Santuario dello Speco: Cronaca
Chi me ne parlò per la prima volta fu un francescano svizzero
di forme atletiche, padre Eugenio, un granatiere
in saio, che incontrai a Zug nel 1954.
«Come! - esclamò scandalizzato - Non conoscete
lo speco di Narni?».
Confessai la mia ignoranza.
Negli studi francescani, e nella valorizzazione dei luoghi
francescani, sono sempre gli stranieri a precederci.
Padre Eugenio mi raccontò in un italiano
“sui generis”, ma tanto espressivo che sarebbe
peccato correggerlo: «Quando preparai il mio grande viaggio
in Umbria, lessi in un libro di Eduard Schneider la
descrizione dello speco.
L’eremo era ancora diroccato e disabitato, quando lo Schneider
ci fu.
Poi a Monteluco padre Gabriele mi disse che due frati
ci stavano di nuovo e mi dette le indicazioni per arrivarci.
Un autobus andava da Terni a Configni,
ma non ogni giorno.
Arrivai a Terni il 3 giugno 1948.
In convento, a desinare, la Provvidenza mi fece trovare padre
Ambrogio dello Speco.
Alle tre doveva partire l’autobus.
Ci demmo appuntamento alle tre meno un quarto alla porta del convento.
Ma perdemmo la corsa.
Decidemmo: prendiamo la strada a piedi. Faremo autostop.
Camminavamo, camminavamo... Venivano macchine, ma tutte all’incontro,
nessuna da dietro.
Dovemmo fare una ventina di chilometri a piedi, ma per me più
del doppio.
Ero ancora debole di una lunga malattia, portavo un grande zaino sulle
spalle, ma una gioia ancora più grande nel cuore.
Questa sola mi faceva camminare.
La notte veniva.
Ci perdemmo all’ultimo tratto, per una scorciatoia, padre
Ambrogio dovette tirarmi a due mani, a traverso le rocce.
Dopo le nove arrivammo al convento.
Era tutto buio per un guasto alla linea elettrica.
Padre Placido ci ricevette con una candela in mano,
ma con un fuoco molto più grande nel suo cuore fraterno.
Poi nel piccolo refettorio mangiammo delle lenticchie
e dell’insalata.
E lì, alla luce della candela, ho incontrato con immensa tenerezza,
madonna Povertà.
Posso dire che lì mi ha ferito il cuore.
E ho capito che era stato san Francesco a farci perdere tutte le macchine».
Queste e le altre cose raccontate da padre Eugenio
mi rimasero come un pungolo nella memoria, senza riuscire a farmi prendere
l’iniziativa di una visita a sant’Urbano,
finché, lo scorso giugno, un’amica coraggiosa mi rimorchiò.
«Senti», disse, «se vuoi vedere un “luogo”
francescano che conservi l’intatto aspetto primitivo, senza chiese
bene architettate sopra, senza bancarelle e negozietti intorno, senz’alberghi
e pensioni nelle vicinanze, senza nemmeno una forestieria moderna che
lo addomestichi, vieni con me all’eremo di sant’Urbano,
vicino a Narni».
San Francesco, non so se per cavalleria o per compassione della nostra
magra virtù, ci risparmiò il lungo cammino regalato a
padre Eugenio.
Comodamente andammo in treno da Roma a Narni
e in automobile da Narni all’eremo.
«Però anche lassù - osservò il bruno
autista che ci conduceva - da quando hanno fatto la strada, ci va
troppa gente.
Fino all’anno scorso, quando c’era solo la mulattiera, era
un’altra cosa.
Adesso, per le feste, ci arrivano con le motorette, con le automobili,
con i pulman, perfino con i camions, ci passano la giornata, ci fanno
merenda e addio pace».
E scuoteva il capo.
Ma saranno parentesi festive: il luogo è ancora di alta solitudine.
La stessa città meno lontana dall’eremo
non è di quelle che si raggiungono facilmente.
Fuori delle grandi arterie ferroviarie, così erta su massi scoscesi
che a guardarla dal treno sembra inaccessibile, Narni
vuole essere meritata con un viaggio apposta e rimane bene in vista
nel suo "muto orgoglio cittadino" memore di Cocceio
Nerva e del Gattamelata, mentre l’eremo di sant’Urbano
si nasconde tra le insenature della «giogaia di monti aspri,
che van da Narni alla Sabina» (P. G. Mancini, Lo Speco
di Narni, 1959), e lo speco che la presenza
di san Francesco ha reso sacro, scompare addirittura
dentro la roccia del monte Bandita, tutta
ammantata di lecci e di aceri.
Da Narni all’eremo, la strada nuova,
ma non larga, sale e scende serpeggiando tra il verde e prospettando
una catena di montagne, che cambiano colore ad ogni cambiamento della
luce.
Sono - come gran parte dell'Appennino umbro - imponenti, ma non superbe;
le loro curve gravi e dolci dicono: "Pace", e predispongo
al silenzio.
Infatti, arrivati all’eremo, spontaneamente,
si abbassa la voce e si tace; ecco un breve spiazzo; di fronte un portichetto
a tre archi; a destra una chiesetta bianca
dominata dal monte selvoso; a sinistra un muricciolo, balaustra rustica
e insieme sedile, dinanzi ad un panorama vastissimo, che si apre a ventaglio
dal Terminillo a Sangemini,
abbracciando la valle del Nera e la conca
ternana.
Non compare anima viva.
Sono spalancate tutte le porte: della chiesina,
del convento, del chiostro.
Il chiostro ricorda san Damiano
d’Assisi: ma ha, più di quello, il monte
a ridosso, è più piccolo, più rustico, un po’
sghembo, con archi bassi e asimmetrici colmi di fiori diversi, da un
lato il pozzo con la carrucola e i ferri sormontati
da una croce.
Niente aiuole, pero un trifoglietto in fiore sbuca ricciuto dalle pietre
sconnesse del vecchio lastricato, e lo invade a chiazze, con la prepotenza
degli umili.
Da una porta spalancata si vede un corridoio bianco e su scritto a lettere
di scatola: “clausura”, ma anche quel corridoio
è aperto da un capo all’altro fino al sentiero opposto.
Non hanno paura dei ladri, e nemmeno del cani e altre bestie, gli abitanti
di questo eremo.
Dal chiostro si passa ad una stanza scura,
di cui una parete si curva ad abside e questa è affrescata pallidamente.
Più in là si trova un piccolo refettorio,
lungo e stretto che da una parte ha la mensa con la tavola di quercia
massiccia e la panca a dossale, dall’altra l’acquaio di
pietra e le finestrelle.
Dal chiostro, per un certo andito che sembra
scavato nella roccia, si entra in una quasi spelonca, dove nella penombra
emergono quattro blocchi irregolari di pietra consunta, che formano
la sponda di un pozzo.
Nessun cicerone viene a offrire spiegazioni, ma una cosa s’indovina
con certezza: questa è una reggia di madonna Povertà.
Padre Gemelli vi avrebbe ritrovato quei «buchi e buchetti»
che gli piacevano tanto a san Damiano, e insieme
la selvaggia bellezza delle Carceri e di Fonte
Colombo.
Ritorniamo nel chiostro ad ascoltare il silenzio,
contemplando l’altissima cupola boscosa sovrastante i tetti e
tettini dell’eremo, e una chiesuola
più su, a mezza costa, che ci mostra la curva estrema dell’abside,
e buca il verde con il suo campaniletto a vela, fratello dell’altro,
vicino a noi, ritto su quattro scaglioni di tegole.
Finalmente compare qualcuno: è un vecchietto in giacca di fatica,
capelli bianchissimi, viso cotto, occhi neri e grandi dietro lenti cittadine.
Ci saluta garbatamente.
«Non c'è nessuno in questo convento?».
«Due frati».
«Due soli».
«Due padri. E servono tre parrocchie. Sono sempre in giro».
«Conversi?».
«Nessuno. Io li aiuto alla meglio».
«Si può passare qui la notte?».
«Sì, c’è una piccola foresteria, quasi
nuova».
«A che altezza siamo?».
«Qui il convento è a 568 metri; lo
Speco a 640».
Sull’imbrunire ritornano uno dopo l’altro i due
padri: smilzi, lindi, gentili, sembrano discesi da un
affresco dello Spagna.
E da loro impariamo che qui si fermò san Francesco
nel 1213, al ritorno da una predicazione a
Narni e nella valle del Nera.
Dal villaggio di sant’Urbano, sul poggio
sottostante, salì verso il monte e trovò tutto quello
che desiderava per le sue soste contemplative; una gran
foresta solitaria, un oratorio dedicato a
san Silvestro (l’absidina affrescata pallidamente),
un pozzo d’acqua sorgiva (quello della
sponda pietrosa), e più in alto grotte scavate nella
roccia, adattissime alla preghiera.
Scelse la più stretta e profonda, ma non poté impedire
ai discepoli di costruirgli una celluzza di sassi,
con a fianco un oratorietto dove pregare e
assistere alla Messa, senza scendere a san Silvestro.
Per un viale scandito da quattordici alte croci
e mal lastricato a gradoni schistosi, i frati ci conducono al ripiano
del monte, dove sorge quel tuguriolo che comprende
la celluzza e l’oratorio.
Davanti, sta una strana roccia tra il rudere
e il pilastro, sormontata da una croce di ferro.
E’ ormai notte.
A lume di candela, i frati ci mostrano l’oratorio,
che ha un’absidina graziosissima (quella vista dal chiostro) a
piombo sul dirupo, e la celluzza che conserva
- difeso da una grata metallica - il letto di san Francesco.
Non è il terribile letto della Verna,
ma è tale che nessun malato ci vorrebbe giacere.
E nemmeno un uomo sano.
Sembra una corta barella fatta di assi di castagno tozze e rade, fissate
alle sponde da chiodi di legno.
Un ramo arrotondato serve da cuscino.
Da una feritoia si vede il cielo e si sentono gli uccelli; dalla porticina
bassa, girevole su cardini di legno potevano arrivare a Francesco
le voci dei compagni oranti.
E doveva star proprio male, se si permise di chiedere un po’ di
vino.
«Lo sai che non ne abbiamo», gli risposero quei
fedelissimi di madonna Povertà.
«Datemi un po’ d’acqua».
Di corsa scesero ad attingere nel pozzo vicino a san Silvestro.
Tornarono con un secchiello di rame colmo d’acqua pura.
Il santo, prima di bere, la benedisse secondo
il solito, con un segno di croce, ma forse ci mise un’intenzione
particolare?
Forse chiese al Signore quel ristoro che la sua volontaria povertà
gli negava?
Accostato il secchiello alle labbra, non riuscì a nascondere
un limpido riso. Era ottimo vino. Non se ne meravigliò; si persuase
sempre più che «il tesoro della santa Povertà
così nobile ha per servitore Iddio».
«E appena ebbe bevuto quel vino miracoloso, subitamente guarì»
(I Cel., 61). Questa è storia registrata dal Celano e da san
Bonaventura (Leg. Maior, V, 10), ma la leggenda racconta che un altro
conforto gli venne dalla cetra di un angelo,
apparso sul pilastro di quella rupe, sentinella
del tugurio.
«Ecco lo speco di san Francesco, la grotta
di sant’Antonio, la grotta di san Bernardino».
I frati accennano alla parete di roccia che cinge il ripiano, ma l’oscurità
crescente permette appena di scorgerle.
Invece si profila visibilmente un grande albero detto il castagno
di san Francesco, perché nacque dal bastone che
il Poverello piantò nel prato prima
di lasciare l’eremo.
Dopo sette secoli e mezzo, da ancora frutto.
«Mi piacerebbe avere di quelle castagne», dico
a mezza voce.
E’ buio.
Ritorniamo al convento; da una porta del chiostro
scendiamo, per una scala esterna, alla foresteria,
che è una stanza bianca, nuda, con una tavola in mezzo, poche
sedie, e la grazia del caminetto ad una parete.
«Che cosa gradiscono per cena?» domanda cortesemente
il frate più giovane, che è il superiore di quella comunità
a due.
«Una minestrina? Del prosciutto?».
«Anche meno!» rispondiamo, tutte prese dalla poesia
della povertà.
«Basta un po’ di formaggio».
Un lieve imbarazzo annuvola il sorriso di padre Ambrogio.
Mi mordo la lingua.
Correggo in fretta: «Basta un po’ di verdura».
Altro lieve segno d’imbarazzo.
Ma fino a che punto sono poveri questi frati?
«Ci diano quello che hanno», dice pronta la mia
amica. «Tutto va bene».
E così impariamo che la vera povertà non ha scelta, deve
prendere ciò che le offrono.
Mentre ci preparano la cena, saliamo al piano superiore,
dove, lungo il corridoio, si allineano tre cellette, tre sole.
La mia ha il tetto a capanna, i travicelli scoperti, una finestrina
arcuata con tre gradini per arrivarci, un tettuccio, un lavamani di
ferro, una sedia: tutto pulitissimo.
Mi affaccio: nell’oscurità serena si discoprono monti e
monti; in alto stelle, intorno lucciole, in basso lumini di villaggi,
più giù luci saettanti di automobili.
Un buon odore di fumo di legna - acero? carpini? - effonde nel silenzio
un’intimità di cucina all’antica e parca.
Pace, dolce pace.
Scendiamo.
La cena è pronta sulla tovaglia candida: minestra, prosciutto,
vino bianco, pane casalingo.
Stiamo per finire, quando Beppe, il vecchietto compìto, ci porta
un piatto di lattuga freschissima e saporosamente condita.
Chi sa dov’è andato a prenderla per ordine di padre
Ambrogio!
Usciamo all’aperto e, ripassando per il chiostro,
torniamo sul piccolo sagrato, che gode l’ampio scenario dei monti,
a quest’ora sommerso nell’ombra, ma non tanto da impedire
ai due frati, sbucati dalla chiesina,
di spiegare, segnalando gruppetti di lumi: sant’Urbano,
Lugnola, Aguzzo,
Finocchieto, più lontano Stroncone,
in fondo quella fiamma rossa: Terni.
La topografia c’interessa meno dei discorsi di padre
Ambrogio, che riassume la storia dell’eremo,
e di padre Placido, che da molti anni ci vive
e ne conosce i segreti e le leggende.
Padre Ambrogio racconta che «il
luogo» di sant’Urbano, sempre custodito dalle
lance spezzate della Povertà, fu restaurato da san
Bernardino, forse nel 1426,
quando predicò a Viterbo, a Todi,
a Rieti, ad Amelia:
il suo sorriso, che tempera l’appassionata povertà di san
Francesco, accoglie il visitatore nel portichetto esterno
a tre archi e lo accompagna nel chiostrino,
nel refettorio, nel dormitorio.
Tra il Seicento e il Settecento
i Riformati videro nell’eremo
di sant’Urbano una roccaforte della più stretta
osservanza e il ven. Pietro da Orvieto, contemporaneo
di san Leonardo, lo risollevò ai fastigi
della santità.
Così ogni risucchio della grande onda francescana verso le origini,
riscopre il tesoro di sant’Urbano.
Padre Ambrogio non dice di più, ma
a questo punto, io, io sola, odo la voce di padre Eugenio
che, con il suo accento straniero riprende a raccontare nell’ombra
notturna:
«Vennero anni duri.
I frati dovettero abbandonare sant’Urbano, benché
i più fedeli alla tradizione, come il generale padre Bonaventura
Marrani, l’avessero sempre nel cuore.
Nel 1943, durante la guerra, padre Placido
partì solo da san Damiano con in tasca il denaro
per il biglietto e basta.
Quando arrivò all’eremo non c’erano né finestre,
né mobili.
Le piante erano entrate nelle camere e la gente si era servita di tutto
il mobilio.
Lavorò delle settimane, mangiando pane e insalata.
Un giorno, stanco di tutto, partì.
Voleva tornare a san Damiano.
Sotto la roccia si fermò un’ultima volta a guardare questo
povero speco.
Allora un dolore lo prese; non poteva lasciarlo, e ritornò.
Poi padre Ambrogio venne ad aiutarlo.
La sera stanchi dicevano il breviario alla luce del fuoco e... si addormentavano,
l’uno di qua l’altro di là».
Intanto padre Placido, non sospettando che
qualcuno narri i suoi «Fioretti»
inediti, parla delle lepri, che saltano ingenue dai boschi sulla strada
e si lasciano prendere senza fucile; delle api, che si annidano nel
tronco di un leccio antichissimo e non se ne allontanano, per quanto
i pastori si sforzino di farle sciamare; ci racconta i miracoli registrati
nelle cronache del conventino.
Dicono le antiche cronache che nel febbraio 1678,
un inverno rigidissimo, ai frati mancò l’olio e quando
già si adattavano a mangiare legumi sconditi, trovarono in dispensa,
colma d’olio color topazio, la brocca, che da tempo era vuota.
E per mezzo di quell’olio «portato da mano angelica,
Dio operò molti miracoli, a prò e beneficio dei fedeli
divoti».
Dicono le antiche cronache che durante la pestilenza del
1686, i capi di Magliano Sabina
mandarono a prendere una soma d’acqua del pozzo di
san Francesco, la distribuirono in bicchierini alla popolazione
e la peste scomparve.
Dicono le antiche cronache che i frati, a mattutino della domenica e
delle feste grandi, solevano andare in processione dalla
chiesetta del convento fino allo speco.
Una notte festiva del 1704, o fossero stanchi,
o fossero occupati, o il campanaro avesse dimenticato di svegliarli,
non si mossero, e la mattina seguente ne ebbero grande rimorso.
Ma il guardiano, andato a Lugnola a celebrare,
si sentì dire: «Ch’avete fatto stanotte? Ch’avete
fatto? Che bellezza tutta quella luce!».
E un altro frate ad Aguzzo si sentì
dire lo stesso: «Ma che bellezza stanotte, tutti quei lumi!
Ch’avete fatto?».
E un altro padre a Finocchieto fu assalito
dalle medesime esclamazioni: «Ch’avete fatto stanotte?
Che bellezza tutta quella luce! Ch’avete fatto?».
Capirono allora che angeli e santi francescani erano scesi
dal Paradiso per onorare al posto loro lo speco di san Francesco.
Sarà una variante della leggenda della Verna,
quella degli uccelli, che una notte di neve sostituirono i frati nella
processione notturna alla cappella delle Stimmate?
Non importa.
Nella malinconica cadenza umbra di padre Placido,
la ripetizione: «Ma ch’avete fatto stanotte? Ch’avete
fatto?» prende il ritmo litaniaco di una lauda duecentesca.
Con questo ritmo e con queste immagini da «Fioretti»
risaliamo alle nostre celle.
Lo stellato fulgente mi attrae alla piccola finestra, ma bisogna pure
dormire!
Alle tre e un quarto la luce sbianca già le pareti e viene da
occidente e da oriente: da occidente un raggio di luna calante, da oriente
una lista d’alba sul labbro bruno dei monti, che più tardi
l’aurora orla di rosa, e poi d’oro.
Dal mio lettuccio vedo la costa del monte, verdissima; affacciandomi,
è ancora la gamma molteplice del verde in ondulazione frondosa
di colli e vallicelle a rapirmi gli occhi; è una fragranza di
terra, di radici, di bosco risvegliato a rendermi i sogni della giovinezza.
Il sole è già alto, quando saliamo allo speco.
E’ a grandi strati irregolari, spaccati da almeno
tre grotte, quella di sant’Antonio,
quella più aperta di san Bernardino,
quella strettissima di san Francesco, detta
lo speco: fenditura alta, che si sprofonda
nella roccia e dall’esterno pare una ferita slabbrata della pietra.
San Francesco vi scorse - come alla Verna
- la traccia del terremoto, che spezzò i macigni, quando Gesù
morì, e per questo l’amò.
Non gli bastava inselvarsi per contemplare la bellezza e la potenza
del Creatore, voleva piangere la passione del Salvatore, voleva sentire
la redenzione anche nelle viscere sassose della terra; voleva, lui uomo,
affermare la sovranità di Cristo sulle cieche forze telluriche.
Assistiamo alla Messa proprio nell’oratorio di san
Francesco, preghiamo nella sua celluzza,
su quel suo letto impossibile e pensiamo che
proprio qui, tra lo speco e l’oratorio,
il genialissimo santo si ritemprò all’apostolato; qui,
come alla Verna, alle Carceri,
a Greccio, a Fonte Colombo,
usciva dalla storia per rientrare nella storia, passando dalla vita
eremitica più aspra all’apostolato più logorante,
dalla preghiera più estatica all’orazione più intensa.
Non è meraviglia, se attingendo dalla Grazia e dalla natura energie
sempre nuove e poi bruciandole tutte nel rogo della carità, in
soli sedici anni facesse tante cose, e lasciasse un’impronta così
vasta e durevole.
Vediamo al sole il castagno di san Francesco,
un gigante decrepito che, accosto al tronco scortecciato, sente crescere
una tribù di arbusti pullulanti dalle sue stesse radici.
Mentre riscendiamo al conventino, non posso
fare a meno di pensare alla sua storia, che padre Ambrogio
ieri interruppe proprio al punto in cui entravano in scena lui e padre
Placido.
Domando: «Padre Eugenio non ha lavorato per l’eremo?».
«Sì, mi risponde, venne con dei ragazzi svizzeri
ogni anno, nell’estate, dal 1948 al ‘53 e ci aiutò
a riattare il chiostrino. Ma dove lavorarono di più fu alla foresteria,
nel ’53. Fecero quasi tutto loro».
Sento io solo la cordiale risata di padre Eugenio.
«Che fatica! - dice con la sua pronuncia tedesca - Di
questa foresteria stavano soltanto i muri.
Dentro era un solo vuoto sotto il tetto...
Per fare l’accesso di fuori dovevamo far saltare sassi (non con
la polvere, ma colla mano) e costruire un grande muro e una terrazzina.
Per costruire i piani dovevamo mettere travi di ferro, portati sulle
spalle lassù.
Avevamo fatto i buchi nel muro, pietre durissime, e quando volevamo
mettere i travi, questi erano troppo lunghi!
Che cosa fare?
Rinviare i travi alla fabbrica?
Portarli di nuovo in basso della montagna e portare altri in alto?
Impossibile!
Per tagliare non avevamo strumenti.
Non rimaneva che fare i buchi nel muro più profondi.
Il muro è molto grosso. Ma più i buchi erano profondi
e più era difficile lavorare con martello e scalpello.
I giovani ricordano ancora quel lavoro.
Ma che povere sono queste parole in comparazione delle grazie e gioie
che hanno invaso tutta la nostra anima in quel sacro speco!
Quante ore sono rimasto tutto solo sulla terrazza dove stanno la cappella
e il castagno.
Non ho mai più trovato profondità di preghiera come lì».
Sento la verità delle parole di padre Eugenio.
Leggenda e storia
si danno la mano in questo eremo fuori del
mondo, e i “Fioretti” vi nascono
ancora, freschi e aulenti come nel secolo XIII.
Ci distacchiamo malinconicamente dall’eremo.
Vorremmo portare dentro di noi quel silenzio, chiudere in una fiala
quell’aroma di selva e di preghiera, non perdere mai di vista
la casta bellezza della povertà.
Ma già l’auto strombetta.
Presto, presto, andiamo!
Padre Ambrogio mi trattiene un momento.
«Per ricordo dell’albero di san Francesco!»
dice, e mi lascia una manciata di castagne.
Maria Sticco, Ottobre 1960
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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