Spedizione Espressa GRATUITA in Italia per ordini da € 149,00
Approfondimento Storico e Sacro

Spoleto: lettera di S. Francesco d'Assisi

Spoleto: lettera di S. Francesco d'Assisi

La "luminosità francescana" in Spoleto, non si limita alla "eccezionale" presenza della cittadina nella biografia del Santo d'Assisi, e alle molteplici dimore minoritiche che hanno ingentilito - e tuttora ingentiliscono - la sua "identità"; essa va oltre!

Carlo Bandini narra: «Altra fortuna ha concesso di poter scoprire, or non è molto, nella chiesetta romanica dei SS. Giovanni e Paolo un ritratto di Lui (Francesco) a grandezza quasi naturale, preziosissimo, perché certamente (...) è uno tra i più antichi e genuini.
Taluni hanno creduto di riconoscervi l'opera del Cavallini, ma non lo credo.
Più vero è questo: che forse meglio di ogni altro ritratto del Santo corrisponda alla descrizione che di Lui ci è stata tramandata da una tra le prime e più attendibili fonti biografiche francescane: quella lasciatane da Tommaso da Celano.
Senza dubbio è uno tra i più antichi, ed è interessantissimo
».
Lo stesso Bandini, continua: «E pure in Spoleto, quasi per misteriosa destinazione, è avvenuto di poter trovare ed ora custodire in onore presso il Capitolo Metropolitano (Duomo) uno dei rarissimi autografi del Santo» (C. Bandini).
Si tratta della "Epistola ad fratrem Leonem" ("Lettera a frate Leone").

Lo sfondo storico del preziosissimo cimelio è il seguente.

Sino al 1860, presso il Convento francescano di S. Simeone in Spoleto, era custodita una pergamena venerata come «autografo di S. Francesco».
In essa, quindi, è una breve lettera scritta dal Santo a frate Leone.
Si tratta di un pezzo minuto, lungo soltanto 130 mm e largo 60 mm, che precedentemente era stato piegato una volta per lungo e tre volte di traverso in modo da essere ridotto a 30 x 20 mm circa.

Quando il Convento di S. Simeone venne secolarizzato (1860), il documento, previa autorizzazione dell'amministrazione comunale, passò nel tesoro delle reliquie del Duomo.
Sembra che nella nuova collocazione non sia stato oggetto di particolare attenzione.
Nel 1893, infatti, la reliquia era nelle mani di un parroco di Spoleto (don Clito Cardinali), e precisamente nella chiesa di S. Filippo; il sacerdote, stando ad alcune voci, era intenzionato a cederlo, per denaro, a un vescovo americano (alla cifra di £. 24.000).
Temendo, nella sua inesperienza, di svendere il cimelio, don Cardinali raggiunse mons. Faloci Pulignani, per mostrargli la lettera e averne consiglio. Questi, trattenutala con qualche pretesto, riuscì a mostrarla a Leone XIII.
Il pontefice, avutala tra le mani, sentenziò che la reliquia dovesse rimanere in Vaticano, stabilendo che si versasse alla chiesa di S. Filippo di Spoleto una elargizione di 500 lire e si assegnasse a don Cardinali un vitalizio di 200 lire annue.

Nel 1902, su richiesta dell'amministrazione comunale di Spoleto, Leone XIII restituì la reliquia a quella città, con l'obbligo che venisse conservata nel tesoro del Duomo.

E là si trova ancora oggi in un prezioso reliquiario.

Il contenuto dello scritto è il seguente:

1. Frater Leo, frater Francissco tuo sa-
2. lutem et pacem. Ita dico tibi,
3. fili mei, sicut mater: quia
4. omnia verba, quae diximus
5. in via, breviter in hoc verba
6. dispono et consilio, et si
7. dopo [tibi] oportet propter
8. consilium venire ad me,
9. quia ita consilio tibi: in quo-
10. cumque modo melius vi-
11. detur tibi placere Domino
12. Deo et sequi vestigiam et pa-
13. upertatem suam, faciatis
14. cum beneditione Domini
15. Dei et mea obedientia.
16. Et, si tibi est necessarium
17. animam tuam propter aliam
18. consolationem tua, et vis,
19. Leo, venire ad me, veni

Traduzione:

Lettera a frate Leone

«Fratello Leone, il tuo fratello Francesco ti augura salute e pace!
Figlio mio, parlo a te come una madre.
Tutte le parole che ci siamo scambiate per strada, le riassumo in questa parola e consiglio, anche se in avvenire avrai bisogno di tornare a chiedermi consiglio.
Eccoti dunque il mio pensiero: qualunque modo di piacere a Dio e di seguire le sue orme e la sua povertà, ti sembri il migliore, ebbene, fallo con la benedizione del Signore e con la mia obbedienza.
Ma se è necessario per la tua anima, per un'altra tua consolazione, e vuoi, o Leone, venire da me, vieni!
».

***

In quale circostanza il Santo assisiate scrisse la breve missiva, ritenuta la «magna carta» della libertà francescana?
Francesco, durante un tratto di strada percorso in compagnia del suo diletto discepolo Leone, aveva evidentemente discusso su alcuni modi di applicare, nello spirito della "fraternitas" minoritica, i principi fondamentali di piacere a Dio e di seguire le orme di Cristo, soprattutto riguardo alla pratica della povertà.
Non è possibile stabilire, in termini precisi, i rispettivi punti di vista, ma è facilmente immaginabile che il Santo sostenesse una condotta più rigida, un'osservanza strettamente letterale di certi principi evangelici, laddove Leone, valutando la dilatazione che l'Ordine aveva subito in pochi anni, e stimando che, per il gran numero di fratelli, non era pensabile richiedere a tutti un grado di perfezione eroica, propendeva presumibilmente per un certo temperamento nel regime di vita delineato dal fondatore.
Sicuramente nel colloquio era già stato chiarito il pensiero di ciascuno, ma dal momento che le circostanze avevano poi costretto Leone a una lontananza (sia pur breve, poiché negli ultimi tempi della vita di Francesco egli è tra coloro che più gli furono costantemente vicini), il Santo avverte la necessità, non tanto di ribadire il proprio punto di vista, quanto di mostrare la sua sollecitudine e la piena comprensione verso i fratelli (Leone non aveva parlato per se stesso come si deduce chiaramente dall'improvviso passaggio dalla seconda persona singolare alla seconda plurale nel consiglio di Francesco: «(...) melius videtur tibi placere domino Deo (...) faciatis») e di esternare l'affetto tutto speciale verso il suo interlocutore, che sentiva legato a sé in maniera particolarissima.
Lo chiama "figlio", ma la corrispondenza di amore tra lui e il suo frate è qualcosa di ancor più intimo e sublime che l'amore paterno: per questo dichiara di parlargli non con l'affetto di un padre, ma di una madre.
Non è improbabile che in questo atteggiamento ci sia un ricordo di gioventù, una valutazione del rapporto padre-figlio, condizionata dalla condotta che ebbe verso Francesco il padre, nel momento della decisione suprema, ma c'è sicuramente il richiamo all'amore di Maria verso il Cristo, lungamente meditato nella pagine del Vangelo, e riflesso nella devozione intensa che il Santo ebbe per la Madonna.

Il punto fondamentale, nel quale si compendia l'intero intimo colloquio svoltosi lungo il cammino, si traduce in un atto delicatissimo di comprensione umana: attuare la vita evangelica non significa, dopo tutto, seguire rigidamente una norma piuttosto che un'altra; qualunque cosa, a giudizio dei confratelli, risponda al principio di piacere a Dio e si conformi alla povertà di Cristo, sia fatta con la benedizione del Signore.
Ma anche questa massima così aperta alle esigenze altrui, così duttile verso l'indole dei confratelli, non viene presentata come precetto, bensì come consiglio.
E' pure vero che Francesco, sin dal 1220, aveva volontariamente lasciato la guida dell'Ordine, almeno da un punto di vista giuridico: ma ovviamente quanti lo avevano seguito e avevano accettato il suo modo di vita, continuavano a considerarlo loro capo spirituale e non avrebbero certo esitato ad accogliere quanto da lui espresso allo stesso modo di un comando.
Il Santo, invece, capovolge la situazione: a quello che i confratelli faranno, nello spirito dell'ideale di vita da lui indicato e da loro liberamente scelto, egli stesso si conformerà in perfetta obbedienza.

Nella chiusa del biglietto, infine, riaffiora il motivo della confidenza piena tra le due anime: la temporanea destinazione di Leone non doveva essere molto lontana, e Francesco lo invita nuovamente a ricorrere a lui se mai avesse ritenuto farlo, per un'esigenza dello spirito o per trovare consolazione; è un tocco ulteriore nel quale si disvela l'animo serafico del Santo, una prova anche questa della genuinità della reliquia spoletina.

In conclusione, utile aggiungere come la scrittura che si evince dallo scritto di Spoleto riveli, nel numero e nel modo delle correzioni, nella difficoltà di seguire l’allineamento sul rigo, nella sproporzione di modulo tra segno e segno, un’esecuzione più faticosa, più sofferta rispetto alla "Benedizione" che il Santo, alla Verna, scrisse sempre per il fedele frate Leone (la "Chartula", esposta nella Basilica Inferiore di Assisi), due anni prima della sua morte, dopo aver ricevute le stimmate e dopo la conclusione di un digiuno protrattosi fino alla festività di S. Michele: dunque, dopo il 29 settembre 1224.
La Lettera di Spoleto, per la quale il disordine calligrafico, per così dire, trova una sua evidente motivazione in uno stadio più avanzato del male, quando le piaghe delle mani rendevano ormai penosissimo stringere e guidare la penna, e la malattia degli occhi quanto mai faticoso seguire sul foglio la successione dei segni, deve perciò collocarsi in una data ancora più avanzata, forse proprio negli ultimi mesi (o settimane) della vita terrena del Santo di Assisi.


a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti:
redazione@sanfrancesco.com)