I beati Giovanni d'Alviano e Pascuccio
Resta ora da documentare qualche notizia sul beato Giovanni d'Alviano e sul beato Pascuccio, uniti attualmente nella venerazione, presso la chiesa parrocchiale di Guardea.
***
Il beato Giovanni d'Alviano
Per quanto riguarda il beato Giovanni d'Alviano,
le notizie sono ancora più scarse e la confusione è
superlativa.
Oltre a ciò che ne dice Ludovico Iacobilli,
si è in possesso di appena qualche fugace informazione.
Luca Wadding afferma che Giovanni
d'Alviano sarebbe morto nello stesso anno di Giovanni
Attientialbene, ma sposta la morte di quest'ultimo al
1313: «In quest'anno (1313),
morirono nel convento di S. Illuminata, presso
la terra d'Alviano in Umbria, due santissimi uomini: frate
Giovanni d'Alviano, che risplendette per molti miracoli,
ed un altro frate Giovanni, denominato Tientalbene».
All'anno 1291, lo stesso Wadding,
ricorda le indulgenze concesse dal pontefice Nicolò
IV, per vari Conventi, in occasione delle feste mariane
e dei SS. Francesco d'Assisi, Antonio e Chiara.
Tali indulgenze furono concesse anche «per la chiesa del
convento di Santa Illuminata presso la terra d'Alviano
in Umbria. In essa giacciono il beato Tientalbene
e il beato Giovanni d'Alviano».
Risulta incerta anche la data della sua morte: il 2 luglio o il 12 giugno. Tutti sono d'accordo all'anno 1313.
Frate Giacomo Oddi, sulla fine del sec. XV, parlandone ne "La Franceschina", informa che questo Giovanni divenne illustre per la santa vita e per i miracoli, che il Signore operava per suo mezzo, particolarmente nel tempo in cui sostò a S. Illuminata, «appresso il castello d'Alviano»; «Era quisto beato perfecto in ogne virtù et molto contemplativo et studioso nella santa oratione. Questo fece miracoli dopo la morte per mostrare quanto era stata grata a Dio la sua servitù».
Altrove, lo stesso Oddi afferma: «Egli prese per suoi compagni individui il digiuno, il silenzio, le penitenze et le vigilie, et per sorelle dilettissime l'humiltà e la povertà; e sua madre era la religione e la pontuale osservanza della sua Regola».
Mentre per tutti gli storici umbri e
per quelli francescani, il beato Giovanni
è detto d'Alviano (solo alcuni codici, probabilmente
per errore di trascrizione, tra altri nomi mettono anche Avellino),
i "Bollandisti" preferiscono la
lezione "d'Avellino", sorretti
da documenti, che avrebbero ricevuto durante la compilazione degli
"Acta Sanctorum", della cui autenticità
- sottolinea sicuro il Canonici - è
legittimo dubitare.
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Il beato Pascuccio degli Atti
Altro beato appartenente all'Ordine francescano e
vissuto, morto e lungamente venerato nel Convento di S.
Illuminata, è il beato Pascuccio degli
Atti (1435-1485).
Di seguito le notizie che a lui si riferiscono.
Alcuni storici lo ritengono nato a Lugnano
in Teverina, dove era un ramo della famiglia
tudertina degli Atti; altri, più semplicemente,
lo ritengono nato a Todi.
Probabilmente fu parente degli Alviano,
più volte legati da matrimoni con gli Atti
(nel 1357, Bartolomeo degli Atti sposa Forastiera d'Alviano; Isabella
degli Atti fu sposa di Francesco d'Alviano: da essi nacque il famoso
Bartolomeo, che avrebbe il beato Pascuccio come zio
materno).
Questo spiegherebbe la scelta del Convento di S. Illuminata
quale sua dimora, ed anche la venerazione da cui fu seguito dopo morte.
Nato intorno al 1435, si ritirò
presto tra i francescani (Minori
Conventuali) del Convento di Alviano,
dove condusse una vita dì austerità.
Le virtù esaltate dai biografi sono: l'umiltà, per la
quale scelse di restare semplice fratello laico; l'amore per l'osservanza
della Regola; la povertà più
rigorosa, che lo spinse ad andare sempre a piedi scalzi.
Nella seconda metà del sec. XVI, una vecchia
nonagenaria ancora narrava di averlo visto incedere in questa povertà
e senza barba (da notare che questo particolare denota che era restato
attaccato alla tradizione dell'Ordine, poiché
in quel tempo i Conventuali Riformati lasciavano
la barba lunga).
La stessa nonagenaria Cassandra dice di
averlo venerato sul letto di morte e di aver assistito ad alcuni suoi
miracoli.
Si attribuisce anche a lui (oltre che al più
noto beato Sante da Montebaroccio) il miracolo
di essere riuscito a domare un lupo feroce,
che gli aveva sbranato l'asinello, con il quale andava alla questua.
E ci sarebbe da approfondire a quale dei due beati francescani contemporanei
(se non a tutti e due) debba essere attribuito questo bellissimo "fioretto".
Il fatto che l'episodio sia tramandato dalla tradizione popolare del
luogo, che dalla fine del sec. XV in poi ha continuato ad amare, venerare
e ringraziare il beato Pascuccio, potrebbe far riflettere
sulla priorità dell'attribuzione.
Una stampa secentesca lo presenta mentre medita sulla Passione di Cristo, con in mano una croce nuda formata da due rami di querce, ed i flagelli terminanti con quattro aculei; d'intorno, sono gigli e querce: simbolo di purezza e di fortezza (le foglie di quercia potrebbero alludere alla nobiltà).
Nel 1637, il suo sepolcro
fu restaurato, e il suo corpo fu deposto in una cassa di ferro e vetro,
per essere esposto alla venerazione, unitamente ad altri confratelli
(c'erano sei teste di "beati",
ma senza altre indicazioni).
Attorno al sepolcro, nella Cappella
dedicata al beato nel Convento di S. Illuminata,
a sinistra dell'altare maggiore, erano molti ex-voto ed iscrizioni
testimonianti i miracoli; tali iscrizioni, forse proprio nel 1637,
furono trascritte su due tavole e poste sull'altare maggiore, accanto
al Crocifisso, e vi erano dipinti anche gli episodi miracolosi a cui
si riferivano le iscrizioni.
Purtroppo, la chiusura del Convento, per
ordine del papa Innocenzo X (1652,
bolla "Instaurandae"), e quindi
il successivo abbandono di S. Illuminata,
hanno fatto perdere ogni traccia di questo sepolcro e di questi ex-voto.
Alcuni ritengono che il beato sia nato ad Acquasparta; questo il motivo per cui i suoi presunti compaesani avrebbero tentato di trafugarne il corpo nel 1823, anno in cui era ancora conservato a S. Illuminata.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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