Lugnano: l'anatra e il lupo
Quando si dice tempo da lupi!
L'estate era stata troppo lunga e troppo calda, asfissiante.
Aveva bruciato i campi e i boschi, aveva ammazzato, con la
fame, molti degli animali domestici e selvatici.
Poi, improvvisamente, il novembre era diventato rigido e piovoso.
La neve era comparsa subito, non soltanto in montagna, ma
anche sulle colline.
Si disse: «non esistono più stagioni intermedie;
siamo passati dall'estate all'inverno, di botto».
Non migliori di quelle climatiche, erano
le condizioni sociali ed economiche.
La siccità e la fame avevano risvegliato anche nei
cuori dei cittadini gli antichi inveterati risentimenti di
odio, di antagonismo.
L'uno contro l'altro, casa contro casa, fratello contro fratello.
Anche dove non c'erano guelfi e ghibellini, o neri e bianchi,
si trovò, con un nome o un simbolo qualunque, la possibilità
di suddividersi, pur di combattersi e distruggersi: tanto
è insito nel cuore dell'uomo l'istinto di contrariarsi
e sopraffarsi.
Ma quella fu anche, a cominciare dall'Umbria,
la stagione di una eccezionale seminagione di pace.
Fu il tempo in cui frate Francesco d'Assisi
passò di terra in terra a parlare d'amore, di fraternità,
di riconciliazione.
Notissima è per gli storici (Luca Wadding lo testimonia)
una lunga permanenza nella Teverina,
facendone centro Alviano e spingendosi
da Orvieto (Scarzuola di Montegiove), fino
a Stroncone e lo Speco
di Sant'Urbano.
Francesco giunse a Lugnano
in Teverina, dove governavano i Montemarte,
in continuo contrasto con i Bovacciani.
Dalle rivendicazioni ereditarie, si era passati all'asprezza
della lotta politica; dal castello di Lugnano,
gli echi dell'odio e della battaglia avevano superato le mura,
e stavano raccogliendo adesioni tra i signorotti dei paesi
circostanti.
Frate Francesco, che l'estate precedente era passato a Baschi ed era riuscito a riconciliare gli odi fraterni della famiglia dominante, sperò di riuscire anche a rasserenare l'orizzonte tra Montemarte e Bovacciani.
Parlò tra le mura del castello:
«Temete e onorate,
lodate e benedite,
ringraziate e adorate
0 Signore Dio onnipotente
in Trinità e Unità,
Padre e Figlio e Spirito Santo,
creatore di tutto.
Fate penitenza,
fate frutti degni di penitenza,
convinti che presto morirete.
Date e vi sarà dato;
perdonate e vi sarà perdonato.
E se non avrete perdonato agli uomini
i loro peccati,
il Signore non perdonerà a voi
i peccati vostri».
Tanta era la gente che si accalcava per ascoltarlo, che dovette uscire dall'angusta piazzetta interna, e continuare le sue ammonizioni all'aperto.
«Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio».
E commentava: «Sono veramente pacifici coloro che, fra tutto ciò che soffrono in questo mondo, conservano pace nell'anima e nel corpo, per amore del Signore nostro Gesù Cristo».
Dell'odio e dell'invidia parlava come di eresia e di bestemmia, rivolta contro Dio oltre che contro il prossimo: «Chiunque invidia il suo fratello, per il bene che il Signore dice e opera in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, che dice e opera ogni bene».
Ascoltandolo, la gente meditava, respirava.
Dimenticava la tristezza, la povertà; si nutriva della
gioia nuova che emanava da queste parole.
A Lugnano l'aveva
seguito davanti al castello; l'aveva seguito davanti alla
collegiata di S. Maria Assunta, il gioiello da poco edificato
e che aveva avuto di recente l'onore d'una presenza del papa
Innocenzo III, in visita per confermare il dominio sui suoi
Stati.
Quando il Santo era uscito dal castello,
la folla l'aveva ancora raggiunto ad appena qualche centinaio
di metri fuori delle mura, giù in basso, su una piccola
altura da dove si scorgeva il Tevere e la pianura.
Anche l'ambiente invitava alla pace e alla
meditazione.
Frate Francesco parlò a lungo,
nonostante che di tanto in tanto qualche brivido di freddo
scuotesse il corpo degli uditori, urlando giù, dalla
gola della montagna.
Ad un tratto, ci fu un altro brivido, più forte e più
pauroso: un lupo affamato era uscito dalla sua tana e, tacito,
si era avvicinato alla folla spinto dall'odore di sangue umano,
che gli solleticava quel corpo affamato.
Una donna, forse giunta da poco ad accalcarsi attorno al gruppo che circondava Francesco per ascoltarlo, s'era portata dietro al suo bambino di circa tre anni. Fu nel momento in cui la mamma, stretta dalla folla, aveva perso il controllo del suo figlioletto, che il lupo assalì il bambino, ormai staccandosi dalla mamma e attratto forse dalla curiosità del grosso "cane".
Dopo poco, un grido di bambino, un ululato
del lupo avevano ridestato l'attenzione della mamma.
Si girò, chiamò il bambino, ma lo scorse sulla
bocca del lupo che fuggiva rapido.
Agli urli della sventurata, si girò tutta la folla.
Francesco fu informato dell'accaduto.
Sul breve spazio di cielo, che ormai imbruniva, passava in
quel momento uno stormo di anatre selvatiche, che si dirigevano
verso il Tevere.
Francesco lo chiamò con tutta
la sua voce di fratello e di santo, e comandò loro
di rincorrere il lupo, ghermirgli il bambino, restituirlo
alla mamma.
Furono brevi momenti.
Il lupo non resistette alle beccate delle anatre; per difendersi,
aprì la bocca e allentò la preda.
E la folla ammirò commossa la scena del bambino trasportato
in alto dagli uccelli, e poi calato a volo davanti a frate
Francesco e riconsegnato alla madre,
stordita dall'emozione.
Passarono pochi anni.
A Lugnano, frate Francesco
non era stato dimenticato.
Una croce era stata posta in suo ricordo sul colle dove aveva
parlato di pace ed aveva restituito incolume il bambino salvato
dalle fauci del lupo: il "colle del miracolo".
Venne poi una notizia da Assisi, riportata
dai frati che vi si erano recati da Alviano, da Pantanelli:
quel frate Francesco era morto;
ma dopo che aveva esalato l'ultimo respiro, gli avevano scoperto
sul corpo (mani, piedi, costato) le insegne di Cristo crocifisso;
le stimmate.
I miracoli erano subito fioriti sulla sua tomba, ed ora il
papa non solo l'aveva proclamato santo, ma aveva fatto donare
un terreno su cui sarebbe sorta una grande chiesa, intestata
al suo nome e la tomba.
Lugnano non volle esser da meno.
Sul breve "colle del miracolo" fece voto di erigere una chiesa a ricordarlo.
Si ebbe così, prima che ad Assisi, nel 1229 a Lugnano in Teverina, la prima "chiesa di San Francesco d'Assisi".
(Cfr. L. Canonici, Leggende francescane umbre, Porziuncola 1992).
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)