Spoleto: lettera di S. Francesco d'Assisi
La "luminosità francescana"
in Spoleto, non si limita alla "eccezionale"
presenza della cittadina nella biografia del Santo d'Assisi,
e alle molteplici dimore minoritiche che hanno ingentilito - e tuttora
ingentiliscono - la sua "identità"; essa va oltre!
Carlo Bandini narra: «Altra fortuna
ha concesso di poter scoprire, or non è molto, nella chiesetta
romanica dei SS. Giovanni e Paolo un ritratto di Lui
(Francesco) a grandezza quasi naturale,
preziosissimo, perché certamente (...) è uno tra i più
antichi e genuini.
Taluni hanno creduto di riconoscervi l'opera del Cavallini,
ma non lo credo.
Più vero è questo: che forse meglio di ogni altro ritratto
del Santo corrisponda alla descrizione che di Lui ci è
stata tramandata da una tra le prime e più attendibili fonti
biografiche francescane: quella lasciatane da Tommaso da Celano.
Senza dubbio è uno tra i più antichi, ed è interessantissimo».
Lo stesso Bandini, continua: «E
pure in Spoleto, quasi per misteriosa destinazione,
è avvenuto di poter trovare ed ora custodire in onore presso
il Capitolo Metropolitano (Duomo)
uno dei rarissimi autografi del Santo»
(C. Bandini).
Si tratta della "Epistola ad fratrem Leonem" ("Lettera
a frate Leone").
Lo sfondo storico del preziosissimo cimelio è il seguente.
Sino al 1860, presso il Convento
francescano di S. Simeone in Spoleto, era custodita una
pergamena venerata come «autografo
di S. Francesco».
In essa, quindi, è una breve lettera scritta dal
Santo a frate Leone.
Si tratta di un pezzo minuto, lungo soltanto 130 mm e largo 60 mm, che
precedentemente era stato piegato una volta per lungo e tre volte di
traverso in modo da essere ridotto a 30 x 20 mm circa.
Quando il Convento di S. Simeone venne secolarizzato
(1860), il documento,
previa autorizzazione dell'amministrazione comunale, passò nel
tesoro delle reliquie del Duomo.
Sembra che nella nuova collocazione non sia stato oggetto di particolare
attenzione.
Nel 1893, infatti, la reliquia
era nelle mani di un parroco di Spoleto
(don Clito Cardinali), e precisamente nella chiesa di S.
Filippo; il sacerdote, stando ad alcune voci, era intenzionato
a cederlo, per denaro, a un vescovo americano (alla cifra di £.
24.000).
Temendo, nella sua inesperienza, di svendere il cimelio,
don Cardinali raggiunse mons. Faloci Pulignani,
per mostrargli la lettera e averne consiglio.
Questi, trattenutala con qualche pretesto, riuscì a mostrarla
a Leone XIII.
Il pontefice, avutala tra le mani, sentenziò che la reliquia
dovesse rimanere in Vaticano, stabilendo che
si versasse alla chiesa di S.
Filippo di Spoleto una elargizione di 500 lire e si assegnasse
a don Cardinali un vitalizio di 200 lire annue.
Nel 1902, su richiesta dell'amministrazione
comunale di Spoleto, Leone XIII
restituì la reliquia a quella città,
con l'obbligo che venisse conservata nel tesoro del Duomo.
E là si trova ancora oggi in un prezioso reliquiario.
Il contenuto dello scritto è il seguente:
2. lutem et pacem. Ita dico tibi,
3. fili mei, sicut mater: quia
4. omnia verba, quae diximus
5. in via, breviter in hoc verba
6. dispono et consilio, et si
7. dopo [tibi] oportet propter
8. consilium venire ad me,
9. quia ita consilio tibi: in quo-
10. cumque modo melius vi-
11. detur tibi placere Domino
12. Deo et sequi vestigiam et pa-
13. upertatem suam, faciatis
14. cum beneditione Domini
15. Dei et mea obedientia.
16. Et, si tibi est necessarium
17. animam tuam propter aliam
18. consolationem tua, et vis,
19. Leo, venire ad me, veni
Traduzione:
Lettera a frate Leone
«Fratello Leone, il tuo fratello Francesco
ti augura salute e pace!
Figlio mio, parlo a te come una madre.
Tutte le parole che ci siamo scambiate per strada, le riassumo in questa
parola e consiglio, anche se in avvenire avrai bisogno di tornare a
chiedermi consiglio.
Eccoti dunque il mio pensiero: qualunque modo di piacere a Dio e di
seguire le sue orme e la sua povertà, ti sembri il migliore,
ebbene, fallo con la benedizione del Signore e con la mia obbedienza.
Ma se è necessario per la tua anima, per un'altra tua consolazione,
e vuoi, o Leone, venire da me, vieni!».
***
In quale circostanza il Santo assisiate
scrisse la breve missiva, ritenuta la «magna
carta» della libertà francescana?
Francesco, durante un tratto di strada percorso
in compagnia del suo diletto discepolo Leone,
aveva evidentemente discusso su alcuni modi di applicare, nello spirito
della "fraternitas"
minoritica, i principi fondamentali di piacere a Dio e
di seguire le orme di Cristo, soprattutto riguardo alla pratica della
povertà.
Non è possibile stabilire, in termini precisi, i rispettivi punti
di vista, ma è facilmente immaginabile che il Santo
sostenesse una condotta più rigida, un'osservanza strettamente
letterale di certi principi evangelici, laddove Leone,
valutando la dilatazione che l'Ordine aveva
subito in pochi anni, e stimando che, per il gran numero di fratelli,
non era pensabile richiedere a tutti un grado di perfezione eroica,
propendeva presumibilmente per un certo temperamento nel regime di vita
delineato dal fondatore.
Sicuramente nel colloquio era già stato chiarito il pensiero
di ciascuno, ma dal momento che le circostanze avevano poi costretto
Leone a una lontananza (sia pur breve, poiché negli
ultimi tempi della vita di Francesco egli
è tra coloro che più gli furono costantemente vicini),
il Santo avverte la necessità, non
tanto di ribadire il proprio punto di vista, quanto di mostrare la sua
sollecitudine e la piena comprensione verso i fratelli (Leone
non aveva parlato per se stesso come si deduce chiaramente dall'improvviso
passaggio dalla seconda persona singolare alla seconda plurale nel consiglio
di Francesco: «(...) melius videtur tibi
placere domino Deo (...) faciatis») e di
esternare l'affetto tutto speciale verso il suo interlocutore, che sentiva
legato a sé in maniera particolarissima.
Lo chiama "figlio", ma la corrispondenza
di amore tra lui e il suo frate è qualcosa di ancor più
intimo e sublime che l'amore paterno: per questo dichiara di parlargli
non con l'affetto di un padre, ma di una madre.
Non è improbabile che in questo atteggiamento ci sia un ricordo
di gioventù, una valutazione del rapporto padre-figlio, condizionata
dalla condotta che ebbe verso Francesco il
padre, nel momento della decisione suprema, ma c'è sicuramente
il richiamo all'amore di Maria verso il Cristo, lungamente meditato
nella pagine del Vangelo, e riflesso nella devozione intensa che il
Santo ebbe per la Madonna.
Il punto fondamentale, nel quale si compendia l'intero intimo colloquio
svoltosi lungo il cammino, si traduce in un
atto delicatissimo di comprensione umana: attuare la vita evangelica
non significa, dopo tutto, seguire rigidamente una norma piuttosto che
un'altra; qualunque cosa, a giudizio dei confratelli, risponda al principio
di piacere a Dio e si conformi alla povertà di Cristo, sia fatta
con la benedizione del Signore.
Ma anche questa massima così aperta alle esigenze altrui, così
duttile verso l'indole dei confratelli, non viene presentata come precetto,
bensì come consiglio.
E' pure vero che Francesco, sin dal 1220,
aveva volontariamente lasciato la guida dell'Ordine,
almeno da un punto di vista giuridico: ma ovviamente quanti lo avevano
seguito e avevano accettato il suo modo di vita, continuavano a considerarlo
loro capo spirituale e non avrebbero certo esitato ad accogliere quanto
da lui espresso allo stesso modo di un comando.
Il Santo, invece, capovolge la situazione:
a quello che i confratelli faranno, nello spirito dell'ideale di vita
da lui indicato e da loro liberamente scelto, egli stesso si conformerà
in perfetta obbedienza.
Nella chiusa del biglietto, infine, riaffiora il motivo della confidenza piena tra le due anime: la temporanea destinazione di Leone non doveva essere molto lontana, e Francesco lo invita nuovamente a ricorrere a lui se mai avesse ritenuto farlo, per un'esigenza dello spirito o per trovare consolazione; è un tocco ulteriore nel quale si disvela l'animo serafico del Santo, una prova anche questa della genuinità della reliquia spoletina.
In conclusione, utile aggiungere come la scrittura che si evince dallo
scritto di Spoleto riveli, nel numero e nel
modo delle correzioni, nella difficoltà di seguire l’allineamento
sul rigo, nella sproporzione di modulo tra segno e segno, un’esecuzione
più faticosa, più sofferta rispetto alla "Benedizione"
che il Santo, alla Verna,
scrisse sempre per il fedele frate Leone (la
"Chartula", esposta nella Basilica
Inferiore di Assisi), due anni prima della sua morte,
dopo aver ricevute le stimmate e dopo la conclusione
di un digiuno protrattosi fino alla festività di S. Michele:
dunque, dopo il 29 settembre 1224.
La Lettera di Spoleto, per la quale il disordine calligrafico,
per così dire, trova una sua evidente motivazione in uno stadio
più avanzato del male, quando le piaghe delle mani rendevano
ormai penosissimo stringere e guidare la penna, e la malattia degli
occhi quanto mai faticoso seguire sul foglio la successione dei segni,
deve perciò collocarsi in una data ancora più avanzata,
forse proprio negli ultimi mesi (o settimane) della vita terrena del
Santo di Assisi.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
Altri Luoghi dello Stesso Itinerario
Santuario di S. Francesco d'Assisi in Monteluco
Gli esperti sostengono che la prima sede del primitivo gruppo inviato a Spoleto da S. Francesco…
Chiesa di S. Domenico in Spoleto
La chiesa di S. Domenico, sorta sull'antica cappella intitolata al Salvatore, che costituì l'or…
Convento di S. Paolo "inter vineas" in Spoleto
Altro luogo francescano presso Spoleto, è l'antichissima chiesa, con annesso Convento, di S. Pa…
Chiesa di S. Simone in Spoleto
Analizzando l'edificio di S. Simone, una delle prime dimore minoritiche spoletine, Bruno Toscan…
Chiesa di S. Ansano in Spoleto
Al centro della splendida Spoleto, in una delle piazze più caratteristiche, si trova un comples…