Rieti e la chiesa di S. Francesco d'Assisi
La città di Rieti,
situata all'incrocio delle vallate, ai piedi dei monti
Sabini e delle cime del Terminillo,
è considerata l'"ombelico"
d'Italia.
I suoi bastioni, parzialmente conservati, sono del sec. XIII.
Rieti, la città dell'imperatore Vespasiano,
è carica di ricordi francescani,
poiché Francesco vi soggiornò
ripetutamente, soprattutto nel 1225, allorchè
fu tentata una cura per i suoi occhi.
Infatti, in questa città vivevano molti famosi medici; Rieti,
inoltre, in quel periodo, era residenza pontificia.
E' qui che una notte, il Santo umbro avrebbe
udito una cetra suonata da un angelo, mentre alloggiava in casa di
un tal Teobaldo Saraceno «per
motivo del suo male d'occhi» (vd. Leggenda perugina,
n. 29). L'abitazione di Teobaldo il Saraceno
la si vuole in via S. Rufo, accanto alla chiesa dedicata allo stesso
Santo.
Francesco soggiornò anche nel Vescovado
(un bell'edificio del sec. XIII), dove incontrò papa
Onorio III, insieme al cardinal Ugolino,
e dove compì numerosi miracoli (II Celano, n. 41).
Nelle continue visite condotte nella Capoluogo
sabino, frate Francesco,
quindi, sostò certamente nel disadorno e solenne ambiente della
cripta della Cattedrale, la cui costruzione,
per espresso desiderio del vescovo Benincasa,
ebbe inizio nel 1109 sul luogo ove, originariamente,
era il tempio pagano eretto in onore della
dea Frigia Rea.
Le continue trasformazioni addotte all’originario ambiente rendono
estremamente difficile fissare quale forma avesse raggiunto il resto
dell’imponente struttura, quando l’elementare ma vigorosa
partizione spaziale della sua cripta - a
tre ambulacri, con nove piccole navate sostenute da colonne di diversi
capitelli - venne consacrata nel 1157 dal
vescovo Dodone, e quale geometria avesse
raggiunto nel settembre del 1225, quando
l’intero edificio venne consacrato da Onorio III,
alla presenza del locale vescovo Rainaldo da Labro.
Successivamente la costruzione fu caratterizzata
da continui ampliamenti e migliorie: nel 1253
veniva aggiunta l’austera torre campanaria
(in origine staccata dall’edificio, e solo nel 1457 collegata
ad esso tramite un portico fatto costruire dal Vescovo Capranica);
nel 1283 veniva riedificato il suggestivo
Palazzo vescovile con portico; nel 1299
si aggiungeva il cosiddetto "Arco di Bonifacio VIII".
A detta degli esperti, è praticamente impossibile additare,
oltre alla predetta cripta, qualsiasi attuale
struttura cittadina che Francesco possa
avere veduta, e nella quale possa avere fisicamente sostato durante
le sue permanenze a Rieti.
CHIESA DI S. FRANCESCO D'ASSISI
Secondo quanto tramandato dalla storiografia locale,
il complesso conventuale di S. Francesco in Rieti
sarebbe sorto nelle vicinanze del lazzaretto di S. Croce,
e precisamente nel luogo occupato da un oratorio
frequentato da Francesco ed i suoi compagni.
Il primo documento che attesta l’esistenza dello stabile risale
al 1245, quando, il 19 settembre, Innocenzo
IV concesse un’indulgenza di 40 giorni a quanti
avessero contribuito a condurre a termine i lavori del suddetto Cenobio.
Il 28 maggio del 1248, lo stesso Pontefice
ripeteva la concessione di una seconda indulgenza di 40 giorni, per
la conclusione delle fabbriche.
Nel 1232 vi si celebrò un Capitolo
Generale francescano, indice, questo, che la struttura,
anche se non ultimata, dovesse essere abbastanza solida e spaziosa,
per accogliere i numerosi frati convenuti.
Nel 1253 i lavori, seppur non ultimati,
erano senza dubbio alle fasi conclusive, considerato che qui era solito
riunirsi il Consiglio comunale.
Nel 1262 il complesso monastico
aveva assunto un’importanza tale da essere inserito tra i quindici
Conventi della Custodia di Rieti nella Provincia Romana,
con a capo quello di S. Bonaventura; parte
del primitivo Cenobio, inoltre, doveva essere
ancora adibito, almeno sino al sec. XV, ad ospedale per
i frati; mentre risale al 1289
un documento riguardante l’acquisizione di un terreno per l’ampliamento
del Convento stesso.
Nel 1463, accanto all’antica
chiesa, fu eretto l’oratorio di S.
Bernardino, restaurato poi nel 1574.
Nel 1636 l’edificio chiesastico
fu ridotto allo stato attuale con sovrastrutture di tipo barocco all’interno
e con l’aggiunta, sulla navata a sinistra, di tre cappelle,
tutte sormontate da cupole murarie con lanterna, involucrate da tiburi
ottagoni.
In relazione alla particolare situazione idrogeologica delle fondazioni
ubicate in prossimità delle acque del fiume Velino,
la chiesa dovette subire gravi e continue
inondazioni, per cui fu necessario innalzare il livello del pavimento
di circa m. 2,40 rispetto alla quota originale.
Notizie di ricostruzioni si hanno anche in seguito ai terremoti
del 1703 e del 1898
(che provocarono, rispettivamente, il crollo della cappella di S.
Antonio da Padova, edificata nel 1636, ed il crollo delle volte in
camercanna - innalzate anch’esse nel 1636 - che lasciò
in luce la soprastante travatura lignea a capriate di sostegno del
tetto).
Dopo un primo abbandono causato dalla Soppressione
napoleonica (1810), il Convento
venne definitivamente privato dei suoi frati nel 1862,
causa Soppressione sabauda.
Al sisma del 1979 che colpì rovinosamente
il complesso cenobitico, fecero seguito
lavori di restauro.
La facciata della chiesa, priva di decorazioni
architettoniche, si presenta alquanto semplice, ad eccezione di un
portale del sec. XV, sulla cui lunetta
è raffigurata la Madonna col Bambino con ai lati i SS.
Francesco d’Assisi e Antonio da Padova, alle cui spalle
si scorgono due figure minoritiche; e di un mediocre rosone
moderno, qui collocato nel 1975 al posto di una finestra
trecentesca.
Alla sinistra della facciata è l’oratorio
di S. Bernardino da Siena, la cui raffigurazione, seppur
mutila, è visibile superiormente all’architrave della
porticina d’ingresso.
Sui prospetti laterali e di fondo
della chiesa si aprono le originali finestre
gotiche monofore, trifore e quadrifore.
Del Convento, oggi adibito a scuola media,
si conserva il chiostro settecentesco, con
alcuni affreschi del Manenti sulle lunette.
Tra l’attuale sacrestia e l’anzidetto
chiostro, sul lato sud, sorge il possente
campanile a torre, caratterizzato da murature in pietrame
nella parte inferiore ed in laterizio nella parte superiore, a testimonianza
di due successive fasi di costruzione.
L’interno della chiesa, oggi squallidamente
disadorno (visibili esili brandelli pittorici, tra i quali: Storie
eremitiche, Madonna della Misericordia, nella Cappella
della Natività; S. Francesco e S. Ludovico
da Tolosa, nel transetto destro), nei
felici remoti mostrava un prezioso ciclo di affreschi
di un anonimo pittore umbro, attivo nei primi anni del
Trecento, intitolato: le Storie di S. Francesco.
L’autorevole copia del celeberrimo modello giottesco-assisiate,
rinvenuto dietro gli stalli del coro nel
1953, fu staccato dalla Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici
del Lazio nel 1979; oggi ha trovato collocazione in vari ambienti
del Palazzo vescovile.
Originariamente le Storie rivestivano la parete
di fondo e le due laterali del coro.
I quindici pannelli superstiti riproducono:
sei Episodi della vita di Francesco (una settima scena non
è più riconoscibile), la Madonna in trono col Bambino
tra i SS. Pietro e Paolo ed il committente, e la fascia decorativa
inferiore: una sorta di zoccolatura costituita da riquadrature
in finto marmo, in cui sono alternativamente inseriti degli Angeli
a mezzo busto ed al centro S. Francesco con un libro in mano
(di quest’ultimo rimangono solo il braccio e la mano sinistra).
Le sei Storie di S. Francesco riproducono: il Sogno di
Innocenzo III, il Presepe di Greccio, la Visione
dei troni, la Guarigione del malato di Lerida, la Liberazione
del vescovo Pietro dal carcere, la Visione del carro di fuoco
(i pannelli con sei Storie e la Madonna col Bambino e
Santi sono conservati nel Salone papale del Palazzo
vescovile; i nove pannelli con i busti
di undici Angeli e quello con il Sogno di Innocenzo III
sono distribuiti nei due uffici dell’Economato nello
stesso Palazzo).
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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