere l’itinerario spirituale di Francesco, per
salire più in alto possibile, alla ricerca dell’incontro
personale con Dio.
Il Cantico è il grido dell’anima di chi conosce le inconcepibili
gioie dell’unione con il Signore. Non si legga solo come poesia,
si legga come preghiera per rendere gratitudine e lode a Dio che ha
promesso il Regno celeste. Quel Regno che Francesco ha potuto conoscere
sin dalla vita terrena perché il suo nulla, trasfigurato nella
comunione con il Crocifisso, gli ha offerto una finestra dalla quale
affacciarsi sull’Infinito.
Concludiamo con una “stupenda” considerazione di L. Foscolo
Benedetto: «Il Cantico di frate Sole: poche frasi povere e
stente che si direbbero scritte da un fanciullo. In realtà…
l’inno di un profeta cristiano per aureolare di poesia un rude
e difficile apostolato. Et Moyses fecit canticum et docuit populum suum.
Sintesi di una vita ed espressione di un ideale sincero, quell’umile
messaggio destinato alla umanità del Dugento non ha perduto nulla,
dopo sette secoli, né del suo intimo valore umano né della
sua bellezza poetica. Per quella sua povera lauda S. Francesco appartiene
alla letteratura universale. Anche solo per essa egli merita di essere
collocato accanto ai poeti dello spirito, ai costruttori di divino»
(continua).
Tratto da: Paolo Rossi: Francesco d'Assisi e i suoi scritti autografi (con Tavole di Cristina La Porta)
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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