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Approfondimento Storico e Sacro

Benedizione a frate Leone

«Il Signore ti benedica e ti custodisca,
mostri a te il suo volto e abbia
misericordia di te.

Rivolga verso di te il suo sguardo e ti dia pace.
Il Signore benedica te, frate Leone».

 

***

 

(...) Le parole della Benedizione del Santo assisiate corrispondono, nei primi 5 righi, quasi completamente alla benedizione di Aronne del Libro dei Numeri (Nm 6,22-26).
Francesco, comunque, tralascia per due volte la parola “Signore” (Jahwe-Dominus), presente, invece, nel testo biblico tre volte: triplice ripetizione, che ha fatto vedere ai “Padri della Chiesa” un’allusione alla Trinità: «Il Signore ti benedica... (Padre), Il Signore mostri a te... (Figlio), Il Signore rivolga a te... (Spirito Santo)».
Francesco sembra non aver assunto, dunque, la formula di benedizione direttamente dall’Antico Testamento.
Il suo testo, a detta degli “esperti”, potrebbe corrispondere, piuttosto, ad una benedizione usata in alcune diocesi, per la consacrazione dei chierici o per la riconciliazione dei peccatori nel Giovedì santo; forse egli ne era venuto a conoscenza attraverso l’annuale liturgia della Settimana santa o attraverso la sua ordinazione diaconale o quella di qualche suo confratello .
Nel Medioevo, la benedizione di Aronne, tranne che nei due momenti liturgici sopra accennati, era usata molto raramente. Infatti, la liturgia cristiana, per distanziarsi dalla liturgia sinagogale ebraica, fin dai suoi inizi aveva escluso intenzionalmente questa “benedizione giudaica”.
Il primo a riproporre la benedizione di Aronne fu Martin Lutero nel 1523, ponendola poi, due anni più tardi, nella sua “Messa tedesca”, come formula di benedizione finale. Sia Zuinglio che Calvino seguirono la scelta fatta da Lutero. Così, sino al Concilio Vaticano II, la benedizione di Aronne venne giudicata “tipicamente protestante”.
Ripresa invece nella liturgia postconciliare, essa, nel nuovo messale, è posta come la prima tra le possibili benedizioni solenni del periodo “per annum” (anno liturgico). Inoltre, la lettura di Nm 6,22-26 si ritrova in tutti i tre cicli liturgici, come la prima lettura per la festa del 1° gennaio.
Dunque, oggi la benedizione di Aronne è, per così dire, un bene “recuperato” dalla Chiesa cattolica.
Inoltre, questa preghiera ci pone in unità sia con i Giudei che con le Chiese evangeliche; essa possiede, cioè, una portata ecumenica.
Le parole che Francesco aggiunse a quelle bibliche-liturgiche sono poche, ma importanti, perché sono personali del Santo: «Il Signore benedica te frate Leone».
Queste parole (...) sono spostate leggermente a destra e scritte in modo tale da far passare l’asta verticale della croce attraverso il nome di frate Leone. In forma molto semplice Francesco impartisce la sua benedizione al suo depresso assistente. La personale invocazione mostra la preoccupazione materna di Francesco per il suo fedelissimo amico, padre, confessore e segretario. Leone è sacerdote, Francesco solo diacono: in questo caso, dunque, un non sacerdote benedice un sacerdote!
Francesco, con il benedire, si pone, - e forse molto consapevolmente - sulla scia di coloro che nell’Antico Testamento mediavano la benedizione di Jahwe, e nella liturgia della Chiesa invocavano, in situazioni particolari, la benedizione di Dio su di una persona o sul popolo. Così agendo, il Santo non ha fatto altro che compiere quello a cui lo abilitava il battesimo e a cui era stato incaricato come diacono.

(...) Era l’agosto del 1224, quando Francesco, presagendo l’avvicinarsi del giorno di un “supremo incontro”, «appressandosi poi alla festa della Assunzione della nostra Donna» , ritenne utile ritirarsi nel recondito luogo della Verna, presso il quale avesse potuto «più solitario fare la quaresima di santo Michele Arcangnolo, la quale cominciava per la detta festa della Assunzione» .
L’Assisiate, ormai malato e stanco, raggiunse l’erta affannosa del monte casentinese a dorso di un asino, accompagnato da un esiguo manipolo di frati, i più cari al suo cuore. Essi erano: «frate Masseo da Marignano d’Ascesi, il quale era uomo di grande senno e di grande eloquenza, e frate Agnolo Tancredi da Rieti, il quale era molto gentile uomo ed era stato cavaliere nel secolo, e frate Leone il quale era uomo di grande semplicità e purità (per la quale cosa santo Francesco molto l’amava e quasi ogni suo segreto gli rivelava)» .
Alla Verna, in una capanna di frasche e loto, posta all’ombra di un grande faggio, Francesco e i suoi frati iniziarono il loro ritiro. Non lontano da detto luogo, considerata la disposizione del monte e meravigliandosi delle grandissime fessure e aperture di vani grandissimi, l’Apostolo umbro «si puose in orazione; e allora gli fu rivelato da Dio che quelle fessure così maravigliose erano state fatte miracolosamente, nell’ora della passione di Cristo, quando, secondo che dice il Vangelista, le pietre si spezzarono. E questo volle Iddio che singularmente apparesse in su quel monte della Vernia, perché quivi si dovea rinnovare la passione del nostro Signore Gesù Cristo, nell’anima sua per amore e compassione, e nel corpo suo per l’impressione delle sacre sante Istimate. Avuta ch’ebbe santo Francesco quella rivelazione, immantanente si rinchiude in cella e tutto si ricoglie in sé medesimo e sì si dispone attendere al misterio di questa rivelazione» .
In quei giorni, Francesco, entrato nella chiesetta montana - dedicata, come la cappellina assisiate, a Santa Maria degli Angeli -, in compagnia di frate Leone, aprì per tre volte il libro dei Vangeli riposto sull’altare, e per tre volte «sempre sì gli si parò innanzi la passione di Cristo. Per la qual cosa gli fu dato a intendere che così, come egli avea seguitato Cristo negli atti della sua vita, così lo dovea seguitare e a lui conformarsi nelle afflizioni e dolori della passione, prima che passasse di questa vita» .
La sera della festa dell’Assunta, il Santo, prima di ritirarsi a “consumare” la quaresima di San Michele nell’isolata celletta, chiamati i suoi frati, esordì: «Andatene al luogo vostro, e me lasciate qui solitario; però che con l’aiuto di Dio io intendo di fare qui questa quaresima senza istropiccio e perturbazione di mente, e però niuno di voi venga a me, né veruno secolare lasciate venire a me. Ma tu frate Leone, solamente una volta al dì, verrai a me con un poco di pane e d’acqua; e la notte un’altra volta all’ora del mattutino (...). Vegnendo adunque la festa dell’Assunzione, santo Francesco comincia la santa quaresima con grandissima astinenza e asprezza, macerando il corpo e confortando lo spirito con ferventi orazioni, vigilie e discipline. E in queste operazioni sempre crescendo di virtù in virtù, disponea l’anima sua a ricevere li divini misteri e li divini splendori, e ‘l corpo a sostenere le battaglie crudeli delli demonii con li quali spesse volte combattea sensibilmente» (continua).

Tratto da: Paolo Rossi: Francesco d'Assisi e i suoi scritti autografi (con Tavole di Cristina La Porta)

 


a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)

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