Santuario di Greccio
Le fonti storiche non sono concordi nello stabilire
l'anno in cui frate Francesco, per la prima
volta, giunse nel territorio di Greccio.
Molti collocano l'evento al 1210, ma nulla
farebbe crollare l'ipotesi che il Santo assisiate,
già nella Valle reatina tra la fine
del 1208 e gli inizi del 1209,
desideroso di ritirarsi in qualche luogo solitario, abbia raggiunto,
presso Greccio, il picco del monte Lacerone.
Il panorama che si gode dalla vertiginosa altezza del Lacerone
(m. 1205), sottolinea giustamente Nicola Cavanna,
«è talmente bello e grandioso, che non so se in tutta
Italia se ne trovi un altro simile».
Frate Francesco, estasiato dall'aspra solitudine
del luogo e dallo splendido quadro panoramico che offriva quell'altura,
decise di stabilirvi una temporanea dimora; e così, all'ombra
di due vetusti carpini, costruì un semplice ricovero
«di frasche e di fango».
E in questo angusto monte egli sperimentò
l'affetto straordinario di un leprotto,
il quale preso al laccio dai frati e portato al Santo, non voleva
in alcun modo ridarsi alla libertà. Ciò fece soltanto
dopo essere stato costretto dallo stesso Francesco.
Dopo aver dimorato per un po' di tempo nella capanna del
monte Lacerone, Francesco,
accondiscese alle insistenze di Giovanni Velita,
nobile cavaliere di Greccio, di stabilirsi
in un luogo meno impervio, che, secondo una tradizione raccolta dal
Wadding, fu designato dal lancio di un
tizzone di fuoco a mezzo di un bambino, il quale miracolosamente trasvolando
per l'aria e superando la valle, andò a colpire la parete rocciosa
ove fu fondato il primo romitorio e, più tardi, il conventino.
Il recondito Eremitaggio di Greccio divenne noto
in tutto il mondo, grazie alla memorabile celebrazione
del Natale, qui addotta dal Santo nel
1223.
A detta del Celano, Francesco,
circa due settimane prima della Natività,
dimorando nel Romitorio di Fontecolombo
chiamò il suo amico Giovanni Velita,
signore di Greccio, invitandolo a preparare quanto sarebbe servito
per la celebrazione natalizia: «"Se vuoi che celebriamo
a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto
ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme,
e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si
è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato,
come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue
e l'asinello".
Appena l'ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito
ad approntare nel luogo designato tutto l'occorrente, secondo il disegno
esposto dal santo.
E giunse il giorno della letizia, il tempo dell'esultanza!
Per l'occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini
e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno
secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare
quella notte, nella quale s'accese splendida nel cielo la Stella che
illuminò tutti i giorni e i tempi.
Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è
predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia.
Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il
bue e l'asinello.
In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica,
si loda la povertà, si raccomanda l'umiltà.
Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.
Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini
e agli animali!
La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti
al nuovo mistero.
La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi.
I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un
sussulto di gioia.
Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito
vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile.
Poi il sacerdote celebra solennemente l'Eucarestia sul presepio
e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.
Francesco si è rivestito dei paramenti diaconali, perché
era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce
forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo.
Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re
povero e la piccola città di Betlemme.
Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di
amore celeste lo chiamava "Bambino di Betlemme",
e quel nome "Betlemme" lo pronunciava riempendosi
la bocca di voce e ancor più di tenero affetto, producendo
un suono come belato di pecora.
E ogni volta che diceva "Bambino di Betlemme"
o "Gesù", passata la lingua sulle
labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.
Vi si manifestano con abbondanza i doni dell'Onnipotente, e uno dei
presenti, uomo virtuoso (Giovanni Velita), ha una mirabile visione.
Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita
nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella
specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava
dai fatti, perché, per i meriti del santo, il fanciullo Gesù
veniva resuscitato nei cuori di molti, che l'avevano dimenticato,
e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria.
Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua
pieno di ineffabile gioia (...)».
Il cuore di Francesco rimase legato a questo luogo, perché
gli appariva "ricco di povertà",
ed al paese, perché la sua predicazione vi aveva riportato
un insperato successo, tanto che i grecciani si meritarono un esplicito
elogio dallo stesso Santo, che soleva ripetere: «In nessuna
grande città ho viste tante conversioni quante in questo piccolo
castello di Greccio».
Dopo il fatidico anno della celebrazione del Natale (1223),
frate Francesco tornerà nell'amatissimo
romitorio reatino.
Era il dicembre del 1225, quando il Santo,
allora dimorante nella Valle reatina in attesa del cauterio,
raggiunse ancora questa delizioso luogo. Narra la Leggenda perugina:
«In altro tempo, venne un ministro dei frati da Francesco,
che soggiornava a Greccio, per celebrare il Natale
del Signore insieme con lui.
I frati dell'eremo in occasione della festa e per riguardo all'ospite,
prepararono la mensa con cura, coprendo le tavole con belle tovaglie
bianche, che avevano acquistato, e guarnendola di bicchieri di vetro.
Quando Francesco scese dalla celletta per desinare, vedendo la mensa
alzata da terra e allestita con tale ricercatezza, uscì senza
farsi notare, prese il cappello e il bastone di un mendicante venuto
là quel giorno e, dopo aver chiamato sottovoce uno dei compagni,
andò fuori dalla porta del romitorio.
I frati non si accorsero di nulla.
Si misero a tavola tranquillamente, poiché era volontà
del Santo che, se non veniva subito all'ora della refezione, i frati
cominciassero a mangiare senza di lui. Intanto il suo compagno chiuse
la porta, e rimase dentro, accanto all'uscio.
Francesco bussò, e quello subito gli aprì.
Entrò con il cappello sul dorso e il bastone in mano, come
un pellegrino.
Affacciatosi all'entrata della stanza dove i frati desinavano, egli
disse al modo dei mendicanti: "Per amore del Signore Dio, fate
l'elemosina a questo povero pellegrino malato!".
Il ministro e gli altri frati lo riconobbero immediatamente. E il
ministro gli rispose: "Fratello, siamo poveri anche noi, ed essendo
numerosi, le elemosine che stiamo consumando ci sono necessarie. Ma
per amore del Signore che hai invocato, entra, e divideremo con te
le elemosine che Dio ci ha mandato".
Francesco si fece avanti e si accostò alla tavola.
Il ministro gli diede la scodella, da cui stava prendendo cibo, con
del pane.
Il santo prese l'una e l'altro, sedette a terra vicino al fuoco, di
fronte ai fratelli che stavano a mensa in alto. Disse allora sospirando:
"Quando vidi questa tavola preparata con tanto lusso e ricercatezza,
ho pensato che non era la mensa dei poveri frati, i quali vanno ogni
giorno a questuare di porta in porta. A gente come noi si conviene
seguire in ogni cosa l'esempio di umiltà e povertà del
Figlio di Dio più che agli altri religiosi: poiché a
questo siamo stati chiamati e a questo ci siamo impegnati davanti
a Dio e davanti agli uomini. Adesso, mi sembra, io sto a mensa come
si addice a un frate".
Quelli ne arrossirono, comprendendo che Francesco diceva la verità.
Alcuni presero a lacrimare forte, nel vedere Francesco seduto per
terra e ripensando a come li aveva corretti con tanta santità
e ragione».
E senza dubbio, all'ultima visita condotta dal Santo nel
gennaio 1226 presso il conventino di Greccio,
si riferisce l'episodio del cuscino di piuma:
Francesco, straziato dal dolore agli occhi, acutizzato dall'intervento
appena subìto, dopo aver accettato in dono un guanciale, per
adagiarvi il capo fortemente malato, avvedendosi che il diavolo vi
era penetrato, lo gettò al compagno pentendosi di essersi indotto
a «jacere in pluma».
Greccio, zona di transito e di ripetute
dimore di Francesco, si trasforma, quindi, in luogo
di devozione e di culto, e come tale vi si stabiliscono definitivamente
i frati, i quali daranno al luogo un'impronta romitoriale confacente
ai desideri del Serafico assisiate.
Impronta che ancor oggi, dopo oltre sette secoli, mantiene inalterata
la primitiva identità!
***
IL SANTUARIO DI GREGGIO
Attaccato ad un costone roccioso come un nido di aquile, costruito
più volte su audaci pilastri e spuntoni di pietra che sporgono
su un alto abisso, il Santuario di Greccio, locato
a poco più di due chilometri dal paese omonimo, è senza
dubbio uno dei luoghi più caratteristici e popolari della tradizione
francescana classica.
LA CAPPELLINA DEL PRESEPIO
Varcato l'ingresso del complesso conventuale,
a sinistra, è un'umilissima Cappellina:
in questo ambientino l'Apostolo umbro, nella
fredda e nevosa notte del 25 dicembre 1223,
rappresentò la scena della Natività.
Sotto la moderna mensa dell'altare, è
la pietra nel cui incavo, su poco fieno,
fu adagiato il simulacro di Gesù Bambino.
L'angusto oratorio, annerito dal fumo degli
incensi e dei lumi, conserva, nella parete di fondo, un pregevole
affresco parzialmente mutilo che, in due distinti scomparti, raffigura
il Grandioso avvenimento di Greccio e la Natività di Betlemme.
Stilisticamente, a detta degli esperti, il dipinto rivela la mano
di un maestro formatosi sui testi dei più importanti pittori
attivi in Umbria meridionale, tra la fine del XIV e l'inizio del XV
sec., oscillazione cronologica che può valere come data dell'opera.
Usciti dalla Cappellina del Presepio, sulla
parete esterna della stessa, si ammirano due affreschi quattrocenteschi
di Scuola umbro-marchigiana, raffiguranti una Natività
ed un S. Giovanni Battista.
IL PRIMITIVO ROMITAGGIO
Inoltrandosi nel bianco e stretto corridoio, sulla
destra, una cancellata in ferro delimita
un'ampia sala tutta pavimentata in legno. All'interno è una
grande tela ad olio raffigurante la Deposizione di Cristo;
l'ignoto autore apparterrebbe alla Scuola del Caravaggio.
Opposto alla sala è il nucleo primitivo del Romitaggio:
lo stesso fatto costruire da Giovanni Velita
per Francesco e la primitiva "fraternitas".
Un piccolo antro ingentilito dall'umilissima Cantina di
S. Francesco, immette nel refettorio del
primitivo luogo; qui, un caminetto, un lavabo e due
piccoli tavoli che, secondo la tradizione, sarebbero gli stessi usati
dal Santo e dai suoi frati, è tutto
quello che si può ammirare.
Una minuta apertura immette nel dormitorio della primitiva
comunità.
Lungo le pareti sono visibili alcune croci
che, con ogni probabilità, indicavano il posto assegnato ad
ogni singolo frate. In fondo, appartata, è la celletta
del Santo assisiate.
IL DORMITORIO DI S. BONAVENTURA
Dal primitivo romitaggio,
un'angusta rampa di scale adduce al piano superiore.
E' qui il ligneo Dormitorio del sec. XIII del tempo
di S. Bonaventura da Bagnoregio, Ministro
generale dell'Ordine (1257-1274).
E' una costruzione veramente originale, interessante esempio di struttura
abitativa utilizzata dai frati sino ai primi anni del Novecento.
Nella prima delle celle, a detta della tradizione, avrebbero dimorato,
fra gli altri, i SS. Bonaventura da Bagnoregio,
Bernardino da Siena e Leonardo
da Porto Maurizio.
LA CHIESINA DI S. BONAVENTURA O DI S. FRANCESCO
Sullo stesso piano del dormitorio
è la chiesina intitolata a S. Bonaventura
(e a S. Francesco), la cui origine risalirebbe al
periodo appena posteriore alla canonizzazione del Serafico
assisiate.
Sopra l'altare della chiesa si ammira una
pregevole tela incollata su tavole, di Scuola Umbra del sec. XIV,
raffigurante La Deposizione; a sinistra si apre la porticina
adducente alla vecchia sacrestia, al di
sopra della quale è una bella tempera quattrocentesca su tavola
circolare di Biagio D'Antonio da Firenze
(discepolo del Ghirlandaio), raffigurante
la Vergine con Bambino.
Superiormente agli stalli è un quattrocentesco Crocifisso
ligneo.
Sulla volta a botte, oltre l'Agnello pasquale, è il
ritratto del Beato Giovanni da Parma, e accanto, mutila,
la trecentesca opera a fresco raffigurante Francesco inginocchiato
che riceve da un Angelo il cartiglio con le parole «(...)
Fiat quia remisa (...)ra peccata»; rievocazione, questa,
del prodigio verificatosi presso l'eremo di Poggio Bustone.
Uno strano e complicato congegno, completa degnamente questo insieme
austero e caratteristico; esso consta di due aste di legno girevoli
in modo da occupare il centro del coro: l'una sosteneva il libro corale,
l'altra la lucerna (sopra una delle facce dell'asta orizzontale, si
leggono le indicazioni dei diversi toni del canto fermo).
IL CORO
Dietro l'altare è il coro:
luogo di culto che, a detta degli esperti, sarebbe stato lo stesso
in cui Francesco avrebbe assistito ai divini
uffici.
Qui si ammirano: un leggio con antico corale, un Crocifisso
ligneo del sec. XVIII, un'immagine dell'Addolorata del
sec. XVII e due quadri in rame del secolo scorso.
L'ORATORIO DI S. FRANCESCO
A sinistra dell'altare della chiesetta
di S. Bonaventura, una porticina immette nell'antica
sacrestia, convertita oggi in oratorio dedicato
all'Apostolo umbro.
La sacra ara risulta costituita da una moderna
mensa collocata sopra un cippo, già appartenuto alla chiesina
di S. Bonaventura. Superiormente è stata collocata
l'antichissima effige di frate Francesco
che, a detta della tradizione, sarebbe stata fatta dipingere, essendo
il Santo ancora in vita, da Iacopa dei Settesoli,
sua grande amica e protettrice.
CELLA SOLITARIA DI S. FRANCESCO
A poca distanza dal Convento,
nel folto bosco, vicina alla grotta del beato Giovanni
da Parma, è la celletta solitaria
di frate Francesco, oggi convertita in oratorio.
In fondo al minuto ambiente sono una pittura rappresentante la Morte
di S. Francesco e frammenti di un antichissimo affresco.
LA NUOVA CHIESA
Dedicato alla Vergine Immacolata,
il nuovo Tempio è stato edificato nel 1959.
Sul piazzale antistante al sacro edificio
è stata recentemente collocata una pregevole scultura
bronzea di E. Brocani, raffigurante
S. Francesco cantore nella Valle reatina.
L'interno dell'edificio vede: un pregevole
presepio in terracotta dell'artista Venturini,
datato 1962; un suggestivo presepio datato 1968, con statue
lignee provenienti dalla Val Gardena,
i cui bozzetti appartengono all'artista L. Ferri;
una ceramica, posta sull'altare
maggiore, raffigurante la Vergine Immacolata,
dell'anzidetto Ferri; una scultura
lignea dello scultore spagnolo J. Campania,
datato 1925, riproducente S. Francesco ed i lebbrosi.
Le splendide vetrate artistiche, opera di
padre A. Farina, riproducono: I tre
compagni di frate Francesco (Leone, Rufino
ed Angelo); S. Bonaventura, S. Chiara ed il
Beato Giovanni da Parma; ai lati della vetrata che ripropone
il Perdono di Assisi, sono rappresentati: Donna Jacopa
dei Settesoli e Giovanni Velita; nelle lunette: le due Natività
di Bethlemme e Greccio.
Nella balconata superiore della chiesa è
allestita la mostra permanente del presepio.
Un crescente numero di presepi, alcuni veri e propri capolavori,
lustrano questo suggestivo ambiente. Particolare attenzione meritano
le opere degli scultori: L. Agnini (presepio
in terracotta) ed A. Fanfoni (S.
Francesco e il suo presepio).
Uscendo dal sacro Tempio, sulla destra è la
nuova foresteria, sulla sinistra una scalinata
che inoltra nel bosco; qui, in una moderna ceramica,
è riprodotto S. Antonio da Padova ed il miracolo dell'Eucarestia.
LA CAPPELLA DI S. FRANCESCO AL MONTE
(Monte Lacerone, h. 1204 m.)
Su questo impervio monte,
amatissimo da frate Francesco, sul preciso
punto in cui l'Apostolo umbro volle costruire
l'umilissima capanna tra due altissimi carpini,
è oggi una chiesina fattavi edificare da papa Clemente
XI nel 1712.
Lo si raggiunge per un sassoso ed aspro sentiero, immerso in una incantevole
selva di querce, lecci, betulle e ginestre.
Dell'originaria costruzione, inglobata in una casa di pastori edificata
nel 1889, rimangono oggi i resti di una porta ad arco.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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