Approfondimento Storico e Sacro
Eremiti in Umbria (I° parte)
Se il Cristianesimo, al momento del suo innesto sulla civiltà classica e mediterranea, si configura come fenomeno cittadino, al punto che la carta delle diocesi ricalca quasi perfettamente quella delle antiche civitates, l'istituzione eremitica dell'Alto Medioevo evita generalmente le agglomerazioni urbane e si ritaglia il suo angolo nelle campagne, sui monti, lungo le valli e nei boschi.
Per l'Umbria manca una documentazione dettagliata sui modi di diffusione del primo messaggio cristiano, ma sembra che già a partire dal sec. IV, alcune città fossero sedi vescovili.
Di certo nel sec. VI, le diocesi cittadine erano circa venti e costituivano un'importante garanzia per la sopravvivenza e la continuità della vita civile.
Fattore scatenante della fuga dalle città sono le invasioni gotiche e longobarde, che danno forza alle curtes campestri e popolano le valli di eremi solitari, oppure di laure eremitiche.
Nel sec. VI, gli eventi della guerra gotica, intrapresa dai Bizantini per riconquistare i territori sottratti, mettono a dura prova le popolazioni umbre.
Nel 571, la formazione del potente Ducato longobardo di Spoleto, oltre che smembrare la Regio romana dell'Umbria, porta a nuove distruzioni e sconvolgimenti delle città.
Le condizioni di queste ultime dovevano essere simili a quelle di Roma, descritta nel 593 da San Gregorio Magno: «una città spopolata, dove regnano violenza, disperazione e tristezza e dove non rimangono che rocche demolite e case saccheggiate».
Mentre il mondo classico fondato sulle città rovina, le condizioni della vita agricola e religiosa si ricreano nelle valli montane intorno ai centri di vita mistica promossi dai primi anacoreti.
I "Dialoghi" di San Gregorio Magno, redatti nel 593, e i "Leggendari" dei secc. XII e XIII, avvalorati dalla ricerca archeologica, forniscono agli storici le informazioni sul movimento eremitico di origine siriana e sulle condizioni di vita di questi asceti.
Nella ricerca di luoghi austeri e solitari, i più idonei a condurre la quotidiana lotta spirituale contro le passioni terrene, gli eremiti si muovono in uno spazio non isotropo.
Emergenze dell'ambiente naturale e particolari disegni dell'uomo, come l'evangelizzazione delle campagne e la soppressione di preesistenti culti pagani, si coniugano guidando le scelte localizzative dei primi anacoreti.
Una delle limitazioni all'isotropia è data dal "genius loci", ossia da quella "dimensione nascosta del paesaggio" che giunge direttamente al cuore e alla mente di chi l'osserva.
E' indubbio che alcuni luoghi siano, meglio di altri, in grado di suscitare particolare fascino e suggestione.
Certi scorci del paesaggio umbro, creati dai giochi di luce nel verde dei boschi, dai riflessi di un corso d'acqua o dalle balze calcaree biancheggianti al sole, ritagliano spazi di elezione per la ricerca di Dio; sono aree dove sembra più facile conseguire la calma interiore e avviare la riflessione.
Il legame tra paesaggio e spiritualità trova concordi molti storici, che richiamano l'attenzione sulle opportunità spirituali offerte dai boschi appenninici alle istanze del primo monachesimo di origine orientale e pongono l'accento sulla perfetta congruenza delle prime regole cenobitiche (quelle di San Pacomio e San Basilio) con la solitudine garantita dalle grotte montane, mettendo in luce la attrazione paesistica dei luoghi prescelti dagli eremiti.
Un'altra limitazione all'isotropia è costituita dall'acqua, fattore di grande peso nella scelta localizzativa degli eremi. Il più delle volte si tratta di acqua sorgiva, sgorgante dagli spessi strati calcarei appenninici, come quella che fuoriesce presso gli eremi della Valle Castoriana (la sua valorizzazione iniziale si attribuisce agli eremiti Santo Spes, Sant'Eutizio e San Fiorenzo).
Vuoi perché la laura poteva contare, per l'approvvigionamento idrico, sulla copiosa sorgente che sgorga tuttora dalla pietra sponga, vuoi per la facilità di scavo di questa roccia, vuoi perché i culti pagani localmente radicati richiedevano un'iniziativa cristiana, intorno alla metà del sec. V, Santo Spes fondava quella "Congregazione", costituita di Eremi individuali.
Talvolta si trattava di grotte naturali, talvolta di celle in muratura disperse in una zona, che doveva essere alquanto ampia (all'abate occorrevano ben quindici giorni per visitare tutti gli anfratti!).
San Gregorio Magno, testimone diretto di quell'epoca, nei "Dialoghi" parla di eremiti «prioribus Gothorum temporibus», sparsi nel territorio di Norcia e di numerosissimi monasteri costruiti nei dintorni, organizzati secondo la Regola Basiliana, dei quali sarebbe stato primo abate lo stesso Santo Spes.
Con Sant'Eutizio, successore di Santo Spes, i cenobi si trasformano in un'unica comunità monastica.
Sant'Eutizio, che inizialmente conduce vita ascetica insieme al compagno San Fiorenzo in un eremo di pietra sponga dell'alta Valle Castoriana, chiamato al compito di abate, costruisce la nuova chiesa abbaziale e avvia la comunità ad un prospero futuro. Già prima del Mille l'Abbazia di Sant'Eutizio costituirà, infatti, il polo di organizzazione economica della zona.
La presenza della pietra sponga rappresenta dunque, anch'essa, un altro fattore di localizzazione degli eremi.
Questo calcare può essere facilmente lavorato e scavato, per ricavarne nicchie e ripari, oppure per ottenerne conci da utilizzare nella eventuale costruzione di oratori, muri di sostegno e pareti di chiusura delle grotte.
E' da tenere in conto che la scarsa perizia tecnica caratterizzante le costruzioni barbariche di questo periodo, rende difficile l'uso di calcari più compatti e duri come la corniola, usata come materiale da costruzione solo a partire dal Mille.
L'importanza della pietra sponga è evidente, oltre che nell'Eremo dei Santi Eutizio e Fiorenzo, anche in quello di Santa Maria della Stella lungo la Valle del Tissino.
Gli eremi ricavati nella pietra sponga mostrano ancora i segni dello scalpello e le impronte più o meno squadrate lasciate dai blocchi asportati.
Anche in Valcasana, una delle valli più selvagge della Valnerina, i contrafforti calcarei dei monti Civitella ed Eremita, denominati "Muraglie" per il loro aspetto di bastioni fortificati, costituiscono un indubbio fattore di localizzazione eremitica.
Là, dove le pareti riducono la propria altitudine e formano un tetto di pietra sponga, si annida l'Eremo di Sant'Antonio, la cui dedicazione lascia supporre una presenza antica, forse riconducibile allo stesso monachesimo di origine siriana.
Anche il bosco umbro rappresenta un indiscutibile richiamo, vuoi per il suo antico valore di tempio, vuoi per la suggestione creata dall'ambiente vegetale, infine perché costituente una versatile risorsa economica.
Nella cultura classica il lucus, ovvero il bosco dove la buia compattezza dei tronchi arborei simili a colonne di un tempio è alterata dall'improvvisa comparsa di radure luminose, è sacro a Diana, dea del chiarore improvviso.
Con gli anacoreti, la sacralità del bosco è accolta nella cultura cristiana, anche se ciò spesso comporta il superamento di grandi difficoltà, simbolicamente rappresentate nelle "leggende agiografiche" da draghi e serpenti, puntualmente sconfitti dai Santi cristiani.
Monteluco di Spoleto esemplifica egregiamente la persistenza del valore religioso del bosco, nel passaggio dalla cultura classica a quella cristiana.
Reso inviolabile in epoca pagana dalla "lex luci spoletina", pervenutaci sotto forma di iscrizione, il bosco di Monteluco, a partire dal sec. V, diventa uno di uno dei più vasti movimenti eremitici del tempo, che ne perpetua la funzione religiosa almeno fino agli inizi del Novecento.
Il lecceto, ricco peraltro anche di altre specie arboree come la roverella, l'acero, l'ornello e il carpino nero, che ne fanno un complesso multiforme di risorse, è punteggiato di numerosi eremi che si affacciano sulla Valle, accomunati dal medesimo culto per San Giuliano.
(continua)
Per l'Umbria manca una documentazione dettagliata sui modi di diffusione del primo messaggio cristiano, ma sembra che già a partire dal sec. IV, alcune città fossero sedi vescovili.
Di certo nel sec. VI, le diocesi cittadine erano circa venti e costituivano un'importante garanzia per la sopravvivenza e la continuità della vita civile.
Fattore scatenante della fuga dalle città sono le invasioni gotiche e longobarde, che danno forza alle curtes campestri e popolano le valli di eremi solitari, oppure di laure eremitiche.
Nel sec. VI, gli eventi della guerra gotica, intrapresa dai Bizantini per riconquistare i territori sottratti, mettono a dura prova le popolazioni umbre.
Nel 571, la formazione del potente Ducato longobardo di Spoleto, oltre che smembrare la Regio romana dell'Umbria, porta a nuove distruzioni e sconvolgimenti delle città.
Le condizioni di queste ultime dovevano essere simili a quelle di Roma, descritta nel 593 da San Gregorio Magno: «una città spopolata, dove regnano violenza, disperazione e tristezza e dove non rimangono che rocche demolite e case saccheggiate».
Mentre il mondo classico fondato sulle città rovina, le condizioni della vita agricola e religiosa si ricreano nelle valli montane intorno ai centri di vita mistica promossi dai primi anacoreti.
I "Dialoghi" di San Gregorio Magno, redatti nel 593, e i "Leggendari" dei secc. XII e XIII, avvalorati dalla ricerca archeologica, forniscono agli storici le informazioni sul movimento eremitico di origine siriana e sulle condizioni di vita di questi asceti.
Nella ricerca di luoghi austeri e solitari, i più idonei a condurre la quotidiana lotta spirituale contro le passioni terrene, gli eremiti si muovono in uno spazio non isotropo.
Emergenze dell'ambiente naturale e particolari disegni dell'uomo, come l'evangelizzazione delle campagne e la soppressione di preesistenti culti pagani, si coniugano guidando le scelte localizzative dei primi anacoreti.
Una delle limitazioni all'isotropia è data dal "genius loci", ossia da quella "dimensione nascosta del paesaggio" che giunge direttamente al cuore e alla mente di chi l'osserva.
E' indubbio che alcuni luoghi siano, meglio di altri, in grado di suscitare particolare fascino e suggestione.
Certi scorci del paesaggio umbro, creati dai giochi di luce nel verde dei boschi, dai riflessi di un corso d'acqua o dalle balze calcaree biancheggianti al sole, ritagliano spazi di elezione per la ricerca di Dio; sono aree dove sembra più facile conseguire la calma interiore e avviare la riflessione.
Il legame tra paesaggio e spiritualità trova concordi molti storici, che richiamano l'attenzione sulle opportunità spirituali offerte dai boschi appenninici alle istanze del primo monachesimo di origine orientale e pongono l'accento sulla perfetta congruenza delle prime regole cenobitiche (quelle di San Pacomio e San Basilio) con la solitudine garantita dalle grotte montane, mettendo in luce la attrazione paesistica dei luoghi prescelti dagli eremiti.
Un'altra limitazione all'isotropia è costituita dall'acqua, fattore di grande peso nella scelta localizzativa degli eremi. Il più delle volte si tratta di acqua sorgiva, sgorgante dagli spessi strati calcarei appenninici, come quella che fuoriesce presso gli eremi della Valle Castoriana (la sua valorizzazione iniziale si attribuisce agli eremiti Santo Spes, Sant'Eutizio e San Fiorenzo).
Vuoi perché la laura poteva contare, per l'approvvigionamento idrico, sulla copiosa sorgente che sgorga tuttora dalla pietra sponga, vuoi per la facilità di scavo di questa roccia, vuoi perché i culti pagani localmente radicati richiedevano un'iniziativa cristiana, intorno alla metà del sec. V, Santo Spes fondava quella "Congregazione", costituita di Eremi individuali.
Talvolta si trattava di grotte naturali, talvolta di celle in muratura disperse in una zona, che doveva essere alquanto ampia (all'abate occorrevano ben quindici giorni per visitare tutti gli anfratti!).
San Gregorio Magno, testimone diretto di quell'epoca, nei "Dialoghi" parla di eremiti «prioribus Gothorum temporibus», sparsi nel territorio di Norcia e di numerosissimi monasteri costruiti nei dintorni, organizzati secondo la Regola Basiliana, dei quali sarebbe stato primo abate lo stesso Santo Spes.
Con Sant'Eutizio, successore di Santo Spes, i cenobi si trasformano in un'unica comunità monastica.
Sant'Eutizio, che inizialmente conduce vita ascetica insieme al compagno San Fiorenzo in un eremo di pietra sponga dell'alta Valle Castoriana, chiamato al compito di abate, costruisce la nuova chiesa abbaziale e avvia la comunità ad un prospero futuro. Già prima del Mille l'Abbazia di Sant'Eutizio costituirà, infatti, il polo di organizzazione economica della zona.
La presenza della pietra sponga rappresenta dunque, anch'essa, un altro fattore di localizzazione degli eremi.
Questo calcare può essere facilmente lavorato e scavato, per ricavarne nicchie e ripari, oppure per ottenerne conci da utilizzare nella eventuale costruzione di oratori, muri di sostegno e pareti di chiusura delle grotte.
E' da tenere in conto che la scarsa perizia tecnica caratterizzante le costruzioni barbariche di questo periodo, rende difficile l'uso di calcari più compatti e duri come la corniola, usata come materiale da costruzione solo a partire dal Mille.
L'importanza della pietra sponga è evidente, oltre che nell'Eremo dei Santi Eutizio e Fiorenzo, anche in quello di Santa Maria della Stella lungo la Valle del Tissino.
Gli eremi ricavati nella pietra sponga mostrano ancora i segni dello scalpello e le impronte più o meno squadrate lasciate dai blocchi asportati.
Anche in Valcasana, una delle valli più selvagge della Valnerina, i contrafforti calcarei dei monti Civitella ed Eremita, denominati "Muraglie" per il loro aspetto di bastioni fortificati, costituiscono un indubbio fattore di localizzazione eremitica.
Là, dove le pareti riducono la propria altitudine e formano un tetto di pietra sponga, si annida l'Eremo di Sant'Antonio, la cui dedicazione lascia supporre una presenza antica, forse riconducibile allo stesso monachesimo di origine siriana.
Anche il bosco umbro rappresenta un indiscutibile richiamo, vuoi per il suo antico valore di tempio, vuoi per la suggestione creata dall'ambiente vegetale, infine perché costituente una versatile risorsa economica.
Nella cultura classica il lucus, ovvero il bosco dove la buia compattezza dei tronchi arborei simili a colonne di un tempio è alterata dall'improvvisa comparsa di radure luminose, è sacro a Diana, dea del chiarore improvviso.
Con gli anacoreti, la sacralità del bosco è accolta nella cultura cristiana, anche se ciò spesso comporta il superamento di grandi difficoltà, simbolicamente rappresentate nelle "leggende agiografiche" da draghi e serpenti, puntualmente sconfitti dai Santi cristiani.
Monteluco di Spoleto esemplifica egregiamente la persistenza del valore religioso del bosco, nel passaggio dalla cultura classica a quella cristiana.
Reso inviolabile in epoca pagana dalla "lex luci spoletina", pervenutaci sotto forma di iscrizione, il bosco di Monteluco, a partire dal sec. V, diventa uno di uno dei più vasti movimenti eremitici del tempo, che ne perpetua la funzione religiosa almeno fino agli inizi del Novecento.
Il lecceto, ricco peraltro anche di altre specie arboree come la roverella, l'acero, l'ornello e il carpino nero, che ne fanno un complesso multiforme di risorse, è punteggiato di numerosi eremi che si affacciano sulla Valle, accomunati dal medesimo culto per San Giuliano.
(continua)
Galleria Fotografica Storica (3)
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