Spedizione Espressa GRATUITA in Italia per ordini da € 149,00
Approfondimento Storico e Sacro

Lugnano: l'anatra e il lupo

Quando si dice tempo da lupi!
L'estate era stata troppo lunga e troppo calda, asfissiante.
Aveva bruciato i campi e i boschi, aveva ammazzato, con la fame, molti degli animali domestici e selvatici.
Poi, improvvisamente, il novembre era diventato rigido e piovoso.
La neve era comparsa subito, non soltanto in montagna, ma anche sulle colline.
Si disse: «non esistono più stagioni intermedie; siamo passati dall'estate all'inverno, di botto».

Non migliori di quelle climatiche, erano le condizioni sociali ed economiche.
La siccità e la fame avevano risvegliato anche nei cuori dei cittadini gli antichi inveterati risentimenti di odio, di antagonismo.
L'uno contro l'altro, casa contro casa, fratello contro fratello.
Anche dove non c'erano guelfi e ghibellini, o neri e bianchi, si trovò, con un nome o un simbolo qualunque, la possibilità di suddividersi, pur di combattersi e distruggersi: tanto è insito nel cuore dell'uomo l'istinto di contrariarsi e sopraffarsi.

Ma quella fu anche, a cominciare dall'Umbria, la stagione di una eccezionale seminagione di pace.
Fu il tempo in cui frate Francesco d'Assisi passò di terra in terra a parlare d'amore, di fraternità, di riconciliazione.

Notissima è per gli storici (Luca Wadding lo testimonia) una lunga permanenza nella Teverina, facendone centro Alviano e spingendosi da Orvieto (Scarzuola di Montegiove), fino a Stroncone e lo Speco di Sant'Urbano.

Francesco giunse a Lugnano in Teverina, dove governavano i Montemarte, in continuo contrasto con i Bovacciani.
Dalle rivendicazioni ereditarie, si era passati all'asprezza della lotta politica; dal castello di Lugnano, gli echi dell'odio e della battaglia avevano superato le mura, e stavano raccogliendo adesioni tra i signorotti dei paesi circostanti.

Frate Francesco, che l'estate precedente era passato a Baschi ed era riuscito a riconciliare gli odi fraterni della famiglia dominante, sperò di riuscire anche a rasserenare l'orizzonte tra Montemarte e Bovacciani.

Parlò tra le mura del castello:

«Temete e onorate,
lodate e benedite,
ringraziate e adorate
0 Signore Dio onnipotente
in Trinità e Unità,
Padre e Figlio e Spirito Santo,
creatore di tutto.
Fate penitenza,
fate frutti degni di penitenza,
convinti che presto morirete.
Date e vi sarà dato;
perdonate e vi sarà perdonato.
E se non avrete perdonato agli uomini
i loro peccati,
il Signore non perdonerà a voi
i peccati vostri».

Tanta era la gente che si accalcava per ascoltarlo, che dovette uscire dall'angusta piazzetta interna, e continuare le sue ammonizioni all'aperto.

«Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio».

E commentava: «Sono veramente pacifici coloro che, fra tutto ciò che soffrono in questo mondo, conservano pace nell'anima e nel corpo, per amore del Signore nostro Gesù Cristo».

Dell'odio e dell'invidia parlava come di eresia e di bestemmia, rivolta contro Dio oltre che contro il prossimo: «Chiunque invidia il suo fratello, per il bene che il Signore dice e opera in lui, commette peccato di bestemmia, poiché invidia lo stesso Altissimo, che dice e opera ogni bene».

Ascoltandolo, la gente meditava, respirava.
Dimenticava la tristezza, la povertà; si nutriva della gioia nuova che emanava da queste parole.

A Lugnano l'aveva seguito davanti al castello; l'aveva seguito davanti alla collegiata di S. Maria Assunta, il gioiello da poco edificato e che aveva avuto di recente l'onore d'una presenza del papa Innocenzo III, in visita per confermare il dominio sui suoi Stati.
Quando il Santo era uscito dal castello, la folla l'aveva ancora raggiunto ad appena qualche centinaio di metri fuori delle mura, giù in basso, su una piccola altura da dove si scorgeva il Tevere e la pianura.

Anche l'ambiente invitava alla pace e alla meditazione.
Frate Francesco parlò a lungo, nonostante che di tanto in tanto qualche brivido di freddo scuotesse il corpo degli uditori, urlando giù, dalla gola della montagna.
Ad un tratto, ci fu un altro brivido, più forte e più pauroso: un lupo affamato era uscito dalla sua tana e, tacito, si era avvicinato alla folla spinto dall'odore di sangue umano, che gli solleticava quel corpo affamato.

Una donna, forse giunta da poco ad accalcarsi attorno al gruppo che circondava Francesco per ascoltarlo, s'era portata dietro al suo bambino di circa tre anni. Fu nel momento in cui la mamma, stretta dalla folla, aveva perso il controllo del suo figlioletto, che il lupo assalì il bambino, ormai staccandosi dalla mamma e attratto forse dalla curiosità del grosso "cane".

Dopo poco, un grido di bambino, un ululato del lupo avevano ridestato l'attenzione della mamma.
Si girò, chiamò il bambino, ma lo scorse sulla bocca del lupo che fuggiva rapido.
Agli urli della sventurata, si girò tutta la folla.
Francesco fu informato dell'accaduto.
Sul breve spazio di cielo, che ormai imbruniva, passava in quel momento uno stormo di anatre selvatiche, che si dirigevano verso il Tevere.
Francesco lo chiamò con tutta la sua voce di fratello e di santo, e comandò loro di rincorrere il lupo, ghermirgli il bambino, restituirlo alla mamma.

Furono brevi momenti.
Il lupo non resistette alle beccate delle anatre; per difendersi, aprì la bocca e allentò la preda.
E la folla ammirò commossa la scena del bambino trasportato in alto dagli uccelli, e poi calato a volo davanti a frate Francesco e riconsegnato alla madre, stordita dall'emozione.

Passarono pochi anni.
A Lugnano, frate Francesco non era stato dimenticato.
Una croce era stata posta in suo ricordo sul colle dove aveva parlato di pace ed aveva restituito incolume il bambino salvato dalle fauci del lupo: il "colle del miracolo".

Venne poi una notizia da Assisi, riportata dai frati che vi si erano recati da Alviano, da Pantanelli: quel frate Francesco era morto; ma dopo che aveva esalato l'ultimo respiro, gli avevano scoperto sul corpo (mani, piedi, costato) le insegne di Cristo crocifisso; le stimmate.
I miracoli erano subito fioriti sulla sua tomba, ed ora il papa non solo l'aveva proclamato santo, ma aveva fatto donare un terreno su cui sarebbe sorta una grande chiesa, intestata al suo nome e la tomba.

Lugnano non volle esser da meno.

Sul breve "colle del miracolo" fece voto di erigere una chiesa a ricordarlo.

Si ebbe così, prima che ad Assisi, nel 1229 a Lugnano in Teverina, la prima "chiesa di San Francesco d'Assisi".

(Cfr. L. Canonici, Leggende francescane umbre, Porziuncola 1992).


a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti:
redazione@sanfrancesco.com)