Masseo
Frate Masseo, giovane nobile,
era nativo di Marignano, una «piccola
terra del contado di Assisi» (A. Fortini).
Entrato nell’"Ordine"
nel 1210, fu uno dei primi compagni di S. Francesco, e uno
dei frati di sua maggior fiducia.
Nell’etopea ideale del frate minore, Masseo viene soprattutto
proposto per la simpatia delle sue buone qualità umane:
«l’aspetto attraente e il buon senso... il
suo parlare bello e devoto».
Era un bell’uomo, prestante, disinvolto, simpatico;
e «aveva il volto sempre sorridente».
Possedeva anche buone qualità dello spirito, e fu per
queste - per perfezionarle - che aderì al gruppo iniziale
del Poverello, perseverando santamente fino alla fine.
Tante e così buone doti furono forse in lui una difficoltà
per essere francescanamente umile? Senza dubbio, «era
molto differente dal semplicissimo frate Ginepro»
(Cuthbert), quasi il suo contrappunto per temperamento.
Il fatto poi è che Francesco «mise un impegno
particolare nel consolidarlo sulla base dell’umiltà,
così da guarirlo da ogni vanagloria».
Giunse presto a distinguersi per le sue buone doti spirituali.
Poiché aveva un fisico e un temperamento così
notevoli, gli altri non mancavano di prestargli attenzione,
osservandolo di giorno e di notte.
Mangiava una sola volta al giorno, generalmente al tramonto.
Si ritirava quindi nella sua cella per un breve sonno. Si
alzava a mezzanotte e rimaneva sveglio le restanti ore notturne,
che spendeva in fervida preghiera, pronunciando di tanto in
tanto, con abbondanti lacrime, queste parole: «Signor
mio Gesù Cristo, concedimi un vero dolore dei miei
peccati, e la grazia di ripararli e di emendare la mia vita
secondo la tua volontà»: era la sua preghiera
per raggiungere l’umiltà verso il basso.
Al sorgere del nuovo giorno, partecipava all’Eucaristia,
ritornava alla sua cella, e si metteva a cantare sottovoce:
«Signore, mio Dio, fa che ti conosca, ti adori,
e ti ami con tutto il cuore»”: era la sua
preghiera per raggiungere l’umiltà verso l’alto.
Egualmente intonate all’umiltà erano le sue semplici
conversazioni. Con chiara preferenza per frate Egidio, consigliava:
«E’ meglio visitare i santi da vivi che da
morti. I santi vivi ti insegneranno con la loro esperienza
a superare i pericoli e a vincere le tentazioni del corpo
e dello spirito». Affermava: «C’è
maggior profitto là dove c’è maggior utilità».
Per la duplice grazia del suo bell’aspetto e della sua
virtù, questo uomo ben piantato era anche uno che pensava
bene degli altri.
Nel convento di Cibottola i frati
potevano contare su di un signore, che in tutto li aiutava
con piacere e disinteresse. Aveva però un difetto:
era un grande mormoratore, e introduceva nel convento i pettegolezzi
del mondo esterno, in particolare gli scandali dei sacerdoti.
Questo arrecava un grosso dispiacere al cortese e generoso
frate Masseo.
Un giorno lo prese da parte e gli consigliò: «Figlio
mio, ti prego di pensare sempre alle buone opere degli uomini
e delle persone consacrate, e così, da cattivo ti farai
buono e da buono ottimo. Se invece stai sempre a badare alle
cose cattive, e a rimestarle dentro di te, e a raccontarle
agli altri, da buono diventerai cattivo, e da cattivo pessimo».
Frate Masseo fu uno dei preferiti da Francesco
come compagno del suo peregrinare da un luogo all’altro.
Lo prese con sé in uno storico viaggio a Roma, dove
ebbe confermata dal cielo la sua vocazione di povertà
evangelica (cf. I Fioretti, cap. XIII); con lui e
con frate Angelo si trovava pure quando fece l’originale
e famosa predica alle “sirocchie uccelli”,
una meraviglia poetica, che successivamente - secondo Fortini
– «frate Masseo confermò con la sua
testimonianza» (cf. I Fioretti, cap. XVI);
fu ancora lui che portò con sé a predicare in
Francia, quando assegnò
il mondo alle varie coppie di frati, tra i pochi che erano
(cf. I Fioretti, cap. XIII); Wadding e Fortini affermano
che lo prese insieme quando si presentò davanti a Onorio
III, nel 1221, perché gli confermasse lo straordinario
privilegio del “Perdono di Assisi”.
E di frate Masseo (con frate Leone) Francesco
si servì per ridare pace, con alcune parole d’amore,
all’inquieto frate Rizzerio (o Riccerio).
E di lui pure come corriere di fiducia, per consultare frate
Silvestro e sorella Chiara, sulla soluzione da dare alla sua
crisi vocazionale: se dedicare la sua vita all’apostolato
o alla contemplazione. Il voto dei due consultati, trasmesso
da Masseo, è stato l’apostolato
(cf. I Fioretti, cap. XVI).
E quando cercava rifugio in qualche eremo per lunghe parentesi
di preghiera, era ancora frate Masseo che
Francesco prendeva con sé.
La gente accorreva al Santo anche là, come mosche attirate
dal miele. Ma frate Masseo, con le sue parole
gentili e il suo simpatico modo di fare, sapeva abilmente
ottenere che lasciassero il Poverello immerso nella pace della
sua solitudine dialogante con Dio, e che gli importuni se
ne tornassero alle loro case, contenti dell’esempio
che avevano ricevuto.
Ne I Fioretti è tramandato
il documento di un diverbio umanissimo avvenuto tra S. Francesco
e frate Masseo, avvenuto, probabilmente all’inizio
della conversione di costui.
Il giovane ed aitante novizio, scelto dal Santo come compagno
di viaggio, si avvedeva che, nonostante le sue doti fisiche,
la gente ammirava e seguiva con compiacimento il mingherlino
e sciatto frate Francesco anziché lui. Ingelositosene,
lo abbordò così: «Perché a
te, perché a te, perche a te?... Dico, perché
a te tutto il mondo viene dirietro, e ogni persona pare che
desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti?
Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di
grande scienza, tu non se’ nobile; donde dunque a te,
che tutto il mondo ti venga dietro?».
Frate Francesco, per dargli una lezione di umiltà,
rispose che il Signore aveva scelto proprio lui, perché
non aveva trovato alcuna persona più peccatrice e più
vile; per ciò lo aveva eletto «per confondere
la nobiltà e la grandigia e la fortezza e la bellezza
e la sapienza del mondo, acciò che si conosca che ogni
virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura,
e niuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi
si gloria, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore
e gloria in eterno» (cf. I Fioretti, cap.
X).
Stupenda, inoltre, la pagina de I Fioretti,
nella quale, per ordine di Francesco, si vede frate Masseo
girare su se stesso, cadere poi in terra «per la
vertigine del capo», ed indicare, conseguentemente,
la via da percorrere per la missione! (cf. I Fioretti,
cap. XI).
La pedagogia del Padre, per indurre il figlio, forte di corpo
ma debole di spirito, a quella umiltà indispensabile
ad un autentico religioso, tenta tutte le strade, a volte
con dolcezza e a volte con energia.
L’episodio più duro, benché condito di
tanta finezza di carità, è quello narratoci
ancora ne I Fioretti, che narra
come S. Francesco, volendo porre alla prova l’amato
compagno Masseo, lo pone ai più umili
servizi, quali «l’ufficio della porta e della
limosina e della cucina». Masseo
non batté ciglio, «si trasse il cappuccio e inchinò
il capo e umilmente ricevette e proseguì questa obbedienza»
(cf. I Fioretti, cap. XII).
Se il Padre e maestro si preoccupava tanto di plasmare questo
giovanissimo novizio, dobbiamo affermare anche che questi,
da parte sua, faceva pero ogni sforzo per corrispondere alle
preoccupazioni paterne (cf. I Fioretti, cap. XXXII)
Quando Francesco salì alla Verna,
per la più alta ascensione della sua vita mistica,
prese con sé tre di quelli che gli erano più
intimi: i frati Angelo, Leone e Masseo.
E disse a quest’ultimo, mentre salivano il monte: «Tu,
frate Masseo, sarai nostro guardiano e nostro
superiore in questo viaggio, finché camminiamo e siamo
insieme...» (cf. Della prima considerazione
delle sacre sante Istimate).
Dopo che il Poverello rimase prodigiosamente trasfigurato
in Cristo Crocifisso, «si dispuose, per divina rivelazione,
di tornare a S. Maria degli Agnoli. Ond’egli chiama
a sé frate Masseo e frate Agnolo, e dopo molte parole
e santi ammaestramenti, sì raccomandò loro con
ogni efficacia che e’ poté quello monte santo,
dicendo come a lui convenìa insieme con frate Lione
tornare a S. Maria degli Agnoli. E detto questo, accomiatandosi
da loro e benedicendoli nel nome di Gesù crocifisso,
condescendendo a’ loro prieghi, sì porse loro
le sue santissime mani, adornate di quelle gloriose e sacre
sante Istimate, a vedere e a toccare e a baciare. E così
lasciandoli consolati, sì si partì da loro e
iscese del santo monte» (cf. Della terza considerazione
delle sacre sante Istimate).
Condividere con lui quella vetta dello spirito, vedere e toccare
e baciare le sue stimmate benedette, vedere affidata alle
proprie cure la custodia di quella reliquia di monte, Calvario
e Tabor di Francesco... fu davvero un premio ineffabile per
Masseo, tale da colmare di felicità
la sua intera vita!
Dal godere di questa lunga ed eccezionale fiducia vennero
al nostro frate Masseo tutta una serie di
premi. Ogni giornata passata in compagnia di Francesco risultò
un vero regalo, e quante ce ne furono! (cf. I Fioretti,
capp. IV, XI).
Francesco morì, e frate Masseo, che
aveva così bene imparato da lui l’amore della
povertà e della preghiera, non finiva di apprendere
l’umiltà. Così lui credeva, e ne soffriva,
come di una vecchia ferita non rimarginata (cf. I Fioretti,
cap. XXXII).
Giunse a un’età molto avanzata, ma gli anni non
facevano che aumentargli quel complesso di non riuscire ad
essere ciò che voleva.
Frate Masseo morì ultraottuagenario,
nel 1280 (dopo 70 anni, circa, vissuti nell’"Ordine"!).
Fu l’ultimo dei compagni del Santo a scomparir dalla
scena, lasciando peraltro, dietro di sé il nipote frate
Marino, che ne perpetuerà l’esempio e il messaggio.
Il suo corpo è sepolto nella grande Basilica
di Assisi, accanto a S. Francesco. Non avrebbe
potuto scegliere miglior compagnia per il suo riposo!
Liberamente tratto da D. Elcid Celigueta, I primi compagni di San Francesco, E.M.P. 1995, pp. 119-130.
a cura di Paolo Rossi
(Per approfondimenti: redazione@sanfrancesco.com)
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